Enrico Ruggeri

Il falco e il gabbiano

di Marco Bercella

Uno chansonnier nato dal punk. Battezzato a Sanremo dall'irriverente synth-pop di "Contessa" e assurto in breve ad autore di tanti hit, per sé e per altri, Ruggeri è uno dei personaggi più atipici del cantautorato tricolore. Ecco l'intervista che ci ha concesso in esclusiva, corredata dalla monografia completa
La "zona"

Via Einstein è una strada secondaria lunga poco più di un centinaio di metri. Una cerniera d'asfalto che collega il viale che conduce alla Circonvallazione di Milano (area sud-est) e la "zona" vera propria. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, e la "zona" è un quadrilatero compreso tra il Friend's Bar di Via Tito Livio, il parco di Largo Marinai d'Italia, Piazza Martini e Piazza Insubria. Erano questi i luoghi in cui ci s'incontrava quando, convenzionalmente, si concordava con gli amici un appuntamento in "zona".
Su un ciglio della via scorrono le inferriate del retro dell'Istituto Tecnico "Pietro Verri" e l‘ingresso principale dell'omonimo Liceo Scientifico, dall'altra parte si affacciano due condomini inframmezzati dal prefabbricato della Scuola Media "Tito Livio" (oggi fatiscente e, ahimé, mestamente chiusa).
Nel 1976, da undicenne imberbe, frequentavo la prima classe di quell'istituto e, per motivi qui attinenti solo in via incidentale, ero già stato inconsciamente sedotto sulla strada del rock.
Non ricordo se in quella mattina milanese a dare buca fu la prof. d'inglese o chi altro. Fatto sta che per la supplenza si presentò un giovane che avevo già visto da qualche parte. Non ricordo neppure come accadde (probabilmente mi stimolò la verosimiglianza delle pose), però mi ritrovai a scambiare con lui qualche battuta su Lou Reed, i cui dischi occhieggiavano dalle mensole della stanza di mio cugino più grande, che già me li propinava senza soluzione di continuità.  Fu proprio raccontando a quest'ultimo la circostanza che scoprii di essermi imbattuto in Enrico Ruggeri. Già, perché lui, il cantante di Porta Romana coi Lozza bianchi, in "zona" ci bazzicava da anni.

La sua carriera musicale comincia proprio fra i banchi di scuola, nel 1972, al Liceo Classico "Berchet". I Josafat, la prima formazione, è una delle tante cover band filo-progressive che allietano le giornate di occupazione, e il corollario delle tante assemblee studentesche del periodo. Nel giro di qualche mese i Josafat fanno posto ai Molotov, poi Champagne Molotov, che veicolano le loro propensioni verso il più fascinoso universo del rock decadente.
L'approccio è amatoriale, la trafila del tutto identica a quella di molti adolescenti che giocano a fare le rockstar, ma ciò che contraddistingue Enrico è che per lui il gioco si fa, in breve, molto serio. La musica da suonare vissuta come missione suprema, con un'applicazione che assume connotati quasi religiosi: un tratto distintivo che ancora oggi, a distanza di tre decenni, ci sentiamo di riconoscergli.
Le scelte di vita sono la diretta conseguenza della strada intrapresa, così l'iscrizione all'università diventa il paravento per tenere buoni i genitori ansiosi di vedere chiaro nel suo futuro, mentre i lavori saltuari sono il modo per procurare risorse economiche da destinare alla causa.
Nel periodo in cui feci la sua (chiamiamola così) conoscenza, l'embrione Decibel iniziava già a prendere forma, tra repentini cambi di formazione e vorticosi saliscendi per scantinati adattati alla bisogna.

Punk! (prima di tanti)

Enrico RuggeriIl 1977 è l'anno definitivo per il punk, la bomba atomica esplosa in rapida successione negli Stati Uniti e in Inghilterra in modo così fragoroso da far sentire la sua eco anche in un'Italia ancora alle prese con i monsters of rock del progressive e assai poco propensa alle novità.
Ma il nostro giovane frontman, già predisposto nei gusti, nell'estetica e nelle inclinazioni, è in prima fila per riceverne la folgorazione. La cartina al tornasole circa la sua dimestichezza a far propria la lezione di Malcom McLaren l'abbiamo nel settembre 1977.
Nel giro di qualche notte, infatti, tutta Milano viene tappezzata da manifesti che annunciano un concerto dei Decibel che si sarebbe tenuto il 4 ottobre presso la discoteca "Piccola Broadway", allora molto in voga. Tutto falso. E però davanti al locale si presentano tutti i punk della città per assistere al concerto che si rivelerà fantasma, ma con loro anche alcuni gruppi di militanti dell'estrema sinistra. Sono anni in cui un taglio corto di capelli o un giubbotto nero valgono da soli l'accusa di fascismo; per questo motivo il centralissimo Corso Buenos Aires si trasforma in pochi minuti in una polveriera, divenendo teatro di una maxi-rissa che ottiene spazio su tutti i quotidiani dell'indomani.
E' la svolta. Il clamore pubblicitario fa sì che alla porta del gruppo si presentino dapprima Maurizio Arcieri (già avvezzo di suo a simili iniziative) e poi, per il tramite dei Dik Dik, l'affermato produttore Sandro Colombini, patron della neonata Spaghetti Records (Shel Shapiro dei Rokes e Silvio Crippa sono gli altri soci), con cui è siglato il primo contratto. La formazione che nel dicembre di quell'anno entra in sala d'incisione per il debut-album vede Ruggeri alla voce, Pino Mancini alla chitarra, Enrico Longhin al basso e Roberto Turatti alla batteria. A questo assetto si arriva dopo la scelta di escludere l'amico nonché storico tastierista degli Champagne Molotov Silvio Capeccia, peraltro già poco incline ad assecondare la direzione smaccatamente punk-heavy verso cui si indirizza il complesso.

