Umberto Palazzo

Umberto Palazzo

La vita facile?

intervista di Claudio Lancia

Umberto Palazzo è uno dei personaggi più integri e coerenti della recente storia musicale italiana. Dopo aver legato il proprio nome alla nascita dei Massimo Volume, diede vita alla bella esperienza del Santo Niente.
Oggi, fra progetti musicali paralleli, una ben avviata carriera come disc jockey e la direzione artistica del Wake Up, sta per dare alle stampe il suo primo disco solista. Ne approfittiamo per ripercorrere insieme il suo percorso professionale, grazie ad una lunga intervista senza troppi peli sulla lingua.

 

Mi piacerebbe iniziare ripercorrendo le tappe fondamentali del tuo percorso artistico, sin dai primi passi.

Ho iniziato a Vasto, provincia di Chieti, nel 1981 fondando una band post punk che si chiamava Aut Aut. Ero il chitarrista ed il compositore.

Dopo un paio d'anni sono andato a studiare a Bologna.

Ho risposto ad un annuncio di Amerigo Verardi e abbiamo messo su un gruppo.

Un progetto suo che dopo un po' è diventato Allison Run: con loro suonavo il basso.

Nel frattempo suonavo basso e chitarra anche con gli Ugly Things di Federico Ferrari.

All'inizio degli anni '90 ho fondato i Massimo Volume, che sono stati la mia band per tre anni.

Suonavo la chitarra e cantavo, fu il primo gruppo con il quale ebbi un ruolo come cantante. Sono uscito dalla band tre mesi prima della registrazione di "Stanze", il primo disco ufficiale dei MV (Umberto compare però a pieno titolo in un precedente demo di quattro tracce, due cantate da lui e due da Emidio Clementi, n.d.r.).

Nel settembre del 1993 ho fondato il Santo Niente con il quale suono tuttora.

Dal 2007 esiste un progetto parallelo che si chiama El Santo Nada.

A settembre del 2011 uscirà il mio primo album da solista.

 

Nei primi anni '80 eri a Bristol, vero meltin' pot di razze ed influenze, ad apprendere l'inglese ed osservare da vicino ciò che stava accadendo oltremanica.

Una coincidenza fortunata: mia zia era sposata con un inglese, e passai un'estate da loro per imparare l'inglese. Fu molto meglio che fare il solito viaggio organizzato.

I miei zii lavoravano in fabbrica, con mio cugino avevamo un sacco di tempo per andarcene a zonzo per la città. Così ho conosciuto la vita inglese dei sobborghi popolari.

 

Che atmosfera si respirava osservando gli albori di quella scena che da lì a dieci anni si sarebbe rivelata come una delle più floride, generando una delle ultime rivoluzioni musicali: il trip hop?

Quello che si ascoltava era reggae e post punk: il trip hop ne è una logica conseguenza.

Nel 1981 quei due generi erano in piena fioritura. 

 

Poi torni ad affogare nella provincia cronica italiana, ma con le idee molto più chiare...

Affogare è la parola giusta, è esattamente la sensazione che provavo.

Seguivo il punk ed il post punk sin dal 1977, ed avevo già in mente di formare una band alla Joy Division, ma chiaramente l'esperienza sul campo è stata tutta un'altra cosa.

Sono tornato con una valigia piena di dischi e depurato da un sacco di preconcetti tipicamente italiani sulla musica.

Quello che faccio oggi è ancora basato su quelle esperienze.

 

Fu il momento degli Aut Aut...

Con tre amici nel 1981 ho fondato gli Aut Aut.

I punti di riferimento erano: Joy Division, Siouxsie And The Banshees, Echo And The Bunnymen, Killing Joke, Bauhaus, Cabaret Voltaire, Tuxedomoon, Talking Heads, Devo, Contortions, i Cure pre-"Pornography".

Sono punti di riferimento che oggi possono sembrare banali, ma all'epoca noi non conoscevamo nessuno in zona che ascoltasse e suonasse la nostra stessa musica.

Per incontrare persone simili a noi dovevamo spostarci di molti kilometri ed il fatto che ci vestissimo in modo strano non aiutava certo le nostre relazioni sociali.

Oggi il punk e le varie tribù urbane sono un fenomeno televisivo, una forma come un'altra di omologazione, ma allora eravamo dei freak e basta. Dei paria.

La polizia mi fermava regolarmente anche quando andavo in giro a piedi.

 

Ed arrivò Bologna, e gli Allison Run...

A diciotto anni, non appena ho potuto, mi sono trasferito a Bologna, che per me era la città-mito.

