Warpaint

Warpaint

L'unione del cuore e della mente

intervista di Giulia Polvara, Luca Pasi, Stefano Macchi

Questa non è decisamente la prima volta che si sente parlare delle Warpaint. Questo quartetto tutto al femminile ha alle proprie spalle un Ep del 2008, Exquisite Corpse, mixato da nientemeno che John Frusciante e un album di debutto del 2010, "The Fool", che ha conquistato la critica internazionale guadagnando loro il titolo di legittime eredi di Siouxsie And The Banshees. Ora, a pochissime settimane dalla pubblicazione di "Warpaint", loro secondo Lp, abbiamo fatto una chiacchierata con Stella Mozgawa, batterista australiana unitasi al gruppo nel 2009. Abbiamo parlato del grande produttore Flood, di quanto sia importante il connubio mente-cuore nel fare musica, e in qualche modo è saltato fuori persino Tom Jones. Il tutto è stato regolarmente ritmato dalle strilla del mio pappagallo in sottofondo.

Iniziamo con le domande. Dove avete registrato il nuovo album? Che approccio avete usato rispetto al disco precedente, “The Fool”?

L’abbiamo registrato soprattutto a LA con Flood, specialmente all’inizio di tutto il processo d’incisione. Abbiamo anche affittato una casa a Joshua Tree per un mese, nel marzo del 2012. Ecco, quel mese, e tutto ciò che è successo in quel periodo, è stata la genesi di buona parte del disco. C’è una canzone in particolare che è stata registrata interamente a Joshua Tree, oltre a un sacco di demo che abbiamo comunque usato; pezzi come “Feeling Alright” sono stati incisi da me e Theresa in uno spazio di registrazione in centro LA. Poi quando è arrivato Flood abbiamo ri-registrato alcune delle canzoni.

A proposito di Flood, com’è stato lavorare con lui? Ha lavorato con musicisti di un certo calibro, tra cui PJ Harvey, New Order, Nine Inch Nails. Che tipo d’impatto ha avuto sulla vostra musica?
La cosa interessante di lui è che non ha un suo stile personale specifico. Non che non l’abbia mai trovato. Dal punto di vista tecnico ci sono cose che fa da anni. Ma se ascolti un disco come l’ultimo di PJ Harvey, “Let England Shake”, ecco, mi ricordo che la prima volta che l’ho sentito non avevo idea che l’avesse prodotto lui, perché non aveva prodotto i suoi dischi immediatamente precedenti. Perciò mi sono chiesta se l’avesse fatto lei, o magari John Parish. Mi è sempre sembrato che quando mi piaceva veramente il suono di qualcosa o l’approccio a quel determinato sound ci fosse sempre dietro lui. Quando un disco in un certo senso sembrava non essere stato nemmeno “prodotto”. Quando dava la sensazione di qualcosa di completamente naturale. E ha la capacità di dare alla tua musica esattamente il suono che vorresti che avesse, non solo con i demo, fa lo stesso con moltissime cose di hi-fi. È una qualità veramente notevole, specialmente per qualcuno con così tanta esperienza, che lavora con gruppi che non siano i Depeche Mode o gli U2, quella di fidarsi di ciò che la band vuole. È molto umile ed è un grande lavoratore, con un’enorme integrità. Ci tiene veramente a produrre il miglior album possibile, rispettando alle caratteristiche degli artisti, piuttosto che dirti: “Oh, dobbiamo fare questo perché è ciò che ho fatto con gli U2” o addirittura, “dobbiamo renderlo in questo modo perché è ciò che ultimamente piace molto a Pitchfork”. Non gliene frega niente di tutto questo. Vuole semplicemente assicurarsi che venga fuori un album che sia un buon lavoro, dall’inizio alla fine. È l’unica cosa che ci ha mai detto e di cui gli è mai importato.

Sì, ho letto che Billy Corgan ha detto qualcosa di molto simile su di lui. Che ascolta veramente gli artisti e si mantiene coerente al loro stile.
Già, esattamente, ed è per questo che secondo me ha così tanto successo. Ci sono ben pochi produttori in circolazione che sono in grado di lavorare in questo modo, sai.

E in questo modo avete potuto mantenere il vostro sound.
Esattamente. L’unico altro produttore che mi viene in mente, con cui ho lavorato in un’altra occasione e che ha questo tipo di approccio è Ethan Jones. Secondo me, sono tra i produttori migliori, i più integri e onesti al mondo.

A cosa hai lavorato con Ethan Jones?
Uhm, ho suonato le batterie per un disco di Tom Jones. È stato piuttosto fantastico...

Ah, sì? Quando è stato?
Il disco è uscito l’anno scorso, ma è stato inciso più o meno nell’ottobre del 2011. È stata un’esperienza incredibile, Ethan è un produttore meraviglioso. È molto raro, comunque, trovare persone che riescano quasi ad essere una mosca sulla parete e rispettino del tutto le dinamiche in corso, piuttosto che dire, “beh, io ne so di più, e dico che dovreste fare così.” Non c’è mai stato quel tipo di energia, è un po’ come invitare un altro musicista nel tuo mondo.

