Disciplinatha

Disciplinatha

Canti di guerra per un Mondo Nuovo

di Massimiliano Speri

Provocatori tanto feroci quanto sofisticati, band dalle mille vite musicali, durante la loro breve parabola i Disciplinatha hanno sconvolto l’underground italiano con il loro sound innovativo e i loro testi inquietanti. Una storia all’insegna di ambiguità, fraintendimenti e polemiche, appena tornata alla ribalta a più di 20 anni dallo scioglimento

La società moderna si concede il lusso di tollerare che tutti dicano ciò che vogliono perché oggi, di fondo, tutti pensano allo stesso modo
(Nicolas Gomez Davila)

DISCIPLINATHA non è un gruppo filosovietico
DISCIPLINATHA non è un gruppo filoamericano
DISCIPLINATHA non è un gruppo filocinese
DISCIPLINATHA non è un gruppo filocileno
ed infine DISCIPLINATHA non è un gruppo filofascista
DISCIPLINATHA non è filo qualcosa, non appoggia un partito, un'idea, neppure una nostalgia data, precostituita, strutturata, sedimentata
DISCIPLINATHA critica e nega, e come tale sarà criticata e negata
(comunicato di presentazione della band)

I Disciplinatha sono l'unico gruppo italiano che vale la pena ascoltare
(Jello Biafra)

Premessa: appunti per una storia del rock tinto di nero

Tra i tanti possibili percorsi tematici tracciabili all’interno della variopinta babele rock, assai intrigante sarebbe una ricognizione che ripercorra le occasioni in cui dei musicisti si siano serviti, per parlare evidentemente d’altro, di un impianto iconografico riconducibile al milieu estetico dell’estrema destra. Il tema è ricco di implicazioni, data la duplice natura trasgressiva e progressista che la vulgata tende ad attribuire alla musica rock (sorvoleremo sul carattere evidentemente superficiale e in parte inesatto di questa diffusa convinzione): se sfruttare l’ambiguità politica per suscitare reazioni spazianti dalla perplessità allo sdegno è una tentazione a buon mercato per un linguaggio che da sempre si nutre di provocazioni, scomodare un certo tipo di fantasmi diventa scivoloso non solo per la loro natura intrinsecamente scorretta, ma anche perché finisce col violare una sorta di codice non scritto (se il rock deve coincidere con istanze libertarie, si commette un imperdonabile strappo deontologico portando acqua in qualsiasi maniera al mulino avversario). L’accoglienza contrastante, per non dire violenta, che ha quasi sempre accompagnato un certo tipo di operazioni testimonia senz’altro la sensibilità di questo nervo scoperto.

Molteplici gli scopi e le modalità con cui queste strategie destabilizzanti sono state messe in atto nel corso degli anni. Un primo caso eclatante si potrebbe far coincidere con l’apparizione degli Sweet a una puntata di “Top Of The Pops” nel 1973 durante la quale, in un rigoglio di paillettes e lustrini, faceva bella mostra di sé l'uniforme nazista indossata dal bassista Steve Priest: poco più che una provocazione di cattivo gusto, in accordo con i dettami eccessivi del glam allora imperante. Questo atteggiamento bambinesco, poi fatto proprio dal punk della prima ora (un caso su tutti, le strategiche svastiche con cui Jamie Reid ha marchiato a fuoco l’immagine pubblica dei Sex Pistols), mutò radicalmente di segno negli anni della consapevolezza politica che ha contraddistinto l'hardcore: per Dead Kennedys, MDC, Reagan Youth e altri gruppi apertamente anti-sistema, tirare in ballo lo spettro totalitario era un atto di sabotaggio per smascherare quel regime en travesti che è stata l’America reaganiana. Similmente, terroristi concettuali come Residents e Throbbing Gristle affiancavano immagini pubblicitarie a detriti di propaganda novecentesca, secondo la vecchia equazione consumismo = nuovo fascismo. In quegli stessi anni, però, aleggiava anche una perversa fascinazione per un’estetica, tra il militaresco e il neo-pagano, riscontrabile in molto rock “cupo”, dalla darkwave (Joy Division) all’industrial (Whitehouse, Boyd Rice) fino a quella controversa galassia che è il movimento neofolk (Death In June e Current 93 in testa); quanto queste suggestioni si esaurissero nella facciata e quanto invece fossero sintomo di una più profonda adesione ideologica rimane una questione aperta, ma tutto sommato poco rilevante ai fini della nostra analisi. Un caso a parte è invece costituito dagli sloveni Laibach i quali, non senza polemiche, hanno costruito un’intera carriera sulla sistematica risemantizzazione di codici e simbologie afferenti ai totalitarismi del secolo scorso, per denudare le dolenti contraddizioni dell’Europa (specie orientale e balcanica) uscita dalla Guerra Fredda.
Non basterebbe un’intera enciclopedia, poi, per mappare le incursioni “destrorse” in territorio metallico, ambito tradizionalmente più reazionario, in cui la tolleranza per certe sbandate è più alta, dai memorabilia bellici degli Slayer al nazi-satanismo norreno tanto caro al black metal old school. E’ capitato, infine, che brani puramente satirici, se non addirittura antifascisti nelle intenzioni, siano stati travisati come apologie: obbligatorio citare almeno “Der Mussolini” (1981) dei DAF e “Il Duce” (1985) dei Big Black, i cui titoli perentori sono stati biglietti da visita fin troppo vistosi per non attirare gli strali di certa critica militante.

