Tom Rogerson

Tom Rogerson

In studio con Brian Eno

intervista di Marco Calloni

Finding Shore” è il primo e nuovo progetto di Tom Rogerson e Brian Eno, ed esplora un approccio evocativo e non convenzionale al pianoforte, fuso con elettronica e suoni processati. Un curioso esperimento che ci mostra la sensibilità di questo artista e il suo modo di esprimersi totalmente e liberamente sul pianoforte e, di conseguenza, il duro lavoro di “definizione” legato ala stesura dell’album. Una fusione d'intenti in origine non intenzionale, atta semplicemente a suggellare una forma di musica astratta, spontanea e senza uno specifico background narrativo. “Finding Shore” sembra tuttavia essere abbastanza connesso con esperienze e memorie dal passato dei suoi autori. Coloro che conoscono molto bene il lavoro di Brian Eno, possono quindi capire quanto profondo e intimo sia “Finding Shore”. L'intervista che segue con Tom Rogerson rivela molte curiosità sulla lavorazione di questo grande album.

Ciao Tom, ti ringrazio per aver condiviso del tempo con noi per questa intervista dedicata a “Finding Shore”, il tuo album in collaborazione con Brian Eno, pubblicato ufficialmente l’8 dicembre 2017 per Dead Oceans. Ascoltandoti e guardandoti suonare, sembra ci sia un affascinante equilibrio tra una forza molto istintiva quasi “primordiale” e il difficile tentativo di controllare questa energia sullo strumento. Puoi raccontarci qualcosa in merito a questo tuo particolare (e senza dubbio non convenzionale) approccio al pianoforte? Come è iniziato tutto? Perché da bambino hai scelto il pianoforte?
Per la verità non ho affatto scelto il pianoforte; mia sorella maggiore di undici anni più grande di me lo suonava, avevo 3 o 4 anni, ero solito alzarmi cercando di copiare quello che faceva senza pensarci troppo. Questo diventò presto il mio passatempo invece di correre in giardino o cose del genere; improvvisavo sempre sin dagli inizi, mi piaceva tantissimo fare un forte rumore come la maggior parte dei bambini quando si trovano davanti a un pianoforte. Penso di essere stato davvero fortunato ad apprezzare questa sensazione tanto da affezionarmici, a questo punto i miei genitori mi hanno mandato a lezione. In ogni caso, non so. Penso che tu abbia ragione per quanto riguarda “il tentativo di controllare questa energia”, una battaglia costante per me, per fortuna questa è una parte importante dello spettacolo di un concerto. Sì, il mio approccio è certamente istintivo, è iniziata così e cerco sempre di preservare quella sensazione di “impotenza” nei confronti del concerto. E’ uno stato strano in cui trovarsi, al polo opposto della maggior parte di molti esecutori che vogliono avere il controllo.

Come è iniziato il progetto “Finding Shore”? C’era l’intenzione di realizzare un album di tue composizioni e soprattutto di lavorare con Brian Eno, o è stata una di quelle coincidenze speciali, uniche (e qualche volta divertenti) che accadono nelle nostre vite? Ho letto che l’hai incontrato in circostanze curiose. Ti andrebbe di raccontarci qualcosa di più a riguardo?
Decisamente la seconda. Si è trattata di completa serendipity, in ogni caso, qualcosa di piuttosto tipico per Eno. L’ho incontrato fuori dalle toilette a un concerto alla Roundhouse di Londra, sostanzialmente sono andato da lui perché sono un suo grande ammiratore e perché proveniamo dalla stessa piccola città in Inghilterra. Questo è stato un buon inizio di conversazione; quello che intendo per serendipity, ecco.

Mentre ascoltavo i tuoi ultimi “singoli”: “Motion In Field” e “Idea Of Order At Kyson Point”, ho ripensato alla particolare e unica bellezza della campagna inglese, ai colori, l’atmosfera, i suoni e soprattutto i silenzi. E ho capito immediatamente quanto questo lavoro potesse essere intimo per te ed Eno. Un’intimità e una semplicità che forse tutti noi avremmo bisogno di riscoprire ultimamente. Penso che questi brani siano come ritornare a Woodbridge (la vostra città) nel Suffolk, ricordare i posti, raccogliendo memorie, pensieri, suoni, profumi. Concordi? Puoi raccontarci qualcosa in merito a questo aspetto e alle altre tracce dell’album?
Eh, bene, hai ragione. Penso che possiamo leggere sin troppo in questa interpretazione, preferisco iniziare dicendo che nessuno dei riferimenti è intenzionale. Ma in fondo è tutto subconscio, non trovi? Soprattutto quando si ha a che fare con improvvisazione, serendipity e processi creativi istintivi. Penso quindi che tu abbia completamente ragione riguardo al fatto che io senta esattamente le stesse cose in questi brani ma non abbiamo mai pianificato di inserirle. Abbiamo semplicemente fatto musica in modo abbastanza astratto; solo riflettendo è possibile cogliere qualcosa di più descrittivo o personale. Ecco perché poi abbiamo cercato di rendere i titoli evocativi di quei luoghi.

