Francesco De Gregori

Francesco De Gregori

Camminando sui pezzi di vetro

di S. De Gasperis, T. Fonsi e C. Fabretti

Autore di testi tra i più suggestivi e rivoluzionari della canzone d'autore "made in Italy", Francesco De Gregori ha costruito negli anni una galleria di personaggi e una raccolta di fiabe che incarnano la parabola italiana dal '68 a oggi. Ecco la sua storia, dagli anni ruggenti del Folkstudio alla magica trilogia dei 70, sino ai giorni nostri
Nonostante lui stesso abbia più volte affermato di non gradire quella definizione, a tutt'oggi Francesco De Gregori incarna lo spirito autentico del "cantautore" italiano, per il suo modo di comporre e interpretare le canzoni, utilizzando testi ricchi di metafore, di costrutti logico-sintattici inusuali, e accompagnandoli con una musica defilata, ma originale e complessa, pur affidandosi quasi sempre a strumenti tradizionali. Peculiare anche il suo modo di interpretare le canzoni, con quella voce nasale e con l'uso largo delle vocali: lo stile "alla De Gregori", che sarà scimmiottato da intere generazioni di emuli.
Intellettuale e appassionato di musica popolare, ha sempre costruito le sue canzoni avendo come riferimento strutturale e stilistico la migliore produzione poetica europea del Novecento e si è servito di questo bagaglio culturale e di quella dote naturale che è la sua poesia (pubblicata anche sui libri scolastici) per vestire le sue canzoni con versi dalla prepotente forza evocativa. Versi che potrebbero fare anche a meno della musica perché cantano, stranamente, da soli.
La sua ritrosia, il suo disinteresse per l'immagine pubblica filtrata da media e il carattere in un certo senso aristocratico, elitario della sua musica e (soprattutto) dei suoi versi, gli sono valsi il celebre soprannome di "Principe" della canzone italiana.

Nato a Roma il 4 aprile 1951, trascorre l'adolescenza a Pescara e ritorna nella capitale con la sua famiglia alla fine degli anni Sessanta. Frequenta il Liceo classico "Virgilio", dove vive di persona gli eventi politici del movimento studentesco del '68. Sempre in quegli anni aiuta il padre, dirigente delle biblioteche vaticane, a salvare i libri dall'alluvione di Firenze. Nel frattempo, impara a suonare la chitarra strimpellando nella sua camera quella di suo nonno (buon sangue non mente) e comincia così a far lavorare il suo talento, mettendo sul pentagramma le sue letture giovanili (Steinbeck, Cronin, Pavese, Marcuse, Pasolini) e i suoi amori musicali (Simon & Garfunkel, De André, Tenco, Woody Gouthrie, Cohen e Dylan in testa).

Affascinato e ispirato dal menestrello di Duluth e spinto dal fratello Luigi (in arte Luigi Grechi), anch'egli bibliotecario ma anche uno dei più apprezzati cantanti country di casa nostra, comincia diciottenne a esibirsi con alcune traduzioni dei brani di Dylan al Folkstudio di Giancarlo Cesaroni, un chimico infettato dal virus della buona musica, suonando e cantando sulla famosa sedia rossa (un po' scomoda per la sua statura) della nota cantina di Via Garibaldi.
Il locale trasteverino è il "tempio" di altri giovani cantautori (Antonello Venditti, Ernesto Bassignano, Mario Schiano, Giovanna Marini, Mimmo Locasciulli, Edoardo De Angelis, Archie Sawage, Stefano Rosso, Riccardo Cocciante, Paolo Pietrangeli, Giorgio Lo Cascio, ovvero "I giovani del folk") che, sotto le ali protettrici di Cesaroni, contribuiranno, senza saperlo, a creare la "Scuola romana" della canzone d'autore.
In quel periodo, ancora ventenne, De Gregori gira l'Italia accompagnando con la chitarra la folksinger Caterina Bueno da Firenze, autrice della canzone "Cinquecento catenelle" (a cui lo stesso De Gregori dedicherà poi il brano "Caterina" in Titanic).

Dopo qualche tempo, entra a far parte della scuderia della It di Vincenzo Micocci (colui che Fortis avrebbe voluto ammazzare in "Milano e Vincenzo") e, a soli 21 anni, realizza il suo primo album, Theorius Campus, ai mezzi con Antonello Venditti (per motivi economici).
E' un disco ancora estremamente acerbo che presenta Venditti come figura principale, mentre De Gregori è ancora un cantautore giovanissimo che non convince appieno i discografici, con la metà della potenza vocale del collega e senza un pezzo di grande impatto (come era già "Roma Capoccia" di Venditti).
Da ricordare comunque "La signora aquilone", eterea fiaba folk, "La casa del pazzo", un testo evocativo su una trama oscura di moog composta da Giorgio Lo Cascio, e "Vocazione 1 e ½", l'unico brano composto da entrambi i cantautori, sorretto da cori celestiali.

Nel 1973 De Gregori passa alla Rca e non fallisce la prima prova sulla lunga distanza con suo primo vero Lp, Alice non lo sa. Il successo commerciale non arriverà neanche questa volta, ma il suo nome comincia a circolare fra il pubblico giovanile più esperto, e il pezzo d'impatto c'è: è l'"Alice" che dà il nome al disco, canzone costruita su chitarra e sottilissimi violini, che racconta la dolce passività dell'infanzia/adolescenza, con un testo fatto di immagini quasi estranee fra di loro: lo sposo che al momento delle nozze grida "Non ci sto", Cesare (Pavese, ndr) "perduto nella pioggia" che aspetta "...da sei ore il suo amore ballerina", o ancora Lilì Marlène che "...sorride e non dice la sua età", e, dulcis in fundo, la protagonista Alice, che tutto questo "non lo sa".
Da un lato emerge la passione di De Gregori per la storia (l'incantata "1940" e "Saigon", un bel folk-blues arricchito dalla chitarra di Roberto Ciotti), dall'altro iniziano a prendere forma le sue canzoni più complesse ed enigmatiche (è dopo questo disco che si comincerà a descrivere De Gregori come ermetico, aggettivo che lo ha sempre infastidito molto): "Buonanotte fratello", ritmica e dylaniana, dedicata all'amico Lo Cascio e composta da immagini evocative, "La casa di Hilde", ballata chitarristica per una storia di formazione e "contrabbando", composta insieme a Edoardo De Angelis, e su tutte "Marianna al bivio" - forse la sua canzone effettivamente più ermetica - che snocciola metafore oscure su una linea di basso e di percussioni ("e Marianna camminava/ con il sole nei capelli/ aggrappata a un paradiso di stagnola/ Ogni uomo che passava/ ne toccava la sorgente/ ma lasciava la sua anima da sola/ e la strada divideva/ due esistenze parallele/ l'orizzonte ne copriva la realtà/ e Marianna non sapeva/ cosa fosse veramente/ quel diamante che stringeva nella mano/ mentre il sole la seguiva da lontano").
Il singolo "Alice" arriverà incredibilmente ultimo a "Un disco per l'estate" (De Gregori, allora capellone, partecipa alla manifestazione con i Vianella, sempre della It), ma il disco otterrà comunque un discreto successo, confermando il Piccolo Principe come uno dei cantanti emergenti più amati dal pubblico giovanile d'avanguardia.