La condizione che impongono i produttori è che il disco debba avere dei testi in italiano: un problema non da poco, stante un repertorio interamente cantato in inglese. Enrico non batte ciglio, e la sua proverbiale tenacia ha un'altra occasione per essere messa alla prova. Nel giro di qualche giorno scrive le liriche di Punk (in realtà il disco non ha un titolo, ma la scritta che appare sulla didascalica copertina, opera di Mario Convertino, finisce col battezzarlo così), un album senza troppe mediazioni, suonato quasi in presa diretta pescando ispirazione in forma grezza dal celebre live reediano "Rock 'n' Roll Animal", e da cui emergono il talento chitarristico di Mancini e la sfrontatezza di un cantante che, a parte qualche inevitabile ingenuità, dimostra di sapere il fatto suo.
Dalle otto canzoni che lo compongono (interamente firmate dal trio dei Dik Dik Vescovi-Salvaderi-Sbrigo in quanto Enrico a quel tempo non era iscritto alla Siae) affiorano alcune brillanti intuizioni su cui vale la pena soffermarsi. La sarcastica insolenza di "Col dito... col dito" che prende di mira senza troppi giri di parole il movimento femminista ("E se pensi che ogni volta che ti tocchi col dito/ un orgasmo simulato ti sei procurata/ donna femminista non pensi che lo slogan sia solo per te una stupida trovata...", cui nulla può l'arruffato "pentimento" che giunge sul finire del brano), la valenza quasi divinatoria di "Superstar", che a sentirla col senno di poi pare fluire dalla mente di chi due anni dopo assassinerà John Lennon, la denuncia sociale da disallineati de "Il lavaggio del cervello", le lisergiche frustrazioni di "New York", forse il brano strumentalmente più riuscito.
Punk non può dirsi un disco adatto alle sonnacchiose platee italiche, difatti viene ignorato dal pubblico e stroncato da una critica con la testa altrove che al massimo riesce a bollarlo come qualunquista. Resta la soddisfazione di aver gettato un sasso nello stagno, e il privilegio di aver diviso il palco nei live italiani di Adam And The Ants, degli Heartbreakers di Johnny Thunders e Richard Hell, e degli Xtc

Tradimento! E una fine isterica

Il flop causa la dipartita di tutti gli strumentisti della band, ma Enrico non si perde d'animo e propone a Silvio Capeccia di tornare della partita. La nuova line-up si completa con Fulvio Muzio alla chitarra, Mino Riboni al basso e il quindicenne Tommy Minnazzi alla batteria (che uscirà poco dopo per dissapori con lo stesso Enrico). Quella che chiameremo la svolta wave-tastieristica si traduce nel 1979 nel singolo "Indigestione Disko/Mano armata". Con la produzione di Shel Shapiro (sempre per la Spaghetti Records), vengono alla luce due pezzi ricamati da testi di tagliente sarcasmo (il primo è uno sfottò alla vacuità modaiola da "Febbre del Sabato Sera" che connotava molti giovani bene dell'epoca, mentre il secondo è l'apologia del crimine di un delinquente sui generis) ma soprattutto da robotismi prossimi allo stile dei Devo, che danno l'esatta dimensione di quanto sia radicale la virata impressa alle sorti del progetto rispetto agli esordi. Tanto Muzio che Capeccia infondono nuova e originale linfa al suono dei Decibel, mentre Enrico si muove con insospettabile disinvoltura nel conio di testi che si rivelano i prodromi di uno stile distintivo.

Ma è nel 1980 che il gruppo compie una scelta destinata a mutare il corso degli eventi: la partecipazione al Festival di Sanremo con "Contessa". L'incedere cabarettistico, la divertita invettiva che Enrico dedica all'archetipo della femmina volubile e, perché no, un look in camicia e cravatta che richiama da vicino gruppi come Ultravox e The Knack, non fanno passare inosservata la performance, e il brano (che vede Fulvio Muzio firmare le musiche) ottiene un inaspettato quarto posto.
I vecchi fan gridano al tradimento, al punto che Enrico è costretto ad abbandonare il concerto milanese dei Damned per evitare l'aggressione dei punk più facinorosi presenti sotto il palco, però nuove e più nutrite schiere di teenager salutano con favore il nuovo corso.
L'album Vivo da Re (che contiene l'hit sanremese), con suoi inserti sparksiani e la sua estetica decadente, è un lavoro caustico nelle parole e arguto nei componimenti. Ottiene un buon riscontro di pubblico, e questa volta anche la critica riesce a coglierne le particolarità. Ma se il barometro del consenso segna bel tempo, la temperatura interna al gruppo scende a livelli di gelo preoccupanti. Le forti personalità di Ruggeri e Capeccia entrano di nuovo in rotta di collisione e, ironia della sorte, anche le due teste pensanti dell'etichetta, Colombini e Crippa, si trovano ai ferri corti.
La diaspora vede il cantante sbattere la porta in compagnia di Silvio Crippa, mentre gli altri tre Decibel decidono di restare con Colombini, con cui incideranno "Novecento".