Considerando questo interessante background, potrei sbagliarmi ma guardando indietro ai precedenti lavori di Brian Eno, penso possa esserci una connessione tra “Finding Shore” e uno dei suoi album più personali, Ambient 4 On Land” del 1982, in cui Brian ripensa ad alcuni posti visitati (o immaginati) nell’infanzia come “Leeks Hills” o “Dunwich Beach”. Credo che entrambi i dischi esprimano un forte legame con memorie personali e posti nel passato. Conosci questo album? In generale, come hai scoperto il lavoro di Brian Eno?
Sì, conosco molto bene questo disco, secondo me è uno dei suoi migliori, più del ben noto “Music For Airports”. Sono d’accordo, immagino che questo sia un album particolarmente personale per lui (non ne abbiamo mai parlato direttamente), mi ha ispirato per molti aspetti, specialmente su come impostare la struttura del nostro album, nell’artwork e nei titoli. E’ divertente perché ascolto il disco e conosco talmente bene questi posti; guido oltre Lake Hills ogni volta che vado a trovare mia sorella. Da parte mia (se non dalla sua) c’è una connessione tra i dischi. Potrei dire che ci sono persino alcune similitudini “udibili” che derivano dal particolare “linguaggio” di Brian e specialmente dalla sua abilità nel programmare i sintetizzatori Fm, ottimi nell’imitare campane e altri suoni altrettanto complessi. Il primo suono sul disco, per esempio, è una campana digitale che suona come una campana, ma, una campana sintetizzata, questo è così tipico di lui. Le sue spesso sono repliche digitali di suoni organici che, a mio avviso, conferiscono loro una malinconia e una stranezza intrinseche, come se l’intero paesaggio fosse perduto e ora si ritrovasse conservato solo in una copia digitale. “Ambient IV” è la migliore dimostrazione di tutto ciò. Un altro esempio sul nostro disco potrebbero essere tutti i Delay di Marsh Chorus che suonano come i canti d’uccelli che si possono ascoltare sui canneti dalle nostre parti del mondo. Tra l’altro, per rispondere alla tua domanda, ho conosciuto il lavoro di Eno attraverso gli U2; mio fratello ne era molto appassionato da ragazzo; non potevamo credere che il tizio che aveva prodotto “The Unforgettable Fire” provenisse dalla nostra città.

Ritornando a “Finding Shore”. Tu sei principalmente un improvvisatore, ho letto che il primo giorno in studio con Brian Eno hai registrato 45 minuti di musica istintiva, bella ed emozionante, quasi perfetta per il disco, ma Brian ha suggerito di “focalizzarti sui dettagli” e tentare qualcosa di diverso. Come è andata? Dove avete registrato l’album?
Abbiamo registrato tutto al suo studio di Londra. Non so se abbia detto di focalizzarmi sui dettagli o provare qualcosa di diverso. Più che altro ha sostanzialmente isolato e tagliato gli ultimi 45 secondi della traccia trasformandoli in qualcosa di completamente diverso, un’immediata dimostrazione della sua abilità e creatività, ma anche della bellezza della collaborazione, perché hai bisogno delle due parti per ottenere il tutto.

Le 13 tracce del progetto derivano direttamente da successive elaborazioni di porzioni tratte da questo “lungo pezzo” originario o hai registrato tracce e prove ulteriori? Questa fase di “costruzione dell’album” è stata complessa per te come improvvisatore?
Sì, la costruzione dell’album è un incubo totale per me, sostanzialmente quella era la forma iniziale in cui gli ho proposto il disco. In pratica, ho detto: “Non so come registrare qualsiasi cosa io faccia, perché suono sempre pezzi e non riesco a rendermi conto se ci sia qualcosa di buono o se sia il caso di pubblicarle". Brian è riuscito a metterci una cornice attorno con l’elettronica, l’uso del Moog/PianoBar, ma soprattutto mi ha convinto a impegnarmi in qualcosa e mi rendo conto di quanto effettivamente questo non sia un grosso problema. Adesso penso che ho scritto molti più pezzi per pianoforte, piuttosto che lasciarli semplicemente in forma improvvisata. Per rispondere alla tua prima domanda: abbiamo trascorso circa quindici giorni a registrare moltissime ore al giorno, poi ho speso un po’ di tempo a dare una forma alle tracce, scegliendo quelle che avevano un senso insieme.

Come è stato trovarsi in studio con Brian Eno? Vi è piaciuto lavorare insieme?
Sì, ci siamo divertiti (credo di poter parlare per lui). Tutto quello che posso dire è che questo materiale è arrivato naturalmente e con incredibile velocità, abbiamo provato a non pensarci, direi che questo è uno dei suoi fondamentali mantra come produttore. Si tratta di fare, andare d’accordo, cercando di trovare percorsi attorno alle le solite cose che bloccano la creatività. A quel punto, non posso solo dire superficialmente “è stato divertente”, penso infatti che suonare sia una parte davvero importante del processo creativo.

Da musicista, è cambiato qualcosa in te dopo questa importante esperienza? Nel tuo approccio, hai scoperto qualcos’altro o magari consideri le cose da un’altra prospettiva?
Sì, parecchio, ma onestamente la maggior parte ha avuto a che fare con l’aiuto a darmi una regolata.

Un’ultima domanda, in “Finding Shore” (trad. "trovare la riva") c’è anche un riferimento a te come musicista? 
Entrambi avete “trovato le vostre rive”, la vostra giusta dimensione per un così bel lavoro?
Sì, ha a che fare con una riconnessione con la casa (l’idea concettuale di casa come qualcosa di più che un posto specifico) e il ritornare a ciò che ho fatto più a lungo, ciò che è più vero e con cui, di conseguenza, ho lottato di più, ossia far rumore sul pianoforte.

Discografia
    Tom Rogerson (Yonasty Productions, 2005) 
Finding Shore (Dead Oceans, 2017) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

TOM ROGERSON WITH BRIAN ENO

Finding Shore

(2017 - Dead Oceans)
L'attesa collaborazione tra il pianista e il "non musicista" per l'americana Dead Oceans

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