Finisterre

Progressivamente vostri

di Michele Chiusi

Dopo aver coraggiosamente riesumato il progressive-rock all'inizio degli anni 90, i genovesi Finisterre hanno dato vita a una eterogenea produzione musicale, articolata in più progetti e protesa verso soluzioni stilistiche moderne e contemporanee. Un loro ritratto e un'intervista in esclusiva

Primi anni 70. Età dell'oro del progressive e, mi si scuserà, del rock in generale. Qui nasce un'epica musicale e di costume tra cantanti saltellanti su palchi con fumi e luci multicolori, tonanti chitarre, bassi slappati, tastieristi pensosi, oceani topografici e Santo Graal. Arte e costume. poi più nulla da raccontare nel progressive? Miriadi di cd, una produzione ipertrofica, a volte scadente, spesso piacevole ma inutile. C'est fini? Io una storia che vale la pena raccontare forse l'ho trovata, ed è quella di un gruppo di musicisti italiani, con base a Genova, che hanno dato vita, in ambito progressivo ma non solo come vedremo, a una produzione, sotto varie denominazioni, tra le più significative dal "big crash" della fine degli anni 70. Il gruppo primigenio si chiama Finisterre ed esordisce nel 1994 con il disco omonimo. Il periodo è tutto sommato abbastanza favorevole, il progressive sta uscendo dagli scantinati umidi degli anni 80, la produzione comincia a farsi più corposa e di maggior livello, anche più stratificata, qualche anno prima i Marillion, gruppo cardine di un piccolo rinascimento progressivo, al di là dei meriti artistici, aveva ottenuto molto successo commerciale.

Il line-up primigenio dei Finisterre è composto da Fabio Zuffanti (basso, voce), Stefano Marelli (chitarra, voce), Boris Valle (tastiere), Marco Cavani (batteria), Sergio Grazia (flauto). Il disco di esordio Finisterre, prevalentemente strumentale, si presenta stilisticamente molto legato al progressive italiano storicizzato con grandi aperture strumentali, temi che si intersecano e si rincorrono, qualche inevitabile fuga tastieristica, occasionali ed esplicite citazioni classiche (Mozart, Gerswin), epici stacchi chitarristici, flauti immaginifici.
Particolare importanza hanno nell'economia complessiva del sound il diffuso uso del flauto, in chiave spesso lirica, alla Mc Donald non alla Ian Anderson tanto per intenderci, che spesso sorregge e conduce le composizioni, e il pianoforte, usato con fin troppa parsimonia ma che a volte determina un certo salto qualitativo quando utilizzato. La qualità della musica è indiscutibile con un profluire di temi pieni di sfumature e stratificazioni che trovano perfetto compimento in "SIN", 15 minuti di patchwork sonoro con un pianoforte alla Satie, bucoliche parti di flauto, fughe in avanti, improvvise stasi, riff che si alternano, persino una parte di latin fusion, il tutto in un calderone dispersivo quanto affascinante. I Finisterre dell'esordio dispiegano a gran profusione tutto l'armamentario stilistico del progressive, rivitalizzando cliché acquisiti quanto affascinati passaggi. L'unico punto debole appare forse la vocalità non irresistibile.

Il microcosmo progressivo risponde molto bene, Stefano Covili sulla da me rimpianta fanzine "Melodie e dissonanze" parla del miglior disco di progressive italiano dai tempi della Locanda delle Fate (1977). Non saprei dargli completamente torto, si nota però, nel contesto di un disco di livello, una certa qual voglia di strafare e una certa mancanza nella definizione di una personalità musicale, in tal senso è da considerarsi un esordio eccellente quanto immaturo.

Tale immaturità appare evidente nel 1996 quando finalmente esce un seguito. Si tratta di In Limine, a parere i chi scrive uno dei migliori dischi progressive del decennio appena trascorso e capolavoro del gruppo. Il gruppo mostra un cambiamento di line-up con Marcello Mazzocchi alla batteria e Francesca Biagini al flauto, più una lunga lista di ospiti. Il disco appare molto più articolato e sofisticato del predecessore, con riprese tematiche canoniche come nella title track, dallo splendido finale e dai passaggi di tarantella rock già sperimentati ai tempi dalla Pfm, oppure nella splendida "XXV", una tenue elegia dal retrogusto genesisiano, oppure come in "Hispanica", bei passaggi alla chitarra acustica su ritmo di danza, alternati a brani più obliqui come nella straordinaria e ricercatissima "Preludio", impalpabile piccola gemma di ricerca vocale su un canovaccio strumentale leggero come le ali di una farfalla, oppure come nel jazz ambientale di "Ideenkleid Leibnitz Frei", o nel camerismo di "Interludio". Su tutti i brani, i 13 minuti di "Algos", inizio meditabondo al pianoforte che si apre a una parte debitrice sia ai "corrieri cosmici" sia all'elettronica progressiva degli Heldon, e i 16 minuti di "Orizzonte degli eventi", summa progressiva dei Finisterre.
In Limine è un disco vicino al concetto di "art rock" molto più dell'esordio, con passaggi di grande raffinatezza paragonabili come tensione e umore più a certe cose dei King Crimson di "Lizard" e "Island" che al mainstream progressivo/sinfonico. Il disco ha buone recensioni anche se la sua conoscenza rimane confinata nel microcosmo progressivo.
A In Limine fanno seguito due album dal vivo, entrambi buoni, Live... ai margini della terra fertile e Storybook, registrato negli Usa. Agli appassionati interesserà sapere che nel primo c'è un tributo ai Genesis con Marelli che si cimenta nell'assolo di "Firth Of Fifth" e nel secondo si tributa la Pfm di "Altaloma". Un terzo live, At The Nearfest, completa i dischi dal vivo della formazione.