Ci fu il concerto dei Clash a Piazza Maggiore, c'erano i Gaznevada e l'Italian Records (adoravo "Sick Soundtrack", per me il miglior disco new wave italiano).

Al Parco Nord vidi il concerto dei Talking Heads del tour di "Remain In Light".

Inoltre ero di sinistra ed in Bologna vedevo una città civile e all'avanguardia.

Civile e all'avanguardia lo era, ma era ed è anche piccola e provinciale, con le dinamiche meschine e sempre meno divertenti di ogni cittadina provinciale italiana.

Mi ritrovai a suonare con altri fuorisede come me ed ho avuto la fortuna di incontrare subito il grande Amerigo Verardi: con lui fondai gli Allison Run.

Dal punto di vista musicale Amerigo era più maturo di me, più maturo e talentuoso di chiunque altro della nostra generazione: da lui ho imparato tantissimo.

 

Fu un momento di straordinaria vitalità per Bologna: le occupazioni, le ideologie, gli scambi culturali fra studenti impegnati provenienti un po' da tutta Italia.

Immagino anche molto droghe e molto sesso.

Chi, come me, in quegli anni studiava a Roma, percepiva Bologna come l'unico centro davvero stimolante in Italia per un giovane universitario.

Non c'è mai stata molta integrazione fra gli studenti ed i ragazzi bolognesi, c'era una frattura enorme e, per dirla tutta, la maggior parte dei bolognesi mal tollerava gli studenti, inoltre le formazioni musicali miste erano piuttosto rare.

C'era una scena di band di fuorisede e una scena di band bolognesi.

Allison Run, Massimo Volume e Santo Niente erano band di fuorisede. Gli Ugly Things erano una band mista, una delle poche.

Sesso sì, certamente, ma le droghe hanno rovinato tutto.

Secondo me Bologna è morta dopo la prima ondata rave, che comunque mi piacque parecchio, così come non ho disdegnato certe droghe.

L'avvento del punkabbestia come razza dominante ha spento tutte le luci della creatività e la "grassa / dotta / laida / sazia / disperata" è diventata la "tossica", la città-simbolo dello sfascio giovanile, mecca di un edonismo autodistruttivo del cazzo da cui difficilmente può nascere qualcosa di buono.

Creatività e fattanza da ketamina non vanno molto d'accordo.

 

Dopo quegli anni di fu il vuoto cosmico e la perdita totale di valori e riferimenti da parte dei giovani italiani.

La televisione ha corrotto l'Italia, ha appiattito l'immaginario su un panorama di tette, culi, addominali scolpiti, sopracciglia rifatte e soldi.

La televisione ha santificato la prostituzione, ha azzerato la dignità e l'indipendenza del singolo, e tutto sommato è riuscita facilmente in questo intento: l'italiano, anche quello che crede di essere indipendente e alternativo, è sostanzialmente un conformista.

Non per niente "Il conformista", il film di Bertolucci, è l'opera che meglio riesce a descrivere la feroce viltà degli italiani, e "Todo Modo" di Elio Petri descrive perfettamente i meccanismi del potere della nostra società.

Anche per questo, pur essendo dei capolavori, sono film quasi totalmente dimenticati.

 

All'epoca quali erano i tuoi principali miti musicali?

Dopo il post punk ho riscoperto il rock degli anni sessanta e settanta, il blues, il jazz.

Quindi Beatles, Syd Barrett, Rolling Stones, John Coltrane, Robert Johnson.

Poi, sul finire degli anni ottanta, la mia attenzione è stata catturata dalla scena alternativa americana e mi sono dato anima e corpo a Sonic Youth, Husker Du, Dinosaur Jr, Jane's Addiction, Pixies, Fugazi, Nirvana, Melvins, Big Black, Black Flag, Helmet, Squirrel Bait, Butthole Surfers e così via.

 

Eccoci al capitolo importante con Mimì, Vittoria e Cecio: nascono i Massimo Volume e tu ne sei il primo vero ideologo...

Sì, l'idea di mettere Mimì, mio ex coinquilino, davanti ad un microfono a declamare le proprie poesie su basi che allestivo io, fu mia.

Cecio era il terzo uomo.

Vittoria arrivò un po' dopo.

Il nome della band l'ho inventato io.

 

Esce un demo che farà storia, ma il giocattolo si rompe presto.

A livello umano si sono comportati molto male.

Ad un certo punto hanno deciso di andare in un'altra direzione.

Una scelta, se vuoi, anche legittima e valida artisticamente quella di avere Mimì come unico cantante e di ammorbidire il suono ed i contenuti.

Solo che si sono "dimenticati" di parlarmene.

