The Trashmen

The Trashmen

L'esercito del surf

intervista di Francesco Paolo Ferrotti

Forse, il nome di questa band non è familiare per alcuni lettori. Eppure stiamo parlando di un piccolo capitolo di storia del rock: insieme ai Kingsmen, a Dick Dale, ai primi Beach BoysGary Usher, i Trashmen furono tra i protagonisti storici di quel periodo del rock appena successivo alla prima dirompente ondata di rock and roll (quella di Chuck Berry e Buddy Holly, per intenderci), ma precedente l’avvento della “British invasion” e il successo planetario dei Beatles.
All’incirca, è la stagione che va dal 1960 al 1965. Un'era musicale in genere poco conosciuta dalle nostre parti, addirittura rimossa da parte di chi tende quasi a far cominciare la storia del rock dall’avvento dei Beatles. Niente di più sbagliato: i primi 60 furono anni prolifici, in cui il rock and roll era divertente, diretto, giovane. Quindici anni dopo, il punk cercò di riportare in vita questo approccio, e in qualche misura ci riuscì. Tuttavia, i tempi erano cambiati ed emerse una componente dissacratoria che prima non c’era. Furono allora i punk più lontani dalle sonorità nichiliste dei Sex Pistols a raccogliere l'eredità dei Trashmen: parliamo ovviamente dei Ramones.
 

Tra i gruppi dei primi anni 60, i Trashmen hanno mantenuto vivo un piccolo culto, dando vita a un fenomeno piuttosto singolare: sin dal 1963, il loro hit “Surfin’ Bird” è diventato un classico del rock e non ha mai visto diminuire la sua popolarità, ma in alcuni casi l’ha vista aumentare. Anche chi non ha mai sentito parlare dei Trashmen, conosce sicuramente questa canzone: se ne ricordano le tante cover (a cominciare da quelle di Ramones e Cramps), l’uso in una celebre scena di “Full Metal Jacket”, oltre che la sua presenza in parecchi spot pubblicitari, e persino in un videogame.
Dopo più di quarant’anni, “Surfin' Bird” è ancora oggi uno dei massimi manifesti del rock and roll, un credo per tutti quelli che ne vogliono mantenere vivo lo spirito. Di più: è quasi una dichiarazione di estetica musicale, tanto che il critico Richard Meltzer lo pose come introduzione al suo libro “The Aesthetics Of Rock” (1970).

Di tutto questo, e altro, ho parlato con Dal Winslow, lo storico leader dei Trashmen. Dal ha gentilmente accettato uno scambio di email ed è venuta fuori questa intervista retrospettiva, realizzata in collaborazione con www.surferjoemusic.com.  

Cominciamo dall'inizio: mi racconteresti l’origine del nome “The Trashmen”? 
Dobbiamo andare un bel po’ indietro nel tempo. Tony (Andreason), Steve (Wahrer) e io suonavamo sotto diversi nomi sin dai tardi anni 50 e primi 60: The Citations, String Kings, Rave-Ons, e sopratutto The Travelers. Quando Bob (Reed) si unì a noi, avevamo bisogno di un nome nuovo, qualcosa che suonasse davvero unico. Allora, ci riunimmo nello scantinato di mia madre, dove a quei tempi facevamo le nostre prove, e cominciammo ad ascoltare qualche disco per avere un'ispirazione. Steve si soffermò su una canzone di un artista locale intitolata “Trashmen’s Blues”. Allora disse scherzando: “Che ne dite se ci chiamassimo The Trashmen”? Noi cominciammo a ridere, poi ci guardammo in faccia e... “perché no”? Il resto, è storia. La cosa buffa è che in seguito avemmo anche qualche problema per quel nome, perché alcuni gestori di sale da ballo pensavano alludesse a qualcosa di osceno! Una volta, capitò che un gestore si rifiutò di esporlo sul volantino e ci presentò come “Dal Winslow’s Orchestra”. Per fortuna, dopo che la nostra popolarità aumentò, quel problema non ci fu più.

