Zeus!

Zeus!

La macchina da guerra degli dei

intervista di Claudio Lancia

Giovedì 25 Novembre 2010, gli Zeus! sono di scena al Sottoscala Nove di Latina, locale intimo e raccolto, l'ideale per avvicinare una band da intervistare. Cogliamo quasi di sorpresa il duo mentre termina di addentare una pizza e di buttare giù una bionda media.

La diabolicità e la goliardia dei due musicisti di Imola ci impone di prendere l'iniziativa per non essere massacrati. L'incontro si dimostrerà assolutamente piacevole e metterà in evidenza due persone disponibili (ci hanno sopportato per oltre un'ora di chiacchiere nel pre-concerto), pronte a discutere del proprio percorso personale e artistico, e di alcune vicissitudini e personaggi legati alla scena più o meno indipendente nazionale, con momenti di grande ironia.


Beh, vi presento io: Zeus! è il nuovo progetto nato dalle menti del bassista dei Calibro 35 Luca Cavina e dell'ex batterista dei Jennifer Gentle (ora con Il Genio) Paolo Mongardi. Vi siete messi insieme secondo me per trovare un libero sfogo alle vostre tensioni rumoristiche. Com'è potuto nascere un progetto simile da musicisti provenienti da esperienze musicali tanto diverse? Siamo anni luce distanti sia dal pop de Il Genio, sia dalle colonne sonore poliziottesche rivedute e corrette dai Calibro 35.

Luca: Se per estrazione musicale intendi i gruppi nei quali abbiamo suonato, hai ragione. Io sono attualmente con i Calibro 35 ed ho suonato in passato con Beatrice Antolini. Paolo è stato nell'organico dei Jennifer Gentle e oggi è con Il Genio. Tuttavia non va dimenticato che entrambi abbiamo suonato nei Transgender, una band bolognese assolutamente trasversale che ha pubblicato tre dischi. Inoltre come background siamo abbastanza affini. Pur avendo una differenza di quattro-cinque anni d'età, abbiamo avuto ad Imola un'adolescenza "metallara", quando chi era musicalmente alternativo ascoltava quel tipo di suono. Inoltre amiamo molto il crossover, cose tipo Faith No More. Questo per dire che c'è una forte radice noise-hardcore antecedente alle nostre esperienze più note.


Vi siete incrociati anche nella realizzazione de "Il Beat Vol. I", dove hanno contribuito Calibro 35, Il Genio, Roberto Dell'Era e Dente. È un progetto che andrà avanti?

Luca: come Calibro 35 avevamo già collaborato con Dell'Era (cantautore ed attualmente bassista degli Afterhours, n.d.r.) nel nostro primo album, poi un giro di amicizie milanesi ha fatto concretizzare le canzoni che hanno dato vita a "Il Beat Vol. I". Il fatto che si chiami Volume 1, fa presagire l'interesse a dargli un seguito, ma non necessariamente con gli stessi artisti. È un progetto aperto e potrebbero essere coinvolti in futuro anche altri musicisti.


A proposito di collaborazionismo: ho la sensazione che dopo un periodo nel quale i musicisti italiani non collaboravano più tra loro, e ognuno era concentrato sul proprio giardinetto privato, oggi stia tornando di moda una sorta di spirito di mutualità, che ci fa respirare di nuovo certi aromi degli anni 90, quando situazioni come il Tora! Tora! o l'esperienza del  Consorzio erano appena la punta dell'iceberg di un movimento iperattivo. L'esperimento Zeus! si inserisce perfettamente in questo contesto...

Luca: anzitutto la parola "collaborazionismo" non mi piace: fa rima con "opportunismo". Esistono molte collaborazioni prive di finalità artistiche. Spesso la collaborazione ha l'unico scopo di avere il featuring di un nome importante, o presunto tale, di cui fregiarsi. È comunque vero che oggi ci sia nell'aria una rinata intenzione di mettere in comunione diverse realtà.

Paolo recentemente ha collaborato con la cantautrice Simona Gretchen: conoscendosi e stimandosi reciprocamente dal punto di vista musicale si sono ritrovati in maniera del tutto naturale a fare qualcosa insieme. Questo è un esempio di collaborazionismo sano, dal quale possono nascere cose positive ed interessanti.


"Zeus!" è uscito per sei etichette, se non è "collaborare" questo...