Sempre giù

Enrico RuggeriPer Enrico si apre il periodo in assoluto più difficile della carriera. Coinvolto in una doppia causa legale, è costretto a ritirare dal mercato il primo album solista (Champagne Molotov, 1981, che viene ristampato solo tre anni dopo) e viene diffidato da suonare in pubblico per cinque anni, ossia fino alla data di scadenza del contratto con la Spaghetti. Solo una pesante transazione impedisce che un quadro così apocalittico divenga realtà, ma ancora di più possono la stima che nutre nei suoi confronti Silvio Crippa, e la silenziosa amicizia di un altro personaggio che si rivelerà cruciale: il chitarrista Luigi Schiavone. E' lui che suona la chitarra in questo disco, è lui che seguirà ininterrottamente il cantante milanese per tutti gli album a venire, e la stessa cosa farà il suo manager.
Champagne Molotov segue, affinandola, la rotta tracciata in Vivo Da Re e la circostanza, viste le enormi difficoltà anche economiche che ne hanno accompagnato le registrazioni, può annoverarsi come una piccola impresa.
Quel che preme al volitivo musicista è dimostrare che il suono dei Decibel fosse una sua creatura, e ci riesce alla grande. "Amicizia da ricordare e cambiali per suonare e diciotto spettatori amici tuoi e l'impianto ce lo scarichiamo noi". "Sette anni divisi un due/ le mie canzoni con le tue/ le ragazze per giocare un po' con noi/ solo l'ultima ci avrebbe ucciso poi...". Il reggae-rock stranglersiano "Una fine isterica" apre le danze, riversando tutta l'amarezza per l'epilogo dell'esperienza Decibel, in particolare per la fine dell'amicizia con Capeccia, e sono ancora gli Stranglers a mostrarsi nei folgoranti due minuti di "Fingo di dormire". Il synth-pop latineggiante di "Señorita" è un primo segnale di una cordiale apertura all'universo femminile, trattato fino allora come un nemico da combattere, o al più come un male necessario verso cui diffidare, mentre il mirabile pastiche psichedelico di "Nostalgia" mette ancor più a fuoco una versatilità non comune. "Sempre giù" mescola i primi Xtc con il tiro degli Stiff Little Fingers, "Passato Presente Futuro" apre le visioni ruggeriane oltre il contingente, accendendo riflessioni che saranno un piatto forte nel prosieguo della storia.

Il 1982 è forzatamente sabbatico a causa dei noti problemi legali, ma ciò non gli impedisce di co-firmare quello che sarà uno dei motivi culto del movimento italo-disco, "Tenax" di Diana Est. L'esperienza si ripete l'anno seguente con "Le Louvre", ma anche con "To Meet Me" di Den Harrow , e coi brani di Albert One e Jock Hattle, questi tre sotto l'egida del primo batterista dei Decibel Roberto Turatti.

Va tutto (molto) bene

Finalmente libero da impedimenti giudiziari, il duo Ruggeri-Crippa sigla un contratto con l'etichetta Cgd, molto attenta alle nuove proposte nostrane grazie alla direzione artistica di un'illuminata Caterina Caselli.
Nella primavera del 1983 esce Polvere, un'opera cruciale poiché segna l'inizio di un nuovo corso, permette all'artista milanese di far la conoscenza di autori importanti (è ad esempio Ivano Fossati che lo avvia alla brillante carriera di autore per conto terzi, proponendo a Loredana Berté la futura hit "Il mare d'inverno"), ma anche l'ingresso attivo nel songwriting di Gigi Schiavone. Proprio a quest'ultimo si deve la musica della bellissima title track, che è l'apice della forma cantautorale moderna già riscontrabile nella produzione precedente, ma che forse non si era ancora compiuta a questi livelli.
Il resto conferma nei testi un'espressa conflittualità con l'altra metà del cielo - "Va tutto bene", l'algida "Qualcosa (per prenderti il cuore)" e "Fuoco sui giocattoli" -, paventa ispirati afflati metropolitani (l'elettronica "Gerarchie") e persino contenuti da leghista ante-litteram ("Salviamo Milano"), probabilmente scritta con gli intenti del provocatore che non dimentica il suo background.
Polvere contiene più di una buona canzone, possiede arrangiamenti più sofisticati e una maggiore consapevolezza di fondo. Pur mancando dell'immediatezza del predecessore, dal lato pratico si rivela un passo in avanti, diremmo decisivo, verso gli ambiziosi obiettivi prefissati.