Scioccare, far riflettere, evocare immagini forti: quale che sia la ragione, quando si gettano sul piatto certi riferimenti, non si passa facilmente inosservati. E se maneggiare del materiale così incandescente è fonte di malumori pressoché ovunque, farlo in un paese come l’Italia (che il fascismo l’ha conosciuto per davvero, e la cui propaganda è esplicitamente bandita dalla Costituzione) può diventare una faccenda così problematica da stroncare una carriera. Basti il caso dei Museo Rosenbach, gloria del progressive nazionale il cui esordio “Zarathustra” (1973) fu messo all’indice dalla schieratissima scena dell’epoca, vuoi per per il busto mussoliniano inserito nel collage della copertina, vuoi per l’eterno fraintendimento che accompagna le tematiche nietzscheiane su cui è innestato il concept del disco.
Lungi dallo scoraggiare determinate provocazioni, questo timore paranoico ha anzi fatto sbizzarrire la fantasia avvelenata di molti punk anarchici: memorabile il compianto Luca Abort dei Nerorgasmo, tra le band-simbolo dell’hardcore torinese, che nel 1993 si presentò sul palco vestito da nazista lanciandosi in un autentico comizio controculturale, in cui denunciare l’ipocrisia di una società che “si scandalizza di fronte a una croce uncinata messa al collo per provocazione, ma dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che le gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!”.
A fine anni 90 fece scalpore un articolo sul settimanale tedesco “Der Spiegel” in cui alcuni gruppi della scena goth europea venivano criticati per la loro ambiguità politica: tra di essi, anche i parmensi Kirlian Camera, accusati tra l’altro di aver fatto il saluto romano sul palco. In tempi più recenti, ha fatto molto discutere la proposta dei genovesi Ianva che, con il conceptDisobbedisco!” (2006) ispirato all’Impresa di Fiume, hanno spaccato in due la scena alternativa nazionale.
E a volte è sufficiente un nome equivocabile per generare tafferugli: lo sanno bene i Camerata Mediolanense, combo milanese di musica neoclassica che ha visto un proprio concerto del 2008 interrotto dalla protesta di alcuni militanti di sinistra, nonostante la loro musica sia avulsa da qualsiasi connotazione politica e la loro sigla sia un riferimento ai consessi informali in cui alcuni nobili del 500 discettavano di musica e arte.

Tuttavia, mai nessuna band (in Italia e, forse, nel mondo) è riuscita a cavalcare la bestia nera in modo tanto sgradevole, terrificante e geniale quanto i Disciplinatha, anche solo perché hanno avuto il coraggio di farlo nell’ultimo angolo del globo terracqueo in cui possa essere auspicabile giocare con certe tematiche: Bologna.


Capitolo 1: pianificazione strategica (1987)

Il 1987 è, per l’Italia, un anno di profonda trasformazione: è appena caduto il secondo governo Craxi e il paese sta per avviarsi a una stagione di marcata instabilità politica. Nello stesso periodo sono in corso i prodromi del Maxiprocesso di Palermo, mentre nel Mediterraneo la situazione è più elettrica che mai (sono gli anni della crisi di Sigonella, del raid statunitense su Tripoli, della deposizione di Habib Bourguiba in Tunisia e delle prime avvisaglie di turbolenza in Jugoslavia). In capo a qualche anno, una serie di eventi su scala sia nazionale che mondiale spazzerà via tutti gli assetti e le certezze consolidate fino a quel momento, ma per il momento il paese continua a crogiolarsi in una sempre più irrealistica illusione di benessere, esemplificata dal mito edonista della “Milano da bere”, tempio del disimpegno riflussista.

Duecento chilometri a sud-est dalla mecca craxiana, c’è un’altra città che non vuole saperne di dismettere i propri cliché: la Bologna dell’amministrazione Imbeni si ostina a portare avanti la linea del predecessore Zangheri, il sindaco del welfare nei quartieri e del “Piano Giovani”, di Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli e dei Clash in Piazza Maggiore (ma anche della sciagurata gestione delle proteste del ’77, con tanto di carri armati contro gli autonomi e poteri da sceriffo accordati al famigerato magistrato “Katalanotti”). L’obiettivo è chiaro: il capoluogo emiliano deve continuare a sembrare una sorta di “isola felice”, che ha una volta per tutte digerito il boccone avvelenato degli Anni di piombo ma rimane immacolata dallo sfrenato consumismo che è ormai la cifra del decennio, una terra in cui le parole d’ordine sono ancora comunità e solidarietà, in cui c’è posto per tutti e ogni singola attività è pianificata dal comune con il cittadino e per il cittadino.
La propaganda dell'egemonico Partito Comunista è così pervasiva che molti sono pronti a giurare che Bologna sia ancora la “città più libera del mondo” (altra fortunata definizione di Zangheri), ma finisce col provocare una rottura proprio con quei giovani con cui si stava cercando di ricucire la ferita ancora aperta dopo l’affaire Lorusso: una nuova ondata di iniziative dal basso inizia ad animare l’underground e porta alla nascita di esperienze di aggregazione come il Casalone (oggi Covo) e l’Isola Nel Cantiere, che cercano di richiamarsi ai fasti della Bologna “creativa” di Radio Alice e della new wave damsiana. Ma a storcere il naso nei confronti del monocolore rosso è soprattutto un isolato manipolo di ragazzi della provincia, che guardano con estrema diffidenza non solo ai magheggi dei partiti ma anche al movimentismo di massa della gioventù “alternativa”.