Alla lealtà, la correttezza e la dignità, preferirono il sotterfugio e la menzogna.

 

Come avrebbero suonato i Massimo Volume se Umberto Palazzo fosse rimasto nella band ?

Facciamo un "What if..." stile Marvel Comics?

Che posso dire se non che le cose vanno come devono andare?

Ma se ci tieni posso immaginare un paio di scenari transitori.

Facciamo l'ipotesi che Mimì e Vittoria, invece di complottare alle mie spalle e farmi mobbing, avessero deciso di affrontarmi e dirmi apertamente che avevano stabilito che Mimì sarebbe stato l'unico cantante dei Massimo Volume, chiedendomi però di restare per il bene del progetto.

A quel punto le alternative sarebbero state le seguenti:

A) li mando a quel paese e gli impedisco di usare i pezzi ed il nome della band (nella realtà avrei potuto farlo comunque, ma non l'ho fatto). I Massimo Volume con quel nome e quel repertorio sarebbero morti lì, costringendo tutti, e non soltanto me, a ripartire da zero.

B) accetto la situazione, resto per fare il primo album, "Stanze", poi inizio un mio progetto perché ho bisogno di esprimere la mia creatività che nella band non trova più spazio.

Abbandonando la fiction e tornando alla realtà, oggi a posteriori vedo chiaramente quanto fossimo stati incompatibili fin dal primo giorno. Io ho bisogno di sperimentare e cambiare continuamente. Come artista, sento il dovere di fare scelte spiazzanti e non prevedibili.

Il bello per me sta nel non sapere dove sto andando, mentre loro ripetono monoliticamente da vent'anni lo stesso stilema, uno stilema che un giorno hanno trovato insieme a me e dal quale, quello stesso giorno, hanno deciso di non staccarsi più.

Certamente, a livello di comunicazione col pubblico e con la critica, funziona molto meglio del mio scartare ed essere ondivago, ma se un giorno dovessi essere elogiato per aver realizzato esattamente quello che tutti si aspettavano da me, mi sentirei un artista fallito, un artista finito.

 

Dopo l'esperienza Massimo Volume vivi da protagonista l'irripetibile stagione d'oro della scena indipendente italiana, e con il Santo Niente, finisci sotto contratto con il Consorzio Produttori Indipendenti.

A marzo del 1993 mi ritrovai senza band e senza repertorio, perché avevo lavorato per tre anni al mai realizzato secondo album degli Allison Run, e per altri tre anni a quello che poi sarebbe diventato "Stanze".

Avevo solo una canzone, "Elvira", e qualche abbozzo: la musica de "Il Pappone", il feedback de "L'aborigeno" e il testo di "Storia breve", che poi sarebbe il famoso "cut up di cattivo gusto tratto da Cronaca Vera", com'è stato definito da Emidio nella biografia della band.

A quel punto non sapevo neanche se avrei continuato a suonare, quindi andai un paio di mesi negli Stati Uniti, con una mezza intenzione di restare lì.

Sono stato tutto il tempo in giro da solo ed è stata una vacanza meravigliosa e molto fortunata.

Vidi concerti bellissimi (ad esempio P.J. Harvey, con Radiohead e Gallon Drunk di supporto, al Lollapalooza del 1993) e mi tornò la voglia di suonare.

Tornato in Italia in tre mesi scrissi buona parte de "La vita è facile", quello che poi divenne l'esordio del Santo Niente.

Lo scrissi a Vasto, non a Bologna.

Con Cristiano Marcelli e Fabio Petrelli diedi vita al Santo Niente e realizzai un demo con nove pezzi, poi ad un certo punto finirono i soldi.

Visto che passavano in città gli esordienti CSI, pensai di fare un tentativo consegnando una copia del demo a Gianni Maroccolo.

Non sapevo ancora del Consorzio, ma sapevo che faceva il produttore.

E' andata bene.

 

So che non ricordi con particolare nostalgia gli anni '90, ma raccontaci qualche aneddoto di quegli anni.

Non sono nostalgico in generale e vivo sempre nel presente.

La nostalgia è una cosa molto dannosa, pensare al passato non fa assolutamente bene.

Credo che la nostra cosa più rock'n'roll degli anni novanta fu quando i buttafuori del Cencio's di Prato mi presero a pugni e ci inseguirono in macchina.

Eravamo dei pazzi ed abbiamo fatto un sacco di cazzate, ma ci siamo divertiti molto e soprattutto siamo sopravvissuti.

 

Come erano i rapporti con gli altri artisti del Consorzio.

Quali erano i più veri?

Quali i più stimolanti?

