Colapesce

Colapesce

Andata e ritorno nella provincia siciliana

di Patrizio Ruviglioni

Di tutta la generazione di cantautori esplosa all'inizio degli anni Dieci, Colapesce è uno degli artisti più talentuosi. A un profondo retaggio relativo alla tradizione melodica e cantautorale italiana ha sempre affiancato una forte passione per il rock d'oltremanica e l'elettronica, con una cura maniacale per gli arrangiamenti. Ritratto di un siciliano doc cittadino del mondo
La leggenda, ampiamente diffusa in tutta l'Italia meridionale, narra che Colapesce fosse una sorta di ragazzo prodigio con un talento innato nel nuotare, tanto da sembrare, appunto, un pesce. Figlio di un pescatore siciliano, passava le giornate percorrendo gli abissi del Mediterraneo in cerca di tesori, finché un giorno il Re di Sicilia, informato della sua fama, non decise di metterlo alla prova. Proprio durante una di queste sfide - secondo la versione più nota della leggenda - Colapesce si spinse talmente a fondo nel mare da scoprire che la Sicilia poggiava su tre pilastri e che uno di questi fosse ormai prossimo a crollare. Per salvare la sua terra dal disastro, il ragazzo decise allora di sostituirsi alla colonna, rimanendo per sempre a sorreggere la sua isola e non facendo mai più ritorno a galla.

Non è un caso, quindi, che Lorenzo Urciullo, siciliano doc, già leader degli Albanopower e parte del progetto Santiago con Alessandro Raina, abbia scelto proprio il nome di Colapesce per il suo progetto solista. Cantautore e "cantastorie", sin dall'adolescenza è stato costantemente diviso fra la terra e il mare, fra restare e partire. Da una parte un legame strettissimo con la Sicilia, coi suoi paesaggi, con la realtà di provincia in cui è cresciuto e con tutte le tradizioni che custodisce, dall'altra uno sguardo più ampio e ambizioso, costantemente rivolto verso l'Europa e la contemporaneità. Proprio come il ragazzo della leggenda, Urciullo è un prodigio cresciuto in una piccola realtà siciliana e che col mare vive un rapporto contradditorio e vitale: è un punto di fuga in cui tuffarsi per esprimere tutto il suo talento e per raggiungere altri lidi da esplorare, ma è anche il modo migliore per rimanere indissolubilmente a protezione della realtà che gli ha dato i natali e che costantemente rivive nelle sue canzoni. Musicalmente, infatti, Colapesce si porta dietro sin dagli esordi tutta la tradizione melodica e cantautorale italiana, da Lucio Battisti a Paolo Conte, ma si nutre anche di influenze internazionali, memore di quando, da adolescente, passava i pomeriggi ad ascoltare “Ok Computer” nella sua cameretta.

Nei suoi dischi ha sempre cercato un punto di incontro fra le varie parti in questione, la coesistenza - soprattutto - della modernità con la tradizione, dell'elemento nazionalpopolare con quello internazionale, abbinando la sperimentazione a melodie immediate, talvolta persino ballabili. Più di molti altri colleghi, Colapesce non ha mai avuto paura di essere moderno e di agire controtendenza: in un momento in cui nell'indie italiano, che è inevitabilmente il suo settore d'appartenenza, trionfano una tendenza al vintage e una certa urgenza espressiva, Urciullo ha sempre fatto in modo che l'immediatezza delle sue canzoni fosse attuale e figlia di una ricerca profonda, da portare a termine come fosse un dovere morale a cui adempiere in maniera certosina. Tenendosi sempre alla larga da facili ammiccamenti e cliché, Colapesce ha inoltre mostrato da subito una padronanza tecnica non comune fra i suoi colleghi, che si tratti di quella strettamente vocale o della cura meticolosa riservata agli arrangiamenti.

