There Will Be Blood

There Will Be Blood

Viaggio al termine del blues

intervista di Fabio Guastalla
È dal 2009 che il trio varesino formato da Mattia Castiglioni (batteria), Riccardo Giacomin (chitarra e tastiere) e Davide Paccioretti (voce, tastiere e chitarra) esplora le radici del blues e le innesta su schemi tanto scheletrici quanto potenti. Al termine della trilogia formata dagli album "Wherever You Go", "Without" e "Horns", è giunta l'ora di capire meglio chi sono i There Will Be Blood, cedendo la parola ai diretti interessati.

Horns si pone all'estremo di una trilogia attorno al blues-rock e alla figura di un immaginario viaggiatore solitario. Quando avete iniziato a scrivere le canzoni del primo album avevate già in mente questo tipo di percorso, oppure è nato strada facendo?

Il nostro primissimo lavoro si intitolava "prologue". Ed era già pensato come il prologo al concept-album che sarebbe seguito: "Wherever You Go - There Will Be Blood". Alla fine di "Wherever You Go" ci era chiaro che la storia non era conclusa ed era implicito che il secondo album l'avrebbe continuata. Quando abbiamo cominciato a lavorare su "Horns", ci è sembrato giusto portare il racconto a una conclusione. Tre è il numero perfetto, noi stessi siamo un trio e le più grandi saghe cinematografiche sono state raccontate in trilogie. Sinceramente avremmo potuto continuare a muoverci all'infinito all'interno dell'universo che noi stessi avevamo creato, raccontando di personaggi diversi dal protagonista, o usando più flashback e flashforward. Ma il fascino della trilogia ci ha sedotto, e ora abbiamo voglia di iniziare una nuova storia.

Penso che al giorno d'oggi il termine "blues", così come molte altre etichette applicate all'ambito musicale, abbia perso parte del suo significato originario. Che cosa significa, per voi, "fare blues"? E quali sono state le vostre fonti di ispirazione, fuori e dentro questo ambito?
La bellezza del blues è che non può mai realmente perdere di significato. È alle radici di tutto, si trasforma e si declina in mille forme, ma resta comunque nel nocciolo, la linfa, il succo. È come distillare l'alcol. Partendo da diverse fonti. Puoi farlo fermentando l'uva, distillando bucce di patate, puoi estrarlo dalla canna da zucchero, o dai cactus, ma alla fine tutti cercano e arrivano alla stessa cosa, a seconda delle proprie origini, del proprio habitat e della propria cultura ognuno utilizza un metodo diverso e ottiene un risultato con sapori e sfumature diverse, ma la sostanza che tutti cercano è la medesima. Il blues più classico, quello del delta, suonato con la voce e la chitarra scordata, è come bere un intruglio torcibudella, non piace a tutti, e non tutti lo berrebbero tutti i giorni, ma arriva subito alla testa perché è puro e grezzo. Poi lo puoi filtrare, lo puoi mischiare, puoi farci ciò che vuoi e servirlo anche ai palati più difficili, ma non potrai mai levarlo dagli ingredienti.
Quindi sicuramente hai ragione, dicendo che il blues non si riesce più a inquadrare in un genere preciso, bisogna aggiungere un aggettivo per mettere a fuoco il "tipo" di blues. Ma è un esercizio che lasciamo volentieri ai giornalisti, che sono sicuramente più bravi di noi in questo. Ci piace definirci raw blues, per far capire che suoniamo distorti e con volumi alti, ma già con "Horns" l'aggettivo raw si è fatto stretto.
Il nostro blues lo senti nel fingerpicking di Riky, nel suo modo di tenere sempre il basso col pollice, o nei timpani molto presenti delle batterie di Mattia... Sotto sotto lo si sente sempre.

A tal proposito, come nascono le vostre canzoni? E qual è l'ingrediente o il tocco che fa da collante e ritorna in ogni vostro brano?
Negli anni si è consolidata una certa procedura, che si verifica ormai per la stragrande maggioranza dei nostri brani: Riky arriva in sala prove con un nuovo giro, una idea grezza, la suona un po' per vedere se "ci gira"... solitamente entro pochi minuti Mattia trova un ritmo di batteria che ci convince, a quel punto aggiungiamo qualche rinforzo con la seconda chitarra per sottolineare qualche dinamica e nel frattempo Davide comincia a canticchiare quello che gli viene in mente, a volte alcune frasi o alcune parole sembrano fatte apposta per stare in quel preciso punto di quel pezzo e restano lì fino alla fine, continuando a provare il pezzo Davide mette a punto la melodia della voce e poi scrive il resto delle liriche separatamente. Alcuni brani col passare delle prove cambiano completamente, tanto da diventare irriconoscibili, magari cercando di inventare un finale salta fuori qualcosa di talmente bello da farci riscrivere tutto da capo... I nostri pezzi sono molto diversi tra loro, eppure pensiamo che il nostro stile sia molto riconoscibile, il nostro sound, lo stile con cui Riky suona la chitarra e Mattia suona la batteria, la voce di Davide, in qualche modo anche quando suoniamo delle cover riusciamo sempre a farle nostre, quasi come se le avessimo scritte noi stessi. La nostra filosofia è sempre stata: "Less is more". Se non ti convince, puoi farne a meno. Ciò può significare che un brano è già finito con sole voci e clap, oppure che con un singolo giro di chitarra che si ripete si può costruire un brano intero.

