Young The Giant

Young The Giant

Piccoli giganti crescono

intervista di Gianluca Polverari

Negli Stati Uniti può succedere che le cose avvengano veramente e non rimangano un sogno.
Avere ventidue anni di età, essere lanciati commercialmente in tutto il mondo magari dopo aver vinto un contest.

Si parte ragazzini e ancora giovani si trovano i giusti equilibri di line-up per essere pronti al grande salto.

Questo è ciò che è successo ai californiani Young The Giant, trasmessi ininterrottamente da radio e tv internazionali con loro vari singoli tra cui il gettonatissimo "Cough Syrup", una canzone che ben definisce il loro stile, a metà strada tra la dolce malinconia pop dei Coldplay e l'indie-folk dei Fleet Foxes.

Se qualche benpensante snob li ritiene poco interessanti perché artefici di un facile hype privo di contenuti, magari giudicandoli solo dopo qualche breve e distratto ascolto, in verità il quintetto lo smentisce proponendo una piacevole selezione musicale che rivela validi arrangiamenti che sanno toccare le giuste corde emotive. L'unico augurio è che magari in futuro possano allontanarsi di più dai loro maestri e trovare una maggiore originalità, ma che gli Young The Giant sappiano scrivere bene e suonare in maniera altrettanto valida è un dato di fatto.

Anche in Italia hanno fatto registrare il sold-out nelle due date di Roma e Milano, concerti che hanno avuto un'importante preview nell'esibizione del Primo Maggio di Piazza San Giovanni (unica band straniera) e una chiusura ugualmente di rilievo come ospiti dei TRL Awards a Firenze.

Abbiamo incontrato la band, rappresentata dal cantante Sameer Gadhia e dal chitarrista Jacob Tilley in un lussuoso hotel sito nella casbah romana tra Termini e Piazza Vittorio, per conoscere meglio la sua storia.


Come è nato questo vostro fortunato esordio?

L'album è la combinazione di due anni di lavoro, in cui abbiamo scritto insieme le canzoni mettendo all'interno i differenti gusti musicali di ognuno. Passiamo dal rock degli Strokes ai folksinger, Elliott Smith, Johnny Cash e tanti di quegli autori che raccontano storie nelle loro liriche.
È un periodo molto fortunato in cui stiamo suonando anche in importanti eventi; ci piacerebbe far parte anche del tabellone del Coachella, un festival che apprezziamo e che regala sempre ottime formazioni dal vivo.

La produzione è stata affidata a John Chiccarelli, personaggio che ha collaborato con gruppi che avete dichiarato di amare come White Stripes, The Raconteurs e My Morning Jacket. Che tipo di lavoro c'è stato in studio?

John Chiccarelli è stato un produttore importante che ci ha fatto crescere dal punto di vista tecnico. Quando eravamo più giovani eravamo abituati a registrare su traccia, con lui invece abbiamo sperimentato l'approccio live in studio.
In futuro però vorremmo tornare a produrre da soli, anche perché abbiamo appresso numerose nuove nozioni, tecniche e trucchi e siamo quindi anche curiosi di sperimentare in questo modo. Intanto stiamo scrivendo nuove canzoni delle quali siamo molto orgogliosi e che non vediamo l'ora di pubblicare.

È spiazzante che incidiate per la Roadrunner, etichetta celebre per importanti pubblicazioni metal. Come è nato questo rapporto discografico?

Di sicuro è particolare che incidiamo per una label quale la Roadrunner. Qualcuno, solo perché abbiamo pubblicato per loro, può aver inizialmente pensato che fossimo una band di questo genere. In molti associano per comodità taluni stili a determinate etichette. Nel nostro caso devo dire che questa collaborazione ci ha favorito, perché da autentici sconosciuti ci ha permesso ora di farci ascoltare a livello mondiale con una promozione e supporto di rilievo. In questo modo anche molte persone hanno potuto scoprire qual è il nostro reale sound.
Siamo entrati in contatto con la Roadrunner dopo aver vinto un contest che ci ha permesso di suonare di spalla ai Kings Of Leon. Eravamo più o meno diciottenni, e in quella serata a Chicago già c'erano degli addetti ai lavori che ci notarono. Dopo esserci esibiti anche al South By South Festival  in Texas la Roadrunner, insieme alla Capitol, si è fatta avanti dimostrando grande interesse nei nostri confronti. Inizialmente eravamo un po' scettici, perché temevamo che avrebbero voluto stravolgere la nostra proposta, ma in verità abbiamo subito cambiato idea perché invece si sono dimostrati veramente molto entusiasti e appassionati.
Dopo un successivo showcase a New York e un supporto mediatico importante da parte di alcune radio e tv finalmente abbiamo firmato il contratto con la Roadrunner.

Perché da The Jakes avete mutato il vostro nome in Young The Giant?

Quando ci siamo formati nel 2004 ci chiamavano The Jakes, ed eravamo degli adolescenti alle prime armi. Abbiamo cambiato alcuni componenti, nel corso del tempo, mentre studiavamo per terminare il college. Quando le cose sono divenute più serie e abbiamo capito che il gruppo stava prendendo una direzione ben precisa, anche per quel che riguarda la line-up, abbiamo scelto di mutare il nome in quello attuale. Siamo un gruppo molto legato umanamente da una forte amicizia tanto che, se qualcuno dovesse lasciare la band, probabilmente cambieremmo ancora nome.

Voi siete molto giovani, cosa pensano i vostri genitori di questa vostra avventura?

Siamo molto fortunati perché non ci hanno mai ostacolato. Anzi, ci regalano continuo supporto e fanno il tifo per noi.

Discografia
 Young The Giant (Roadrunner, 2010)

6

 Mind Over Matter (Fueled By Ramen, 2014)

4,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

YOUNG THE GIANT

Mind Over Matter

(2014 - Fueled by Ramen)
Canzoni power-pop con ambizioni da stadio per i californiani

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