Non è un caso quindi che, dopo un Ep omonimo che è una sorta di biglietto da visita, l'esordio di Un meraviglioso declino (2012, 42Records) cerchi già di adempiere in ogni modo a queste buone intenzioni, pur con tutti i limiti fisiologici di un'opera prima. In un periodo in cui l'indie italiano inizia a legarsi sempre più sterilmente a cliché nostalgici e semplicistici, quest'album è il tentativo concreto di Urciullo di distanziarsi da tutto ciò.
Se dal punto di vista melodico la lezione di Battisti risulta imprescindibile e ben appresa, là dove - oltre che in un cantato decisamente simile - Colapesce sviluppa melodie solide e ariose, il resto dei riferimenti si fa da subito più sottile e ricercato di quelli maggiormente in voga nell'indie italiano, spaziando fra Gino Paoli e Ivano Fossati. Il risultato è allora un breviario di raffinata scrittura d'autore con uno spirito pop, per quello che a posteriori resterà comunque il suo disco più italiano. Un'altra spinta decisiva a differenziarsi dai colleghi viene poi dagli arrangiamenti, più che mai densi e curati ben al di sopra della media, a protezione di un'impronta mediterranea che, grazie anche l'apporto di Roy Paci ai fiati, oscilla fra ricercate soluzioni elettriche e acustiche in cui le chitarre la fanno sempre da padrone.
In una perenne fuga da ogni facile nostalgia, tutto il lavoro fatto sugli arrangiamenti si misura tanto in un'impostazione delicata e minimalista che rimarrà molto cara a Urciullo anche in futuro, quanto anche in una serie di componimenti ricchi e sfavillanti. Nel primo gruppo finiscono, ad esempio, “Restiamo in casa” e i silenzi pre-orchestrali de “La distruzione di un amore”, mentre la caldissima soft-ballad “Satellite” e “Un giorno di festa” mostrano un sound più pregno e stratificato.
Sul versante melodico, “S'illumina” e “Le foglie appese”, entrambe con le chitarre acustiche in primo piano, sono i due passaggi più vicini al pop di Battisti, il ritornello de “I barbari” si apre a un impetuoso sing-along, mentre il riff de “La zona rossa” sorregge una struttura interessante. L'unico limite conclamato di queste scelte sta nel fatto che a cotanta ricchezza strumentale non corrisponda altrettanta varietà sonora, mostrando alla lunga il fianco a una certa monotonia e ripetitività.
In ogni caso, il vero limite dell'album risiede in un apparato lirico ancora acerbo e non all'altezza di un progetto così ambizioso. Per quanto vicino agli scenari minimalisti e poetici degli amici Dimartino e Dente, Colapesce cerca a più riprese di sviluppare uno storytelling originale, che si articoli attraverso vicende quotidiane raccontate ora con una scrittura più sofisticata, ora con una semplicità quasi naif, ma non sempre l'impresa riesce. Nel primo caso, per quanto non manchino certo belle stoccate (“Quando tutto diventò blu”), spesso la scrittura finisce per diventare incomprensibile e priva di reali suggestioni, ai limiti del barocchismo (“Sottotitoli”); nel caso invece di liriche eccessivamente semplici, a buoni episodi come “S'illumina” si alternano pericolose deflagrazioni nella banalità (“Satellite”, su tutte, perde moltissimo da questo punto di vista).
In generale, la sensazione che talvolta lasciano i testi è quella di non riuscire ad allontanarsi veramente dai cliché che cercano in ogni modo di rifuggire. Al netto di tutto ciò, Un meraviglioso declino è comunque un esordio più che buono, con i pregi già in bella vista e con ampi margini di crescita. Anche per questo, l'album riscuote ampi consensi, tanto che in ottobre, a suggello di una stagione ricca di soddisfazioni, vince addirittura la Targa Tenco 2012 come miglior opera prima.

La relativa versione deluxe, uscita l'anno successivo, chiude il cerchio mettendo l'accento sugli aspetti più intimi dell'identità di Urciullo: le pulsazioni dell'atipica “Anche oggi si dorme domani” aprono infatti a un etereo racconto della crisi dei trent'anni, per quella che sembra un po' essere la madre di tutto il progetto Colapesce; “Talassa”, folk mediterraneo acustico e minimale, è un ritorno catartico al mare; l'eterogenea serie di "nove cover" ripercorre senza faziosità l'immaginario nazionalpopolare in cui il cantautore è cresciuto, fra improbabili interpretazioni che spaziano dagli 883 a Michael Jackson.