I rapporti erano buoni.

Ovviamente c'erano i Marlene Kuntz su una nuvoletta lì in alto e tutti gli altri vivacchiavano a stento.

Stimolante era Marco L. Lega, il produttore dei prime tre album dei Marlene e de "La vita è facile": se dobbiamo dirla tutta, fu lui il vero creatore del sound di quegli album.

Uno dei maestri più importanti che abbia mai incontrato nella mia vita, ha completamente rivoluzionato il mio modo di pensare alla musica, ma con lui ho perso ogni contatto.

Stimolanti erano Giorgio Canali e Teho Teardo, miei punti di riferimento ancora oggi.

 

Accanto al Santo Niente si sviluppa dopo qualche anno el Santo Nada...

Questo accadrà molto dopo, prima ci fu una fase pescarese del Santo Niente, con una formazione completamente rinnovata.

Da questa fase nacque "Il Fiore dell'agave", secondo me di gran lunga l'album migliore del Santo Niente.

Purtroppo, non essendo stato pubblicato da una grossa label, venne un po' sottovalutato.

A Pescara conobbi Alessio D'Onofrio, con il quale oramai suono da più di dieci anni, il più grande chitarrista con cui abbia mai suonato e con il quale ho un'intesa musicale non verbale. El Santo Nada nacque sostanzialmente dalla nostra interazione musicale ed è pura guitar music.

Nella band abbiamo fatto onfluire tutti i nostri riferimenti musicali di ogni epoca: il surf, il country, la psichedelia, Morricone, la musica italiana delle colonne sonore degli anni sessanta, qualcosa di balcanico e qualcosa di messicano, anche il post rock se vuoi.

Il chitarrista principale del progetto è Alessio, che sullo strumento è molto più bravo di me.

Per motivi di lavoro ha dovuto lasciare il Santo Niente e ora le due band hanno solo due elementi in comune: Christian Carano e me.

Il resto del Santo Nada sono Alberto La Torre e Fabrizio Crecchio.

Il resto del Santo Niente è costituto da tre quarti dei Death Matra For Lazarus, cioè Tonino Bosco, Federico Sergente e Lorenzo Conti: giovani, ma già molto esperti.

Tonino e Federico, in quanto sezione ritmica degli Zippo, hanno già quattro o cinque tour europei alle spalle.

 

Parlaci degli altri tuoi progetti musicali che ti hanno condotto fino al primo decennio del nuovo millennio.

Una cosa della quale sono particolarmente fiero è quella di aver realizzato un'antologia del rock abruzzese intitolata "Quello che facciamo è segreto", un doppio cd con trenta pezzi e rivista allegata.

Un lavoro che abbiamo realizzato grazie al magazine Mente Locale, l'etichetta Ecam ed il vinaio Marcello Zaccagnini, un raro caso di mecenatismo delle arti della nostra epoca.

E' stata poi molto bella la collaborazione con Damo Suzuki ed i Julie's Haircut che spero prima o poi di ripetere.

Nel cassetto ho un altro progetto, completato al 70 per cento, ma preferisco non anticipare nulla. 

 

Dopo trent'anni di carriera sta finalmente per essere pubblicato il tuo esordio come solista. Come ci sei arrivato, e perché soltanto ora hai deciso di usare il tuo nome?

In generale mi piace il lavoro di gruppo, sono un "team player" e credo che la band, una vera band, sia sempre di più della somma delle sue parti.

Questa volta non poteva essere il disco di una band perché l'ho realizzato quasi interamente da solo, ma non è che non ci abbia mai pensato prima.

Mentre preparavamo il disco del Santo Nada ho iniziato a registrare demo casalinghi per il futuro e la cosa è diventata un disco senza quasi che me ne accorgessi.

E' stato realizzato in parallelo con "Tuco", e vive dello stesso immaginario.

Si intitolerà "Canzoni della notte e della controra": ritengo che sia il mio disco migliore finora.

Uscirà a settembre per la Disco Dada.

 

Chi suona nel disco accanto a te?

Sandra Ippoliti canta in tre pezzi, Tying Tiffany in uno, Luca D'Alberto ha suonato la violectra in "Café Chantant".

Ho recuperato da un dat una traccia di batteria suonata da Gianluca Schiavon negli anni novanta.

Tutto il resto è suonato da me.

 

La produzione è stata curata da te personalmente?

Sì. Sono anche il fonico e lo studio è il mio home studio.

 

Come si sono evolute nel tempo le dinamiche del tuo processo compositivo?

Non c'è una regola: il processo compositivo è sempre diverso e misterioso.