Questa storia inizia a Bentivoglio (mai nome fu più antifrastico), paesino di 5.000 anime alle porte di Bologna: “Il solito bar, il solito campo da calcio, la solita parrocchia e l’onnipresente sede del Partito Comunista”. Per scacciare la noia, alcuni ragazzi appassionati di storia e “militarismo becero” s’inventano un loro modo per passare il tempo: vestirsi sempre con divise e mimetiche (“il punk era morto e bisognava trovare un altro modo per essere antipatici”), trascorrere giornate intere campeggiando in ambienti estremi e organizzare pellegrinaggi nei luoghi simbolo del Ventennio. Il loro è un rifiuto viscerale tanto dell’insindacabile infallibilità comunista emiliana quanto di qualsiasi modello d’importazione: “Ad alcuni di noi non fregava un cazzo di andare a Londra per vedere i concerti: noi andavamo a Predappio”.
Tre di questi ragazzi formano una band, i Blood: sono Cristiano Santini alla voce, Marco Maiani al basso e Daniele Albertazzi alla batteria. Ai quattro però la musica non basta, sentono che hanno bisogno di altro per dare corpo a un immaginario che si sta definendo e così decidono, con l’aiuto del loro amico Dario Parisini, di metter su anche una “fanzine autarchica” collegata all’attività del gruppo: la chiamano “Fiamma Nera”. Sono giovani e sono punk, e come tali hanno ben chiara quale debba essere la loro missione: provocare tutto e tutti, sempre e comunque, a qualsiasi costo. Scelgono pertanto di portare il loro materiale a Bologna durante la Festa dell’Unità, lasciandolo a uno stand in cui sono presenti vari gruppi musicali. Alla fine dell’evento si accorgono che tutto è sparito, e non perché sia andato a ruba: lo ritrovano infatti in mezzo alla spazzatura, distrutto. Si rendono conto una volta di più dell’esistenza di un pensiero unico invalicabile, ma capiscono anche di aver toccato un tasto che potrebbe essere quello giusto.

Di lì a breve Parisini entra stabilmente come chitarrista, e il quartetto decide di ribattezzarsi con un nome marziale quanto le loro idee: Disciplinatha. La quadratura del cerchio si raggiunge dopo aver visto i Cccp in concerto: anche il loro dovrà essere uno spettacolo multimediale, che coinvolga non solo musica ma anche performance e videoproiezioni, con la stessa verve maccheronica. La mossa più logica sembra quindi mettersi in contatto con la casa discografica che lanciò la carriera di Ferretti e Zamboni, la Attack Punk Records di Jumpy (oggi Helena) Velena. Per qualche ragione, però, all’inizio sono titubanti nel proporre la loro idea e preferiscono girarci intorno, evidentemente consci del potere dirompente di quanto stanno per creare: si spacciano prima per un progetto “filo-palestinese”, poi “filo-Gheddafi”, ma alla fine decidono di vuotare il sacco e, contro ogni previsione, suscitano l’entusiasmo incondizionato della label anarchica, che li mette subito sotto contratto. L’idea è di creare intorno alla band un discorso esteticamente coerente e ideologicamente destabilizzante, ma anche di suonare la musica più violenta e sconvolgente che si sia mai sentita in Italia fino a quel momento: “anteporre la postura dell'anfibio al trascinarsi sfatto della ciabatta”.

Capitolo 2: scontro frontale (1988-1990)

DisciplinathaDev’essersi preso un bell’accidente chi, in quei giorni, si ritrovò in mano una copia di Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!, mini-album con cui i Disciplinatha lanciarono la loro offensiva alla musica italiana: in copertina, due “piccole italiane” serie e impettite, incorniciate in un rettangolo rosa; sul retro, due “figli della lupa” sorridenti mentre sfoderano un goffo saluto romano; dentro, un collage di foto e slogan da cortocircuito semiotico totale. Ma l’infarto, non c’è da dubitarne, dev’essere arrivato dopo aver posato la puntina all’inizio di quel vinile bianco latte: un sample della voce di Benito Mussolini che ruggisce la dichiarazione di guerra all’Etiopia (da cui è tratta la frase che dà il titolo al disco), poi un micidiale stantuffo di chitarra/batteria e una voce rantolante in un growl disumano, che nel ritornello si tramuta in un coro belluino (“A noi! A noi! Addis Abeba”). Difficile trovare, in tutto il rock italiano e non solo, un incipit altrettanto folgorante: “Addis Abeba” è un tale pugno nello stomaco da lasciare tramortiti, tra la violenza brutale della musica e quel messaggio troppo ambiguo o troppo chiaro, in ogni caso inaccettabile.
Il resto del lavoro, pur non replicando quel formidabile abbrivio, non retrocede di mezzo passo: “Disciplinatha canto del potere” parte con un intossicante girotondo doom sormontato da una chitarra che simula una sirena antiaerea, poi accelera a tutta birra e s’impenna in un thrash a perdifiato; “Milizia” è aperta da un nugolo di radiazioni elettroniche accoppiate a una batteria riverberata che evoca un serrato calpestio di anfibi, dopodiché attacca a testa a bassa come un panzer alla Ministry; l’hardcore supersonico di “Retorika” profana la sigla del Tg1 con un altro campionamento mussoliniano prima di gettarsi nella tempesta dei proiettili nemici; “Leopoli” è una marcia a tappe forzate così plumbea da gareggiare con le sfuriate dei Killing Joke; la conclusiva “Attacco dal cielo”, un minuto e mezzo di schiuma chitarristica a ricreare i suoni di un bombardamento aereo, è Hendrix reinterpretato dai Chrome.