Nel 1974 esce Francesco De Gregori, griffato in copertina dalla celebre pecora dipinta da Gordon Fagetter. E' l'album sotterraneo della discografia del cantautore romano: idolatrato dai suoi fan più stretti e quasi rinnegato dallo stesso De Gregori (anni dopo lo definirà il suo lavoro peggiore). Le tracce, tutte chitarra/voce arricchite da echi di piano e pochi altri strumenti (la batteria è completamente assente), sono più dense e personali rispetto ai dischi passati, quasi dei pensieri sul cuscino. "Niente da capire", l'apertura e la canzone più famosa del disco, è una risposta alle definizioni di ermetismo affibbiate a De Gregori l'anno prima, costruita con una sorta di cut-up alla De Gregori, con frasi come "però se un giorno/ tornerai da queste parti/ riportami i miei occhi/ e il tuo fucile/ e non c'è niente da capire".
L'ispirazione è palpabile in ogni brano e tocca vertici altissimi in "Giorno di pioggia" (chitarra e basso quasi in sordina e due note di pianoforte ripetute), che vanta un testo strepitoso, e "Bene", capolavoro del disco, canzone intima e dai significati stratificati (l'amore finito, l'esistenza, la struggente fine dell'adolescenza), talmente privata che si vocifera De Gregori l'abbia cantata una sola volta oltre alla registrazione su disco.
E' sorprendente come, utilizzando una strumentazione tanto spartana - ed essendo per di più lui un chitarrista davvero elementare all'epoca - De Gregori sia riuscito a creare canzoni tanto componibili quanto indipendenti e brillanti di luce propria.
La seconda parte del disco - che ha il suo punto centrale nella splendida ballata sentimentale "Bene" - presenta testi ancora più complessi ("in fondo alla pianura/ una linea più buia/ l'esercito degli uomini diversi/ con gli occhi e la bocca pieni di sonno/ aspettava in una buca di due metri/ e noi/ dall'altra parte del concetto/ con l'anima in fondo alle gavette/ cacciavamo i pensieri come mosche mortali/ e il nostro cervello era bianco/ l'attacco era fissato per le sette", da "Finestre di dolore"), e complessivamente mantiene intatto l'ottimo livello compositivo della prima parte del disco, che si conclude con una frase non certo innocua: "Ero così distratto, amore mio, quando ti ho morso il cuore".
Sono anni di lotte politiche e di censure. La Rai osteggia apertamente De Gregori, a causa dei testi e dell'area politica di appartenenza (vicina al Pci): lui ricambia con un brano al vetriolo come "Informazioni di Vincent" ("Ieri alla televisione mi hanno detto di stare tranquillo/ Non c'è nessuna ragione di avere paura/ Non c'è proprio niente che non va"). Ma spiccano anche tracce come "Cercando un altro Egitto" e "A Lupo". In quest'ultima (tutti si domandano perché non dice "Al lupo"), oltre che di vicenda della vita privata e della mitica Renault 4 con la quale De Gregori girava insieme al suo compagno di viaggio Lo Cascio, si racconta di un impresario soprannominato "Lupo", che giurava sempre su sua figlia. Un giorno Salvatore Quasimodo regalò a questi un suo libro con la dedica "A Lupo, anima pura, perché non giuri più sulla sua bambina".
E' l'ennesimo pretesto per la stampa specializzata, che imbastisce feroci polemiche culturali per quel suo usare in estrema libertà le parole. Per la prima volta, nel panorama musicale italiano, la cosiddetta "canzonetta", così attenta al testo, sembrava non raccontare più niente.

Le canzoni di De Gregori, però, sono solo un mistero apparente. Sono storie sospese tra realtà e sogno, tra universalità e quotidianità. Spesso, basta essere a conoscenza di alcune situazioni del testo per catturarne la chiave di lettura. Seminano indizi, e poi divagano, lasciando alla sensibilità dell'ascoltatore il compito di ricostruire il resto, sull'onda delle suggestioni legate a filo doppio con la musica. Sembra quasi che si diverta a scrivere i racconti degli uomini (compreso sé stesso) usando le metafore come uno stimolante calcolo matematico, con parole simili a numeri perfetti, incastonati assieme alle note nella planimetria melodica della canzone che sta per nascere. Peculiare poi, nel suo songbook, l'uso della sinestesia, la costruzione in cui sono uniti due termini che si riferiscono a sfere sensoriali diverse ("sorriso ladro", "notte crucca e assassina", "barattolo di birra disperato" etc.).

Nel 1974 Fabrizio De André si reca al Folkstudio e chiede a Luigi Grechi di fargli ascoltare i brani del fratello. Nasce così l'amicizia con il cantautore genovese, che porta alla realizzazione del disco "Volume ottavo", a nome De André, ma con la firma di De Gregori in brani come "La cattiva strada", "Dolce luna", "Le storie di ieri", "Oceano" e "Canzone per l'estate".

Un anno dopo De Gregori pubblica Rimmel, tuttora il suo album più celebre e pietra miliare della canzone italiana. Testi dolceamari, a sottolineare una costante ambivalenza sentimentale, arrangiamenti stavolta più ricchi e curati, e un'abilità melodica straripante confezionano un album straordinariamente continuo e fluido, laddove i precedenti avevano mostrato sempre un talento a intermittenza.
La title track indovina un giro melodico di piano irresistibile, ambientando in una cornice da folk americano storie di amore vissuto, tra lirismo e sarcasmo ("Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo/ e la mia faccia sovrapporla/ a quella di chissà chi altro/ I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo/ li puoi nascondere o giocare come vuoi/ o farli rimanere buoni amici come noi"). Spopola poi la ballata tenerissima di "Buonanotte Fiorellino", ispirata da "Winterlude" di Dylan, che si fa perdonare qualche leziosità lessicale di troppo ("fiorellino", uccellini", "monetina") con rime spiazzanti ("Ora un raggio di sole si è fermato/ proprio sopra il mio biglietto scaduto") e con un tono complessivamente ironico e disincantato. L'altro hit di "Piano Bar" - vivido ritratto di un "uomo di poca malinconia" che "piangere non sa" - assume i contorni di una ballata avvolgente alla Elton John ("Daniel"?), imperniata sulla timbrica di tastiere e chitarra acustica.
Altre perle sono "Pablo" - che racconta semplicemente la storia di un emigrato spagnolo ed è stata attribuita, invece, a numerosi esuli politici e addirittura a Neruda - con l'arrangiamento eccentrico di Lucio Dalla; l'incantevole ballata arpeggiata di "Pezzi di vetro" e la surreale "Quattro cani" (alias Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lilli Greco e Patty Pravo), allegoria dal piglio farsesco, cadenzata da un fingerpicking ad effetto. Resta invece un mistero la dedica de "Il signor Hood": - a M. con autonomia - (si tratta forse di Mimmo Locasciulli, di Pescara? Oppure di Marco Pannella, anch'egli originario della città abruzzese?). Ma è anche nelle tracce "minori" che va colta la grandezza del disco, come testimoniano la dolce "Piccola mela", tenue melodia pop in punta di voce, e la canzone più politica del lotto, quella "Storie di ieri" che affronta il tema dell'antifascismo con la consueta sagacia lirica ("La mascella al cortile parlava/ Troppi morti lo hanno smentito").

I tempi sono maturi e De Gregori prende in affitto un antico trivani in Via del Mattonato in Trastevere (di fronte al Folkstudio), abbandonando per sempre la casa dei genitori che, preoccupati, pensavano con apprensione al loro secondo figlio che affrontava da solo il mondo, al centro del pericoloso incrocio dei venti, armato soltanto di una chitarra Eko, anziché del protettivo scudo della laurea in Lettere, come avrebbero voluto ("Mio padre è un ragazzo tranquillo... è convinto di avere delle idee/ E suo figlio è una nave pirata", è il suggello al conflitto generazionale in "Storie di ieri").