Non so mai dove andrò dopo: la musica arriva, la senti in testa e devi solo stare attento a percepirla quando è il momento, e poi suonarla.

Come gli schizofrenici sentono le voci in testa, certi musicisti sentono la musica: non è un processo controllabile.

Studiare armonia mi ha aiutato moltissimo: ora so dare un nome alle atmosfere e agli intervalli che mi vengono in mente e non devo andare avanti per tentativi.

Vado più sicuro alla nota che mi serve.

I testi cantati vengono sempre dopo la musica.

Quelli parlati, a volte, prima.

 

Immagino sia previsto un tour a supporto dell'album, come pensi di impostare la setlist?

Onestamente non ne ho ancora la più pallida idea.

Sto preparando la nuova formazione ed il nuovo disco del Santo Niente, e la cosa mi ha completamente assorbito.

Immagino che ad un certo punto sarò costretto a metter su la terza band e credo che sarà El Santo Nada o parte di esso ad aiutarmi.

 

Esce proprio in questi giorni "Generazioni", un tributo al Santo Niente. Com'è nata l'dea?

L'idea è di Marco Gargiulo, un ragazzo di vent'anni che gestisce il sito Magmusic. E' un puro atto d'amore da parte sua nei confronti della mia musica. Ed io non ho altri ruoli se non quello dell'autore lusingato e dell'ascoltatore. Non ho avuto alcun contatto con gli artisti mentre selezionavano e preparavano i pezzi ed ho cercato di non ascoltare le anticipazioni per godermi il disco tutto insieme solo dopo il suo completamento.

Quando finalmente ho ricevuto l'anteprima, mi ha colpito la varietà dei generi: si passa dallo psych prog di Zippo e Veracrash all'electro pop di Tying Tiffany e Nevica su 4.0, dallo shoegaze delle Lilies On Mars, al post punk sonico dei Luminal, dal dark industrial di Spiral69 e Marigold allo stoner psichedelico di Kitsch & Micol Martinez.

Ovviamente il rock alternativo italiano di matrice anni novanta è ben rappresentato grazie agli interventi di Giorgio Canali, Simona Gretchen con la Mela e Newton, Ilenia Volpe (accompagnata da Canali e Steve Dal Col dei Frigidaire Tango), Motel 20099, Devocka, CFF e il Nomade Venerabile e Katrina Saviors.

Ho notato una costante: c'è sempre una componente un po' scura e qualche elemento di post punk un po' in tutte le tracce, che in fin dei conti è proprio la radice ultima del Santo Niente.

In particolare mi ha stupito e mi ha fatto felice il fatto che "Generazioni" si imponga come un disco avente una fortissima partecipazione femminile. Nel disco ci sono venti cantanti (per sedici pezzi) e di questi ben nove sono donne.

 

Come ci si sente, a carriera in corso, essere oggetto di un tributo?

E' una cosa estremamente gratificante, persino troppo. Per natura, io non sono molto espansivo, e questo tributo è come ricevere un complimento generosissimo che fa arrossire. E' una cosa che fa un po' tornare fuori un'antica timidezza. Ritengo che le canzoni che ho scritto non debbano essere poi così male se dopo vent'anni c'è ancora chi ha voglia di ascoltarle e addirittura di cantarle. Alcuni pezzi sono addirittura più vecchi di Marco Gargiulo, l'ideatore del progetto.

 

Amerigo Verardi, che fondò con te a Bologna gli Allison Run, si è conquistato una fama senza confini fra le giovani leve per aver prodotto i primi due dischi dei Baustelle. Cosa pensi di questa sua lungimirante esperienza.

Penso che quello che fa Amerigo sia molto meglio di quello che fanno i Baustelle e che i Baustelle erano migliori quando lavoravano con Amerigo, il quale è uno di quegli artisti che meriterebbe molto di più.

 

Ora parliamo invece delle principali produzioni da te curate...

Mi limito a produrre o coprodurre i miei dischi.

Non penso di poter fare il produttore, ho delle idee un po' troppo radicali su come si fa un disco, che con me funzionano benissimo, ma dubito che si possano applicare ad altre band.

Ti faccio un esempio: se c'è una band capace di suonare dal vivo, secondo me il disco va fatto, se possibile, tutto in presa diretta, ed ogni pezzo deve essere ripreso al massimo due volte, perché solo così si cattura la vitalità della band.

E' così che abbiamo fatto "Il fiore dell'agave" e "Tuco".

E' tutta una questione di bellezza dell'interplay e giustezza dello spirito dell'esecuzione, ma in genere alle band questo non interessa molto.