Nel 1998 esce il terzo lavoro dei Finisterre, In ogni luogo, e fin dall'artwork si capisce che sono cambiate molte cose. Formazione ridotta a quattro (Zuffanti, Marelli, Valle e il nuovo Andrea Orlando alla batteria), più alcuni ospiti, flauto ridimensionato a favore del più asciutto violino, dedica a Jeff Buckley, produzione di Roberto Colombo (Alberto Camerini, Matia Bazar, marito della stessa Antonella Ruggero), sound molto più sintetico e ritmico, anche se non mancano alcune tipiche ridondanze e articolazioni, molto più chitarristico e acido (Marelli è assoluto protagonista), tastiere poste in retrovia. I Finisterre provano, sia ben inteso sempre su un piano prospettico progressive, a inserirsi nel contesto di un rock italiano moderno, con un'ottica a volte non dissimile da gruppi post-rock come i Giardini di Mirò o i Gatto Ciliegia ("Snaporaz", costruito attorno a dialoghi di un film con Marcello Mastroianni, "La dolce vita"?), a volte provando ipotesi di lounge di gran classe, complice la bella voce di Francesca Lago , come nella title track o in "Continuitàdilaraneltempo" (scritto così, non è un errore), unici brani cantati, qualche piccolo inserto etnico (il finale di "Coro elettrico"), squarci jazz-rock; Marelli che alterna minimalismi, assoli un po' floydiani, riff hard-rock, asprezze inacidite doppiate a volte dal violino dell'ospite Sergio Caputo, improvvise dolcezze. Non tutto è oro, qualche passaggio non è certo irresistibile (il riff di "Ninive" sa di già sentito), ma il disco è molto buono, pieno di personalità e vigore, di talento e creatività, prospetticamente progressivo ma attualissimo, di forte impatto e articolazione. La produzione poi è un vero e proprio salto qualitativo. Ma il passaggio espletato è per molti eccessivo, il popolo progressive storce un po' la bocca, arriva qualche critica, molti rimpiangono i primi due dischi. Con la sedimentazione di qualche anno propongo una rivalutazione di In ogni luogo, distante dagli splendori del predecessore ma un tentativo coraggioso di ridefinire uno stile e uno sforzo creativo da apprezzare.

I Finisterre vanno in letargo diversi anni, non così i progetti paralleli come vedremo, per poi ritornare nel 2004 con La meccanica naturale, che vede il ritorno alla batteria di Marco Cavani e l'inserimento di Agostino Macor (da La maschera di cera alle tastiere). Autocitandomi, rimando alla recensione del disco presente in questo stesso sito, disco molto raffinato e di felicissima scrittura, appare come una sintesi riuscita tra certa ortodossia formale progressiva presente nei primi lavori con la tensione verso rifrazioni e asciuttezze contemporanee, convogliate e cristallizzate in dieci canzoni di media lunghezza tra impennate strumentali, sincopi moderniste, digressioni epiche e tangenze jazzate.
Ma la galassia Finisterre comprende anche molti altri progetti, sotto l'egida del bassista Fabio Zuffanti.

Hostsonaten

Hostsonaten è il progetto progressive di Zuffanti con la collaborazione via via di molti musicisti tra cui alcuni dei Finisterre, come Boris Valle, Stefano Marelli e Francesca Biagini. Il primo disco di tale formazione esce nel 1997 e la contiguità con il gruppo madre è sottolineata dalla titolo, Finisterre Project-Hostsonaten.
La musica dell'esordio appare in qualche modo un'emanazione dello stile dell'esordio dei Finisterre, con però un approccio più lineare, più romantico, anche più acustico e tenue. Il disco è eccellente, forse superiore all'album omonimo dei Finisterre, con i 40 e passa minuti del brano "Hostsonaten" che dominano l'opera tra delicatissimi passaggi alla chitarra acustica e al flauto alternati ad aperture sinfoniche di grande respiro, isole folk, alcuni camei più astratti con una voglia inespessa di jazz; Zuffanti poi si esibisce anche al canto e credo pochi possano dire che è un grande cantante, ma in tale contesto il suo cantato sottotono appare molto funzionale alla musica proposta. Di buona levatura anche gli altri brani, come "The Rime Of The Ancient Mariner (ovviamente su testo di Coleridge) e ben due cover da gruppi prog giapponesi, la breve " sinfonia della luna" dei Mugen eseguita solo per flauti e la dolce " Remember You" dei Cindarella Search.