Ancora oggi, a fine ascolto, è necessario un attimo di raffreddamento per riprendersi dallo shock ed elaborare l’esperienza. Anche solo musicalmente, la faccenda è una bolgia non facile da districare: l’armatura di base è una testosteronica lega di industrial-metal, hardcore e post-punk, ma nell’alchimia risultante c’è un’eccedenza di senso data dal modo del tutto personale (per quanto sorprendentemente professionale, trattandosi di esordienti) con cui i quattro approcciano i loro strumenti, specie nelle picchiate kamikaze della chitarra quasi psichedelica di Parisini. I riferimenti sono chiari, ma i Disciplinatha non suonano né derivativi né datati: già solo per questo, dalle nostre parti, una roba simile non si era mai ascoltata.
Ma ad attirare l’attenzione, non c’è bisogno di dirlo, è soprattutto l’impressionante messa in scena, così spudorata da non poter essere ignorata. Chi sono davvero i Disciplinatha, e cosa vogliono dimostrarci? La prima ipotesi, quella che più ci spaventa, è che possano davvero essere dei neofascisti: ma il loro teatrino appare talmente ghignante da portare a scartare questa soluzione troppo sbrigativa. Se non si tratta di condivisione ideologica, vuol dire che il giochino è pretestuoso, funzionale a esprimere qualcos’altro: qualcosa che, molto presumibilmente, ha a che fare con il presente. Quindi la domanda dovrà diventare: con chi ce l’hanno i Disciplinatha? Accusano forse l’Italia di non aver voluto fare davvero i conti con il proprio ingombrante passato e di non aver mai smesso di essere silenziosamente fascista? Paragonano gli anni 80 craxiani a un nuovo regime che mira ad annullare le coscienze con la pillola dorata del consumismo d’assalto (Pasolini docet)? Ridicolizzano l’ottusità di un altro paradossale regime, la Rossa Emilia in cui puoi dire quello che vuoi, purché sia ricompreso dentro il perimetro dell’ideologia dominante? Si prendono gioco di certa cultura alternativa facendo il verso al gruppo del momento, quei Cccp che come loro mirano a esasperare le contraddizioni del loro tempo, sostituendo al loro caricaturale “filosovietismo” qualcosa che ci fa molta più paura, essendo un fantasma di casa nostra? Vogliono semplicemente, da bravi punk, spezzare le catene del proibito e concedersi il lusso di scherzare su un argomento troppo scomodo e quasi innominabile, qualcosa su cui si mette di traverso addirittura la nostra Costituzione? Farci riflettere sui limiti stessi della libertà di espressione, che vacilla quando si affondano gli artigli dentro piaghe troppo purulente? Il punto è che i Disciplinatha non ci pensano nemmeno a fornire delle risposte, non vogliono far tornare i conti, e anzi premono in tutti i modi sull’acceleratore dell’ambiguità, mitragliando segnali contraddittori da ogni dove: se giocano a fare i fascisti, perché le canzoni sono in parte cantante in inglese? Come interpretare quell’elenco di ringraziamenti, in cui convivono schizofrenicamente Francesca Mambro e i Public Enemy, Céline e gli Anthrax, Lucio Battisti e GG Allin? E quella nota allegata al disco, in cui esprimono solidarietà per tutti i detenuti politici, siano essi di destra o di sinistra? Di una sola cosa possiamo essere certi: se siamo arrivati a porci così tanti interrogativi differenti, vuol dire che la provocazione ha raggiunto il suo obiettivo.

Ma chi pensa che questo pur indigesto frullato possa bastare a placarli, evidentemente non conosce i Disciplinatha (ai quali, nel frattempo, si è aggregata come corista Valeria Cevolani). Che anzi imbastiscono un discorso ancora più scioccante durante le loro performance dal vivo, un tripudio di tricolori, divise del Ventennio, maschere antigas, scenografie militari, ma anche immagini di altro tipo, ben più fastidiose e “violente”, tratte dalla pubblicità, dalle riviste di consumo, dai programmi-spazzatura delle prime tv commerciali dell’epoca. Volantini e manifesti distribuiti della band, a rivederli ora, sembrano degli oggetti a metà tra l’esercizio di stile situazionista e la controinformazione di una cellula brigatista: una trovata come quella del soldato nazista in parata con l’aquila di Armani vale la carriera di un abile pubblicitario. Vengono realizzati addirittura dei veri e propri spot nichilisti: indimenticabile il detournement di una famosa campagna di sensibilizzazione dell’epoca, in cui un grottesco slogan anti-droga viene sovrapposto alle strazianti immagini post-Stazione di Bologna. Volutamente pecoreccio e rudimentale, il loro show è una dissacrante risposta alle pose paramilitari del nuovo industrial europeo. Non si può far finta di niente in loro presenza, ognuno è costretto a fare i conti con i recessi più bui tanto della propria coscienza quanto della società a cui appartiene: “Noi siamo i fascisti, il male assoluto: e giudicheremo voi, che siete i buoni”.

