Wild Swans

Wild Swans

Uno spirito rivoluzionario

intervista di Mattia Villa, Luca Pasi
Approfittando dell'uscita di "Scared To Get Happy - A Story Of Indie-pop 1980-1989", abbiamo intervistato l'autore del brano che apre questa esauriente compilation: Paul Simpson, la mente dietro ai Wild Swans. Protagonista dell'intera decade presa in esame, Simpson ha recentemente fatto rivivere i Cigni Selvaggi, pubblicando nuovo materiale nel 2011. Ci parla a ruota libera di quegli anni di cambiamento, musicale e culturale, ma anche dei suoi progetti futuri.

Ciao Paul, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Con una canzone dei tuoi Wild Swans hai l’onere e il privilegio di aprire una delle migliori compilation indie-pop di sempre: “Scared To Get Happy”. Senti un po’ di pressione?
Paul: No, non sento nessuna pressione, solo sorpresa perché “The Revolutionary Spirit” è molto atipica rispetto alla maggior parte del materiale di “Scared To Get Happy”.  È certamente “indie” ma a stento “pop”; assieme ad alcune altre tracce dei primi anni 80 come “Dumb Magician” dei Blue Orchids credo rappresenti un ponte fra le più “serie” post-punk band e la scena maggiormente pop e jangle che si evolse successivamente.

La traccia di cui stavamo parlando è “The Revolutionary Spirit”. Possiamo dire che i Wild Swans nacquero con quella canzone? Ascoltandola oggi, c’è qualche ricordo particolare che ti ritorna in mente?
Sì, “The Revolutionary Spirit” definisce sicuramente i Wild Swans. Il mio ricordo principale di quel periodo è che ero senza un soldo e infreddolito, ma non c’era da preoccuparsi finché ero in una band assieme al mio migliore amico ed eravamo in missione.

"The Revolutionary Spirit” uscì nel 1982, il primo album dei Wild Swans nel 1988. Possiamo dire che hai vissuto in pieno l’intera decade. Com’era l’atmosfera in quel periodo?
Il clima politico in Gran Bretagna nel 1982 era molto simile a quello attuale, la nazione era in recessione e il governo britannico aveva completamente perso il contatto con la gente, occupandosi dei disordini civili con una mano molto pesante. Abbiamo vissuto ogni momento come se fosse stato filmato. Non credo che tu possa realmente vedere che valore ha il tuo lavoro fino ad almeno una decina di anni dopo. Ti serve la distanza per essere obiettivo.

A parte la musica, qual è il significato di indie-pop e cosa rappresenta per te? Sei d’accordo con la vecchia definizione: “L’indie-pop è femminile. Lo è sempre stato. Anche i ragazzi. Soprattutto i ragazzi”?
Non posso parlare per nessun altro coinvolto nel progetto se non per me stesso, quello che tu chiami indie-pop fu semplicemente una naturale reazione al post-punk quando un gruppo leggermente più giovane di musicisti trovò il nichilismo del punk e il tono troppo serioso e sperimentali del post-punk troppo costrittivi per esprimere la loro gioventù ed esuberanza.

Cosa rappresenta per te questa compilation e qual è il significato dietro al nome secondo te?
Credo che “Scared To Get Happy” rappresenti un’attitudine, un credere nelle idee e nell’entusiamo oltre le capacità tecniche e un tentativo di definire e prolungare l’estetica indie. La mia interpretazione del titolo è che gran parte della musica presente nei cd è stata fatta come naturale reazione contro l’estetica leggermente seriosa e priva di umorismo del post-punk. Ci scorre un bel brivido fra le parole Scared e Happy. Quasi opposti polari, ma uniti creano un terzo significato.

L’indie-pop contiene di norma un giudizio politico nei testi? Se sì, cos’è cambiato con l’indie pop degli anni Zero? Negli anni Ottanta, era musica da working-class o da middle-class?
Alcune band cantavano canzoni che riflettevano i tempi turbolenti, altre non lo facevano. Alcune band erano working-class, altre non lo erano. La più potente musica, di ogni genere, spesso contiene riferimenti alla lotta o al superamento della stessa, ma non è un pre-requisito indispensabile, c’è anche qualcosa di bello nel suono della positiva esuberanza.

Quali credi fossero le ragioni dietro alla creazione della compilation C86, in confronto alla realizzazione di cassette precedenti come la C81? Com’era il suono della C86 all’inizio e com’era alla fine? Qual è la tua definizione di C86 ora e qual è il collegamento fra la C86 e l’indie-pop?
Non essendo parte della C86 non sono proprio qualificato per commentarla, ma riguardandoci ora, direi che c’era un taglio più politico nelle canzoni della C81. Le canzoni sulla C86 erano più leggere sia musicalmente che nei testi. Sembra che più ci si allontanasse dal 1976 e più diluito arrivasse il messaggio del Do It Yourself. Alla fine degli anni 80 l’underground cominciò a essere corrotto dal “music business” e la controcultura a essere “maneggiata”. Il grunge, Madchester e il britpop furono finanziati dalle label e sponsorizzati da Mtv. E ora abbiamo le boyband, le dive soul e le superstar R&B come headliner dei festival estivi, presentatori televisivi teenager che indossano t-shirt degli MC5 o dei Ramones senza aver mai sentito nessuna di queste band. A causa di internet, iTunes e Spotify, la musica ha perso molto del suo valore. Se non è compiuto nessuno sforzo nello scoprire le band perdute e nel trovare dischi rari, se sono a un solo click di mouse di distanza, non saranno mai ascoltate o valutate come tesori.

