Dal conservatorio a concorsi internazionali di musica classica, passando per le prime punk-band da sommossa adolescenziale variopinte di un poderoso dark-industrial, fino ad approdare a uno sfavillante psych-pop di natura disneyana: Beatrice Antolini è semplicemente una delle più autentiche giovani promesse del sottobosco indie italiano. Un’attitudine a un suono fatato talvolta indefinibile, riconducibile a un caleidoscopio di briose colorazioni in salsa Van Dyke Parks, induce spesso ad allucinanti analogie. Provate a immaginare i due Psapp, in abiti westerniani, che sfidano in duello la combriccola Gong, e avrete un’idea (?) precisa dello stile di quest’affascinante fanciulla. Allo stesso modo, la sua voce appare ora sbarazzina, pienamente ancorata a una modellazione favolistica, sfuggente negli acuti appena abbozzati, ora densa e corposa nel risaltare l’ombrosità delle sfumature melodiche.
La nostra giovane musa nasce a Macerata, dove comincia a suonare pianoforte all’età di tre anni (!), prima di vendere l’anima al punk (e ai suoi derivati) in età adolescenziale. Trasferitasi successivamente a Bologna, diplomatasi nel 2002 come attrice nella scuola Teatro Colli, trova le sue prime “commissioni” per alcune recite della compagnia, fino a comporre musiche per lo spettacolo “Favolose Principesse” di Silvia Roncaglia.
E' forse proprio la soundtrack di un cortometraggio immaginario a ispirare la giovane maceratese nella stesura del suo primo lavoro, Big Saloon (Madcap Collective, 2006).
Beatrice lo registra tra le mura di casa, suonando letteralmente di tutto: piano, synth, chitarra, basso, percussioni di ogni tipo, violoncello, harmophone, armadillo, portacenere, matita, metronomo, e tanti altri misconosciuti aggeggi marchiano a fuoco un esordio spiazzante. Le traiettorie umoristiche del synth mutano la timbrica jazzata un po' ovunque, simulando dispersioni atonali e annichilimenti da Alice (dis)persa nel bosco.
Leggiadre digressioni pianistiche invitano l’immaginaria clientela del grosso salone ad accomodarsi al suo interno, la sensazione iniziale è quella di imbattersi nell’araldo bianco della regina di cuori. La sezione ritmica dei pezzi più cadenzati e gli svariati isolazionismi inquieti del pianoforte, ricalcano le colorazioni jazz neworlensiane di inizio Novecento: un involucro di vortici sintetizzati e sensualismi vocali animano lo sfondo muto di un dipinto surrealista.
Big Saloon è un lavoro che ripone nelle antiche divagazioni sonore dei vecchi cortometraggi animati tutte le sue cesellature, imbastendosi di modernismo elettrico nelle giuste proporzioni. Un disco che verrà riprodotto l’anno successivo grazie alla collaborazione tra Pippola Music, Madcap Collective e distribuzione Audioglobe, riscuotendo un discreto successo post-myspace, post-“nicchia”.
Due anni trascorsi tra svariate e stranianti esibizioni live, anche in compagnia di personaggi del calibro di Bugo e Baustelle, riconoscimenti sparsi qua e là un po’ in tutto il web musicofilo, precedono la prima entrata ufficiale in uno studio di registrazione, lontana da casa, supportata, sempre e comunque, da Marco Fasolo, cantante e chitarrista dei Jennifer Gentle.
Con il secondo disco, A Due (Urtovox, 2008), si passa rapidamente da atmosfere di richiamo fumettistico, modello Tim Burton, a una visione più cruda e scarna dell’intera struttura armonica, come è lei stessa ad affermare. L’abbandono della quiete casalinga, le differenti aspettative e una maggiore pressione di un piccolo, nutrito, ma esigente seguito inducono la seducente Antolini a un approccio più maturo e studiato.
Nella sua seconda prova, l’abile pianista, travestita da maestrina della contaminazione, gioca a fare l’intrattenitrice vellutata, importandovi la deontologia della punkette in fase di transizione.
Anche in A Due prevalgono i numeri eccentrici di vaudeville sensuoso, di music-hall Broadway-iano, di cadenze ballabili e melodie psichedeliche, come in “Modern Lover”, nel singolo “Funky Show”, e nei ritmati esotismi di “Pop Goes To Saint Peter” e “A New Room For A Quiet Life”.
Se il recital tribale-atonale di “Taiga” contraddice in fieri il baccanale acustico, il suo piano scalmanato fa spesso da controparte al canto afrodisiaco (la vintage-psych “Morbidalga” e “Secrete Cassette”, con una melodia degna dei Jennifer Gentle), talvolta finendo sull’orlo della lussuria nevrotica (“New Manner”, e specialmente “Sugarise”).
Il dado è tratto da un’Alice più matura, talvolta priva di un vero e proprio self-control d'ambizione. Un risultato che porta comunque con sé dei passaggi a dir poco seducenti, ma a tratti oscurato dalla maggiore autenticità, genuinità/impulsività del disco precedente.