Capitolo 3: artiglieria pesante (1991-1995)

Fin troppo prevedibilmente, l’accoglienza che i Disciplinatha ricevono è un muro compatto di ostracismo anche violento: i distributori preferiscono guardare dall’altra parte, le riviste si rifiutano di recensirli, e nei pochi locali in cui riescono a suonare (sempre dopo interminabili processi assembleari in cui sono tenuti a chiarire, per filo e per segno, “da che parte stanno”) rischiano le botte sia da destra che da sinistra; in un’occasione, per “proteggere” la band dai loro scalmanati detrattori, il palco viene fatto circondare da un cordone di celerini, creando involontariamente una scenografia che doppia in tragicomico surrealismo le più apocalittiche trovate del gruppo. Incapace di metabolizzare un prodotto così fuori dagli schemi, il sistema preferisce farlo morire di inedia serrandolo in un isolamento pressoché totale.
I componenti iniziano a essere demotivati, la Attack Punk li abbandona, il bassista Marco Maiani fa le valige. Il gruppo è a un passo dalla dissoluzione, ma proprio in quel momento arriva in loro soccorso I Dischi del Mulo, l’etichetta che Ferretti e Zamboni (recentemente titolari del secondo stadio evolutivo dei Cccp, i Csi) hanno appena fondato per promuovere le nuove realtà del rock emiliano. I “cattivi ragazzi” (forti di una nuova bassista, Roberta Vicinelli) entrano così sotto l’ala protettrice dei più accreditati mecenati che possano desiderare: il prezzo da pagare è una normalizzazione del sound e una semplificazione degli spettacoli, ma la possibilità concreta è quella di aprirsi finalmente a un pubblico più ampio.

Il primo atto della nuova alleanza è un 12’’ rosa intitolato Crisi di valori, pubblicato nel 1991 e contenente due brani: la title track (in cui è campionata la voce di Giovanni Paolo II) e la B-side “Nazioni”. Il lavoro, sorta di piccolo “concept geopolitico” à-la Laibach, riflette le profonde trasformazioni che hanno scosso il mondo occidentale, in cui la logica dei blocchi è venuta meno dopo la caduta del muro di Berlino, sostituita dal nuovo “villaggio globale” inaugurato dalla Prima Guerra del Golfo. I toni sono sinistri e, manco a dirlo, pesantemente sarcastici.
Sul fronte musicale si registra un allontanamento ulteriore dal punk e un più massiccio ricorso a stilemi industrial ed elettronici. Sul retro del disco, per sdrammatizzare la loro improvvisa “redenzione” e prendere definitivamente le distanze dalle accuse di neofascismo (o, più credibilmente, per confondere ancora di più le acque), fa capolino una frase acida e beffarda, paradigmatica dell’ironia avvelenata del gruppo: “Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”.

Il 18 settembre 1992, al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, si svolge un concerto collettivo che accomuna CSI, Üstmamò e Disciplinatha, testimoniato nel live “Maciste Contro Tutti”, pubblicato l’anno dopo come primo manifesto programmatico della Iddm. Segue un mini-tour italiano delle tre band, che contribuisce in maniera significativa a consolidare lo status dei Disciplinatha tra il pubblico alternativo degli anni 90.

Nel 1994 è invece la volta di un nuovo Lp: se Crisi di valori era la risposta dei Disciplinatha ai nuovi assetti continentali, Un mondo nuovo si presenta come un’inquieta meditazione sul nuovo volto dell’Italia, appena entrata nella Seconda Repubblica. Le prime stampe del lavoro esibivano una strepitosa copertina realizzata dall’artista Diego Cuoghi, purtroppo non presente nelle successive edizioni perché basata su una rielaborazione non autorizzata di un volantino dei Testimoni di Geova (forse l’ultima categoria che il gruppo non aveva ancora fatto incazzare…).
E’ un disco profondamente pessimista, con la title track che ripone ben poca fiducia tanto negli eccessi di Tangentopoli (“giudici irreprensibili, carabinieri liberi”) quanto nella nuova spregiudicata classe politica berlusconiana (“politici colpevoli, imprenditori e tecnici”), indicati come fabbri del “mondo nuovo” verso cui ci stiamo avviando.
Non manca poi una corrosiva critica generazionale contro l’omologazione dilagante (“Sbagliato”, “Ultima fatica”), a completare un quadro ben poco confortante sulla qualità umana dei loro contemporanei. Le sonorità si fanno ancora più algide e distopiche, sposando una muscolare Ebm memore di DAF e Front 242, ma anche certe atmosfere orientaleggianti più distese (“East & Side”, “Lune Taglienti”, “Lontano Scintillante”), probabilmente ispirate dalla frequentazione con i Csi.
L’asso nella manica è l’azzeccata cover di “Up Patriots To Arms” che, grazie anche a un efficace videoclip, spopola in televisione e diventa il grimaldello per raggiungere platee fino a pochi anni prima impensabili. La vera perla è però “Vi ricordate quel 18 aprile”, allucinata rilettura di una ballata antifascista di Giovanna Daffini, in cui la band riconferma la propria inquietante capacità di suggestione sul sempre controverso tema della memoria. Con questo brano, l’anno successivo, il gruppo prende parte alla compilation targata Consorzio Produttori Indipendenti “Materiale Resistente”, spiazzando ancora una volta tutti.

Nel 1995 esce anche l’antologia A-Raccolta, che oltre a riproporre Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta! (divenuto nel frattempo introvabile) e Crisi di valori, contiene il feroce inedito “Tu meriti il posto che occupi” e alcuni scampoli live.