Bisognerebbe tornare al 1975 per capire quanto sia stato difficile per il cantautore romano comporre il seguito di Rimmel senza stravolgere la sua arte o cadere nel ripetitivo. Lui stesso in seguito confiderà a proposito di Bufalo Bill (1976): "E' la mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto Rimmel che aveva venduto troppo… roba da matti!". Eppure lo stesso De Gregori lo definirà "il mio disco più riuscito", quello del periodo più sereno e felice della sua vita.
Attraverso la descrizione dell'ultimo e penoso spettacolo di Bufalo Bill, va in scena il de profundis del vecchio mondo americano, che se ne va per lasciare il posto al mito della Frontiera, alla motorizzazione (il meccanico "culo di gomma"), alla conquista dell'Ovest, all'avvento dell'ipocrita cultura americana, quella dei boy scout, delle ragazze pin-up, del sogno americano, del sorriso a trentadue denti e del falso ottimismo d'oltreoceano.
Il disco affronta in maniera ellittica gli argomenti, utilizzando metafore evocative, ed è più pulito nei suoni. Anche la voce è perfetta nell'intonazione, appena nasale e a tratti irriconoscibile in confronto ai dischi precedenti. L'uso del pianoforte migliora ulteriormente in coordinazione e armonia.
La splendida title track è la malinconica metafora dell'apertura degli orizzonti in America verso il lontano Ovest, in cui anche un uomo vero come Buffalo finisce per diventare un fenomeno da circo. Musicalmente, gioca sul rincorrersi di un pianoforte celestiale e una chitarra country (e sull'intuire costantemente un ritornello che non arriverà mai) per terminare con uno splendido assolo al piano.
"L'uccisione di Babbo Natale" è - come rivela lo stesso De Gregori - la sua unica canzone "amorale"; racconta la fine dell'infanzia e delle (dis)illusioni ad essa legate. "Disastro aereo sul canale di Sicilia" sfoggia un testo lungimirante ("Risulta peraltro evidente/ anche nel clima della distensione/ che un eventuale attacco ai paesi arabi/ vede l'Italia in prima posizione) e la consueta bravura nell'imbastire le melodie, in un continuo crescendo emotivo. Nell'onirica "Ninetto e la colonia" il suono si fa più ritmato, mentre il testo probabilmente allude alle multinazionali statunitensi dell'agroalimentare, che hanno monopolizzato le piantagioni in Sudamerica.
Ma è con "Atlantide" che il disco raggiunge il suo climax. Una ballata liquida, costruita su una melodia ariosa e su intense e sfalsate immagini di amore e di sogno ("così pensava l'uomo di passaggio/ mentre volava/ alto/ nel cielo di Napoli/ rubatele pure i soldi/ rubatele anche i ricordi/ ma lasciatele per sempre/ la sua dolce curiosità/ ditele che l'ho perduta quando l'ho capita/ ditele che la perdono/ per averla tradita"). Parole malinconiche, ma dolcemente distaccate, e piano e chitarra a fare da soffice tappeto sonoro.
La qualità resta elevatissima con le seguenti "Ipercarmela", "Ultimo discorso registrato" e "Festival" (dedicata alla morte di Luigi Tenco), mentre "Santa Lucia", chiusura del disco, è una splendida preghiera laica per piano-voce, arricchita nel finale da una coda blues di chitarra elettrica su base di organo. Unico passo falso dell'album, in definitiva, è la bislacca "Giovane esploratore Tobia, scritta in collaborazione con Lucio Dalla.

De Gregori a questo punto ha passato il primo ostacolo, l'onda di rimando di Rimmel che avrebbe potuto distruggerlo; le sue canzoni si sono evolute, l'uso del pianoforte al fianco della chitarra acustica è migliorato nettamente in coordinazione e armonia e, soprattutto, ogni brano è pregno dell'urgente ispirazione che accompagnava i suoi dischi precedenti.
Il 1977 è l'anno buio di De Gregori che, durante un concerto al Palalido di Milano, subisce un processo politico da parte di un drappello di spettatori appartenenti a un gruppo extraparlamentare di sinistra, legato ad Autonomia Operaia, i cosiddetti "autoriduttori". Qualche tempo dopo il cantautore romano, commentando l'episodio, dirà: "Per come si erano messe le cose avrebbero anche potuto spararmi: è stato un piccolo momento della strategia della tensione". Quella di accusare i cantautori di arricchirsi con la scusa del messaggio politico era una moda assai frequente in quegli anni. L'allora giudice di quel processo-farsa, Gianni Muciacia, ex di Jo Squilo, dichiara ancora oggi che il processo a De Gregori rientrò nel clima di quegli anni. "Era un fatto di moda e non di voglia" avrebbe detto Guccini.
A farne le spese, invece, è De Gregori, che ferito nella sua sensibilità, sospende la tournée e si ritira dalle scene per un lungo periodo durante il quale decide addirittura di cambiare mestiere, lavorando anche in una libreria romana. Successivamente, sposa una sua ex compagna di liceo, Alessandra Gobbi, dalla quale avrà i due figli, Marco e Federico (ai quali sarà poi dedicato il testo di "Raggio di sole").

Ma è solo una parentesi. Nel 1978, esce infatti De Gregori, il terzo capitolo della magica trilogia avviata con Rimmel e Bufalo Bill. Un disco che suona come la fine di un incubo personale. Liberatorio, fin dalla bella copertina aerea, dove De Gregori finalmente si mostra, su un prato verde, mentre corre dietro un pallone.
La contestazione subita non ne ha scalfito la vena politica, che tocca qui punte di feroce denuncia ("Generale", "L'impiccato", "La campana). Ma resta intatta anche la dolcezza senza pari del suo canzoniere, che si sublima nella luminosa ballata di "Raggio di sole", la canzone ideale da dedicare a una nuova vita che nasce.
Affabulatore nato, De Gregori riesce a trasformare in favola anche la più dura delle invettive anti-militariste, quella "Generale" che immortala in una melodia storica il senso della sconfitta di un reduce che sogna il ritorno a casa ("Fra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore"). Le cadenze sono ancora una volta quelle della ballata, trainata da piano e chitarra, ma con una batteria che via via acquista consistenza, quasi a voler raffigurare il tam tam della guerra. Sulla stessa falsariga, l'altro singolo "Natale", che tinge di "allegra tristezza" il ricordo di un amore lontano. Ricordo che torna su "Renoir", brano suddiviso in due diversi arrangiamenti, più festoso il primo (con le voci in controcanto dello stesso De Gregori), più riflessivo il secondo, che si chiude con un'amara autocommiserazione: "Ora i tempi si sa che cambiano/ passano e tornano tristezza e amore/ da qualche parte c'è una stanza più calda/ sicuramente esiste un uomo migliore/ io nel frattempo ho scritto altre canzoni, di lei parlano raramente/ ma non è vero che io l'abbia perduta, dimenticata come dice la gente"). Nostalgia e tenerezza che si mescolano anche ai ricordi dell'infanzia, quelli de "Il '56", quando si incollavano le fotografie dei carri armati su pezzi di cartone (è l'anno dell'invasione sovietica in Ungheria) eppure "tutto sembrava andasse bene".
Ma sul disco aleggia la cappa degli anni di piombo e di una conflittualità politica ormai all'acme. Ecco allora "La campana" che suona funerei rintocchi, a sottolineare l'emarginazione degli sconfitti: è quasi il requiem di un'intera generazione ("Con un fascio di giornali in mano pensavo: si può anche morire di dolore/ E sotto questo grande cielo azzurro/ finalmente, mi sentivo un uomo solo/ I miei amici lo sai, sono tutti in galera/ sono tutti fregati"). Eppure c'è ancora la forza di sputare la propria rabbia contro la violenza del sistema, simboleggiata dalla repressione e dalle esecuzioni sommarie, come su "L'impiccato", altra scarna ballata piano-voce, costruita attorno a un'incalzante sequenza di fatti in uno stile da presa diretta: "Il quinto venne assunto in galera per un indizio da poco/ e fu crocefisso col ferro e col fuoco/ Forse per un errore o forse perché era stato scoperto/ forse per un'implicita confessione/ oppure soltanto lo sconforto/ e tutti si domandarono di che segno era il morto". Una denuncia che si fa anche intima, con una pennellata di piano, quando investe la dolorosa piaga della violenza domestica ("Babbo in prigione").
Suona allora quasi come una fuga da tanta oppressione, il "sogno metropolitano" conclusivo dei "Due zingari", stupenda ode antirazzista, ma anche inno alla libertà ("ho sempre corso libero, felice come un cane"), alle tradizioni ormai svanite ("i miei... avevano occhi veloci come il vento , leggevano la musica nel firmamento"), alla voglia di vivere contro le leggi del branco ("se potessi ti sposerei per avere figli con le scarpe rotte, girerebbero questa e altre città , a costruire giostre e a vagabondare"). Una dolce filigrana di piano e l'assolo struggente del sax nel finale suggellano uno dei brani più intensamente evocativi dell'intero repertorio firmato De Gregori.