La conferma che tutto si muove verso la direzione auspicata si ha ancora sul palco di Sanremo, nel 1984, con "Nuovo Swing". Anche quest'approdo ha una gestazione tormentata giacché Enrico rifiuta l'offerta di presentarsi nella categoria nuove proposte: il brano però piace agli organizzatori al punto da essere inserito all'ultimo momento nel tabellone dei "big". Chi si presenta al Teatro Ariston è un artista molto diverso rispetto a quello saltellante che si era svelato con "Contessa" quattro anni prima. Le pose, un tempo nervose, diventano pacate come i contenuti, ora molto prossimi ai disincanti del crooner consumato.
"Nuovo Swing" si classifica al penultimo posto, ma ottiene l'approvazione dei critici e del pubblico più giovane.

L'inaspettata partecipazione al festival pone il problema del 33 giri da mettere sul mercato per sfruttarne l'onda mediatica. Sulle prime nasce l'idea di un "the best" che però non è percorribile, dal momento che Colombini non avrebbe mai autorizzato l'inserimento dei brani dei Decibel; così la scelta ricade su disco ibrido che riproduce il vecchio repertorio dal vivo, e nel contempo dà spazio ai pochi brani inediti disponibili. 
Presente, questo il titolo, ha sicuramente il pregio di fissare su vinile alcuni passaggi fondamentali (oltre al singolo sanremese, l'interpretazione de "Il mare d'inverno" e una gustosa cover di "Vecchio Frac", assai apprezzata dallo stesso Domenico Modugno e poi presentata a "Festivalbar"), ma risente della sua oggettiva frammentarietà.

Dopo aver regalato tre nuove canzoni per il disco di Loredana Berté ("Savoir Faire", che dà il titolo all'album della cantante calabrese, "La curiosità" e "Non finirà", tutte reinterpretate in tempi successivi), Enrico si butta a capofitto, e questa volta con la dovuta calma, nell'incisione di nuovo materiale. E' questa la fase che fissa la collaborazione tra il frontman meneghino e i "nuovi" Champagne Molotov. Oltre al fido Gigi Schiavone, troviamo Alberto Rocchetti, Luigi Fiore, Stefania Schiavone e Renato Meli, che gli resteranno a fianco sotto le insegne della band fino al 1989 (in realtà il nome del gruppo appare già in Polvere, ma è formato dal trio da Schiavone, Meli, Amodio).

Tutto Scorre (1985) sancisce la maturazione di un autore che ormai si muove con gran disinvoltura tanto nello sviluppo dei testi che nella tessitura di trame in perfetto equilibrio fra un'inedita forma cantautorale e istanze mitteleuropee. Appartengono a questo momento di grande ispirazione molte liriche emblematiche del pianeta ruggeriano. Le disilluse riflessioni sul tempo che cambia la prospettiva ai sentimenti de "L'ultimo pensiero" ("Se si potesse ritornare indietro saremmo tutti migliori/ ed un qualsiasi dettaglio cambierebbe destini ed amori. Ma questa vita ci costringe a discutere su un vecchio divano/ e quella mano che mi davi da tenere ti serve per gesticolare..."), e di "Poco più di niente" ("Caffè? Grazie, ma non ne voglio questa sera/ Lo so, vado a dormire presto/ oppure salto il pasto e scappo via/ E tu, che non mi chiedi niente e stai in cucina/ E tu, nemmeno mi rispondi, oramai non ti offendi neanche più..."), i tormentati viaggi nella solitudine interiore di "La vita corre ancora" ("Come sono solo/ bicicletta incatenata a un palo/ E guardo le automobili/ e non mi muovo più/ ma faccio di necessità virtù..."), e fra i labirinti delle proprie contraddizioni di "Beneficio d'inventario" ("Stargli dietro è proprio impossibile/ ha il pensiero troppo mutevole/ Ciò che dice è sempre la verità/ ma chissà se poi durerà...").
E' un Ruggeri allo specchio, del tutto deciso a mostrarsi senza alcuna mediazione quello di "Non sono incluse batterie" ("Autosufficienti mai, sempre instabili/ Mai troppo contenti noi e sempre fragili..."), che diventa un fine osservatore metropolitano nella sparksiana "Fantasmi di città" ("Sono sempre frettolosi, non si fermeranno mai/ Primi attori negli specchi, ma comparse nel via vai...")  e che, tributando gli Ultravox, esprime tutta la sua anima decadente in "Da questa vecchia casa" ("Quante macchie sopra quei muri/ e la luce con le strisce/ ed i volti sempre più scuri/ di chi non mi capisce..."). 
Egli non ottiene, è vero, i riscontri commerciali attesi ma poco importa, giacché il suo nome può ormai considerarsi un punto fermo fra quelli nostrani più quotati.

