Calcutta

Calcutta

Underground Mainstream

di Claudio Lancia

Due soli album e il cantautore laziale, con disarmante facilità, ha dimostrato di saper tradurre in canzoni semplici e dirette la contemporaneità dei giovani di provincia. Piccoli racconti in musica usciti dalla cameretta dell'autore per divenire universali e aggregare i post-teenager degli anni Dieci. Ripercorriamo la sua storia, dai timidi esordi all'inattesa affermazione di "Mainstream"
"Sui giovani d'oggi ci scatarro su": così cantavano gli Afterhours nel 1997 nel loro album manifesto "Hai paura del buio?", in quello che diventò una sorta di inno contro i leoncavallini filo-sinistroidi che al weekend se ne andavano in giro con la barca a vela del papà. Passano gli anni, Manuel Agnelli continua a creare album ambiziosi e nel frattempo fa il giudice nei talent show. Nel nuovo millennio restano però validi motivi per approfondire la perdita dei valori dei post-adolescenti, ma sono i loro coetanei a dover prendere la parola, rivolgendosi alla giovane platea con un linguaggio rinnovato, affrontando argomentazioni che spaziano dall'eterno precariato all'assenza di certezze, dalla solitudine alle piccoli e grandi difficoltà della vita quotidiana.
Sono tante le band di nuova generazione che si sono focalizzate su questi temi, ogni anno in Italia assistiamo a un nuovo "caso", da Lo Stato Sociale a I Cani, sino all'esplosione di fama e notorietà che ha investito Edoardo Calcutta, iper-tempestivo nel realizzare il disco giusto al momento giusto, un personaggio al quale è impossibile non voler bene, vestito di quella fragilità che è la stessa di gran parte di coloro che lo seguono con sconfinato affetto. Un ragazzo che con disarmante e contagiosa semplicità ha costruito canzoni facili e dirette, conquistando tutti, non solo i teenager (o poco più) raffigurati nei suoi testi, ma anche persone più adulte che lo trovano un abile cantautore, e persino navigati critici musicali, che scorgono in lui la capacità di tradurre su disco in maniera compiuta la miglior espressione possibile della contemporaneità giovanile. Canzoni sincere perché l'autore è parte integrante della realtà che racconta, istantanee uscite dalla cameretta e divenute patrimonio di tutti.

Calcutta, all'anagrafe Edoardo D'Erme, nasce a Latina (conosciuta dai più giusto per la palude bonificata, per le hit e i coming out di Tiziano Ferro e per le tette di Manuela Arcuri) nel novembre del 1989, cresce vivendo la realtà della provincia cronica: Roma è a due passi e catalizza tutto, nel bene e nel male, lasciando le zone limitrofe in uno stallo senza fine. Inizia presto a suonare la chitarra, da autodidatta, e si cimenta in vari progetti musicali che puntualmente naufragano. È un personaggio malinconico e singolare, Calcutta, spesso solitario si aggira per la città, anche a tarda notte, osserva, riflette, e inizia a scrivere i suoi bozzetti di vita vissuta, pregni di un insolito realismo, fotografie nitidissime della nostra contemporaneità.
La leggenda narra che Edoardo nel 2007, non ancora maggiorenne, creò con un amico il progetto Calcutta, un duo avente l'obiettivo di miscelare l'approccio indie-pop con le melodie tipiche del miglior Battisti. Inutile domandargli il perché sulla scelta del nome: tutto nella sua storia pare accaduto per caso, egli stesso sembra continuamente sorpreso da qualsiasi accadimento lo circondi. Lucio Battisti, dicevamo, da sempre citato espressamente come proprio punto di riferimento, assieme a Luca Carboni, Lucio Dalla e Caetano Veloso. Ma è bene non prendere mai troppo sul serio qualsiasi dichiarazione di Edoardo, bravissimo nel giocare e a confondere le acque per mantenere alta la curiosità sul proprio personaggio.

Dal 2011 il nome Calcutta identifica il progetto solista di Edoardo, pronto a proseguire in perfetta solitudine, divenendo col passare del tempo uno dei cantautori di riferimento della propria generazione. In città iniziano a conoscerlo, e finisce in circolazione una cassettina intitolata The Sabaudian Tapes: poche decine di esemplari che delineano la sua estetica musicale, piccoli racconti di provincia che iniziano a decretare la sua fortuna.
Ma il tanto atteso primo disco non arriva, Edoardo ci ha messo anni per partorirlo, frenato dalla timidezza. Gli amici arrivano in soccorso e, certi del valore delle canzoni, decidono di interpretare i suoi pezzi per pubblicare un album tributo. Un tributo a un musicista che non ha mai pubblicato nulla. Idea geniale, purtroppo (o per fortuna?) mai realizzata, che si tramuta nella spinta determinante per convincerlo a realizzare e fissare per sempre su un supporto dodici tracce a nome proprio.