L'album ottiene un buon successo e rilancia De Gregori dopo la disavventura del Palalido. Ma è nel 1979 che, grazie a una colossale campagna di recupero della Rca e a Lucio Dalla, ritornerà sul suo amato palco, cimentandosi in quello che sarà uno dei più grandi eventi della musica leggera italiana: Banana Republic, un'estate densa di concerti negli stadi d'Italia e un successo di enormi proporzioni da cui saranno tratti un doppio album dal vivo e un film.

Al termine della tournée viene pubblicato, sempre nel 1979, Viva l'Italia. A dispetto del titolo, fintamente nazionalista, si tratta del disco più "americano" di De Gregori, come testimonia la presenza di un manipolo di valenti strumentisti d'oltreoceano e la scelta di affidare la produzione a un guru internazionale come Andrew Loog Oldham, già al fianco dei Rolling Stones.
Le suggestioni latinoamericane ("Eugenio", "Buenos Aires") e il concept del viaggio che unisce le otto tracce nascondono tuttavia una disamina lucida della realtà italiana, lacerata dalle stragi impunite ("...del 12 dicembre"), dalle discriminazioni tra nord e sud ("Nata nell'Africa d'Italia") e dall'emarginazione ("Terra acqua/ acqua e terra/ ecco quello che ho visto io"). Non mancano la consueta filastrocca dolceamara ("Stella stellina", cullata su indolenti tempi sudamericani) e l'invocazione antimilitarista ("Gesù bambino"), avvolte in soffici sonorità folk, mentre "Terra e acqua" è una litania cantilenata con piglio rabbioso su un arrangiamento spoglio e spettrale.
Ma il capolavoro del disco è ovviamente la title track, dolente ballata in chiaroscuro sulla storia dell'Italia contemporanea, sospinta da un andamento solenne, con un'intro orchestrale a precedere la declamazione pacata di De Gregori, sostenuta da basso, chitarra e batteria. E' il ritratto dell'Italia "dei valzer e del caffè", dell'Italia "nuda come sempre", ma anche dell'Italia "che resiste", in una sorta di strenua battaglia contro sé stessa e i suoi peccati originali. La canzone sarà oggetto di ripetuti fraintendimenti politici, contro i quali il cantautore romano si batterà con decisione (ad esempio, vietandone l'uso propagandistico ai post-fascisti del Movimento sociale).
Nonostante il successo sempiterno della title track, Viva l'Italia si rivela comunque un album di transizione, tra l'era d'oro di De Gregori e ciò che verrà: un periodo che vedrà affievolirsi progressivamente la sua vena di compositore musicale, soprattutto, mentre quella di poeta si conserverà più efficacemente fino ai giorni nostri.

Il decennio 80 comincia con un disco ispirato alla tragedia del celebre transatlantico della Star Line che il 15 aprile 1912 si scontrò con un iceberg e colò a picco nei gelidi mari del Nord Atlantico. Ma Titanic non è propriamente un concept-album (le canzoni legata alla vicenda sono solo tre: la title track, "I muscoli del capitano" e "L'abbigliamento di un fuochista") e diventa per De Gregori anche l'occasione per aggiornare la sua canzone politica, scrostandola delle scorie del '68 e del '77 e riportandola a una dimensione di pure denuncia sociale.
Il contesto italiano è profondamente mutato: la stagione cupa degli anni di piombo sta ormai lasciando il posto al boom illusorio degli anni 80, della Milano da bere e di un benessere effimero. De Gregori, allora, usa la metafora del transatlantico apparentemente inaffondabile per smascherare le contraddizioni di questo progresso fittizio, che procede a occhi chiusi verso lo sfascio ("E il Capitano dice al mozzo di bordo: "Signor mozzo, io non vedo niente/ c'è solo un po' di nebbia che annuncia il sole/ andiamo avanti tranquillamente") e che penalizza gli strati più deboli della popolazione ("La prima classe costa mille lire/ la seconda cento/ la terza dolore e spavento/ e puzza di sudore dal boccaporto/ e odore di mare morto").
Ma restano anche gli echi di quel '68 "troppo breve da dimenticare", nel brano che diverrà l'evergreen del disco, "La leva calcistica della classe '68", metafora sportiva di una generazione che è passata dalla rivoluzione all'integrazione borghese nello spazio di un decennio. Una bella ballata pianistica, dalla struggente coda strumentale. Verrà abusata in ogni sorta di servizio sportivo che ogni sorta di tv manderà in onda.
Altro classico è la title track, affresco corale della varia umanità a bordo della nave, avvolto in una melodia che sembra anch'essa fluttuare sulle onde. Meglio ancora fa "L'abbigliamento di un fuochista", giocata su un andamento incalzante da folk-song (Giovanna Marini è ai back vocals), con pochi ficcanti accordi e un testo di denuncia sullo sfruttamento e sull'immigrazione, visti attraverso il dialogo tra una madre e il figlio in partenza ("Figlio con quali occhi... ti devo vedere/ Coi pantaloni consumati al sedere/ ...Figlio senza domani/ con questo sguardo di animale in fuga/ e queste lacrime sul bagnasciuga.../...Ma mamma a me mi rubano la vita/ quando mi mettono a faticare/ per pochi dollari nelle caldaie / sotto al livello del mare/ In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare"). Il trittico sul Titanic viene chiuso dalla più sommessa "I muscoli del capitano", che scandisce con gli intermezzi del piano l'epitaffio di uno slancio modernista destinato ormai alla fine.
Degne di nota almeno altre due tracce, l'iniziale "Belli capelli" (un po' gigionesca, ma tutto sommato riuscita) e la ballata quasi country di "Caterina", dedicata a Caterina Bueno, la folksinger che lo aveva portato in tour appena ventenne nel 1971: un omaggio quasi commosso, costruito sui flashback: "Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo/ e quell'angelo eri tu/ ...E la chitarra veramente/ la suonavi molto male/ però quando cantavi/ sembrava Carnevale".

Titanic è un grande successo e sdogana De Gregori perfino nei telegiornali Rai che l'avevano sempre boicottato. Sarà però anche l'ultimo acuto del cantautore romano. Gli anni a venire, infatti, ne segneranno un progressivo declino discografico, seppur contrastato da presenze live sempre robuste e coinvolgenti.
Nel 1983, De Gregori compone la colonna sonora del film "Flirt" che pubblica in un Q-disc, nel quale è racchiusa "La donna cannone", una ballata pianistica con tanta classe e molto mestiere che si rivelerà uno dei suoi più fortunati hit.