...Una persona che ti rispetti.
Sì, che ti rispetti e che tu per primo rispetti, e se quel tipo di relazione è funziona in maniera efficiente, allora porta ai migliori risultati, almeno secondo me.

Pensate quindi di continuare a lavorare con Flood in futuro?
Si vedrà. Il fatto è questo: è stato una sorta di evento cosmico, in cui entrambe le parti volevano lavorare l’una con l’altra nello stesso momento, e lui è abbastanza particolare nella scelta degli artisti con cui lavora. Non lavorerebbe con un gruppo se credesse di non poter combinare nulla con loro, o per loro, o se non lo emozionasse l’idea di lavorare con loro. Perciò non possiamo fare altro che aspettare e vedere cosa succederà. È difficile da dire a questo punto, siamo talmente immerse nel mondo di quest’ultimo disco.

Giusto, ovviamente non pensate ancora al prossimo album…
Sì, beh, non ancora. Non vedevamo l’ora che uscisse “Warpaint” e vogliamo vivere nel suo mondo per un poco. Ma Flood è molto contento della ricezione che ha avuto, e anche noi lo siamo.

Allora parliamo un po’ di questo disco. Che approccio avete avuto nella scelta dei testi? Com’è il vostro processo di composizione?
Uhm, per quanto riguarda i testi, sono Emily e Theresa a scrivere, perciò non posso dire con esattezza quale sia la loro routine quando si tratta di far musica, ma generalmente, semplicemente lavorando con loro, ho visto in che modo progrediscono le cose. In maniera abbastanza naturale. Non è tanto un “oh, ecco una poesia che ho scritto. E voi avete scritto della musica, vediamo come possiamo metterle insieme.” È più un qualcosa di sillabico, quasi una trama di suoni che emergono spontaneamente in un determinato momento.

Vi concentrate più sui suoni piuttosto che sui testi?

No, penso che inizi con i suoni e si manifesti poi in qualcosa di significativo, in qualche modo. Se ha senso quello che dico. Inizia con una sorta di trama organica, in qualche modo, che poi viene riassemblata in modo che assuma un senso, cercando di capire perché determinati suoni o parole siano saltati fuori in primo luogo, o perché le nostre lingue abbiano deciso di articolare un determinato tipo di parole. È un po’ come parlare in un linguaggio tutto nostro. Comunque sappiamo sempre che c’è qualcosa di significativo nascosto dietro a tutto ciò.

Perciò sviluppate testi e suoni contemporaneamente, in una sorta di nucleo indefinito, ho capito bene?
Già, esattamente. Voglio dire, non facciamo sempre necessariamente così. Ma quello che hai detto è molto percettivo. È ciò che tendenzialmente succede, esatto.

Che tipo di sound ha il nuovo disco rispetto a “The Fool”? È cambiato molto? Si ha la sensazione che lo spettro sonoro sia mutato in maniera piuttosto consistente. Puoi dirmi qualcosa al riguardo? È una direzione consapevole quella che avete intrapreso?
Uhm, non proprio consapevole, penso che sia partito tutto nel periodo passato a Joshua Tree, durante il quale abbiamo avuto la possibilità di fare qualsiasi cosa volessimo fare, indipendentemente da tutto. Abbiamo semplicemente pensato alle cose che ci interessavano in quel momento, le idee che avevamo da un po’ o che ci erano venute in quel periodo. Abbiamo esplorato cose nuove, perché abbiamo avuto il tempo e la possibilità di effettivamente sederci e sperimentare l’una con l’altra, cosa che non avevamo mai potuto fare prima di allora. Io sono entrata nel gruppo poche settimane prima di registrare “The Fool”. Non avevamo mai avuto il tempo di fermarci un attimo per metterci a scrivere musica insieme. Perciò è stata una nuova esperienza per noi quattro ed è stato molto emozionante, più di ogni altra cosa. Non credo che ci siamo imposte un qualsiasi tipo di inibizione con questo nuovo disco. Mi spiego, non ci siamo messe in testa di provare qualcosa di più elettronico o cose simili. So che potrà sembrare strano, ma non abbiamo mai questo tipo di conversazioni in quanto gruppo. Nel senso, chissenefrega, semplicemente facciamo musica che sembra bella a noi e che ci emozioni nel momento in cui la dobbiamo suonare, perché sappiamo di fatto che quando ti esibisci e suoni quelle canzoni, se non le senti tue nemmeno il pubblico le sentirà, e alla fine di tutto sarai fottutamente infelice. Perché dovrai suonare quelle canzoni che non ti sono mai piaciute per i seguenti due anni della tua vita e dovrai dare l’impressione di crederci. Dunque la cosa più importante per noi è di fare musica in cui crediamo veramente.

Mi sembra che tutto ciò che riguarda la vostra musica sia molto istintivo, il che credo sia una delle vostre caratteristiche migliori, in generale. Da ciò che mi hai detto finora si ha l’impressione che non sia nulla di conscio o razionalmente pensato.
Vero, ottima osservazione. Parliamo molto quando si tratta di provare al momento questo o quest’altro a livello di sonorità, quello è un aspetto molto verbale. Ma non ci sediamo mai per cercare di inquadrare il tutto.