Luca: ci piaceva l'idea che tutti coloro si fossero fatti aventi per supportare il progetto potessero compartecipare in qualche modo alla produzione del disco. In questo caso si è verificata la convergenza di intenti e interessi comuni. Quando abbiamo avuto fra le mani il master definitivo dell'album, lo abbiamo fatto avere alle etichette che ci interessavano, ci sembrava bello far concentrare gli sforzi di più attori. Anche perché ognuna di queste label ha un proprio "giro", diversi canali di distribuzione, e noi non volevamo precluderci alcuna via.

Non ci interessa essere un gruppo di nicchia, e con la spinta di sei etichette si poneva l'opportunità di raggiungere un maggior numero di ascoltatori potenzialmente interessati ai nostri suoni.


La scelta di proporre questi suoni esprime grande sincerità e zero furbizia, tutto ciò vi fa onore. Però è chiaro che produrre oggi un disco di hardcore noise come questo, senza compromessi, potrebbe rivelarsi un po' troppo rischioso in un periodo nel quale già si vendono pochi dischi...

Paolo: in realtà i dischi li stiamo vendendo, inoltre la musica che abbiamo messo in questo album non è stata neanche troppo coraggiosa, nel senso che la volevamo esprimere, la avevamo dentro da tempo, e sapevamo che potevano esserci i canali giusti per produrla e divulgarla. Ci sono molte band simili alla nostra quanto a rumorosità e ricerca.

Poi se mi parli di canali che hanno a che vedere con club che ospitano più volentieri situazioni più mainstream, rischiamo in effetti di ritrovarci vittime di una grossa scrematura, ma nei circuiti underground certi suoni hanno sempre girato. Noi non abbiamo pensato né all'underground, né all'overground, avevamo solo una serie di idee che volevamo fissare in maniera indelebile. "Zeus!" rappresenta dieci anni di cazzeggio puro che si sono concretizzati in qualcosa di più serio.


Luca: chi cerca certe sonorità, poi alla fine da qualche parte le trova, quindi il nostro non lo vedo come un salto nel buio.

Andando in giro per l'Italia a promuovere il disco, state rilevando se il vostro messaggio riesce a penetrare?

Paolo: l'impressione è che, e ne rimaniamo piacevolmente stupiti, il messaggio arriva. Sono in molti a dirci "non è il mio genere, ma mi è piaciuto", e magari a fine concerto comprano anche il disco.

Luca: recentemente a Fidenza un tizio inglese ci ha detto "I don't like your shit, but you're fucking great!", e non riuscivamo più a scollarcelo di dosso! Molte persone vengono ai nostri concerti consapevoli del sound che li attende. Poi c'è l'avventore medio che va in un certo locale senza sapere bene cosa si suoni stasera, e magari all'inizio si tiene a distanza di sicurezza, proprio a livello di centimetri dal palco, poi lentamente l'interesse aumenta. I complimenti più forti arrivano soprattutto da persone che non frequentano abitualmente il nostro genere. A Prato qualche sera fa una ragazza violoncellista ci ha detto che più che all'hardcore punk, le facevamo pensare a Stravinsky, quindi c'è qualcosa che arriva, anche al di là delle barriere di genere.

Riuscite a fare i musicisti a tempo pieno?

Luca: questa felpa che indosso la tengo sempre come monito. È di una cooperativa di servizi, e se il disco dovesse andar male rischio di tornarci (ride, nd.r.). Ho lavorato per otto anni in questa cooperativa dove, insieme a Paolo, facevo il letturista di contatori. Da gennaio di quest'anno i miei introiti derivano esclusivamente dalla musica.


Paolo: anche io da poco più di un anno, da quando sono entrato nella line-up de Il Genio, riesco a vivere di musica, chiaramente con un po' di sacrifici.

È un bel traguardo.
Ma è possibile vivere di sola musica in Italia?

Luca: penso che la situazione del lavoro in Italia oggi sia gravissima. Siamo al paradosso per cui i miei amici che sono rimasti disoccupati, mi vedono come una persona che ha un lavoro, per un lavoro che non è considerato tale da nessuno. In passato quando dicevo a qualcuno "io suono", mi rispondevano "sì, ma cosa fai nella vita?". Oggi mi ritrovo a essere quasi un privilegiato, nel senso che la musica mi dà un lavoro, e mi dà sostentamento, ma se sia una cosa facile riuscirci, direi proprio di no. C'è poi il falso problema, da parte di chi suona, di volersi fregiare dell'appellativo di musicista a tempo pieno, di volerselo far scrivere nella carta d'identità: si possono fare cose valide anche dedicandosi alla passione musicale come occupazione non prevalente.