Ma la parabola è già discendente. Scacchi e Tarocchi (1985) prodotto da Ivano Fossati, è il primo passo falso di De Gregori. Le canzoni bellissime non mancano, ma sono poche: "La storia", provino piano-voce realizzato in un quarto d'ora, è una ballata minimale costruita su pochi accordi, capolavoro di incisività e sguardo emotivo ma lucidissimo sul concetto di storia e sul nostro appartenergli; "A Pà", dedicata a Pasolini, parte in sordina con un duetto di piano e chitarra elettrica per concludersi con una splendida svolta musicale, su cui De Gregori innesta una citazione del poeta ("e voglio vivere come i gigli nei campi/ e come gli uccelli nel cielo campare/ e voglio vivere come i gigli nei campi/ e sopra i gigli e nei campi volare"). L'altra canzone significativa del disco è "Miracolo a Venezia", uno dei tanti frutti misconosciuti e prelibati che il repertorio di De Gregori offre: definita dall'autore "una visione pura, nemmeno una canzone su Venezia […], è un disegno di Buzzati, è una vecchia foto, è un simbolo dello scontento, di qualcosa che muore", si regge su uno scuro tappeto di synth ed emerge in un crescendo (anche vocale) che non esplode mai, lasciando un piacevole senso d'incompiuto. Nel resto del disco si alternano canzoni piacevoli ma riuscite a metà - "Poeti per l'estate", "Ciao ciao", "Tutti salvi" - a veri e propri sfizi, senza particolare importanza.

Il successivo Terra di nessuno (1987) è forse l'album più scuro e doloroso di De Gregori; passato in secondo piano, contiene un paio di notevoli canzoni al pianoforte ("Pane e castagne" e "Mimi sarà") e brani più ritmati ("Il canto delle sirene", dal testo sublime, "Nero"), ma anche qualche momento debole ("Spalle larghe" e "Vecchia valigia"). Le composizioni del Principe sono davvero cambiate rispetto agli esordi, così come il suo modo di cantare. Niente più amore e schegge d'autobiografia, ma uno sguardo secco e limpido sulla realtà e sui cambiamenti che essa comporta alle nostre anime. Anche la voce angelicata dei primi dischi non c'è più, tranne in qualche episodio (le già citate "Pane e castagne" e "Mimi sarà").
Quello che ne viene fuori è un disco che potrebbe essere definito un concept sulla "difficoltà", intesa come dolore, dubbio, difficoltà d'immigrazione e di pianificare il futuro. Il tutto perfettamente a fuoco e compatto, pur non sorretto dal getto costante d'ispirazione, ormai perduto con la giovinezza.

Due anni dopo esce Miramare 19.4.89, che, pur più eterogeneo del precedente, potrebbe essere considerato il suo naturale proseguimento. In alcuni tratti è più diretto e a fuoco di Terra di nessuno, in altri momenti più visionario (e a volte dispersivo). Dopo la svolta di Scacchi e tarocchi, disco ottenuto con una produzione essenziale e minimalista, in questo lavoro compaiono arrangiamenti troppo compassati e arrotondati, anche se è solo una la canzone che senza dubbio avrebbe avuto bisogno di ritmiche più a fuoco e meno orpelli sonori: la "Bambini venite parvulos" che apre il disco con parole di una durezza senza precedenti ("Nessun calcolo ha nessun senso dentro questa paralisi"… "legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare la fila"), canzone "sull'abbassamento progressivo dell'età dei killer e delle vittime del mondo di oggi, e sul fatto che tutti e due portano spesso la stessa marca di scarpe".
Più avanti compaiono portatori di luce e cercatori d'oro, in una "Miramare" che parte delicata con chitarra e armonica, ma che non spicca mai il volo, limitandosi a snocciolare un testo comunque evocativo. Gli episodi rock convincono poco ("Dr. Dobermann" e "Pentathlon", una delle canzoni più brutte dell'intero repertorio di De Gregori), mentre c'è spazio per qualche gioiellino: "Cose", quadro notturno ed enigmatico, e la conclusiva "Lettera da un cosmodromo messicano", breve ma suggestivo testo su tastiera e bella conclusione affidata agli archi.

Si diceva dell'incessante attività live: nel 1990, De Gregori decide di immortalarla in tre album: Niente da capire, Musica leggera e Catcher In The Sky. Trentaquattro canzoni in tutto, come summa di una carriera lunga ormai quasi vent'anni.

Il ritorno a un disco in studio con Canzoni d'amore prosegue idealmente la riflessione sul mondo avviata nei lavori precedenti. Il titolo è ovviamente fuorviante, se si fa eccezione per la dolce "Bellamore", altra ballata sentimentale in punta di voce, cantata insieme a Patrizia Giordano. Il coinvolgimento della band che ha suonato nei concerti dona al disco un'energia quasi live, tangibile in brani più "muscolari" come "Sangue su sangue", "Adelante! Adelante!" e "Viaggi & miraggi". De Gregori gioca spesso a fare il rocker, ponendo dilemmi scomodi ("Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati/ o di chi li ha costruiti...rubando?", da "Chi ruba nei supermercati") ma invischiandosi anche in polemiche politiche dal respiro corto ("E' solo il capobanda, ma sembra un faraone.../ Si atteggia a Mitterrand, ma è peggio di Nerone", un'invettiva il cui bersaglio fin troppo scoperto è Bettino Craxi). Ma Mani Pulite non era ancora arrivata...
lluminano il disco anche piccole poesie minimali, come lo struggente dialogo col padre di "Tutto più chiaro che qui", il country-folk di "Stella della strada" e il tema dolente di "Povero me" (scritto insieme all'amico Mimmo Locasciulli). Ma lo zenit è nella conclusiva "Rumore di niente", rievocazione di nuovi spettri nazi-razzisti assecondata da una splendida coda strumentale.
Canzoni d'amore è un disco compatto e vibrante: De Gregori inaugura il nuovo decennio col piglio dello storyteller di razza.

Dopo i due dischi dal vivo Il bandito e il campione e Bootleg, arrivano quattro lunghi anni di silenzio, durante i quali De Gregori si improvvisa giornalista su l'Unità, diretta dall'amico Walter Veltroni.
Il ritorno sul mercato è del 1996, quando nell'album Prendere e lasciare, prodotto dal chitarrista Corrado Rustici, il pubblico di De Gregori scopre nuove sonorità e arrangiamenti più moderni, a tratti lontani da quelle soluzioni acustiche di cui l'artista romano si era servito agli inizi della sua carriera.
I risultati sono, al solito, dubbi, perché la musica di De Gregori è forse condannata a non poter cambiare mai, come mai è cambiato lui, testardo e pervicace nelle sue convinzioni, nella sua poetica, nel suo elitario isolamento. E allora non serve una schitarrata rock o un suono più tecnologico per ridare smalto a un songwriting ormai in piena crisi creativa. Così in "Compagni di viaggio", più del sound "corposo", si riesce a cogliere semmai uno spirito dylaniano, che aleggia tra le strofe e le immagini. In "L'Agnello di Dio", l'intro quasi rap e l'andamento tribale non valgono più della solita poesia metropolitana di denuncia. "Un guanto", ispirata alle litografie di Max Klinger, si snoda tra arpeggi country e arrangiamenti vagamente jazzy, ma senza mai graffiare.
Il De Gregori più incisivo è ancora quello che sa scavare nelle radici della canzone popolare (la scarna "Stelutis Alpinis", la fiaba allucinata di "Fine di un killer", con l'organetto di Ambrogio Sparagna) o nella ballata sentimentale, come in "Baci da Pompei", istantanea di due amanti sorpresi dall'eruzione del vulcano, con un evocativo riff di chitarra ad assecondare il dialogo amoroso. "Prendi questa mano zingara", invece, gli varrà una imbarazzante (per i promotori) denuncia per plagio da parte degli autori del brano "Zingara" (presentato a Sanremo da Iva Zanicchi nel 1969).