Capitolo 4: resa incondizionata (1996-1997)

DisciplinathaNel giro di qualche anno, i Disciplinatha sono passati dallo status di temuti terroristi con una taglia sulla testa a quello di piccole rockstar benvolute più o meno da tutti. La realizzazione di un sogno, per qualsiasi altra band, ma i Disciplinatha non sono un gruppo come gli altri: per la loro la musica è sempre stata l’avanguardia armata di un’idea, l’appendice più immediata di un progetto più grande di loro, un discorso che precede e giustifica qualsiasi atto concreto. Abituati a interrogare e a interrogarsi, all’apice della loro realizzazione artistica e professionale sono costretti fare i conti con se stessi: cosa vuol dire essere i Disciplinatha? Dove si va adesso? Come da prammatica in questo tipo di situazioni, emergono due anime: chi vorrebbe recuperare lo spirito degli esordi e tornare a una musica eversiva e scandalosa, e chi invece approva il più rassicurante nuovo corso e lo proseguirebbe volentieri. Nessuna fazione riesce a prevalere, e l’esito è uno stallo: per una band abituata a cercare lo scontro a tutti i costi, è una situazione di estrema sofferenza, in cui manca l’aria.

Primigenia, pubblicato nel 1996, è il sofferto, commovente parto di quella stagione allo sbando. E’ un disco che si distanzia così tanto da qualsiasi cosa i Disciplinatha siano stati finora da far dubitare che si tratti della stessa band. E’ in sostanza un apologo sul Vuoto, che nel Vuoto annega e del Vuoto si nutre per non soccombere. Dagli accesi affreschi in cui tutto è caricato fino allo spasimo, si passa a una dimensione in cui nulla è definito: la musica dà il definitivo colpo di spugna alle sonorità abrasive degli esordi e si avvicina pericolosamente a un alternative-rock chitarristico di marca statunitense, che a tratti lambisce paralisi di autocommiserazione post-rock (davvero l’ultima cosa che ci si sarebbe potuta aspettare, da un gruppo che avrebbe preferito sfondarsi la testa contro un muro piuttosto che piangersi addosso).
I testi, allo stesso modo, abbandonano del tutto i proclami e divengono astratti, enigmatici, malinconici, con un senso di sconfitta e smarrimento ad aleggiare su tutti i brani. E’ un disco scurissimo, mortifero, così privo di qualsiasi slancio vitale da demoralizzare anche il più entusiasta dei rivoltosi. Fin troppo lampante la coerenza di questo ennesimo stadio evolutivo: esaurite le lotte, i Disciplinatha si scoprono dei rivoluzionari stanchi e senza più una causa, reduci disillusi che si leccano le ferite contemplando inebetiti le macerie che li circondano, con lo stordimento vagamente colpevole dei sopravvissuti. La debacle che li affligge è il tramonto di un’intera generazione, sul piano sia musicale che politico: ma il disco nemmeno ci prova a farsi carico di qualcosa che non sia la propria personale, sconfinata desolazione. “Piena la bocca/ di vuoto vuoto/ Pieno è vuoto, e vuoto è pieno/ E urla, urla/ di niente urla/ Tu parlami di me”, balbetta emblematicamente “D’Intro” sopra un mefistofelico borborigmo di basso distorto.
“Lingua Lusinga” prova a gridare aiuto (“immensamente sto scivolando/ smaniosamente io sto franando”), ma non trova nemmeno uno specchio ad ascoltare. “Esilio” definisce ulteriormente lo stato di impotenza (“sai cosa me ne frega della libertà/ anche se riesco a parlare non riesco a sentire”) ma giusto che ci sta si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa (“non ci pago l’affitto con la verità/ eran tutti collusi, venduti, confusi”), prima di rifugiarsi nelle lande misticheggianti della title track. “Quanto mi ami” nelle mani di qualcun altro sarebbe potuta diventare una hit, e anche solo per questo suona disperata come una relazione abortita prima di sbocciare. “Mi addormento” è un susseguirsi di sussurri e grida, come da manuale del genere in questione: solo che la tragedia messa in scena, in questo caso, sembra così reale da far gelare il sangue. “A volte invece no” e “Voci” paiono la stessa storia raccontata da due punti di vista contrapposti, nessuno dei quali può o vuole ricomporre il quadro di partenza in frantumi, prima di venir spazzati via da una “New Dawn Fades” addirittura più torva dell’originale, con alcuni versi apocrifi cantati in italiano e una coda in odor di afasia in cui smarrirsi sperando di non ritrovarsi più.
“Otto Minuti” è il capolavoro assoluto dei Disciplinatha, un brano magmatico, infinito, solenne come una messa e tridimensionale come un brutto viaggio; ed è solo dallo stupore di quell’esperienza sconvolgente che il blues metafisico di “Chiamala Inverno” può rubare il verso che chiude l’opera, così lineare da spezzare il cuore: “Dolce come l’amore/ piano come dormire”. Pensare che stiamo parlando delle stesse persone che, meno di dieci anni prima, hanno intitolato un disco “Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!” è qualcosa di sbalorditivo. I Disciplinatha hanno inciso un disco da adulti quando erano adolescenti e un disco da adolescenti alle soglie della maturità: una prerogativa dei pazzi e/o dei fuoriclasse. Paragonato con il coevo “Linea Gotica”, ne costituisce l’ideale negativo fotografico: laddove i Csi fustigano passato e presente imbastendo un fiammeggiante processo ai vincitori, i Disciplinatha si massacrano le braccia esalando uno striminzito requiem per i vinti, poema dell’asfissia maestoso come una stella morente. E’ il loro personalissimo ripiegamento sul privato, e come tale rimarrà il loro lavoro più violento e necessario: nulla è più doloroso e totalizzante del pianto di una persona sola chiusa in una stanza buia.
Stroncato da un critico su tre e da un fan su due, Primigenia merita invece di stagliarsi come l’ideale summa di tutto il loro percorso, nonché una delle immersioni senza bombole più in profondità mai azzardate dalla musica italiana tutta.