Dodici fragilissime canzoni che vengono raccolte dentro Forse..., pubblicato per l'intraprendente Geograph Records nel 2012. Calcutta vi interpreta alla perfezione i tempi che stanno cambiando, con quell'approccio da (non) musicista, che velocemente diventerà il suo riconoscibilissimo marchio di fabbrica. Sbarcato come un'onda anomala mai vista prima, Calcutta contribuisce a mutare le consolidate certezze dell'ascoltatore medio, divenendo il tassello fondamentale per un radicale cambio di prospettiva, che si rifà molto più all'estetica punk, che non a quella dei cantautori italiani.
Forse… è la vita vissuta del ragazzo medio di provincia. Se siete amanti della perfezione musicale formale o dei testi generati per rappresentare forme di letteratura "alta" o presunta tale (tipo i Baustelle di "Fantasma"), rintanatevi dentro casa con la vostra scorta di dischi e non uscite più, perché Calcutta concretizza un atteggiamento che ha del rivoluzionario (o che comunque richiama alla mente il 1977). La chitarra è suonata in maniera elementare, in alcuni passaggi quasi fuori metrica, l'incedere incerto e caracollante del cantato, trascinato e svogliato, dà vita a strofe che paiono figlie di un liceale confuso e distratto, le costruzioni sembrano stare in piedi a fatica. Ma alla fine questo approccio "insicuro" lascia il segno, trasformando le apparenti debolezze in diaboliche virtù, in veri e propri punti di forza, in caratteristiche fondamentali per interpretare una forma di cantautorato sghembo, sgangherato. Un nuovo modo di proporre musica che non presuppone necessariamente il fatto di saper cantare e suonare, anzi, tutt'altro. Ma a un ascolto meno distratto, chiunque può rendersi conto che Calcutta sa fare entrambe le cose, anche se con grande astuzia vorrebbe farci credere il contrario, strafottendosene dei canoni e divertendosi a prenderci per i fondelli, imponendosi come giovane promessa del nuovo songwriting nazionale.
È sempre più raro imbattersi in un nuovo personaggio musicale che non sia uscito da un talent, in grado di rimanere incontaminato pur avvicinandosi al mainstream. Calcutta risulta una piacevole eccezione e diviene la concreta rappresentazione del vento che inizia a mutare direzione. Calcutta non cerca date, sono queste che gli piovono addosso, e si ritrova a suonare su palchi importanti, anche fuori dai confini nazionali. Calcutta non cerca collaborazioni, ma la sua e-mail e il suo telefono sono incandescenti. Calcutta non vuole fare un disco, e allora gli amici lo fanno per lui.
Dentro Forse… Calcutta trasmette emozioni semplici, travasate in fragili bozzetti che paiono stare in piedi a fatica, lasciati volutamente allo stato semi-embrionale, così strampalati e banali da risultare veri e originali. Voce e chitarra in primo piano, tutto il resto sullo sfondo ad abbellire senza mai rubare la scena: sprazzi di elettronica obliqua, qualche percussione sparsa, fugaci schizzi di verace elettricità mai troppo invadente. In qualche passaggio ricorda gli Altro, altrove pare un Vasco Brondi ancora più disintegrato, per il modo particolare di essere cantautore oggi, con quella poesia indie-sfiga nella quale tanti giovani (e non solo) possono facilmente riconoscersi. Ricordi estivi, amori non ricambiati, amori problematici, malesseri adolescenziali, accenti surreali, storie semplici e comuni che partono dalla provincia cronica italiana per divenire universali. Tu chiamalo se vuoi "provincialismo cosmico". Alle spalle c'è una label in ascesa, di quelle che si prendono cura dei propri figli, Geograph Records, la stessa che pubblica la sorprendente Eva Won, che in Forse… dà una mano assieme agli altri compagni di scuderia Grip Casino, Manuel Cascone e Trapcoustic. È musica per le nuove generazioni, una sorta di new punk per laringe e corde, se avete più di quarant'anni e non gradite tutto sommato può esser giusto così.