Se devo lavorare sugli arrangiamenti preferisco le soluzioni meno scontate, e fra due soluzioni scelgo sempre quella più strana, meno ovvia, ed anche questo non è un approccio molto popolare.

 

Umberto, oltre ad essere un musicista, sei anche un dj di successo. Raccontaci come è nata questa passione, e sulla base di quali elementi scegli le tue selezioni.

Fondamentalmente sono animale da party: mi è sempre piaciuto andare a ballare ed ho iniziato a fare il dj perché non mi piacevano gli altri dj, e piuttosto che lamentarmi ho iniziato ad organizzare feste che piacessero a me.

Per fortuna quello che faccio piace anche a tante altre persone.

Le mie selezioni si basano sul ballo.

La scaletta, che non è fissa perché improvviso sempre, deve per prima cosa far ballare me e io ballo sempre quando sono in console.

Il ballo è movimento, ed un pezzo va bene se è capace di creare movimento.

Ogni singola traccia deve essere bella, deve avere tiro e deve essere una conseguenza logica della traccia precedente, altrimenti spezza le gambe.

Chi si trova in pista più che essere trascinato deve trascinarsi.

Il primo dovere du un buon dj è quello di tenere l'energia presente in pista costantemente al massimo livello.

Quindi, avendo a che fare con platee piuttosto numerose, non posso sempre suonare quello che vorrei.

Ieri mi è capitato di metter dischi in un locale dove non c'era altra esigenza che accompagnare i drink della gente al bancone, anche se l'impianto spingeva parecchio, ed ho potuto proporre una selezione in cui c'erano "Third Uncle" di Brian Eno, "Spiders" degli Wilco, "Non-Alignement Pact" dei Pere Ubu e "I Will Dare" dei Replacements.

Sono pezzi bellissimi ed anche fantastici da ballare, ma non funzionerebbero in un locale da quattrocento persone, per lo meno a Pescara, perché sono troppo ostici e conosciuti da pochi.

Sostanzialmente il pubblico, anche quello alternativo, balla le canzoni che conosce o di cui riesce ad immaginare lo sviluppo ritmico, e c'è poco da essere romantici: quando ti hanno ingaggiato per far ballare le gente o la fai ballare o vai a casa.

Una semplice verità del successo è che non puoi essere migliore del tuo pubblico di riferimento.

 

Oggi si guadagna molto di più mettendo dischi, piuttosto che suonando...

A livello basso è vero, ma solo perché una band deve dividersi il guadagno.

Però se suono da solo guadagno di più rispetto ad un dj set, in realtà c'è più richiesta di dj set che di concerti, perché viviamo in un paese che non ama particolarmente la musica dal vivo. Si nota dal fatto che durante un concerto tante persone parlano, si distraggono, il che vuol dire che non stanno ascoltando, e spesso del concerto non gliene frega assolutamente nulla. Organizzo anche i concerti del locale dove metto i dischi e c'è un sacco di gente che viene tardi al fine di non vedere il concerto, anche se è gratis, anche se è di grande qualità.

Sono anni che ne sono consapevole, ma non riesco a smettere di scandalizzarmi per questo rifiuto culturale all'attenzione che affligge anche un sacco di gente che pensa di avere dei gusti musicali evoluti

 

Capitolo chitarre: quali modelli hanno costellato la tua carriera, ed a quali sei rimasto più affezionato.

La mia preferita è la vecchia Fender Starcaster semi-acustica, i suoi pick up Wide Range hanno un suono meraviglioso.

Ma gli strumenti live per eccellenza sono le varie Telecaster. 

 

Per la serie: i consigli dell'esperto. Un bel set di pedali da consigliare a chi intenda suonare del sano noise / shoegaze.

Sono generi agli antipodi.

Per lo shoegaze consiglio il Memory Man e lo Small Stone della Electro Harmonix.

Il rumore si fa con i distorsori ed io ne ho tre nella pedaliera: il Rat, il Boss Metal Zone (uno dei pochi ad avere l'equalizzatore parametrico) ed il Marshall Drive Master.

Il Big Muff lo uso solo sul basso.

 

Umberto, quali sono i dischi, italiani e stranieri, che ti hanno colpito maggiormente negli ultimi mesi.

Quest'anno ho preferito non fare le charts, tanto mi sfugge sempre qualcosa di fondamentale. Parlando di dischi nuovi (anche se la maggior parte di quello che ascolto è vecchio) fra gli italiani ho ascoltato molto il Pan Del Diavolo e le colonne sonore di Teho Teardo.

Ho iniziato a seguire con molta attenzione il lavoro di Antonio Gramentieri, sia per il suo progetto Sacri Cuori che per le collaborazioni con Hugo Race e altri grandi.