La situazione, a questo punto, è paradossale: se i vecchi seguaci interpretano questa sterzata come il definitivo voltafaccia di un gruppo ormai “venduto”, dall’altro lato della barricata si profila un nuovo potenziale orizzonte di pubblico (quello della generazione post-grunge rimasta orfani di riferimenti) che sarebbe entusiasta di riceverli. A riprova di ciò, vengono addirittura invitati a una trasmissione televisiva, culmine beffardo e vagamente delirante della loro riflessione sulla comunicazione. Ma i Disciplinatha rimangono dei guerrieri troppo fieri per sottostare a compromessi che non appartengono al loro codice morale, e quando si è in trappola il sacrificio rimane l’unica via percorribile (“non posso che perdere/ ma in libertà”, cantavano su “Esilio”): è dunque fisiologico, a questo punto, lo scioglimento, dopo un epilogo drammaturgicamente impeccabile.
E per ironia della sorte, l’ultima traccia incisa da uno dei gruppi più battaglieri di sempre è null’altro che una dolcissima ninna nanna: “Soffia piano”, inclusa in quegli stessi mesi nella compilation “Matrilineare”.

Nessuno più di loro ha sfidato con tanta tenacia qualsiasi convenzione della musica italiana. Nessuno più di loro meriterebbe di essere ricordato sugli scaffali alti della storiografia rock. Nessuno più di loro rimarrà, invece, un totem per pochi, prezioso come tutti i culti clandestini.

Capitolo 5: gli eroi non muoiono mai (2012-presente)

Dish-Is-NeinPer anni, dei Disciplinatha si perdono le tracce. Sia Dario Parisini sia Cristiano Santini si mantengono attivi (il primo avviando il nuovo progetto Post Contemporary Corporation e prestando per un periodo la sua chitarra ai Massimo Volume, il secondo fondando la Black Fading Records e lavorando come produttore), ma il gruppo rimane nel baule dei ricordi.
A riaccendere l’attenzione intorno alla band provvede, nel 2008, un curioso episodio che avrà una certa risonanza nell’ambiente alternativo nazionale: gli Offlaga Disco Pax inseriscono nel brano “Sensibile” (dal loro secondo album “Bachelite”) un verso decisamente polemico e velenoso, in cui stigmatizzano la scelta di ringraziare Francesca Mambro nei crediti di Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!. Il dissing crea un vivace dibattito che, se non altro, ha il merito di destare nuova curiosità intorno ai Disciplinatha. Anni dopo, la questione sarà alla base di un altrettanto chiacchierato confronto “fisico” tra Max Collini e Parisini, ambiguo ed enigmatico come tutto ciò che ha sempre riguardato i Disciplinatha (il chitarrista non ha mai fornito alcun tipo di commento sulla vicenda).

Ma è nel 2012 che i segnali di fumo si fanno più consistenti: la band decide infatti di cedere alle lusinghe dell’autocelebrazione con il box-set Tesori della Patria, un bellissimo cofanetto in edizione limitata contenente tutta la discografia ufficiale, il disco di inediti “Foiba” (che include, tra le altre cose, l’incredibile collage “Lo stato delle cose”) e il prezioso documentario “Questa non è un'esercitazione” del regista bolognese Alessandro Cavazza, che ripercorre la storia del gruppo con interviste a tutti i componenti e ad amici quali Jello Biafra, Helena Velena, Giovanni Lindo Ferretti, Marco Zamboni, Emidio Clementi, Renato "Mercy" Carpaneto e Manuel Agnelli. Nell’autunno dello stesso anno, i Disciplinatha si riuniscono per la prima volta con un concerto al Moonlight Festival di Bologna, occasione in cui, ad eccezione del batterista Daniele Albertazzi, sfilano sul palco tutti i vari componenti che si sono avvicendati nel corso degli anni, oltre al Coro Alpino di Monte Calisio e al coro delle Mondine di Bentivoglio.