Quali furono le principali influenze musicali sul gruppo e sul tuo stile chitarristico?
Jerry Lee Lewis, Buddy Holly, Chuck Berry, Dick Dale, Little Richard. Io personalmente ero molto affascinato da Bo Diddley. Gran parte della mia chitarra deriva dal suo stile e da quello di Buddy Holly. 

Buddy Holly. Immagino che la tua generazione fu molto colpita dalla sua morte, nel 1959...
La morte di Buddy fu davvero devastante. Così come quella di John Lennon nel 1980, con la differenza che Buddy aveva solo 21 anni. Eravamo in molti a considerarlo un vero modello ispiratore e un idolo.

Era diverso suonare rock and roll in Minnesota, rispetto alla California?
Non particolarmente. La parte iniziale della nostra carriera si è svolta nel Midwest: Minnesota, Dakotas, Iowa e Wisconsin. Fu soltanto quando “Surfin’ Bird” diventò un hit che andammo a suonare anche in California.
Non notammo particolari differenze nel pubblico dei locali. 

Nel 1962, arrivarono i Beach Boys. Cosa ne pensavate?
I Beach Boys ci piacevano abbastanza, ma erano un po' troppo mansueti per i nostri gusti: noi non avevamo l’opportunità di realizzare complesse armonie come le loro, e il nostro approccio era più irruento. 

Dato che la vostra musica abbracciava entrambi i generi, vi consideravate un gruppo vocale o strumentale?
Ci piaceva considerarci un incontro tra i due stili musicali... 

"Surfin’ Bird" è oggi una delle canzoni rock più famose di tutti i tempi… come nacque?
Prima di essa, suonavamo insieme già da un po’. Una notte vedemmo un gruppo, The Rivingtons, alle prese con la loro “The Bird's The Word”. Non avevamo mai sentito parlare di quel gruppo o di quella canzone, ma pensammo di provare ad arrangiarla con il nostro stile. Un disk jockey locale ascoltò la nostra esecuzione e ci suggerì di registrarla. Chiesi allora in prestito 296 dollari a mia madre e con quella cifra registrammo la canzone nello scantinato di un negozio di dischi locale, il cui proprietario si chiamava George Garrett. Garrett la sentì, e disse che avrebbe pagato per una registrazione in studio più accurata... e così fu. Dato che eravamo già orientati su un repertorio di musica "surf", decidemmo di chiamarla “Surfin’ Bird”.

Chi è la voce principale? Fu utilizzato qualche effetto vocale?
La voce è quella di Steve Wahrer, il batterista (morto nel 1989, ndr). Fu aggiunto un poco di eco, ma a parte questo fu registrata in modo pressoché uguale a come oggi puoi ascoltarla tu stesso.

Fu registrata live?
Sì, fu registrata live in due distinte session, in mezzo alle quali fu poi "incollata" la parte centrale. Anche le altre canzoni dell’album omonimo "Surfin Bird" furono registrate live, a parte poche limitate sovraincisioni.

Vi aspettavate un tale successo di quella canzone?  
Totalmente inaspettato. Magari ci aspettavamo che avesse un discreto successo locale, ma non avremmo mai immaginato che sarebbe diventato un hit in 17 paesi, e che addirittura sarebbe stata conosciuta fino ai nostri giorni. Come saprai, è stata usata in molti spot commerciali, oltre che nel film “Full Metal Jacket”. Negli States è stata appena adoperata anche in una serie televisiva, “Family Guy”. La settimana dopo, era in ottava posizione tra le canzoni acquistate su Amazon.com…

Nel 1970, il critico Richard Meltzer l'ha posta come introduzione a un libro intitolato “L’estetica del rock”… lo sapevi? 
No, confesso che non sapevo del libro di Meltzer… darò un’occhiata, grazie!

Tra i tanti, Ramones e Cramps hanno fatto una cover di “Surfin’ Bird”: c’era qualcosa in comune con voi?
Non sono del tutto sicuro che avevamo qualcosa in comune, oltre l’approccio alla canzone. Ciò nonostante, fummo inseriti dalla rivista Mojo tra i migliori gruppi punk di tutti i tempi. Di volta in volta, siamo stati classificati come punk, garage o surf. Ci piacciono le categorie multiple, dato che con la nostra musica tocchiamo diversi generi.