Con "Horns" introducete dei featuring rilevanti, come quelli con Marco Pandolfi e Massimo Marcer. Come nascono queste collaborazioni, e cosa vi ha spinto a cercare nuove collaborazioni "esterne"?
Se si arriva a incidere un terzo album necessariamente bisogna dimostrare di essere cresciuti. E per noi questo significava proporre delle nuove contaminazioni, mostrare nuove influenze da generi lontani, o sfruttare gli strumenti tipici del blues che noi non siamo in grado di suonare.
Quando stavamo scrivendo il brano "Fire" ci era chiaro che volevamo ottenere un pezzo soul-funk, e da subito nella nostra testa immaginavamo i suoni degli ottoni. Quando stavamo per andare in studio di registrazione (il Sauna Recording Studio di Andrea Cajelli) abbiamo chiesto ad Andrea (il proprietario nonché sound engineer dello studio) se aveva qualche contatto, qualche trombettista o sassofonista che avesse registrato da lui e che pensava potesse darci una mano. Così abbiamo contattato Massimo Marcer, fortunatamente la sua estrema compentenza e professionalità ha colmato le nostre palesi lacune tecniche: noi gli abbiamo passato l'audio della pre-produzione con solo le chitarre e qualche indicazione a parole, lui si è presentato con il sassofonista, il trombonista e gli spartiti scritti per tutti e tre, qualsiasi nostra richiesta l'hanno esaudita improvvisando al momento. Compresa l'intera parte di tromba in "Till Death Do Us Part". Per noi è stato bellissimo vederli all'opera e sentire come cambiava il pezzo grazie a loro.
Marco Pandolfi lo abbiamo incontrato al Mojo Blues Festival di Roma, lo abbiamo visto suonare sullo stesso palco che avremmo occupato noi il giorno dopo. Gli abbiamo chiesto se era disponibile a fare qualcosa con noi e dopo qualche mese lo abbiamo ricontattato per venire a registrare direttamente in studio. Stiamo parlando di cavalli di razza, fuoriclasse, che dopo qualche ascolto del pezzo cominciano a improvvisare e si finisce con un "buona la prima" e la pelle d'oca. Marco poi ha anche suonato il piano in "Undertow", semplicemente ha visto il pianoforte, ci si è seduto davanti e ha cominciato a suonicchiare, noi stavamo tentando di ottenere un semplice riff da mettere nella strofa e visto che era molto più bravo di noi abbiamo colto l'occasione. È stata la prima volta che veniva registrato un pianoforte suonato da Marco.
Registrare con dei grandi professionisti per noi era un importante traguardo, rientra nel concetto di crescita che dicevamo prima, ha reso l'album più completo. Migliore.

Terminata la trilogia, come si muoveranno prossimamente i There Will Be Blood dal punto di vista discografico e stilistico?
Chi può dirlo? Sicuramente riprenderemo da dove abbiamo terminato l'ultima volta, sperando di spingerci ancora più avanti nella ricerca di un suono fresco e al contempo potente, sempre fedele alle radici del blues. In generale non sappiamo mai con precisione dove andremo e cosa faremo, è qualcosa che prende forma nel mentre... Possiamo avere delle idee abbozzate, spunti, sfizi stilistici che vogliamo toglierci. Ma non ci siamo mai seduti a pensare "cosa faremo dopo"... Aspettiamo che accada spontaneamente, che nasca come frutto delle nuove esperienze e delle persone che incontriamo, come abbiamo sempre fatto e come faremo.

Discografia
 Wherever You Go (Ghost, 2011)  6
 Without (Ghost, 2013) 7
 Horns (Ghost, 2016)7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Catch The Train 
(dall'Ep One To Nothing, 2010)

Ain't No Places, No Matter 
(da Without, 2013)

Kneel To Your Slave
(da Without, 2013)

Undertow
(da Horns, 2016)

There Will Be Blood su OndaRock
Recensioni

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Secondo capitolo per il trio varesino all'insegna di un rock-blues incendiario

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