Il nome di Calcutta inizia a imporsi come piccolo caso nazionale (pur all'interno di un circuito al momento senz'altro di nicchia): Forse… è soltanto il primo, in parte timido, capitolo, ma dentro ci sono semi pronti a germogliare e generare qualcosa di importante. È lui nel 2013 la più clamorosa delle next big thing di casa nostra. Nel frattempo, quando non trascorre le serate al Pigneto, è in giro per la penisola, ospite di chiunque si presti ad accoglierlo, suonando ovunque ci sia una potenziale platea disposta ad ascoltare i suoi fragili racconti in musica.
A metà 2015 arriva il singolo che cambierà il destino di questo ragazzo, "Cosa mi manchi a fare", con il relativo videoclip, cliccatissimo su YouTube, in cui il protagonista è un ragazzo cingalese. All'improvviso la favola di Calcutta ha una svolta, abbastanza inattesa. Da misconosciuto cantore di provincia assurge al ruolo di protagonista dei rotocalchi nazionali, dove nelle seriose pagine "Cultura e spettacoli" si parla di lui, lo si intervista, si analizza il personaggio, e le sue canzoni piacciono, piacciono sempre di più, a un pubblico che si fa con il passare dei mesi sempre più trasversale.

A dicembre 2015 esce Mainstream, l'album che sancisce la sua consacrazione nazionale. Calcutta decide di (fingere di) diventare "mainstream" ma, pur dimensionandosi come ultra-pop, resta saldamente collocato nell'underground, nel suo habitat naturale, che ora inizia a stargli un po' stretto, ma dal quale meglio può descrivere quel provincialismo "sano", fatto di piccole storie che disegnano una realtà fatta di irreversibile precariato.
Sono racconti che, una volta usciti dalla sfera di riferimento dell'autore, diventano universali, nei quali i giovani d'oggi si rispecchiano alla perfezione, con tenui soddisfazioni (il Frosinone per la prima volta in Serie A) che mostrano il segno dei tempi che cambiano, ma non possono avere la forza di oscurare i disagi derivanti da amori accartocciati e solitudini perenni, anche se eternamente confortevoli.
La notte si trascorre mangiando una pizza da soli, poi chissà dove si andrà a dormire, magari si vedrà un film, ma il nome del regista svanirà nei ricordi, confuso nella memoria, però ci si sente liberi di poter lavare i piatti senza lo Svelto, e questo aiuta a star meglio, a sentirsi svincolati da una quotidianità che non si vuole mai troppo allineata. Provincialismo cosmico costruito su piccole storie suburbane, e Calcutta nel 2015 azzecca il disco giusto, conservando la stessa matrice dell'esordio: quella spontaneità non si è dissolta, nonostante la scrittura dei brani si presenti maggiormente "pensata", gli arrangiamenti siano più complessi e curati, l'atteggiamento complessivo meno lo-fi, grazie alla presenza di una band alle spalle, in grado di fornire una nuova spinta energetica. Pillole di vita metropolitana musicalmente più stabili rispetto a quelle che popolavano Forse…, un concentrato di "surrealismo realista", dove qualsiasi giovane della sua generazione può rintracciare se stesso, pezzi di un puzzle di tendenza, brani rivestiti nel modo giusto, indossati dal personaggio perfetto per l'occasione, una maschera alternativa che sa farli funzionare al meglio.
Milano, Bologna, Pesaro, Peschiera del Garda, Frosinone, tutto pare frutto di appunti di viaggio, elaborato durante gli spostamenti in tour, visto che Calcutta continua a rendersi disponibile per suonare ovunque, tanto nei locali importanti, quelli dove suonano i musicisti affermati, quanto negli scantinati di periferia, nelle case della gente, ovunque ci sia una platea disposta ad ascoltarlo. Un po' Rino Gaetano, un po' Alberto Ferrari, un po' Lo Stato Sociale, un po' i due Vasco (Rossi e Brondi), enfatizzando ancor più che in passato quell'attitudine pop ben radicata nel suo Dna, frullando tutto nella contemporaneità degli anni Dieci di una generazione che "sopravvive" senza più certezze, senza un lavoro fisso, precocemente disillusa, ma non ancora sconfitta.
"Frosinone" e l'accoppiata iniziale "Gaetano"-"Cosa mi manchi a fare" risultano le tracce più riuscite, nelle quali l'atteggiamento volutamente svogliato di Forse… scema in favore di una scrittura più a fuoco e di una maggiore capacità di calcolo. Sprazzi di sperimentazione elettronica emergono nei due brevi intermezzi posti a suddividere la tracklist in capitoli e nell'ipnotica "Dal verme", fin quando la breve "Barche", due minuti per soli chitarra e voce, chiude il disco con quell'intimismo costruito su tenui flash quotidiani, che riportano alla mente cose tipo "Gli autobus di notte" del primissimo Carboni.
L'ironico titolo dell'album gioca sulla tendenza dei giorni nostri a voler classificare tutto ad ogni costo, ma Calcutta, nonostante il "finto sforzo" di "poppizzare" i propri brani (aggiungendo strumenti e curando il mood) resta un personaggio inclassificabile. È semplice e sincero, occorre sperare che il tempo e gli incontri non lo normalizzino, tanto lui se ne sbatterà di tutto e scriverà altre canzoncine meravigliosamente strampalate. La dimensione live saprà rivelare se il "guadagno" riscontrato durante l'ascolto di Mainstream sarà trasportato sul palco: non più da solo con una chitarra scordata, ma leader di una band vera.