Dal tour immediatamente successivo viene tratto un doppio cd impreziosito dall'inedita "La valigia dell'attore", scritta per Alessandro Haber, da "Dammi da mangiare", già interpretata da Angela Baraldi e da "Non dirle che non è così", struggente versione italiana di quella "If You See Her, Say Hello" che Bob Dylan aveva inserito nel suo "Blood On The Tracks" del 1975.

Le origini e Curve nella memoria sono due buone antologie uscite nel biennio '96-'98, utili soprattutto per riscoprire gli anni d'oro.

Il presente, invece, offre ancora un altro disco in studio, Amore nel pomeriggio (2001), prodotto dal fido Guido Guglielminetti. Tinte fosche e umori cupi per un nuovo canzoniere di vita quotidiana, al quale prestano la loro collaborazione anche nomi importanti come Franco Battiato e Nicola Piovani.
Resta forte l'impronta dylaniana, ravvisabile fin dall'iniziale "L'aggettivo Mitico", incalzante ballata metropolitana imperniata sul trio basso-chitarra-batteria, e su un testo al vetriolo ("Oggi si versa il vino, si spezza il pane duemila volte che canta il gallo… Socrate grida domande per strada e il Beato Angelico dipinge muri di periferia… gli uomini col machete sul fuoristrada, gli uomini a piedi nudi lungo la strada"). Sempre su cadenze serrate anche "Spad VII S2489", nuovo apologo sulla guerra, vista dagli occhi del pilota di un caccia.
Il country trasognato di "Condannato a morte" fa da cornice a un altro crudo j'accuse, stavolta contro l'intolleranza religiosa, sull'onda della vicenda di Salman Rushdie ("Religione può essere un sentimento/ religione può essere una fuga d'amore/ Religione può essere intrattenimento/ religione può essere terrore"). "Canzone per l'estate" ripropone in una chiave ancora più tetra il brano scritto e interpretato nel 1974 con Fabrizio De André. Ma il vertice e il "caso" del disco è "Il Cuoco di Salò": un piano struggente e un bel contorno d'archi e fanfare (arrangiati da Battiato) ad accompagnare il lamento di un perdente, un cuoco, che si ritrova al servizio dei gerarchi fascisti in fuga ("qui si fa l'Italia e si muore… dalla parte sbagliata si muore"). Qualche idiota in servizio permanente effettivo vi leggerà del revisionismo e scatenerà sulla stampa polemicucce da pollaio.

A partire da marzo, dopo tre anni di assenza dai palcoscenici, De Gregori, sotto la direzione artistica di Guido Guglielminetti, affronta un nuovo tour, accompagnato da Paolo Giovenchi alle chitarre, Greg Cohen, già con Tom Waits, al basso e contrabbasso acustico, Alessandro Svampa alla batteria, Alessandro Arianti al piano e tastiere, Marco Rosini al mandolino e alla chitarra acustica, e, dopo 25 anni dalla sua ultima apparizione, Toto Torquati all'organo Hammond e tastiere. Il tour tocca con successo i maggiori teatri italiani e, dopo una breve pausa, prosegue fino a settembre dando vita al live Fuoco amico, pubblicato nel 2002.
Nello stesso anno il cantautore romano intraprende una lunga tournée insieme a Fiorella Mannoia, Ron e Pino Daniele. L'esperienza dell'improbabile quartetto sarà fotografata nel disco live In Tour.

Più consona al background del cantautore romano, l'altra collaborazione, con Giovanna Marini, voce storica del folk italiano; quattordici tracce sotto il titolo Il fischio del vapore, che provengono dall'archivio personale del cantautore, ma anche dalla memoria storica della musica folk. C'è la canzone politica di "L'attentato a Togliatti", ove si rievoca il tentato omicidio del leader comunista, avvenuto nel 1948, già inclusa nel precedente live Fuoco amico. C'è una intensa riedizione de "L'abbigliamento del fuochista". Ma a dare una tinta più autenticamente folk al disco sono alcuni canti tradizionali delle mondine ("Saluteremo il padrone" e "Bella ciao") e uno d'emigrazione, nello stile dei cantastorie padani ("Il tragico naufragio della nave Sirio"). A quest'ultimo sembra far eco il brano "Sacco e Vanzetti", che racconta l'esecuzione dei due anarchici, ingiustamente accusati di omicidio negli Stati Uniti, nel 1927. Numerose anche le tracce appartenenti al repertorio di Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, morta nel 1967 ("Donna lombarda di Gualtieri", "Sento il fischio del vapore", "O Venezia che sei la più bella"). Operazione azzardata e coraggiosa, Il fischio del vapore lascia perplessi molti fan, ma corona in realtà un percorso di recupero e filologia della musica popolare italiana tenacemente perseguito dal cantautore romano nell'arco della sua carriera.

A testimonianza di una (parzialmente) ritrovata creatività, esce nel 2005 Pezzi, con ogni probabilità il miglior disco di De Gregori dai tempi di Titanic. Dieci tracce disseminate di un discorso da ricostruire, come il puzzle della copertina. Niente di nuovo o di trascendentale, intendiamoci, ma almeno quel formato di ballata blues-rock da Dylan della maturità, ampiamente valorizzato nei live, trova qui sostanza in un armamentario di melodie e suoni più ricco e coinvolgente. A cominciare dalla struggente "La testa nel secchio", imbevuta di suggestioni desertiche alla Calexico, con il suo andamento caracollante e il suo chitarrismo western, fino all'altra vampata rock di "Il panorama di Betlemme", con il suo bel corredo chitarristico, il suo giro di piano e il suo straziante scenario di morte ("Signore ti prego/ Lasciami respirare/ Lasciami un po' riposare/ Prima che devo morire"). E si mantengono su standard dignitosi anche tracce come "Parole a memoria", stavolta con lo sguardo dritto verso Duluth (leggasi "Knockin' On Heaven's Door") e un testo scomposto come ai bei tempi ("Era solo per chiacchierare/ versare il vino spezzare il pane/ Pagare pegno, ricominciare/ parlare al cane"), o la tenera "Gambadilegno a Parigi", ennesimo ritratto di una sconfitta, o ancora la toccante ninnananna di "Le lacrime di Nemo", ingentilita dal mandolino di Marco Rosini.
Altrove, il classic-rock di De Gregori, sempre lontano da distorsioni e rumorismi indie, appare però stantio e monocorde, come nell'attacco bolso di "Numeri da scaricare", nel riff insulso di "Tempo reale" o nello stucchevole singolo "Vai in Africa, Celestino", collage di frammenti disparati della nostra quotidianità.
L'attualità viene passata crudamente in rassegna, tra cronache dell'orrore ("Il vestito del violinista", in cui compaiono i fantasmi dei bambini di Beslan) e sdegno nazionale (l'invettiva di "Tempo reale" con versi come "se dovessi rinascere, preferirei non rinascere qua", che tolgono anche il lieto fine al Gaber di "Io non mi sento italiano").
Pezzi è uno sguardo amaro e disincantato sul mondo, da parte di chi non ha più l'ambizione di cambiarlo. In un'intervista al "Corriere della Sera", De Gregori affermerà: "Neanche la sinistra mi appassiona più. Canto frammenti di vita, dolore e confusione". E in riferimento al suo sound, ne celebrerà definitivamente l'ascendenza dylaniana: "Springsteen ha un suono molto più educato, è un bravo ragazzo. Io musicalmente sono più sporco. Springsteen è un furbacchione del rock, si sente che lui lavora in uno studio. Dylan, invece, è musicista sbilenco, dissonante, innovativo. Springsteen ha buona volontà, ha studiato, ma la cosa finisce lì".