A dimostrazione che non si tratta di un gruppo effimero, nel 1998 esce un secondo disco, Mirrorgames ed è difficile nascondere una certa delusione. Si ripercorrono le tracce del primo lavoro, ma manca quasi del tutto la poesia e il delicato equilibrio dell'esordio, a tratti si cercano soluzioni bombastiche un po' grevi con alcuni passaggi marcatamente new-prog, il cantato assolutamente insufficiente e la registrazione sottotono rovinano anche le cose buone che comunque sono qua e là presenti. Le cose migliori sono forse nella suite "The Dream" (24 minuti), con alcune soluzioni stilistiche che saranno poi riprese nell'opera rock Merlin e in Mirrorcloud.
Gli Hostsonaten escono di scena per diversi anni, salvo poi ricomparire un po' a sorpresa nel 2002 con Springsong. Molte cose sono cambiate, il disco è completamente strumentale e non è un male, ed è prevalentemente acustico con flauto, violino e chitarra acustica prevalenti nell'economia del suono. C'è una vaga aria canterburyana (Camel soprattutto) in molti brani, con un retrogusto folk (Dan Ar Braz, Fairport Convention) e a tratti riverberi new age, ma non mancano passaggi più introversi e sperimentali come in "Lowtide" e in "The Underwater". Un disco molto buono, floreale e leggero senza mai essere banale, con in più uno splendido artwork in digipack.
Nel 2004 una raccolta di inediti chiude al momento l'avventura Hostsonaten.

Merlin

Nel 2000 Fabio Zuffanti lancia a briglia sciolta le sue ambizioni e si cimenta in un' opera rock, Merlin, di cui scrive la musiche lasciando le liriche (in inglese) e la sceneggiatura alla regista teatrale inglese Victoria Heward. Grande il dispiego di uomini e mezzi, diversi cantanti per i diversi personaggi, molti musicisti ospiti, diversi cori. L'opera, in due cd, gode di alcune parti indubbiamente affascinanti, melodrammatiche e teatrali come si conviene al soggetto e al genere; Siamo in pieno progressive-style con accenni folk, presenti diverse sezioni corali, i cantanti appaiono per una volta ben scelti, specie le voci femminili, da segnalare alcune belle ballate. Manca a dire il vero una vera coesione tra le parti, si notano alcune soluzioni un po' scontate specie nelle parti di chitarra elettrica, non si grida quindi al capolavoro ma si tratta comunque di un discreto disco a cui manca forse un po' di coraggio in fase compositiva.

La Zona

La Zona è un progetto che vede coinvolti oltre a Fabio Zuffanti anche Stefano Marelli, Agostino Macor, Marco Cavani e Michele Nastasi ( tromba). il loro primo e al momento unico disco, Le notti difficili esce nel 2003. Il progressive questa volta c'entra ben poco, trattandosi di un disco che si inserisce, a dire il vero con personalità ben definita, nel filone del post-rock. Quattro i brani del disco, in "Solitudini" un lento inizio ambientale si dispiega in un malinconico dialogo tra chitarra e tromba con tessitura elettronica di sottofondo, nel "Babau" espressivi e tesi accordi di chitarra doppiati dalla tromba si aprono in una progressione ritmica estremamente cinematografica, nel "Sogno della scala" un giro insistente di basso su un coro campionato sospeso nel nulla si infrange su un muro chitarristico dilatato dal mellotron in una vertigine psichedelica che ricorda "Careful With That Axe, Eugene" dei Pink Floyd, poi "Equivalenza", un coacervo di accenni armonici ed elettronici che accompagnano voci radiofoniche "catturate". Tra post-rock, Pink Floyd, Terje Ripdal, David Sylvian e Holger Czukay, Le notti difficili è disco di grande spessore che si spera sia foriero di ulteriori sviluppi.