La curiosità che stuzzica molti, però, è inevitabilmente un’altra: cosa direbbero i Disciplinatha sui travagliati tempi che stiamo vivendo? La loro voce stentorea si leverà ancora contro le ipocrisie del loro paese? La risposta arriva, del tutto inattesa, a dicembre 2017, quando Parisini, Santini e Maiani annunciano di aver realizzato un nuovo lavoro omonimo sotto la sigla Dish-Is-Nein: il mini-album su vinile bianco (un evidente riferimento al formato del loro storico esordio, di cui celebra il trentennale), anticipato come ai vecchi tempi da una fitta ragnatela di immagini sinistre e provocatoriamente presentato con un articolo su “Il Giornale”, vedrà la luce il mese successivo per la Contempo Records. Ai sei brani, che restituiscono la vis del gruppo in una forma più affilata e minacciosa che mai, hanno partecipato Renato “Mercy” Carpaneto degli Ianva come co-autore dei testi, il batterista degli Skinny Puppy Justin Bennet a fare le veci del dimissionario Albertazzi, la storica complice Valeria Cevolani e il già evocato Coro Alpino di Monte Calisio.
Ed è proprio l’impressionante forza suggestiva del coro a dettare le atmosfere del primo brano, “La chiave della libertà”, aperta da un algido battito industriale a cui si sovrappone una rivisitazione del canto di Luigi Pigarelli “Compagno Fucile”, prima che l’infernale crooning di Cristiano Santini inizi a declamare la sua torva maledizione sopra un assorto tappeto di archi. E’ un incipit dal respiro titanico, percorso da un brivido gotico che ricorda i Coil più solenni, perfetto nell’esaltare la rivolta individuale del brigante, del partigiano, dell’anarchico, figure eroiche ancora plausibili e anzi necessarie in un’epoca che ha reso improponibile la sollevazione di massa. Convincente, qui come nel resto dell’album, il lavoro sul suono (a cura dello stesso Santini), terso e definito come mai prima d’ora.
Tutt’altro mood nella successiva “Toxin”, una nervosa galoppata alla Ministry, per certi versi prossima alla robotica energia che alimentava Un mondo nuovo, di sicura presa e giustamente estratta come singolo. Il testo è una sfuriata anti-moderna che non guarda in faccia a nessuno, parole al vetriolo sputate non senza ironia, con quel fine equilibrio tra immediatezza e ambiguità che rimane uno dei marchi di fabbrica del gruppo. Se farà discutere, avrà fatto il suo dovere. “L’ultima notte”, in cui torna il coro a intonare l’omonimo canto alpino, è invece una spettrale ballata neofolk, snocciolata da due voci sovrapposte/contrapposte a creare un gioco che non sarebbe dispiaciuto a Douglas Pierce, la cui immota desolazione viene sferzata dal teso crescendo reznoriano del finale. E’ una fiera ode alla sconfitta per manifesta superiorità del nemico, ma anche una sconsolata riflessione sulla vischiosità della violenza che genera altra violenza. “Macht Frei” è un saggio di provocazione a tutto campo così infallibile da poter essere utilizzato a fini didattici: un elenco di sigle che identificano vari aspetti del nostro tempo vengono affiancate al terrificante motto del titolo, nel bridge spunta un sardonico sample da una preghiera di Benedetto XVI, mentre in chiusura affiora l’angosciata voce di un bimbo che canticchia il refrain di “God Save The Queen”, a rimarcare che per gli sventurati della sua generazione non potrà mai esserci “nessun futuro”. Brani come questo lasciano a bocca aperta tanto per il coraggio che li ispira quanto per l’abilità con cui sono collaudati, eloquente testimonianza del praticantato punk dei Nostri. Il paragone con i Laibach è stato una costante nella carriera dei Disciplinatha, ma adesso forse è la compagine slovena che dovrebbe prendere lezioni da loro.
Introdotta da un marziale pestare di anfibi in avvicinamento tra interferenze elettroniche, “Eva” è, musicalmente parlando, il momento più violento del disco, con una batteria quasi Ebm e la chitarra di Parisini a menare precisi fendenti metallici. La voce della Cevolani aggiunge ulteriore teatralità a un ritornello che suona come una dichiarazione di guerra al mondo, quasi un “passaggio al bosco” di jüngeriana memoria, sacrificio così spericolato da non poter ammettere coscritti inesperti. E’ il bollettino di guerra definitivo, disperato perché disperata è la situazione che commenta. A chiudere questo affresco apocalittico provvede il cinematografico strumentale “Finale”, memore della lezione di David Tibet: tre minuti e mezzo di meditazione per pianoforte e scorie atomiche che si spegne in un catacombale lamento gregoriano, requiem per un’umanità che nessuna Bellezza potrà più salvare.

I Disciplinatha riescono ancora a incutere timore per la forza della loro visione, quanto di più distante possa esistere dalla piatta mediocrità che troppo spesso affligge le produzioni nostrane. Dish-Is-Nein è un’opera complessa ma fruibile a più livelli, che offre differenti piani di lettura per essere decifrata ma difficilmente potrà lasciare indifferenti, non essendole indifferente il presente a cui si rivolge. La rabbia che la pervade potrà ispirare un rassegnato nichilismo, oppure infondere nuova energia per reagire alla viltà di un’epoca che ha piegato la schiena di fronte ai più infimi soprusi. E’ un album che molti detesteranno e sarà anch’essa una reazione sana, perché certi lavori devono necessariamente dividere.
Fulgido esempio di giovinezza artistica e maturità umana, questo piccolo grande disco è l’ennesima riprova di quanto abbiamo ancora bisogno di un approccio all’arte determinato a spararle grosse, che sappia appellarsi a orizzonti ambiziosi flirtando con strumenti pericolosi, capace di sconvolgere in profondità perché smuove corde che la fiacca retorica postmoderna sempre più di rado riesce anche solo a toccare.

Grazie a Helena Velena e Fabio Macellari per i preziosi consigli, e per tutto il resto...

Disciplinatha

Canti di guerra per un Mondo Nuovo

di Massimiliano Speri

Provocatori tanto feroci quanto sofisticati, band dalle mille vite musicali, durante la loro breve parabola i Disciplinatha hanno sconvolto l’underground italiano con il loro sound innovativo e i loro testi inquietanti. Una storia all’insegna di ambiguità, fraintendimenti e polemiche, appena tornata alla ribalta a più di 20 anni dallo scioglimento

Disciplinatha
Discografia
 DISCIPLINATHA 
   
Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! (mini-album, Attack Punk Records, 1988) 
 Crisi Di Valori (12'', I Dischi del Mulo, 1991) 
 Un Mondo Nuovo (I Dischi del Mulo, 1994) 
 A-Raccolta (antologia, I Dischi del Mulo, 1995) 
Primigenia (I Dischi del Mulo, 1996) 
 Tesori della Patria (box set, Black Fading Records, 2012) 
   
 DISH-IS-NEIN 
   
Dish-Is Nein (mini-album, Contempo Records, 2018) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Dish-Is-Nein su OndaRock
Recensioni

DISH-IS-NEIN

Dish-Is-Nein

(2018 - Contempo Records)
Il ritorno sotto mentite spoglie dei Disciplinatha, più affilato e minaccioso che mai

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