"Fatalist" mi è piaciuto molto e alla fine è un disco fatto in Romagna da un team italiano. Mi è piaciuto parecchio "BKO" dei Dirtmusic ed ho ascoltato molta musica del mondo, con particolare attenzione alla musica del Mali e alle produzioni della Sublime Frequencies.

Poi Swans, Brian Eno, John Grant, Giant Sand, Chemical Brothers, Deerhunter, Deer Tick e così via. Sono un onnivoro.

 

Il nome di una band nella quale oggi ti piacerebbe far parte.

I Rolling Stones del 1971, per andare alle feste con Keith Richards.

 

In tutti questi anni non ti è mai capitato di pensare "quasi quasi scrivo un hit e lo piazzo a qualche artista di cassetta"?

No.

 

Ho visto che ti stai impegnando nella certosina raccolta di articoli editi dalla stampa estera dedicati a musicisti italiani.

Riflessioni?

Sulla stampa estera c'è molto interesse nei confronti delle band italiane, ma si nota la totale assenza di quelle più osannate dentro i nostri confini.

Questo mese ci sono ben tre artisti italiani recensiti da Uncut: Robert Miles (che ha fatto un disco con Robert Fripp), Banjo Or Freakout e Mamuthones.

I più apprezzati all'estero sono Morricone, Vinicio Capossela e Zu.

Morricone è un caso a parte, totalmente fuori classe.

 

Oggi vivi a Pescara, città di provincia anche se non certo un paesotto.

Lì hai in mano la direzione artistica del Wake Up.

Parlaci di questa ulteriore esperienza professionale.

Non ho grossi budget quindi devo cercare di arrivare su una band mentre sta crescendo.

Ho fatto suonare buona parte dei nomi adesso più famosi, ma quando erano all'inizio del proprio percorso.

Al Wake Up ho fatto Marta Sui Tubi, Le Luci Della Centrale Elettrica, Bugo, Offlaga Disco Pax, Paolo Benvegnù, Brunori SAS, Zen Circus, Pan del Diavolo e tantissimi altri.

Ho organizzato oltre duecento concerti, e sempre senza mettere il biglietto.

Giorgio Canali e Federico Fiumani passano quasi tutti gli anni.

Però ho maggiormente nel cuore le band italiane che ritengo di livello internazionale, ma che da noi faticano ad uscire dalla propria nicchia.

I primi tre nomi che mi vengono in mente sono Guano Padano, Lilies On Mars e Julie's Haircut.

Gli artisti stranieri che sono più fiero di aver fatto suonare al Wake Up sono Steve Shelley e Damo Suzuki

 

Fra l'altro ho visto che lo scorso 9 dicembre vi hanno suonato i Massimo Volume.

Sulla base di quali criteri selezioni il cartellone dei concerti?

In base a quello che mi piace e a quello che il locale si può economicamente permettere.

Aspetta: ho appena detto che mi piacciono i Massimo Volume?

 

Così hai una bella valvola di sfogo per le migliori band che ti inondano di demo.

Quanti ne ricevi?

Li ascolti tutti?

Ti capita spesso di decidere di contattare qualcuno?

O di segnalare qualcuno.

Ricevo una quantità spaventosa di demo e se si tratta di cd ne ascolto sempre qualcosa. Purtroppo chi mi manda dei link ha poche possibilità, perché ricevo decine di mail al giorno, ho sempre tantissimo lavoro da svolgere e quasi sempre me ne dimentico.

Comunque nei cd autoprodotti oggi c'è più materiale interessante rispetto a qualche anno fa.

 

Alla luce di tutte queste attività, oggi Umberto Palazzo riesce a vivere della propria arte?

Di arte no, assolutamente, ma di musica sì, perché sono un tecnico bravo in parecchi ruoli e un buon dj.

 

Devo mettere un po' di pepe, ma so che non ti dispiacerà affatto.

Quali sono gli artisti italiani che ti senti di stimare davvero?

Sono tantissimi in realtà.

Sono specializzato nell'organizzazione di concerti italiani ed è un lavoro che faccio con l'entusiasmo dell'appassionato.

Farei prima ad elencarti chi non è mai stato al Wake Up.

 

Cosa pensi della figura di Manuel Agnelli?

Che non è mai stato al Wake Up . . . però l'ho invitato.

Manuel è sicuramente la figura centrale del rock italiano di questi anni.

Ammiro il suo talento e la sua forza di volontà, ma non sono un fan della sua musica.

Come attitudine secondo me è troppo tendente al classic rock.