Quadraphonic

Se in La Zona il progressive c'entra poco nel progetto Quadraphonic, attribuibile al solo Zuffanti, non c'entra niente, trattandosi piuttosto di un progetto di musica elettronica estrema.
I Quadraphonic esordiscono tra il 1999 e il 2001 con 3 cd-r autoprodotti (Technicolor 2001, Third Ear Band Demixed, Sei paesaggi nella pioggia), personalmente sono a conoscenza solo dell'ultimo, dichiaratamente ispirato a "Un Peu De Neige Soile" di Bernardh Gunther, quindi inevitabilmente 23 minuti di rumori metallici, meta-linguaggio musicale per molti intellettuali, un orrore per il sottoscritto.
Di ben diverso tenore è il primo cd a lunga durata del progetto Quadraphonic, Il giorno sottile, 7 brani di elaborazioni elettroniche vicine alla nuova elettronica di Christian Fennesz, di Biosphere e di William Basinski, con ampi accenni a Harold Budd nei 34 minuti finali di "Bianco Bianco Giorno", dedicata ad Andrey Tarkosky. Musica diafana, spolpata di emotività quanto ricca di rifrazioni intime, impressionista, minimale nel suo reiterare cellule melodiche e rumori trovati.
Nel 2003 altro cd-r (Le fabbriche felici), a me ignoto come contenuto.

Maschera di cera

Nel biennio 2002/2003 grande ritorno al progressive con La Maschera di Cera, formazione costituita dal solito Fabio Zuffanti (basso, chitarra acustica), Agostino Macor (tastiere), Marco Cavani ( batteria), Andrea Monetti (flauto) e Alessandro Corvaglia (voce). Due dischi, entrambi molto buoni, l'omonimo Maschera di cera del 2002 e Il grande labirinto l'anno successivo. E' un ritorno al progressive su basi ben diverse rispetto ai Finisterre e agli Hostsonaten, Zuffanti e Macor, autori delle musiche, infatti, compiono un'operazione che è un chiaro omaggio al progressive italiano dei 70, quindi atmosfere molto "vintage" con gran profusione di tastiere analogiche, mellotron in testa, vere protagoniste causa anche sostanziale assenza di chitarra elettrica, grandi aperture melodiche, cantato molto drammaturgico per quanto piuttosto buono (cosa a dire il vero poco in linea con il vero prog italiano anni 70, povero di cantanti decenti), suono possente grazie soprattutto all'utilizzo in tale chiave del basso, suono drogato, molto sovraccaricato con un certo ritorno ad atmosfere oscure tipiche di band come Il Balletto di Bronzo ecc...
Messa così sembrerebbe un'operazione nostalgia come altre in passato, quello che fa la differenza è la qualità delle composizioni, quasi sempre felici per quanto quasi filologicamente "di genere".
Formazione di buon successo nel piccolo mercato progressivo, La Maschera di Cera ha trovato anche una chiara espressività live con vari cd dal vivo autoprodotti e un Dvd registrato in Portogallo.
Per completezza, segnalo un gruppo incentrato su Agostino Macor, gli Zaal, ("La lama sottile"), che però non ho avuto il piacere di ascoltare.

Questa la piccola storia dei Finisterre, di Fabio Zuffanti e di una manciata di musicisti coinvolti, aperta a chissà quali altri sviluppi visto che in cantiere sembrano esserci diversi progetti, come l' annunciato progetto pop (gli Spazio), gli Aether, gli A.M.P., gli Aries.

Finisterre

Progressivamente vostri

di Michele Chiusi

Dopo aver coraggiosamente riesumato il progressive-rock all'inizio degli anni 90, i genovesi Finisterre hanno dato vita a una eterogenea produzione musicale, articolata in più progetti e protesa verso soluzioni stilistiche moderne e contemporanee. Un loro ritratto e un'intervista in esclusiva
Finisterre
Discografia
 FINISTERRE

 

  

 

 Finisterre (Mellow Records, 1994)

7

In Limine (Mellow Records, 1996)

8,5

 Live..ai margini della terra fertile (live, Mellow Records, 1996)

7

 Storybook (live, Moonjune, 1996)

7

 At The Nearfest (1996)

 

 In ogni luogo (Musea, 1998)

7

La meccanica naturale (Immaginifica, 2004)

8

 

 

 HOSTSONATEN

 

  

 

Hostsonaten (Mellow records, 1997)

7,5

 Mirrorgames (Mellow records, 1998)

5

 Springsong (Sublime, 2002)

7

 

 

 MERLIN

 

  

 

 Merlin (2002)

6

 

 

 LA ZONA

 

  

 

Le notti difficili (Mellow Records, 2003)

7,5

 

 

 QUADRAPHONIC

 

  

 

 Technicolor 2001 (2001)

 

 Third Ear Band Demixed (2001)

 

 Sei paesaggi nella pioggia (2001)

3

 Il giorno sottile (2002)

7

 

 

 LA MASCHERA DI CERA

 

  

 

La maschera di cera (Mellow Records, 2002)

7,5

 Il grande labirinto (Mellow Records, 2003)

7,5

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Recensioni

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(2004 - Immaginifica)

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