Lo chansonnier di successo (gli anni del gabbiano)

Enrico RuggeriDeciso a sfruttare il momento di grazia, l'anno seguente si presenta ancora al Festival di Sanremo con la colta e malinconica "Rien ne va plus", che vince il premio della critica e che viene poi inserita nell'Ep "Difesa Francese", mentre in autunno licenzia il long playing Enrico VIII, che gli garantirà il primo disco d'oro della carriera.
Ancora con gli Champagne Molotov al seguito, la nuova fatica discografica abbandona gli arrangiamenti elettronici a favore di un uso più tradizionale della strumentazione, e il risultato si rivela di nuovo eccellente. Enrico VIII è l'Lp del lento romantico "Non finirà", di una mirabile riscrittura della waitsiana "Foreign Affair" (che qui diventa "Con la memoria"), di "La bandiera" (che potrebbe essere tranquillamente inserita nel miglior repertorio di Paolo Conte), ma soprattutto de "Il portiere di notte". "A causa del mio vagabondare per alberghi, ho conosciuto parecchi portieri di notte – racconta – e sono sempre rimasto colpito dal fatto che negli alberghi la stanza rimane sempre quella, mentre cambiano i clienti: come un palcoscenico su cui si avvicendano diversi attori. Il portiere, poi, mi suggeriva l'idea dell'eterno spettatore: colui che guarda ed è costretto a lavorare, vede le camere come sono dopo e le prepara per chi deve arrivare. Organizza gli amori altrui ma ne rimane sempre escluso". Il brano è un'istantanea che rivela l'innato talento di raccontare storie da prospettive diverse dalla propria, cogliendone finanche le sfumature.  Una percezione che riuscirà a portarlo, con eguale efficacia, a raccontare nel 1991 (album Peter Pan) i drammi esistenziali di una transessuale in "Trans" ("E quelle stesse persone/ che ridono della mia voce/ hanno anche loro una croce/ ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa: storie da Pasolini nelle macchine strette/ con dietro i sedili dei bambini e le sigarette...": strofe che commuovo, cogliendo nel segno come poche altre), e i turbamenti d'animo visti con l'occhio delle donne in "Quello che le donne non dicono", firmata con Schiavone, con cui Fiorella Mannoia si aggiudicherà il premio della critica al Festival di Sanremo del 1987.

Che questo fosse il suo festival è dimostrato dalla vittoria a mani basse di "Si può dare di più", presentata assieme ai compagni della Nazionale Cantanti Umberto Tozzi e Gianni Morandi. E' la cronaca di una vittoria annunciata per un brano che rimarrà sì negli annali della musica leggera italiana, però amoreggiando in modo spudorato con il nazional-popolare e uniformandosi a canoni poco attinenti alle tre precedenti partecipazioni, che a loro modo avevano portato dei contributi d'originalità qui sconosciuti.
Ma se l'obiettivo è di raggiungere il massimo grado di popolarità, esso può dirsi compiuto. Il doppio vinile che include i due brani sanremesi è il live Vai Rrouge, in cui suona un'orchestra di cinquanta elementi e ripercorre le tappe di una carriera in impetuoso crescendo, qui suggellata dal disco di platino. Vi sono incluse "La canzone della verità", che era inizialmente la prima scelta del trio vincitore di Sanremo prima che l'opzione cadesse su "Si può dare di più", e la delicata "Confusi in un Playback", presentata due anni prima in coppia con l'amico Mimmo Locasciulli, che scava con la consueta sensibilità tra i turbamenti della propria infanzia. E' proprio il successo di questo tour, ancora in atto al momento dell'uscita del disco nei negozi, che lo cementa a uno zoccolo duro di fan che non lo abbandonerano mai permettendogli di organizzare negli anni calendari sempre fitti di date molto seguite.

Arriva il momento di levarsi qualche sfizio. Se La Parola Ai Testimoni (1988) si rivela uno dei dischi meglio suonati e arrangiati della discografia, lo si deve anche alla presenza di musicisti del calibro di Andy Mackay, il cui sax è bene affiancato da un'intera sezione di fiati e di cori che connoteranno, questi ultimi, anche altri lavori a seguire.
I testimoni altro non sono che i personaggi delle canzoni, disegnati col solito occhio attento e con la penna intrisa di poesia. Abbiamo le sofferenze amorose di una donna ("Marta che parla con Dio"), la gioviale descrizione, volutamente sopra le righe, di fugaci avventure da letto ("Tango delle donne facili"), il soldato che si racconta tra i fuochi di una trincea ("Lettera dal fronte"), e ancora i ricordi di un'adolescenza ormai lontana ("Il tempo che immobile va"). 

Non c'è neppure il tempo di raccogliere i frutti dei nuovi consensi, ed Enrico parte alla volta dell'Unione Sovietica, dove lo attende l'Orchestra Filarmonica di Mosca con cui completerà Contatti (1989), il cover album in gran parte inciso durante le session de La Parola Ai Testimoni. Il lavoro vive di fasi alterne: buona la rilettura dell'endrighiana "Canzone per te", davvero notevole "Il funambolo", toccante canzone metafora sulla vita dell'artista musicata da Cocciante, ma oltremodo evitabili "'A canzuncella" degli Alunni Del Sole, e un anonimo rifacimento di "Alice" di De Gregori. Vengono inseriti anche tre inediti, cui spicca "Che temperamento!", che anticipa nel mood rockeggiante una nuova fase artistica che prenderà forma di lì a breve.