Le "nove canzoni nuove" di Calypsos (2006) non offrono niente di stupefacente: solo giochi di gruppo sull'evergreen che spaziano da titoli lapidari su tappe di vita a stornelli di voce più nasale che mai. Il disco scorre in modo leggero, tra ballate pianistiche a "La canzone dell'amore perduto" ("Cardiologia") e non troppo audaci tracce di power-pop ("Mayday"), mentre prova a scattare la solita fotografia di una città nella ambientale "Per le strade di Roma", dove compaiono "lucciole sulla Salaria e zoccole in Via Frattina", senza dimenticare i "ragazzi che escono dalla scuola e sognano di fare il politico o l'attore…". Interessante l'uso metaforico de "La casa", intesa come luogo immaginifico e involucro di sentimenti spinosi e spezzati, quanto provvisoriamente possibilisti ("costruisco questa casa… E ci pianto quattro vigne per il vino di settembre, e ci metto la scommessa che ti voglio amare sempre…").
Il senso musicale diffuso è alquanto minimale, fatta eccezione per i cori di risposta de "La linea della vita" che interpretano il ruolo dell'anima dolce e cattiva di cui si parla. Solo qui o quasi, in pratica, si osa un piglio vagamente ecclesiastico, non proprio memorabile. Per il resto, gli arrangiamenti sono pressoché trascurabili, manco fosse un sermone improntato sul sottofondo. Ecco, il motivo della perpetuata stanchezza melodica (questa sì) dei suoi ultimi dischi è da ricercare anche nelle ansie da predicazione, addirittura più ingenti, ma anche più sofisticate, che in passato.

Nel 2008, ecco le nove canzoni di Per brevità chiamato artista (titolo giocato su una nota legale del suo primo contratto discografico).
La title track apre il disco con un tuffo struggente nel passato: carezze acustiche e panneggi d'archi a incorniciare una ballata (forse) autobiografica, densa di ricordi e suggestioni oniriche, che gioca con il tema del doppio e degli opposti. L'altro marchio d'autore è "Volavola", una soffice ninnananna piano-voce nel solco della tradizione folk italiana, che non avrebbe sfigurato nel canzoniere inciso nel 2002 con Giovanna Marini.
Il resto dell'album, però, si perde in quel fiacco songwriting di maniera in cui ormai De Gregori pare essersi rifugiato. Ecco allora i soliti blues-rock imbolsiti, dai toni vagamente profetici ("Finestre rotte"), le scontate andature dylaniane ("Celebrazione", una presa di distanza dagli anni "di terrorismo e di fotografia" dove "la sinistra era paralizzata, la destra lavorava"), la ballata country con armonica a bocca d'ordinanza ("Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra"), il consueto divertissement linguistico, giocato nella fattispecie con i verbi all'imperfetto ("L'imperfetto"), l'immancabile mantra del "mala tempora currunt", stavolta in forma di grottesco stomp ("Carne umana per colazione"), con kitschissimi coretti femminili a corredo.
Canzoni oneste, ma prive di quei lampi poetici e di quelle impennate melodiche che sgorgavano con incredibile naturalezza dal songbook dei tempi d'oro. Meglio, semmai, la cover di "The Angel Of Lyon" degli americani Tom Russell e Steve Young ("L'angelo di Lyon", con testo di Luigi Grechi, fratello di Francesco), e il commiato angoscioso di "L'infinito", drammaticamente enfatizzato da un arrangiamento d’archi e piano. E’ l'epilogo più amaro di una "autobiografia fantasticata", come lo stesso cantautore ha definito la raccolta.

De Gregori intanto prosegue la sua infaticabile attività dal vivo in giro per l'Italia, e, rispetto al passato, si mostra molto di più, perfino in programmi televisivi popolari come il Festivalbar. Ma forse anche questo è un segno dei tempi che cambiano...
Nel 2010 l'evento che non ti aspetti: Francesco De Gregori ritrova il vecchio amico Lucio Dalla, trentun anni dopo "Banana Republic". Un concerto emozionante, quello al Vox Club di Nonantola (Modena). I due vecchi amici che si annusano, si ritrovano, tornano a divertirsi sul palco tra gag e canzoni. Ma nessuno poteva prevedere che quel "Work in Progress" diventasse un cantiere itinerante per un anno intero. Da quel 22 gennaio 2010, i due hanno attraversato instancabilmente l'Italia con il treno delle loro canzoni. E non finisce qui, perché nuove date sono state annunciate da qui alla primavera del 2011. Niente a che vedere col gigantismo dello storico tour del ‘79, anche se non sono mancate grandi cornici, come l'Arena di Verona. La sera insieme a suonare, poi ognuno a casa sua, a conferma di due personalità diversissime e, proprio per questo, complementari.
Il doppio cd Work In Progress suggella la ritrovata sintonia dei due sul palco, dove ognuno canta le canzoni dell'altro, salvo "Caruso" e "La donna cannone", troppo personali per prestarsi allo "scambio". Poi, i duetti, spesso i momenti più godibili, su tutti una struggente "Santa Lucia", non a caso il pezzo di De Gregori preferito da Dalla, una trascinante "Nuvolari" e un divertito "Disperato erotico stomp". Anche se - va detto - i ruoli rispetto a "Banana Republic" sembrano essersi invertiti: oggi è De Gregori il più in forma, anche come interprete, mentre Dalla fatica un po' a stargli dietro, sopperendo con mestiere e carisma.
Ventinove brani dal vivo e due inediti: l'invito al viaggio di "Gran Turismo" (soprassedibile) e "Non basta saper cantare", una bella ballata pianistica old-style, più la versione in studio di "Generale e la cover di "Just A Gigolò" ("Solo un gigolò"). Tanti classici, pescati nel miglior repertorio di entrambi. Con arrangiamenti del tutto inediti. Può capitare così di imbattersi in una coda di sax e chitarre al posto della sonata di piano de "La leva calcistica della classe ‘68", di vedere un'armonica dylaniana rimpiazzare le immortali zampogne di "Viva l'Italia" o di stentare a riconoscere la "Buonanotte Fiorellino" tramutata da valzer musette in galoppata rock. Per De Gregori non è certo una novità, del resto: le sue canzoni, da sempre, cambiano volto sul palco, come da lezione del Dylan targato "Never Ending Tour". Lascia quindi sospesi tra imbarazzo e commozione la "Rimmel" cantata in coro con il pubblico: quasi un omaggio, dopo anni di sussiegoso (e spesso frainteso) distacco.
Più rispettosi degli originali i brani di Dalla, anche se gli arrangiamenti moderni donano nuova verve a capolavori del passato come "Anna e Marco", "L'anno che verrà", "Futura", mentre una sentita "Henna" ci ricorda quella che è forse la sua ultima prodezza recente. Allegato il Dvd "Back To Back", con un'ora circa di backstage e interviste.
Non un'operazione-nostalgia e neanche un prodotto meramente promozionale, in ogni caso, come dimostra la mancanza proprio dei brani tratti dai loro album più recenti. Solo la testimonianza sincera e divertita di due giganti della canzone d'autore disposti a rimettersi in gioco dopo quarant'anni di onorata carriera. Con tutti i pregi di ieri e qualche limite di oggi.