Secondo me così facendo si uccide la musica, in un certo senso…

Beh, sai che ti dico? Non posso giudicare, perché per certa gente quel tipo di processo funziona molto. Buon per loro. Tutti devono trovare il proprio metodo, credo sia molto importante. Ma per noi risulta semplicemente molto innaturale. Le ragazze, o Ethan, ancora anni prima che io entrassi nel gruppo, non hanno mai lavorato in quel modo. Perciò sarebbe strano iniziare proprio ora. Siamo abbastanza particolari con la nostra musica, ma quella è una cosa di cui non parliamo mai.

E l’ultima canzone del disco, “Son”? Qual è la storia dietro quel pezzo?
Quella è stata scritta da Theresa, si tratta di alcuni aspetti che sono entrati in gioco nel periodo in cui stavamo incidendo il disco. Parla di suo figlio e di come gestire ciò che la vita ti ha riservato. Il fatto di dover andare in tour e allo stesso tempo fare da madre... può far diventare matti. Io adoro quella canzone, credo sia una delle mie preferite.

E come hai conosciuto le ragazze?

Mi sono trasferita a LA per fare un disco con Flea, dei Red Hot Chili Peppers. Lui conosce le ragazze, hanno un sacco di amici in comune e ci siamo rese conto che anche noi avevamo un sacco di amici in comune. Ed è stato in quel periodo che ho deciso di non fare più la musicista da tournee. Loro stavano cercando una batterista. È stato un caso fortuito, davvero. Ottimo tempismo.

Ho letto che anche Nigel Godrich, che ha anche lavorato con i Radiohead, ha mixato due tracce del disco… Com’è stato lavorare con lui?
Sì, ha mixato “Feeling Alright” e “Love Is To Die”. A dire il vero eravamo solo lui il mio manager e io... Ero l’unica a Londra in quel momento. Ha fatto tutto lui, non è stato un vero e proprio evento a cui ha partecipato tutto il gruppo. Ma ci ha salvate. Avevamo mixato per tutto il mese precedente con Flood e c’erano ancora due canzoni da mixare. Abbiamo pensato fosse il momento di dare a qualcun altro la possibilità di contribuire. E non avrebbe potuto andarci meglio, sai, con Nigel Godrich e Flood. Siamo state incredibilmente fortunate. A dir la verità, non credo che ce lo meritiamo.

Perché dici così?
Voglio dire, ci spingerà a fare ancora meglio e ad assicurarci che ce lo meritiamo. Passeremo i prossimi due anni a suonare quest’album con un senso di umiltà e gratitudine per l’esperienza che abbiamo avuto lavorando con quelle persone.

Il vostro tour non include nessuna tappa in Italia...
Ah, davvero?! Arriveremo anche lì. Non posso esattamente annunciarlo per ora. Ma non è possibile che non verremo anche in Italia. Stanno solo annunciando le tappe un po’ per volta. Succederà, succederà.

Pensi che il nostro paese rimanga escluso dal circuito “indie”?
Non mi sembra, a dire il vero. Ogni volta che siamo state in Italia, specialmente a Milano, è stato fantastico. Abbiamo suonato a un piccolo festival [Grazie A Dio E' Lunedì, 2011, ndr] con Dinosaur Jr. e un po’ di altre band fighe, è stato circa un anno e mezzo fa. Ma abbiamo suonato anche un’altra volta prima di allora, o comunque siamo venute in Italia per questioni di stampa o cose simili.

E per quanto riguarda il Primavera Sound 2014? Sarete nella line-up?

? [mi è stato chiesto espressamente di mettere un punto di domanda come risposta. Per ora Stella dice di non sapere nulla al riguardo, nemmeno le domande trabocchetto hanno funzionato, ndr].

Che tipo di musica ispira te e le altre ragazze del gruppo?
Nel mio caso, basta che sia musica fatta con il cuore. Se è anche stata fatta con la testa, per forza ci sarà una componente di cuore in essa. Un disco può essere molto intellettuale, ma sensuale e significativo allo stesso tempo. Per me, personalmente, dev’essere una combinazione delle due cose. L’unione del cuore e della testa. Ma tutte siamo d’accordo su artisti quali i Talking Heads, Aphex Twin, un sacco di elettronica e cose simili.

E, per finire, siete ancora in contatto con John Frusciante? [che per un periodo aveva frequentato Emily...]
Non proprio, no. Ma ha giocato un ruolo importante nella nascita del gruppo, sai, ed è un amico.

Discografia
 Exquisite Corpse (Ep, Manimal Vynil, 2008) 
 The Fool (Rough Trade, 2010)7
Warpaint (Rough Trade, 2014) 7
 Heads Up (Rough Trade, 2016) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Warpaint
(da The Fool, 2010)
Elephants
(da The Fool, 2010)
Love Is To Die (Official Audio)
(da Warpaint, 2014)
Warpaint su OndaRock
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