A me piace il classic rock, ma solo se è veramente e temporalmente classic.

 

Riconosci però che si tratti di una sorta di semidio adorato in maniera quasi mistico/religiosa da stuoli di fan?

L'adorazione acritica dei fan in genere mi fa un'immensa tristezza.

Sono troppo punk dentro per non essere vaccinato ed istintivamente scettico.

Trovo imbarazzanti le scene di isteria collettiva e mi sono rassegnato a vedere i concerti che davvero mi piacciono con altre trenta persone.

 

Lui ha fatto molto per la "scena", non credi? Penso al Tora! Tora!, ma anche al più recente progetto de "Il paese è reale".

Non credo.

Per il sottoscritto non ha fatto niente.

E' una battuta, ma ti spiego: lui ha fatto qualcosa per una piccolissima parte della scena, che ha avuto grandi benefici dal suo appoggio.

Per le band che sono fuori dal suo giro, onestamente quella parte della scena è qualcosa di molto ingombrante e non sempre i gruppi che ne fanno parte sono migliore degli altri.

 

E di Cristiano Godano cosa mi dici?

Questa sua idea di cercare l'artisticità a tutti i costi, l'ha condotto a pubblicare nel tempo album sempre meno interessanti.

E sempre meno elettrici.

I Marlene Kuntz mi piacevano: i live erano pazzeschi.

Credo che siano rimasti un po' intrappolati in un ruolo e che facciano fatica a venirne fuori.

 

Attualmente trovo più stimolante una figura come quella di Francesco Bianconi: attraverso un citazionismo colto ricerca la bellezza creando un pop raffinato imperniato su liriche non banali e melodie killer.

Per me, nell'ambito del pop italiano intelligente e d'autore, Dario Brunori è mille volte meglio.

Di Bianconi non sopporto il suo essere "post moderno", quello che tu definisci citazionismo. Io odio il post moderno.

Mi piace Giorgio Canali e mi piace Giancarlo Frigieri, ma il più bravo con i testi per me è Vinicio Capossela, che fa fare alle parole cose incredibili.

Ma si trova in una posizione strana: non è mainstream, perché il mainstream lo odia, e non è considerato alternativo perché non usa esclusivamente linguaggi angloamericani contemporanei.

 

Mi piacerebbe poi conoscere la tua personale idea sulla "conversione" di Giovanni Lindo Ferretti.

Sono buddista. Mi sono convertito anch'io, ma ad idee molto più aperte delle sue, che francamente aborro.

 

So invece che hai conservato un ottimo rapporto con Giorgio Canali.

Per fortuna esiste. Dovrebbe essere un esempio per tutti.

 

E di Paolo Benvegnù che mi dici?

La critica stravede per lui...

Paolo è un grande. E' un talento completo, ma avere troppo talento in questa nazione può essere un problema.

 

La band del momento è senz'altro quella dei Verdena...

Sì. Bravi, da stimare, ma la loro musica non mi stimola.

 

Infine un po' di politica ci sta tutta: c'è una mobilitazione anti Berlusconi in corso: come andrà a finire secondo te?

Andrà a finire che quando riusciremo a liberarcene verranno fuori delle magagne pazzesche a livello economico, oggi tenute nascoste per motivi propagandistici.

Il dramma è anche che più passano i giorni, più la nostra economia, cioè il nostro benessere e il futuro nostro e dei nostri discendenti, vengono erosi dal di dentro.

La sua fine sarà un momento durissimo e sarà difficilissimo gestire la transizione, sempre ammesso che si riesca a fermare il saccheggio, cosa di cui è lecito dubitare. 

 

Questo paese avrà le forze per risollevarsi?

Nel breve periodo non credo e nel lungo periodo, come diceva John Maynard Keynes, saremo tutti morti.

(foto di Sebastiano Bongi Toma - Il Ramingo)
Discografia
 UMBERTO PALAZZO 
 Canzoni della notte e della controra (Discodada, 2011) 
   
 IL SANTO NIENTE 
 La vita è facile (CPI, 1995) 
 Sei na ru mono wa nai (CPI, 1997) 
 Crossfader (Ep, CPI, 1998) 
 Occhiali scuri al mattino (Ep, Black Candy, 2004) 
 Il fiore dell'agave (Black Candy, 2005) 
 Mare tranquillitatis (Twelve Records, 2013) 
   
 EL SANTO NADA 
 Tuco (autoprodotto, 2010) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

UMBERTO PALAZZO

Canzoni della notte e della controra

(2011 - Discodada)
Dopo Massimo Volume, Santo Niente e Santo Nada, l'esordio solista all'insegna di un cantautorato ..

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