Blessed Child Opera

Blessed Child Opera

La via italica all'alt-folk

di Michele Saran

Varato tra fine anni 90 e inizio 2000, il progetto mutante di Paolo Messere si pone nella direzione crepuscolare, decadente e romantica del folk-rock autoriale, e si contrappone al coevo folk-punk di protesta: il suo canzoniere lento e solenne acquisirà diverse forme, dal complesso slowcore al cantautorato allargato, aggiornando di continuo, con libertà ma anche coerenza, la sua sostanza

Blessed Child Opera è il progetto del cantautore, chitarrista e produttore partenopeo Paolo Messere. Il varo avviene tra fine anni 90 e inizio 2000: l'intento è di ravvivare la denominazione crepuscolare, decadente e romantica del folk-rock autoriale. L'opposizione al folk-punk di protesta che ha furoreggiato per tutto il decennio scorso (e furoreggerà per un altro lustro) non potrebbe essere più netta. A quelle sarabande enfaticamente festaiole Messere contrappone un canzoniere lento e solenne, ampio nella fattura, vellutato nell'orchestrazione, anche aspro nell'atmosfera. Il suo merito più superficiale è certamente quello di aver iniziato a far prendere confidenza, sul suolo italico, con le declinazioni esistenziali del folk (Red House Painters, Idaho, Sophia), usando uno spettro di stile relativamente ristretto, ma proprio per questo malleabile, compatibile con orchestrazioni a tecnica mista. Dapprima saranno semplicemente cameristiche, poi via via elettrificate, elettroniche, di nuovo acustiche, fino a sfumare il nucleo stilistico, a farne un tutt'uno inscindibile con l'animo del compositore.

Quelle del primo, frugale Blessed Child Opera (2001) sono pertanto ballate folk tradizionali centrate sulla chitarra acustica del leader, contornate di fisarmonica e violino, solo sporadicamente arricchite di xilofono e batteria, cantate con un filo di voce, e praticamente prive d'interesse per il refrain acchiappante. "No Way Out", "Violence Like Ware Borderline Of Collapse" sono comunque portate con un respiro e un'ampiezza persino epici. In "The Morning After" il complesso raggiunge poi un autentico sfacelo dal sapore tex-mex, come dei Soul Ayslum rallentati e spappolati all'inverosimile. Qua e là fanno capolino dissonanze irreali, persino psichedeliche. E tramite le ripetizioni crepuscolari della formulaica "So Blind" il disco tenta di cogliere un ostico equilibrio tra toni anemici e intenzioni colossali.

Trasferitosi dapprima in Toscana, poi nel Lazio, quindi a Sassari e infine definitivamente nel catanese, Messere fonda poi la Seahorse Recordings, sotto la cui egida usciranno - tra le altre produzioni - i dischi successivi dei Blessed.

Pur rimanendo fedeli al proprio spirito, già nel successivo Looking After The Child (2004) i Blessed Child Opera cambiano registro: il poverismo francescano fuoriesce dal saio per iniziare a camminare, nudo, nella tragedia. Ci riesce anzitutto per via di un innato fervore ritmico, a dire il vero quasi un voltafaccia nel loro percorso. "Flashing Lights" si anima addirittura in un'accelerazione insieme incalzante e mortifera, e "Blue Station" alza oltremisura la tensione come nel miglior post-rock di Louisville.
"Too Much Snow" migliora l'anemia del primo disco, ed è anzi la loro ballata classica, degnamente Yo La Tengo, laddove, in "Pimba Buona", i singhiozzi meccanici delle percussioni aumentano le lacrime del canto.
Ci sono, ugualmente importanti, atmosfere noir che prendono appena il giusto dal Nick Cave del periodo berlinese (ossessione e poesia dannata, oltre a xilofoni stregati), o dal Neil Young del periodo depresso (elettrificazione isterica, canto strascicato), per imbastire autentiche, sconsolate lamentazioni metropolitane: "Pimba Cattiva", "Starfish And Crowns", The View, "Kill The Moment". Si fanno ricordare anche le parti di corollario, "Escape Song", quasi raga con dissonanze elettroniche, "To Reach Peace", cantata da Carmen D'Onofrio in una trance Tim Buckley-iana, una "I Look Forward" che ancora si riallaccia alla purezza del disco predecessore, e soprattutto gli otto minuti di "Her Januaries", un po' psicodramma di voci sperdute e un po' crescendo di trasfigurazione sonica. Il complesso è intonato, affiatato e raffinato. Il risultato è un ciclo di canzoni davvero monumentale, dove ogni pezzo è a sua volta un piccolo ciclo di suoni, forte di un gran lavoro di cesello e produzione.