Il rock che ritorna (gli anni del falco)

All'alba del nuovo decennio l'abito disegnato da molti sulla sagoma di Enrico Ruggeri è quello del bravo autore per altri interpreti (anche Mina, nel 1988, riprenderà "Il portiere di notte"), e del prolifico chansonnier melodico che però non brillerebbe dal punto di vista vocale. Intanto quest'analisi mostra di ignorare la fase underground e decadente della prima ora, e poi confonde la precisa identità di un timbro con l'assenza di un registro variegato. Non ci troveremo di fronte a un mostro di tecnica, ma in ogni caso a un buon interprete, molto più versatile di quanto vorrebbe l'occhiata frettolosa.
Quasi a voler affermare questi concetti, Il Falco e Il Gabbiano (1990) svela numerosi elementi di novità. Pur non rinunciando alla melodia, il faro di tutta la produzione, il disco vira verso sonorità decisamente più grezze. Stop ai fiati e agli arrangiamenti stratificati, stop alla ieratica glacialità degli esordi e via libera ad un rock melodico che in più di un'occasione strizza l'occhio alla scuola classica dell'hard. Una manna per Gigi Schiavone che si ritrova finalmente a viaggiare a briglia sciolta.
E' questo l'album della veloce "Punk (prima di te)", in cui il nostro si toglie qualche sassolino dalla scarpa ("Sono stato punk prima di te/e mi sono fatto male, io/ suonavo l'heavy metal quando tu/ eri molto più normale"), e della ballata "Ti avrò", in cui è sempre la chitarra a incalzare, cesellando così l'altra faccia della stessa medaglia.

Non è un caso se lo spettacolo portato in giro per teatri quell'anno sia diviso in due parti: la prima in cui Enrico è in giacca e cravatta per assecondare la sua vocazione cantautorale, la seconda in cui appare in t-shirt, a fare a sportellate con Gigi e con il resto della band.

Dal rock melodico alla rock-arena il passo è breve. E' così che Peter Pan (1991) spinge ancora più in là gli orientamenti del suo predecessore, presentando pezzi ancor meno mediati ("Tutto subito", "La band"), veri e propri omaggi ai Queen (il gran successo della title track), sentite immersioni intimiste ("Prima del temporale") che rovistano con la consueta innata perizia tra le proprie voci interiori ("Vola via", "Oggi chi sei?"). E' il disco di "Trans", di cui si è già scritto, che rappresenta uno dei momenti più alti di una carriera. Trascinato dal singolo di forte impatto radiofonico, l'album sfonda il tetto delle quattrocentomila copie vendute, divenendo il bestseller della discografia e accompagnando il Rouge a spasso per l'Italia per oltre cento date.

In mezzo c'è tempo per il primo lavoro solista di Luigi Schiavone, "La spina nel fianco" (1991), di cui firmerà i testi, e per una storica collaborazione con Elio E Le Storie Tese, nel cui album "Italyan, Rum Casusu Çikti" (1992) appare come "special guest" ne "Il vitello dai piedi di balsa", svelando anche agli ultimi scettici una carica d'ironia di cui, tra l'altro, non ha mai difettato.

Non c'è quasi il tempo di terminare il tour e lo ritroviamo ancora al Teatro Ariston, dove con "Mistero" bissa la vittoria festivaliera ottenuta sei anni prima in compagnia di Tozzi e Morandi. Il brano, pur replicando nella forma il rock operistico di Peter Pan, non può annoverarsi fra i migliori di un canzoniere ormai sterminato.
"Mistero" è inserita nell'antologia La Giostra Della Memoria, che dà l'abbrivio al nuovo tour in cui il nostro diverte il pubblico e sé stesso improvvisando la scaletta, sorteggiata di volta in volta per mezzo di una grande ruota presente nella coreografia. L'attività di songwriter prosegue a getto continuo, tanto che in quello stesso anno è dato alle stampe il secondo album solista di Luigi Schiavone dal titolo "Animale", e inoltre si lavora alacremente per dare forma al successore di Peter Pan.

Enrico RuggeriOggetti Smarriti (1994) ci presenta un musicista alle prese con le sue vicissitudini personali, ed è quasi la cronaca della separazione dalla moglie Laura, raccontata da più prospettive. Si va dalla didascalica, ma non per questo poco spontanea, "Non piango più", ai risentimenti di "Non è una canzone d'amore" ("Questa non è una canzone d'amore/ perché non sai scriverne tu/ è solo la piccola storia di quello che non potrà essere più..."), per arrivare alle amorevoli attenzioni di un padre verso il proprio figlio ("La vita davanti") e al crepuscolarismo di "Oggetti smarriti" ("C'è un giornale che ho letto/ le candele di cera/ tra le cose che non hai portato via/ il mio primo biglietto, quella tua canottiera/ tra le cose che mi fanno compagnia"), il cui espediente narrativo per raccontare l'amore finito attraverso gli oggetti che ne agganciano il ricordo è il medesimo che utilizzerà anni dopo Cesare Cremonini in "Marmellata #25".
Si completa qui un percorso avviato con Il Falco e Il Gabbiano, che prevede una maggiore attenzione all'elemento musicale, su cui solo in seguito è confezionato il testo, in un iter creativo vicino al pop-rock, ma fatalmente distante dalla forma cantautorale cara a molti. Se questo da un lato fa un po' venir meno la ricercatezza lessicale (che raramente, va detto, declina nella scontatezza, pur giocandoci talvolta) dall'altro ne esalta la parte musicale, ora più libera di spaziare senza vincoli. Dobbiamo proprio a questo alcune piacevoli sorprese, come lo svolgimento beatlesiano di "Lunghe strade dipinte" (che dei quattro baronetti di Liverpool riprende pure i riferimenti all'Lsd nascosti fra le iniziali del titolo), l'umore da folk ballad di "Speranza", gli afflati morriconiani di "Piccole persone".