Certo che se devi stare in ufficio per otto-dieci ore al giorno, poi non ti resta molto tempo per stare sullo strumento.

Luca: questo è un ulteriore paradosso, almeno per quanto mi riguarda: quando lavoravo in questa cooperativa di servizi riuscivo a ritagliarmi il tempo per migliorare la mia manualità sullo strumento. Oggi che sono sempre in giro, non riesco mai a toccare gli strumenti se non durante i concerti. Vanno trovati i giusti equilibri.


Paolo: sai, dove lavoravamo prima, eravamo quasi tutti musicisti, in quanto era un tipo di occupazione che ci consentiva di avere orari flessibili, quindi era possibile trovare delle soluzioni per conciliare il tutto.

Vi piacciono i Baustelle?

(ridono e si guardano meravigliati per la domanda, n.d.r.) Luca: perché, hanno detto che gli piacciono gli Zeus!?


Vi spiego: Francesco Bianconi, in una recente intervista mi ha detto una frase interessante che volevo commentare con voi: i giovani d'oggi sono vittime della cultura del sottofondo.

Paolo: la forma con la quale Bianconi porta in giro i suoi testi è molto pop, li incanala in una via attraverso la quale può trovare più facilmente degli adolescenti che imparino a memoria delle liriche senza entrarci troppo dentro. Magari un personaggio tipo Vasco Brondi invece rende la musica più integrata nei propri testi, diventando più abrasivo sotto entrambi i punti di vista. Quello dei Baustelle è un pop molto raffinato che guarda in tante direzioni. Magari Bianconi soffre perché le citazioni colte con le quali infarcisce i testi non vengono adeguatamente "catturate" da una fetta dei suoi ascoltatori.

Certo che con tutta questa offerta musicale, tutti questi canali di fruizione più o meno legali, le difficoltà aumentano. Negli anni 90 due-tre recensioni fatte bene rendevano il tuo progetto musicale qualcosa di molto serio, con grosse probabilità di successo; oggi con il nostro primo disco ne abbiamo ricevute a dozzine, ma è tutto più difficile. L'offerta è abbondante, è più facile riuscire a concretizzare la propria musica, è più facile riuscire ad esprimersi. Da una simile quantità di proposte musicali è sempre più complicato per il consumatore finale estrarre le proposte migliori: ci vuole molta più attenzione per scovare i prodotti più meritevoli d'attenzione.


Luca: chi oggi vuole approfondire ha tantissimi strumenti a disposizione per poterlo fare, a cominciare dal web, e sono in tanti oggi che continuano ad amare l'approfondimento. Poi è possibile che una certa percentuale degli ascoltatori medi degli 883 siano poco dediti all'approfondimento, ma ora non ho statistiche sufficienti al seguito, Berlusconi è sempre così attrezzato...

Parliamo un po' dei dischi che avete ascoltato di più negli ultimi mesi, e di quelli che avete in programma di ascoltare.

Paolo: la mia prima priorità è ascoltare il nuovo de Le Luci della Centrale Elettrica, ho una certa curiosità. Mi è piaciuta molto Simona Gretchen, voglio vedere che sviluppi avrà il prossimo disco. Poi direi anche Alessandro Fiori, sì, anche lui è uno che mi piace molto.

Luca: io sto ascoltando molto "La macarena su Roma" di Iosonouncane. Poi, a proposito di attenzione nell'ascolto, dico Uochi Toki. Come vedi ascoltiamo molti cantautori, molte proposte apparentemente lontane da noi. Ad esempio quest'anno fra gli stranieri mi è piaciuto molto il disco di Gonjasufi "A Sufi And A Killer", altra proposta distante dal mondo Zeus!


Secondo voi è in atto una sorta di riflusso degli anni 90? Abbiamo visto il ritorno dei Massimo Volume, gli One Dimensional Man pubblicano un box ed annunciano un nuovo disco, i Marlene Kuntz escono in questi giorni con un nuovo album  che li riporta parzialmente verso i lidi musicali di qualche tempo fa.