Happy Ark (2007), fin dal titolo, prosegue con la naturale andatura dell'altalena: dalla pacatezza del primo disco alla grandiosa mestizia del seguito, ora si arriva a una nuova letizia agrodolce, comunque non priva di sentimenti crepuscolari. Qui Messere annulla gli sforzi di arrangiamento, stilizzandoli sulle chitarre, ma non si rimangia la parola data, da "Polish Me" (archi da camera) a "It Strucks Me" e "Minor Company" (elettronica dilatata) fino a un arrangiamento d'avanguardia (rumori percuotenti ed eventi sonori quasi casuali) per la spettrale "The Chain".
Nella poetica dell'ensemble permane la sofferenza, ma si affianca e si evidenzia come non mai il fiuto melodico di Messere. In un certo senso è già un suo parto solista. Ne risulta qualcosa a metà via tra i Red House Painters più gai e gli Smashing Pumpkinks (o i Cure, o i Radiohead) più languidi, orientati alla ballata. Sono inni in crescendo: quello crepitante e commosso di "Everything Touch Mee Words And Kicks", una progressione-agonia di volume e dinamica che ne fa la sua "Paranoid Android", "To Be Another Queen", con tocchi quasi-jazz di clarino e vibrafono, e soprattutto la caracollante, stridula "Strong Medicine", con i più classici rimandi (ma riprocessati elettronicamente) alla "Venus In Furs" dei Velvet Underground.

Soldiers And Faith (2008) marca invece un certo inaridimento dell'ispirazione, una certa freddezza di calcolo nell'imbastire un clima più depresso che mai, come se fosse divenuto l'unico cruccio di Messere. Non a caso vincono le filastrocche crepuscolari acustiche, "Soldiers And Faith" e "Couple Of Smiles". A parte il bolero di "Christ Is On The Wall" e una "Summer Waits" finemente intarsiata dal cello, troppe canzoni scivolano nel generico post-britpop alla Radiohead ("That's Life", "Do You Believe In Love", "It Looks Like She's Falling").

Finora il lavoro più etereo, finanche leggiadro, Fifth (2011) opta proprio per il registro della serenata a base di melanconia. La questione è sottilmente più semplice del passato (a cui comunque si riallacciano sempre le solenni "Ruby Light" e "Lonely Friend" e un altro crescendo in "Nothing Is In Place When It Should", contraltare di "Everything In Its Right Place" dei Radiohead). Messere predispone un accento con cui caratterizza l'andazzo predominante: il banjo per "Falling", un'elettronica atmosferica a cullare "Closed Doors", l'organo gospel per la pimpante "Clear Sky Optimistic", archi d'amore in "Between Us", e così via fino al folk-soul con fiati svirgolanti e gestualismi blues, un po' spettrale e un po' dissonante, di "Promised Circle", picco d'arrangiamento creativo della sua carriera.
La distorsione è quasi bandita. La differenza è sottile, di certo non lampante, ma la musica di quest'album è praticamente agli antipodi della stratificazione luciferina che sosteneva Looking After The Child, nonostante sottoscriva la medesima logica nell'orchestrazione, soltanto abbassata di tono per far sentire come si deve le cantiche esistenziali del leader.

La fregata di Messere e compagni, una squadra che peraltro si riconfigura di continuo, muta la rotta impercettibilmente a ogni uscita: dalle lande delle sonate-ballate da camera di Lambchop e Tindersticks ora si svaria a un affare sempre più personale. The Darkest Sea (2013), finora il più maniacale nella rifinitura, mette a punto la migliore delle produzioni. Ormai tutto è giocato sui timbri cristallini della chitarra acustica, tintinnanti come un clavicembalo, e sui testi, chiaramente modellati dal maledettismo. 
A parte un riaccendersi delle distorsioni di chitarra ("A Lazy Shot In The Belly"), il progetto si riporta a nuove vette: la ballata sardonica alla Tom Waits di "I Look At You", gli acuti di isteria di "I Had Removed Everything", le allucinazioni Cohen-iane tenebrose in "Misunderstood", altro gioiello d'atmosfera, le code di fantasmi mugolanti di "Blindfold" e "December Wind", e il tango melodrammatico di lamentazioni che chiude "In The Morning". Col pregio o difetto di essere divenuto di facile ascolto (il quasi pop, quasi wave, "You Can't Teech Me"), in quasi metà del tempo questo disco evoca emozioni brillanti e acute ben più dei diretti predecessori.

Per The Devil And The Ghosts Dissolved (2015) Messere suona tutto, ma il risultato non è propriamente il suo "Pink Moon", è anzi un'opera minore che si accontenta di dediche affettuose e dolorose, il quasi doo-wop di "I'm Gonna Wait My Love" e "Mother", e di idee provenienti dal predecessore ma lasciate incompiute, "Painted Horses", e una "Despair Like A Trail" che comunque non sfigurerebbe su "The Good Son", e riesce meglio quando si spoglia di tutto per ritrovare una forma-canzone melodica, "No One".
Il tocco di classe sta nei momenti d'inizio e fine, che per loro stessa natura sono, ironicamente, canzoni senza inizio e fine: "We Can't Be Rivals Of God", ormai in territori pienamente gotici, un duetto tra una cantante d'opera e un'anima dannata direttamente collegata dall'oltretomba, e la prima parte di "I Know Everything", dimessa ma solenne strimpellata, attorniata di rumori informi elettronici e droni galattici. Inferiori sono invece "Who I Am" e la processione pensosa di X Star. Un disco confuso e fuori equilibrio, minato soprattutto da un certo manierismo