Il successivo Egomostro (2015, 42Records) non può che ripartire dai punti di forza dell'esordio, incrementando ancora di più la cura capillare per i dettagli e la qualità generale della produzione. Col napoletano Mario Conte (già con Meg per “Psychodelice”) alla regia, la sfida diventa superare l'eccessiva ripetitività degli arrangiamenti di Un meraviglioso declino, verso una più ampia varietà di suoni. La chiave che trovano i due "uomini di mare" sta nell'elettrificare la formula originale mettendo in primo piano sintetizzatori e chitarre elettriche, per attingere finalmente anche da quei riferimenti tanto cari ad Urciullo (Talking Heads e Phoenix su tutti) che l'impostazione mediterranea dell'esordio aveva giocoforza tagliato fuori. Il risultato è un garbato e luminoso equilibrio fra canzone d'autore, pop-rock ed elettronica, con i brani che ne guadagnano in tridimensionalità e che risultano così freschi e attuali.
Lavorando come sempre di cesello, canzone dopo canzone il duo Colapesce-Conte riesce finalmente a costruire un'opera varia, in grado di spaziare fra diverse sonorità, anche grazie alla felice scelta di avvalersi di una serie di straordinari musicisti (tra gli altri, Fabio Rondanini degli Afterhours e Vincenzo Vasi) per farne esprimere e convivere le diverse anime, con Urciullo nelle inedite vesti di "direttore d'orchestra", pronto a dar voce, a turno, a tutti gli strumenti.
Se è vero che l'apertura esagerata di “Dopo il diluvio”, col suo muro elettrico e sincopato à-la Talking Heads sembra tagliare i ponti col passato, in realtà Egomostro è un disco che condivide molto col predecessore. “Reale”, che rimbalza su un tappeto di sintetizzatori, riprende ad esempio le solite venature pop arricchendole però con un bell'intervento dei fiati, “Maledetti italiani” è invece una suite elegante con un arioso ritornello, mentre “Le vacanze intelligenti” è un episodio - l'unico, in realtà - di moderno synth-pop che recupera persino certe atmosfere esotiche degli anni Ottanta dei Matia Bazar.
Sugli scudi anche la sezione ritmica, che percuote di ritmi tribali Copperfield e fa sembrare la title track, per la geometrica ballabilità che le conferisce, un pezzo appena uscito da una versione aggiornata de “La voce del padrone”, in un gioco di similitudini con Franco Battiato che, senza blasfemie, potrebbe persino farsi più ampio. Anche le ballate, in ogni caso, paiono decisamente rafforzate da questa nuova veste: “Sottocoperta” prende vita con la commistione fra atmosfere acustiche e un suggestivo sfondo elettronico, “L'altra guancia” apre malinconiche dilatazioni in cui la voce puntuale di Colapesce si inserisce con coraggio, i notturni di “Sold Out” e “Mai vista” si ispirano ancora alla tradizione italiana più nascosta, da Mango ad Anna Oxa, e “Passami il pane” sembra quasi figlia illegittima dei Radiohead di “Kid A”.
In ogni caso, Egomostro è davvero l'occasione in cui ogni aspetto risulta davvero migliorato rispetto al passato, tanto che anche dal punto di vista lirico la crescita è esponenziale. Ecco allora che l'iconoclasta “Maledetti italiani” e la title track vengono a galla come due invettive audaci e raffinate, “Sottocoperta” maneggia finalmente con destrezza immagini poetiche ("come ombre di stelle/ sono i nei/ della tua pelle") e “Reale” conferisce vigore a una scrittura semplice ma non più banale ("da oggi non consulto più nessuno/ amare basta e lo faccio a testa alta" è una frase che disarma per la sua efficacia).
Più in là, la malinconia de “L'altra guancia” diventa una sorta di manifesto, l'ironia di “Brezsny” un valore aggiunto e il mantra di “Passami il pane” ("sentenze più luoghi comuni/ il cancro di una relazione" in loop per tutto il brano) una prova di lucidissima sintesi. In generale, Egomostro è un disco molto sofisticato, con testi di spessore, vario negli arrangiamenti e scorrevole, per quanto anche zeppo di dettagli che ne arricchiscono l'ascolto. L'immagine finale è quella di un artista cresciuto tantissimo, che non teme l'attualità e che è riuscito a sviluppare definitivamente una personalità tanto contorta quanto unica, allontanandosi una volta per tutte da certi cliché - scorciatoie o limiti che siano.

Nell'inverno fra il 2015 e il 2016 è la volta poi del Concerto disegnato, un'intima tournée col solo Colapesce alla chitarra accompagnato dall'amico illustratore Alessandro Baronciani a disegnare con lui sul palco. I due, già insieme per la graphic novel “La distanza”, portano in giro per l'Italia una performance chitarra-disegni che rivela l'aspetto più intimo, suggestivo e anche ironico della musica del cantautore siciliano.