Luca: non c'è nulla di male nel fatto che ritornino gli anni 90. C'è molto degli anni 90 anche nella musica di Zeus!, e questo perché sia io che Paolo ci siamo formati con quei suoni, siamo stati adolescenti con quei suoni, quindi alla fine tutto salta fuori. Non lo vedo come un problema, e noto anche io come certi atteggiamenti stiano tornando di moda.


Qualcuno sta cavalcando l'onda con furbizia?

Luca: non credo sia questione di furbizia da parte di qualcuno: si può fare i furbi musicalmente anche senza ricorrere agli anni 90.


Parliamo dei titoli delle vostre canzoni?

(e giù sguardi e risate, dopo di che cercano di abbozzare delle spiegazioni che si dimostrano più lucide del prevedibile, n.d.r.)

Luca: non scegliamo i titoli secondo una logica fissa. A volte ci basiamo su giochi di parole ("Grindmaster Flesh", "Cowboia") o simpatiche storpiature ("Koprofiev"), altre volte cerchiamo riferimenti che non esprimano necessariamente quello che facciamo con gli strumenti. Non cerchiamo di fare musica didascalica: intitoliamo un pezzo "Giacomo Leopardi" senza pensar di voler dare dei riferimenti. Senza far finta che ci sia un contenuto di significati aggiunto in post produzione. A volte c'è chi per spiegare delle canzoni, associa titoli a giustificazioni campate in aria.

Noi non vogliamo raccontare storie, o inviare messaggi particolari, quindi non vogliamo dare riferimenti. Capita ad esempio che assegniamo un nome fantasiosi per etichettare un brano in sala prove, quando è ancora in fase embrionale: a volte quel nome permane anche nella versione definitiva. Ci sembrava più intelligente intitolare una canzone "Giacomo Leopardi" senza fingere di conoscere il poeta o di voler fare un discorso intorno alla sua poetica, piuttosto che realizzare una canzone assolutamente priva di contenuto, aggiungendo poi significati a posteriori, come molti fanno.


Una provocazione?

Paolo: magari capita che mentre siamo in macchina a guidare uno di noi fa all'altro "cosa ne pensi di questo titolo? Spacca?". Se la risposta è affermativa, andiamo avanti.


Qualora decideste di inserire nel prossimo album delle parti cantate, optereste per l'italiano o per l'inglese?

Luca: guarda che delle parti cantate ci sono già.


Beh, certo che chiamarle parti cantate...

Luca: Noi cerchiamo un suono.


Come dei Sigur Rós del noise?

(si continua a ridere di gusto, n.d.r.)

Luca: Non volevamo fare i Sigur Rós, ma ti confermo che consideriamo più intelligente non dire nulla piuttosto che far finta di voler dire qualcosa. (e questa è la frase più bella di tutta l'intervista, n.d.r.).


Paolo: tutto questo riferimento al noise, secondo me non è un riferimento corretto. Noi non vogliamo suonare musica noise. Poi facciamo del rumore perché abbiamo un basso distorto ed una batteria ad un certo quantitativo di decibel, però sono in molti a vedere nella nostra musica più aspetti progressive che punk-noise. Certo che se confrontati ai dinosauri del prog possiamo sembrare assolutamente punk.

Luca: abbiamo sicuramente un certo tipo di attitudine a quel suono, ma la scrittura non è così punk.


Il riferimento più corretto potrebbe essere quello agli Zu...

Paolo: io direi più i Ruins, semmai (un duo di rock sperimentale giapponese, composto come gli Zeus! da basso e batteria, n.d.r.). Però è vero che quando devo spiegare a qualcuno quello che facciamo dico: prendi gli Zu, togli il sax, velocizza tutto, e siamo noi.


Un personaggio dell'ambiente musicale che vi risulta particolarmente simpatico, o che stimate.

Paolo: (a botta sicura, n.d.r.) apprezzo molto Michele Orvieti dei Mariposa.


Luca: non so se vale, visto che è un amico, ma dico Enrico Gabrielli, che poi suona anche nel nostro disco.


E anche nell'ultimo dei Baustelle...

Luca: Enrico sta un po' ovunque, e per quanto abbia collaborato con molti musicisti, anche mainstream, riesce sempre ad arricchire i lavori nei quali fornisce il proprio contributo, riesce sempre ad aggiungere qualcosa di bello. È un prezzemolino pregiato. E ha un orecchio che lo porta ad essere sempre al di là delle mode.