A Wonderful Breath Of Life (2017) rinnova una volta ancora, e sempre per vie subliminali, il sound del progetto: prevale il Messere arrangiatore e produttore. Al centro c'è l'elegante disperazione di Nick Cave, che Messere canta rispettosamente con parole strascicate e accentuate, soprattutto in "Tell Me That's How You Wanted", ma anche con una "So What Does It Mean" (mima il duetto con PJ Harvey), sorta di synth-pop caotico.
Le orchestrazioni recuperano gli archi, ma è soprattutto la sezione elettronica a far svettare le campane tubolari e una recitazione catacombale in "It's Not To Take For Granted" e un tintinnare fantasmagorico nell'eponima "A Wonderful Breath Of Life".
La seconda metà del disco appare invece più spompata (il lamento alla Neil Young "Maybe I Should Silence Them At All").

Il doppio Love Songs/Complications (2018) dà in netta dicotomia ciò che nei predecessori era più o meno felicemente amalgamato.
Il primo cd, "Love Songs", coerente con il titolo, marca una vistosa regressione a una routine di ballata perlopiù acustica di qualità indistinta. Come dimostra il nerbo con cui arrangia la cantata folk-rock dolente di "I Force Myself", questo rimane comunque il territorio dove Messere vanta una dimestichezza con pochi eguali. Le canzoni sono però scoordinate, patetiche, semplicemente non riuscite, a parte alcune ("Boat Sunk Years Ago", "In Your Panties", il tango sconnesso di "Wondering In The Street") poco più che gradevoli, oltre al maestoso valzer alt-country di "Just Like A Mental State", quasi onirico. Manca un vero centro melodico a giustificarle.
Il secondo, "Complications", è invece uno dei suoi più irrazionali, caotici, creativi. "You Don't Need It" usa diverse tecniche: orchestrazioni claudicanti alla Tom Waits, campionamenti in stile trip-hop, andatura fatalista e strascicata alla Crime & The City Solution. Quest'inizio reboante si ritrova, variato nelle più impensate maniere, in quanto segue: nella fantasmagorica, sfaldata "Pray That God", nella cupa serenata elettronica di "Nothing Can Stop Me" (dalle parti del tardo Leonard Cohen), nel trambusto da medina che disturba e investe "Do You Have Chosen For Life?". "Live Forever In Oblivion" spinge del tutto sul clima di sospensione sinistra e dissociata; così fa anche "As A Gift From Some God", ma le sorgenti sonore sembrano moltiplicarsi e confondersi come in una sala degli specchi. "Kill That Bastard" è un piccolo incubo acid-rock. Queste intuizioni si ritrovano in parte anche nel solito momento dell'eleganza Nick Cave-iana al pianoforte, "Loosing In Your Arms". 
Tolti i riempitivi, il secondo disco assomiglia spesso a una collezione di sonate da camera in miniatura. "Complications" sta tra i suoi migliori, "Love Songs" tra i suoi peggiori.

Blessed Child Opera

La via italica all'alt-folk

di Michele Saran

Varato tra fine anni 90 e inizio 2000, il progetto mutante di Paolo Messere si pone nella direzione crepuscolare, decadente e romantica del folk-rock autoriale, e si contrappone al coevo folk-punk di protesta: il suo canzoniere lento e solenne acquisirà diverse forme, dal complesso slowcore al cantautorato allargato, aggiornando di continuo, con libertà ma anche coerenza, la sua sostanza ..
Blessed Child Opera
Discografia
Blessed Child Opera (autoprod., 2001)
Looking After The Child (Seahorse, 2004)
 Happy Ark (Venus, 2007)
 Soldiers And Faith (Seahorse, 2008)
 Fifth (Seahorse, 2011)
The Darkest Sea (Seahorse, 2013)
 The Devil And The Ghosts Dissolved (Seahorse, 2015)
 A Wonderful Breath Of Life (Seahorse, 2017)
 Love Songs/Complications (Seahorse, 2018)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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Love Songs/Complications

(2018 - Seahorse)
Doppio album, di marcata dicotomia, per la sigla storica di Messere

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(2013 - New Model / Audioglobe)
Paolo Messere si sposta a Trapani e disegna il suo disco più visionario

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(2011 - Red Birds / Seahorse)
La conferma della creatura di Paolo Messere, tra folk dolente e oscurità wave

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Soldiers And Faith

(2008 - Seahorse)
Da Napoli gli alfieri del rock italico, con sfumature più oscure

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Happy Ark

(2006 - Delta Italiana / CNI)
Le ballate noir della band di Paolo Messere, ex-Ulan Bator

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