Anche il concept Fango E Stelle (1996) fa tesoro di queste premesse, sviluppandole su inattesi sentieri pop-progressive, pur non rinunciando a citazioni già familiari (fra le note di "Cercami" è facile individuare gli Ultravox di "Hymn").
Anticipata dalla partecipazione a Sanremo con "L'amore è un attimo", passata pressoché inosservata, la nuova prova è connotata da brani di cinque minuti in cui è lasciato ampio spazio ad ariose tastiere, oltre alle immancabili chitarre, e ad arrangiamenti su cui Enrico riesce ancora a imprimere qualche lirica da ricordare. Come quella de "L'altra madre" (che, assieme alla riscrittura della waitsiana "I Don't Wanna Grow Up", appariva due anni prima su "Gente comune" di Fiorella Mannoia), in cui il tema della droga è tradotto con un'empatia fuori del comune, o di "Ulisse", la cui vicenda d'inafferrabile eroe viaggiatore diviene l'ennesimo pretesto per mettere a nudo le proprie contraddizioni.

Il successivo Domani è un altro giorno (1997) è un bignamino in chiave minore di alcune delle puntate precedenti. Sfruttando un sound ormai consolidato, troviamo "Neve al sole" che replica il refrain dell'amore perduto di "Non piango più", "Volti perduti" che mette in prosa "Fantasmi di città", "Quando i vecchi si innamorano" che si porta sottobraccio la aznavouriana "A mia moglie", "...E Geppetto rimase di nuovo solo" che ripone nell'intimo le esternazioni de "La vita davanti". E si potrebbe continuare.
Un fattore di novità è dato da "Il fantasista", sentito omaggio di un vecchio cuore nerazzurro al genio volubile di Evaristo Beccalossi, a inaugurare le parentesi sportive che culmineranno nel 2000 con l'ancora più a fuoco "Gimondi e il Cannibale" (sigla di quell'edizione del Giro d'Italia) e con la recente "La donna del campione".
Quasi in contemporanea Luigi Schiavone licenzia lo scarno "III", sempre concepito in tandem con Enrico.

L'isola dei tesori (1999) diventa l'occasione per rispolverare alcune delle tante canzoni composte negli anni per altri interpreti. E non mancano le sorprese. Dalla briosa "Sonnambulismo" che le meteore Canton portarono a Sanremo nel 1984, al classico di Fiorella Mannoia "I dubbi dell'amore", dal trio con Shel Shapiro e Biagio Antonacci che rivitalizza "Canta ancora per me", in origine regalata a Gianni Morandi, al gustoso siparietto della riedizione de "Il vitello dai piedi di balsa", in cui Elio ricambia da par suo la comparsata di qualche anno prima.

Sempre presente

Fedele al moto perpetuo che si è imposto, Enrico si affaccia nei negozi appena un anno dopo per la nuova etichetta Sony. L'Uomo Che Vola, che pure contiene dei passaggi degni di nota come la già citata "Gimondi e Il Cannibale", testi dall'inusuale taglio politico sociale ("Nino no", "L'autocritica") e il mini-concept sui sette peccati capitali che lo chiude, presenta troppi riempitivi e più in generale cristallizza un trend che lo vede smarrire in parte lo smalto creativo.

Non nuovo ad esperienze come scrittore, nel 2001 sforna un'autobiografia scritta a quattro mani con il giornalista Massimo Cotto (che segue ad altre pubblicazioni di racconti e poesie uscite nel corso degli anni, a conferma di una vivacità intellettuale difficile da tenere a freno), e il doppio disco live La Vie En Rouge, che rivisita il repertorio in chiave acustica con tanto di contrabbasso e fisarmonica.
Le suggestioni acustiche, unite a un crescente interesse verso i temi d'attualità, sono il viatico per "Primavera a Sarajevo", i cui umori folk balcanici sono portati al Festival di Sanremo nell'edizione 2002.

Anche l'album dell'anno seguente, Gli occhi del musicista, risente in modo importante di questi nuovi impulsi. Le intenzioni sono lodevoli, tanto che l'ennesima esposizione festivaliera è premiata dalla critica: "Nessuno tocchi Caino", scritta in coppia con Andrea Mirò, prende posizione contro la pena di morte, diventando il manifesto di una riuscita campagna civile. Però all'interno dei quindici brani si trova anche troppa autoreferenzialità, e una forma compositiva che raramente colpisce.

L'orgogliosa affermazione presente ne Il falco e il gabbiano diviene, nel 2004, il titolo del nuovo lavoro. Punk Prima Di Te porta a compimento l'idea a lungo accarezzata di sdoganare il vecchio repertorio dei primi Decibel, e nel contempo di tributare gli artisti ammirati in gioventù. Si vestono di nuovi abiti gli arditi salti in avanti degli esordi, immortalati a braccetto dei vecchi amori rappresentati dai Ramones, da David Bowie, dai Clash, da Lou Reed, dai Mott The Hoople e dagli Stranglers, in un pout-pourri che asseconda i fan della prima ora e che non manca di incuriosire i nuovi.