E il responso è assolutamente positivo, ogni dubbio dissipato, Calcutta durante l'inverno a cavallo fra il 2015 e il 2016 riempie i live club di tutta Italia, realizzando un sold out dopo l'altro, culminando nel tutto esaurito all'Atlantico di Roma il 23 febbraio, dove condivide il palco con I Cani, chiudendo definitivamente un ideale cerchio con l'amico Niccolò Contessa. Assieme, la stessa sera, i due maggiori casi musicali indipendenti esplosi in Italia negli ultimi anni, finalmente protagonisti e adorati dai fan, che cantano all'unisono ogni singola parola di quelle canzoni che stanno diventando i simboli di una generazione.
Calcutta canta appoggiato alla sua chitarra, accompagnato da synth, basso e batteria, e parte senza timori infilando subito il meglio del suo Mainstream, ovverosia "Frosinone" e "Gaetano": la folla canta all'unisono, dimostrando di sentirsi perfettamente rappresentata da quelle liriche che raccontano le giornate di ognuno di loro, descrivendo malesseri e incertezze, sogni e difficoltà. La vera sorpresa, ma oserei dire conferma, di questo tour è proprio lui, timido ma in grado di affrontare le platee numerose come se stesse ancora nel rustico di un amico, cercando di imbastire delle frasi fra una canzone e l'altra, e se l'emozione è così forte da rompere le parole, poco importa, tutti sono là per ascoltare i suoi pezzi e per cantare a squarciagola la tanto invocata "Cosa mi manchi a fare".
Calcutta si dimostra una sorta di moderno menestrello in grado di trasformare emozioni e stralci di vita vissuta in parole e musica, sdoganandosi dalla solitudine del cantautore per portare dal vivo i nuovi arrangiamenti a capo di una band.

Di concerti in giro per la penisola se ne replicano a non finire per tutto il 2016, che lo vede anche protagonista in molti dei principali festival italiani, basti citare il Siren di Vasto, a fianco di Editors, Kula Shaker e Thurston Moore (!), oppure Roma Incontra il Mondo, nella splendida cornice di Villa Ada.
Ma prima del giro di concerti estivo arrivano due nuove canzoni. A maggio 2016 "Oroscopo", presentata dall'autore come un semplice divertissement fra amici, ha tutte le carte in regola per diventare il tormentone dell'estate.
Il 10 giugno dello stesso anno esce la deluxe edition di Mainstream, arricchita dall'inserimento del nuovo singolo "Albero", utilissimo a mantener viva l'attenzione sul personaggio. Una canzonetta non può cambiare il mondo, né le nostre vite, ma di sicuro può aiutare a sorridere e a stare meglio, anche solo per tre-quattro minuti. Se l'intento di giovani musicisti come Calcutta è questo, ci sentiamo di poter affermare che l'obiettivo è stato perfettamente raggiunto.

Calcutta

Underground Mainstream

di Claudio Lancia

Due soli album e il cantautore laziale, con disarmante facilità, ha dimostrato di saper tradurre in canzoni semplici e dirette la contemporaneità dei giovani di provincia. Piccoli racconti in musica usciti dalla cameretta dell'autore per divenire universali e aggregare i post-teenager degli anni Dieci. Ripercorriamo la sua storia, dai timidi esordi all'inattesa affermazione ..
Calcutta
Discografia
 The Sabaudian Tapes (cassetta autoprodotta, 2011)

5

 Forse... (Geaograph Recorde, 2012)

6,5

 Mainstream (Bomba Dischi, 2015)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Cosa mi manchi a fare
(videoclip da Mainstream, 2015)
Frosinone
(videoclip da Mainstream, 2016)
Oroscopo
(videoclip, 2016)
Albero
(videoclip da Mainstream, 2016)
Calcutta su OndaRock
Recensioni

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(2015 - Bomba Dischi)
Dieci tracce per passare dal provincialismo cosmico alla ribalta nazionale

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(2012 - Geograph Records)
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