Al suo posto avresti abbandonato gli Afterhours?

Luca: fra l'altro quando gli After stavano cercando il nuovo bassista (dopo la dipartita di Andrea Viti, avvenuta nel 2005, n.d.r.) proposero anche me, poi entrò Roberto Dell'Era, ma è giusto che le cose siano andate così: altrimenti non sarebbero forse mai nati gli Zeus! Quando Enrico entrò negli Afterhours mi disse "ho trovato il posto fisso", ma evidentemente non basta solo quello. Ha passato un ottimo periodo con gli After, si è trovato benissimo, ma poi ad un certo punto decise che artisticamente aveva bisogno di qualcos'altro. Ha sempre voluto portare avanti i suoi progetti, e ad un certo punto si ritrovò a essere negli Afterhours, nei Mariposa, nei Calibro 35, ed a portare avanti una serie di collaborazioni, anche occasionali. Ha dovuto fare delle scelte.


Paolo: ora pare stia finalmente per uscire il disco solista di Roberto Dell'Era: vedrai che non sarà facile per lui trovare gli spazi temporali per poterlo adeguatamente promuovere e portare in giro per l'Italia. Anche perché è contemporaneamente in studio per preparare il nuovo lavoro degli Afterhours. Certe band ti assorbono quasi completamente, non ti lasciano troppo tempo disponibile per portare parallelamente avanti altri progetti. E Gabrielli è un grande musicista che intende portare avanti tutti i progetti ai quali tiene.


Come ci si sente a suonare sul palco con personaggi-mito quali Manuel Agnelli?

Luca: alla fine ci si rende conto che sono tutte delle persone. Qualcuno poi sul palco si trasforma, ma sono tutte persone. Se devo parlarti in termini di emozioni quando mi esibisco con personaggi molto conosciuti ed apprezzati, queste non dipendono certo dal livello di notorietà del musicista. C'è poi spesso un proficuo interscambio. Per me fu importante l'incontro con i Calibro 35: già dalla prima prova ci trovammo benissimo a suonare insieme. Questa cosa per me ha più valore di qualsiasi pseudo - dio possa aver suonato con me. Se poi dovessi mai suonare un giorno con Robert Wyatt, in quel caso avrei probabilmente un attimino di riverenza.


La vostra goliardia spesso mette in difficoltà l'intervistatore. Provo a mettere un po' di pepe per non ritrovarmi alle corde. Datemi il nome di un personaggio dell'ambiente musicale che proprio non reggete, che vi risulta quasi fastidioso?

Paolo: xxxxxxxxxxxxxxxxx (tira immediatamente fuori un nome, ridendo di gusto, Luca mi chiede subito di evitare di scriverlo nel testo dell'intervista, ndr).


Luca: dal punto di vista musicale ci si può trovare tutti più o meno bene, e considerare validi dei progetti, al di là dei propri gusti. Dal punto di vista personale è normale che possano verificarsi situazioni di fastidio, o di contrasto. Ma troverei inelegante diffondere via stampa queste opinioni su altri musicisti.


Il futuro degli Zeus!?

Luca: devo consultare il mio cartomante di fiducia. Stiamo già scrivendo dei nuovi brani, e stasera nella scaletta proporremo due inediti. Secondo dove saremo arrivati nei prossimi tre-quattro mesi, capiremo quali direzioni prendere, all'interno di un processo di normale evoluzione.


Paolo: Zeus! cercherà di conquistare il mondo



Poi è il momento del concerto. Gli Zeus! si esibiscono per un'ora confermandosi una temibile macchina da guerra. Ripropongono il loro disco d'esordio, più un paio di inediti. Vederli sprigionare tanta energia è una sorpresa anche per chi ha metabolizzato da tempo il loro album, e desta impressione il fatto che a suonare sul palco siano appena in due. Perché il muro di suono innalzato da questi signori di Imola è davvero notevole. Gli dei dell'Olimpo dovranno riconoscerlo!

Discografia
 Zeus! (Venus, 2010)

6,5

Opera (Tannen/ Offset/ Santeria, 2013)

7,5

 Motomonotono (ThreeOneG, 2015)

6

pietra miliare di OndaRock
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