Come d'abitudine, non occorre attendere che qualche mese per un'altra collana di canzoni. Ad Amore e guerra non fa difetto l'acume dell'osservatore ipersensibile, né l'ausilio di una band solida e navigata che orna i brani con consumata destrezza fra pop, rock e folcrorismi assortiti. Per quanto il mestiere giunga spesso in soccorso della vis creativa, non è facile restare indifferenti alle disincantate retrospettive sui propri sentimenti di "Perduto amore", o di "Quando sogno non ho età" (tenero ricordo della madre scomparsa), quando non sorpresi dall'originalità della frizzante "Paisà" che, prendendo spunto dal nostro dopoguerra, fissa in qualche frame molti dei mai perduti vizi italici. Buona anche la caposseliana "Romantico aviatore" (qualche fan opterà per l'auto-citazione stilistica di Enrico VIII), mentre suonano un po' pretestuose "L'uomo dei traslochi" e "La prima volta", ed eccessiva la caricaturale "L'americano medio".

I tre anni che lo separano da un altro disco composto interamente da inediti sono colmati dalla tripla raccolta Cuore, Muscoli e Cervello, dal prescindibile Regalo Di Natale (brani propri e cover a tema per celebrare la ricorrenza, in cui si alterna alla voce con Andrea Mirò), ma soprattutto dall'attività di conduttore televisivo ne "Il Bivio". Un programma in seconda serata ora ironico, ora impegnato, che pare ritagliato "ad hoc" sullo stile colloquiale e affatto verboso di un Enrico per nulla in difficoltà davanti alle telecamere. Il successo è tale che non solo si bissa nella stagione seguente, ma dà le mosse per una nuova trasmissione dal titolo "Quello che le donne non dicono", anch'essa nella seconda serata di Italia 1 a partire dall'autunno 2008.

In Rock Show si ha la sensazione di viaggiare con il pilota automatico inserito. Alle storie raccontate con l'ausilio di sottotitoli affatto necessari ("Leggo le carte", "Attimi", "La terra e la luna") si contrappongono il country-rock dylaniano di "Sulla strada", l'azzeccata "Cuore segreto", che col suo sax sembra uscire dal repertorio degli ultimi Psychedelic Furs, il pregevole pop barocco di "Teneri amori", in una vorticosa altalena di generi, ma anche d'ispirazione, che fa pensare all'occasione persa.

Forse una minore urgenza espressiva - leggasi maggior tempo trascorso fra un'opera e l'altra almeno nella storia recente - avrebbe condotto a lavori nel complesso più solidi e meditati, qualitativamente meglio selezionati. Eppure  ci chiediamo cosa ne sarebbe stato di tante, troppe tappe decisive qualora questo criterio venisse applicato all'intero repertorio. La ponderatezza è un rischio che è stato meglio non correre.
Che ogni ascoltatore tenga dunque in sospeso la sua parte variabile (valutandola magari col beneficio d'inventario tanto caro all'autore), conservando nell'anima quel tanto che resta.
In tutti i casi, la musica italiana sentitamente ringrazia.

Enrico Ruggeri

Il falco e il gabbiano

di Marco Bercella

Uno chansonnier nato dal punk. Battezzato a Sanremo dall'irriverente synth-pop di "Contessa" e assurto in breve ad autore di tanti hit, per sé e per altri, Ruggeri è uno dei personaggi più atipici del cantautorato tricolore. Ecco l'intervista che ci ha concesso in esclusiva, corredata dalla monografia completa
Enrico Ruggeri
Discografia
 DECIBEL

 

  

 

 Decibel (Spaghetti, 1978)

6,5

Vivo da re (Spaghetti, 1980)

7

   
 ENRICO RUGGERI  
   
Champagne Molotov (Cgd, 1981)

7,5

 Polvere (Cgd, 1983)

6,5

 Presente (Cgd, 1984)

6

Tutto scorre (Cgd, 1985)

8

 Difesa Francese (Cgd, 1986)

6,5

Enrico VIII (in cd: "Enrico VIII e Difesa francese", Cgd, 1986)

7,5

 Vai Rrouge! (live, Cgd, 1987)

6,5

 La parola ai testimoni (Cgd, 1988)

7

 Contatti (Cgd, 1989)

5,5

 Il falco e il gabbiano (Cgd, 1990)

6,5

Peter Pan (Cgd, 1991)

7

 La giostra della memoria (antologia con inediti, Cgd, 1993)

6

 Oggetti smarriti (Cgd East West, 1994)

7

 Fango e stelle (Cgd East West, 1996)

6,5

 Domani è un altro giorno (PDU, 1997)

5,5

 L'isola dei tesori (PDU, 1999)

6

 L'uomo che vola (Columbia, 2000)

5,5

 La vie en rouge (doppio cd, live, Columbia, 2001)

6

 Gli occhi del musicista (Anyway/Sony Music, 2003)

5

 Punk prima di te (Anyway/Sony Music, 2004)

5,5

 Amore e guerra (Anyway/Sony Music, 2005)

6

 Cuore, muscoli e cervello (triplo cd, antologia, Anyway, 2006)

5

 Il regalo di Natale (con Andrea Mirò, Anyway, 2007)

5

 Rock Show (Anyway, 2008)

6

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