Quindi Infedele (2017, 42Records). Se non fosse soltanto il terzo capitolo della discografia di Urciullo, forse si potrebbe già parlare di maturità artistica. Senza sbilanciarsi, ci si può limitare a considerarlo semplicemente l'album delle prime, concrete certezze; il prodotto di una consapevolezza nuova, ancora più nitida, che dimostra quanto Colapesce in questi anni non abbia comunque perso di vista la strada percorsa. Non a caso, al suo interno contiene tutto ciò che nel tempo ha costituito l'identità di Urciullo, dalle radici siciliane (simboleggiate anche dall'iconoclasta copertina, che ritrae il cantautore da bambino al momento della prima comunione) al piglio internazionale, dall'elettronica alla canzone d'autore.
La forza di Infedele sta però proprio nel consapevole e sottilissimo equilibrio di cui gode, tale da consentirgli di estremizzare ciascuno di questi elementi verso punti d'arrivo mai così contemporaneamente distanti e conniventi fra loro. Nonostante infatti l'album conti soltanto otto tracce, è probabilmente la sua opera più varia e coraggiosa ed essenziale è stato, in questo senso, il super team che si è occupato della produzione, col confermatissimo Mario Conte affiancato del pezzo da novanta Iosonouncane.
In questo caleidoscopio di prospettive, spiccano i singoli “Ti attraverso” e “Totale” per essere probabilmente i primi due brani veramente pop del repertorio di Colapesce. Senza pregiudizi, Urciullo ha pescato a piene mani dagli ultimi dieci anni di tradizione pop italiana, ripulendola di tutti gli eccessi e definendo due potenziali hit radiofoniche fresche e intelligenti, con la solita cura maniacale a scongiurarne ogni divagazione nella banalità, sia musicale che testuale (i testi, non a caso, sono due perle di cinismo notevoli).
Dall'altra parte, diametralmente opposta a quella appena esplorata, Colapesce si inerpica ancora per sentieri irti e scoscesi, alla ricerca di soluzioni sempre più difficili e stratificate. È qui che più di tutti si sente la mano di Iosonouncane: “Pantalica”, con gli echi di “DIE” leggeri ma costanti, è un tributo coraggioso, aspro e sincero alla sua terra, in quello che è forse l'episodio più difficile della sua discografia, per una suite che mescola alla perfezione melodie esotiche e dissonanze, l'elettronica e un assolo finale di sax; “Compleanno”, al contrario, col testo ridotto al minimo e la cassa in 4/4, sfocia in un'orgia di inediti suoni deep-house da dancehall à-la Cosmo, stupendo proprio per la sicurezza e la personalità con cui è stata messa in piedi. La chiave è, ancora, tutta in una produzione davvero solida, tale da far sembrare quasi scontata una scelta stilistica in realtà spiazzante.

Il resto è il solito Colapesce moderato e, stavolta, affinato come non mai: le morbide chitarre di “Maometto a Milano” marcano un sound ormai riconoscibilissimo e assestano l'ennesima invettiva pungente, “Decadenza e panna” smussa come mai prima d'ora tutti gli spigoli di un arrangiamento volutamente scarno e minimalista, mentre “Vasco da Gama”, esotica e retta da un riff di arpa, si apre a un testo erotico e suggestivo, per uno degli apici lirici di Colapesce. Il finale di “Sospesi”, uno dei vertici dell'album, trasforma una classica ballata d'autore in stile Paolo Conte in un esempio di modernità, fra rintocchi di pianoforte, un arrangiamento di gran classe e una scrittura diretta ed efficace, per un'atmosfera rarefatta che mette i puntini di sospensione su un disco che, per quanto talvolta, nella sua disomogeneità, metta a dura prova la coerenza interna dei brani, risulta essere il più completo della discografia di un talento che è ormai diventato una certezza della musica italiana.

Colapesce

Andata e ritorno nella provincia siciliana

di Patrizio Ruviglioni

Di tutta la generazione di cantautori esplosa all'inizio degli anni Dieci, Colapesce è uno degli artisti più talentuosi. A un profondo retaggio relativo alla tradizione melodica e cantautorale italiana ha sempre affiancato una forte passione per il rock d'oltremanica e l'elettronica, con una cura maniacale per gli arrangiamenti. Ritratto di un siciliano doc cittadino del mondo
Colapesce
Discografia
 Un meraviglioso declino (2012, 42Records)

6,5

Egomostro (2015, 42Records)

7,5

Infedele (2017, 42Records)

7,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Colapesce su OndaRock
Recensioni

COLAPESCE

Infedele

(2017 - 42 Records)
Tanta voglia di scoprire e di scoprirsi nel nuovo lavoro del cantautore siciliano

COLAPESCE

Egomostro

(2015 - 42 Records)
L'artista siciliano sfrutta in pieno tutto il proprio potenziale in queato secondo disco

COLAPESCE

Un meraviglioso declino

(2012 - 42 Records)
L'atteso esordio sulla lunga distanza dell'artista siciliano, già leader dei validissimi Albanopower ..

News
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.