Per quello che ricordi, hai mai sentito usare la parola “punk” in riferimento a qualche artista degli anni 60?

No, mai. Negli anni 50 e 60, quel termine definiva una persona “nerd”. Non era mai riferito alla musica.  

Quali altre canzoni consiglieresti di ascoltare a chi conosce solo “Surfin’ Bird”?
"Sleeper", "A-Bone", "Tube City", "King Of The Surf", "Bird Dance"… e tante altre!

Che ricordo hai di quegli anni?

La musica rock era divertente, e parlava di ragazze e motori ruggenti. Vedevi i giovani ballare dappertutto e non c’erano ancora messaggi nascosti o canzoni di protesta…

Il film di George Lucas “American Graffiti” restituisce quell’atmosfera? 

Sì, direi che coglie abbastanza nel segno. A parte la differenza che è ambientato in California, per il resto gli scenari sono quasi gli stessi; quelli di un’epoca spensierata e priva di troppe preoccupazioni per ciò che avveniva nel resto del mondo.

Poi cosa successe alla musica…?
Molti fattori cambiarono le sorti della produzione musicale: le canzoni contenenti “messaggi” diventarono popolari a causa della guerra in Vietnam e dei disordini negli States; la gente smise di danzare e durante i concerti rimaneva seduta sul pavimento; nel frattempo, la diffusione della droga diventò sempre più intensa. Tutto ciò, in aggiunta al movimento di protesta e a un certo ritorno del blues, ci costrinse a ritirarci dalle scene nel 1967.

Perché due anni prima dello scioglimento non uscì quello che è conosciuto come “Lost Trashmen Album”?
Bastano due parole… British Invasion! Le classifiche americane furono sconvolte: nessun disco locale ebbe più successo e diventò difficile far circolare un disco per un bel po’ di tempo. Quello che hai citato sarebbe dovuto essere il seguito del nostro primo album: era già registrato, missato e pronto per uscire. Poi non se ne fece più nulla. Grazie alla Sundazed, ha visto la luce decenni dopo.

Cosa è successo dal vostro scioglimento fino ad oggi? E cosa vi ha portato a riformarvi?
Dopo il 1967, fummo inattivi per circa dieci anni, anche se restammo in contatto tra noi. Steve continuò a suonare con alcuni gruppi. Poi, alcuni club cominciarono a manifestare interesse nel vederci riformati. Così, a metà degli anni 70 togliemmo la polvere all’attrezzatura e facemmo qualche concerto sporadico. Continuammo così fino a metà degli anni 80, ma si trattava davvero di occasioni rare. Nel 1999, Spinout Records ci contattò per suonare al Las Vegas Grind, un festival di garage-rock. Non avevamo idea di cosa fosse, ma decidemmo di provare. La risposta di pubblico fu travolgente, e questa prima verifica ci spinse ad andare avanti. Siamo tornati sulle scene sia perché ci divertiamo ancora a suonare, sia per i nostri tanti fan. Sono straordinari dovunque ci esibiamo…

Era davvero un’età dell’oro quella a cui appartiene “Surfin’ Bird”?
Lo è stata sicuramente. Spero che quella stessa atmosfera possa ritornare, un giorno…

Che “età” ti aspetti con il nuovo presidente Obama?
Temo che la crisi finanziaria continuerà a imperversare, ma credo che ci riprenderemo in tempo. Non ho forti preferenze politiche, ma di sicuro avevamo bisogno di un netto cambiamento.

Siete venuti in Italia lo scorso aprile. Tornerete dalle nostre parti?
Proprio in questi giorni stiamo programmando un nuovo tour, tra la fine della primavera prossima e l’inizio estate. Ti terrò aggiornato...!

Grazie, allora speriamo di rivedervi presto!
Lo spero anche io! Surf's Up!

Discografia

Surfin' Bird (1964; ristampa. Sundazed 1995)

8

 The Lost Trashmen Album (Sundazed 1993)

 

 Live Bird '65-'67 (Sundazed 1994) 
 The Tube City!: The Best Of The Trashmen (Sundazed 1994) 

Bird Call!: The Twin City Stomp of the Trashmen (box set, Sundazed 1998) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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