Parliamo della tua band: il primo tastierista dei Wild Swans, Rolo McGinty, fondò successivamente i Woodentops, anch’essi presenti nella compilation. Credi che questa raccolta rappresenti in pieno una decade così significativa? Qual è l’eredità più importante lasciata da queste band?
Rolo era il nostro bassista (non tastierista) e solo per circa 11 mesi. I Woodentops arrivarono come una piacevole sorpresa, amavo la positivà e la freschezza del loro suono. Un progetto crudo e un ritorno alle orgini, ma con una rinfrescante leggerezza di spirito. Non posso dire se STGH rappresenti accuratamente la decade o no perché, come il periodo fra il 1960 e il 1969, più di dieci anni di cambiamento culturale e musicale si sono verificati in esso, ma è un interessante e accessibile campione di band che hanno condiviso un’estetica simile, soprattutto per giovani ascoltatori che altrimenti non avrebbero scoperto molte di queste band se non in questo modo.

Il primo periodo degli Wild Swans è riassunto in alcune compilation; la mia opinione è che l’influenza del post-punk fosse ancora molto forte. Cosa ci puoi dire di quei primi anni? Ho letto che hai condiviso casa con Pete de Freitas degli Echo & The Bunnymen (il quale ha anche prodotto “The Revolutionary Spirit”). Com’era la scena musicale a Liverpool?
Pete e io abbiamo condiviso l’ultimo piano di una casa vittoriana a circa mezzo miglio dal centro cittadini. Non sarebbe il caso, ma per quanto fossero interessanti i Wild Swans e i nostri amici Echo and The Bunnymen, noi eravamo le uniche band a Liverpool che facessero qualcosa di importante in quel periodo. La canzone “The Coldest Winter For A Hundred Years” documenta questo periodo molto meglio di quanto possa spiegare in un paio di righe.

E’ vero che ti sentivi come se avessi perso l’urgenza del primo periodo quando hai registrato “Bringing Home The Ashes” nel 1988? A me sembra davvero un buon disco.
No, non sono proprio un fan di "BHTA". E’ stato davvero una colossale opportunità sprecata. Mi piacciono le prime due “Radio One Sessions” e l’ultimo disco del 2011, ma nel periodo centrale e quel disco in particolare mi lasciano un po’ freddo. Suona non-magico, come una band che è stata soggetta a interferenze esterne piuttosto che come una band lasciata sola a fare quello che gli riesce meglio.

Negli anni Novanta, i Wild Swans erano in stand-by e tu hai portato avanti altri progetti, fra cui Skyray. Ammetto di non conoscere molto queste canzoni; da quel che ho letto e sentito, sembra proprio che tu cantassi raramente e ci fossero sopratutto tracce strumentali. Faccio fatica a pensare a un disco registrato da te dove non posso sentire la tua voce. Ci puoi dire qualcosa su Skyray?
Dopo l’ennesima frammentazione dei Wild Swans nel 1989, volevo ancora creare musica ma non provavo assolutamente nessun desiderio di cantare. Ero psichicamente ferito e necessitavo di un lungo, lento periodo di recupero. Poiché non esistono tracce vocali negli Skyray, non c’è nulla che lo leghi a una realtà stabilità dal consenso o a un qualsiasi periodo e questo è il motivo per cui mi piace così tanto.

Nell’ultima decade sono uscite un paio di ristampe e retrospettive dei Wild Swans, fino ad arrivare al nuovo album “The Coldest Winter For A Hundred Years” nel 2011. Ho letto che consideri “The Coldest Winter For A Hundred Years” il lavoro migliore realizzato come Wild Swans, e non posso che essere d’accordo con te. Ironicamente, credo proprio sia questo il lavoro più pop del gruppo. Com’è tornato il desiderio di essere un cigno selvaggio?
Ho formato la band nel 1980 e fino al 1988 sono stato l’unica costante, quindi in effetti io sono i Wild Swans. Credo fosse solo un lavoro incompiuto. Essendo un’anomalia nei canoni della band, non ero felice che “Space Flower” (ecco un disco pop!) fosse l’ultima affermazione dei WS, quindi volevo tornare indietro al suono progettato in origine per la band, ma anche inserire un elemento più libero e caotico che riflettesse meglio i tempi.

Ci sono piani futuri per i Wilds Swans che ci puoi rivelare?
Ho preso un virus tropicale in Sri Lanka lo scorso anno che ha danneggiato i miei polmoni, forse permanentemente, quindi per ora non ho programmi di suonare live, ma sto pensando di fare un altro album come Wild Swans. Qualcosa di differente perché non voglio fare un “Coldest Winter parte seconda”.  Sono in cerca di una nuova tavolozza sonora e di un approccio meno materialistico alla registrazione.

Hai mai avuto paura di essere felice?
Con davvero poche eccezioni, la “felicità” raramente produce grande arte. L’infelicità sì, quindi ho il terrore di essere felice. Per fortuna la felicità non è mai stato un problema per me. L’ultima volta in cui sono stato davvero felice è stato all’età di 3 anni dopo una visita a Babbo Natale in una grotta, in cui mi fu dato un pugnale in plastica color oro, con 3 colorati e brillanti “gioielli” nel manico.
Discografia
 Bringing Home The Ashes (Sire, 1988) 7
 Space Flower (Sire, 1990)6,5
The Coldest Winter For A Hundred Years (Occultation, 2011)7,5
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