La morte improvvisa di Lucio Dalla (Montreux, 1º marzo 2012) getta nello sconforto l'amico, che, alla liturgia delle celebrazioni, preferisce il silenzio del dolore solitario.
Nel frattempo, De Gregori continua a lavorare alle nove tracce del nuovo disco Sulla strada, che esce a fine anno. Se l'immaginario del libro di Kerouac – che lui ammette di aver letto solo di recente – è solo lo spunto per il titolo, il contesto musicale è ancor più distante da quel che si poteva immaginare. Quel folk-rock di maniera, abusato nei lavori recenti scompare con il singolo omonimo, svelando uno dei suoi album meno dylaniani in assoluto.
Al De Gregori di Sulla strada giovano l’immersione nella canzone popolare compiuta in questi anni, prima con Giovanna Marini, poi al fianco di Ambrogio Sparagna, ma anche il tocco orchestrale di Nicola Piovani, che porta in dote i suoi archi sempre suggestivi e calibrati.
Il cuore del disco, quindi, più che nell’ennesima riflessione sul viaggio di “Sulla strada”, sta in uno sguardo sereno rivolto a un mondo antico, come quello del poeta Dino Campana, che fugge dall’Accademia militare dove i genitori l’hanno destinato, vagando al freddo tra i bordelli (“van le troie illuminando il cammino sgangherato del sergente innamorato, che di notte se ne va”). È lo splendido valzer rebetiko e quasi “coheniano” di “Belle époque”, il lampo del fuoriclasse.
È con sguardo rasserenato, si diceva, che De Gregori riavvolge il nastro del secolo passato, il Novecento: “Vedo le cose dolcemente passare” canta in “Showtime” tra radiose aperture melodiche. Distante dalla concitazione dei nostri giorni, confessa di vivere a “Passo d’uomo”, in un’altra elegante ballata che riecheggia un lessico intriso di immagini semplici a lui sempre care (“Sono solo un operaio lungo la massicciata, il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata”). Ma rileggere il Novecento significa anche calarsi nei suoi orrori, come quelli raccontati dai soldati di “La guerra”, scampati a una battaglia cruenta.
I ritmi ondeggiano su cadenze latine, invece, nelle due tracce che ospitano la voce di Malika Ayane: “Ragazza del ‘95”, ritratto di gioventù e speranza tra le pieghe di una fisarmonica, e la beffarda “Omero al Cantagiro” dove, sotto una pioggia incessante, un Omero sale sul palco a cantare la guerra di Troia: metafora neanche troppo velata della crisi della musica.
La vena autobiografica riaffiora tra gli archi struggenti di “Guarda che non sono io”, dove De Gregori sembra quasi giustificarsi di tutte le sue ritrosie “pubbliche”, evidenziando le contraddizioni nel rapporto uomo/artista: “Qualcuno mi vede e mi chiama per nome, si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa di una vecchia canzone e io gli dico scusami, però non so di cosa stai parlando, sono qui con le mie buste della spesa”. Una scena che tutto lascia immaginare si sia ripetuta molto spesso. Non mancano, infine, le consuete riflessioni sull’amore, che – come spesso accade nel canzoniere degregoriano - diviene forza magnetica assumendo sembianze antropomorfiche (“Viaggia contromano, parcheggia sempre dove vuole/ Fa vedere la lingua, parla con la bocca piena/ Si presenta così senza un invito, proprio in mezzo alla cena” – la ballata di “Falso movimento”, griffata da un bel solo finale di tromba).
Sulla strada potrà spiazzare qualche fan del periodo più politico e dylaniano, ma non deluderà chi lo ha sempre visto soprattutto come un forbito interprete della canzone italiana, profondamente calato nelle sue pieghe e nella sua tradizione. Un’operazione che ha raggiunto altrove i suoi vertici, ma che qui si mantiene su standard più che accettabili per un giovane sessantunenne.

Dopo le celebrazioni per il quarantennale di Rimmel, con tanto di concerto-evento in pompa magna all'Arena di Verona, De Gregori decide di saldare finalmente il debito con il maestro Dylan, firmando De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto (titolo bellissimo: la traduzione letterale di “Love And Theft” di Dylan del 2001), un disco che fin da subito si presenta difficilissimo da inquadrare, perché inevitabilmente si fa giudicare su innumerevoli livelli: l’inevitabile paragone verso l’opera omnia di De Gregori si somma al confronto con le versioni originali dei pezzi di Dylan. A sua volta, l’attenzione si concentra su due aspetti in parallelo: le traduzioni dei testi e le scelte di arrangiamento. Rispetto a quest’ultimo punto il rischio è dietro l’angolo: arduo rendere sonoramente coeso un disco composto da canzoni provenienti da cinque decadi diversi.
Ognuno di questi aspetti è una potenziale trappola per De Gregori, che da una canzone all’altra può trovarsi invischiato in un braccio di ferro dal quale naturalmente non può che uscire sconfitto. Ma l’artista, guidato da una fede maggiore dei pericoli, affronta la missione con determinazione. Innanzitutto, come esibito con fierezza già nel primo singolo “Un angioletto come te” (“Sweetheart Like You”, 1983) gli arrangiamenti vengono, nella stragrande maggioranza del lavoro, restituiti quasi pari pari a quelli dei dischi di provenienza, ma senza accentuare le scelte di produzione dell’epoca. Questa preferenza si rivela funzionale nell’ottica di rendere il disco compatto, ma a tratti sminuisce l’efficacia di quegli arrangiamenti. Per esempio le reinterpretazioni dei pezzi felicemente “razziati” dai due dischi di Dylan prodotti da Daniel Lanois nel 1989 e nel 1997 (ben quattro canzoni, “Political World”, “Not Dark Yet”, l’inaspettata “Series Of Dreams” e “Dignity”) mancano quasi completamente di quella visionarietà sonora fatta di echi e mistero che ne rendevano le esecuzioni così speciali. Ad esempio le chitarre di “Servire qualcuno” (“Gotta Serve Somebody”, 1979), originariamente suonate da sua eccellenza Mark Knopfler, non riescono a risultare altrettanto soffici e bluesy. E ancora la riproposizione fedele degli arrangiamenti di “Subterrean Homesick Blues” in “Acido seminterrato” non riescono a restituire l’esaltante sporcizia sixties della versione originale.
Nella decisione di non snaturare le canzoni, quello del rischio revival degli arrangiamenti era però un effetto collaterale inevitabile, e seppur qua e là l’operazione pecchi di ingenuità, passarci attraverso è essenziale per comprendere il vero cuore del lavoro, che è ovviamente costituito dai testi. De Gregori non ha paura di mettere mano all’opera del suo guru e lo fa sporcandosi le mani in un territorio che non necessariamente gli appartiene.
De Gregori si fa mutevole e funambolesco, dando ora maggior risalto al ricalco delle inflessioni vocali originali, ora alla fedeltà delle immagini retoriche, ora a rielaborare lui stesso nuove immagini per restituire il più lealmente possibile il senso dei pezzi originali.
Negli episodi più surreali della tracklist (come “Acido seminterrato” e “Tweedle Dum & Tweedle Dee”) a De Gregori manca molta di quell’ironia di fondo che Dylan possiede di default e a tratti non risulta credibilissimo in quei panni. In compenso è davvero a fuoco nel riconfigurare i momenti più poetici (“Non è buio ancora”, “Dignità”, “Come il giorno”), che riescono a mantenersi evocativi e rispettosi degli originali.
In definitiva, Amore e furto è un disco pieno di bellissimi difetti, che non vuole (e non può) raggiungere alcun livello di perfezione, ma anzi si propone di fissare su supporto qualcosa che è non finito per definizione: la reinterpretazione, il riadattamento, la traduzione. Non solo una dichiarazione d’amore nei confronti di Bob Dylan, ma anche, e forse soprattutto, una dichiarazione d’amore e di devozione nei confronti della parola e della lingua, della tradizione scritta, di quella orale e del nobile mestiere del cantautore. Che è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

C'è ancora qualcuno che lo etichetta come il cantore politico della sinistra. Di certo, la canzone politica ha avuto un peso rilevante nel suo repertorio. Ma molti suoi brani sono stati fraintesi: "Niente da capire", "Caterina", "Non dirle che non è così", "Raggio di sole", "Due zingari", "La valigia dell'attore" non sono canzoni politiche, ma soltanto canzoni d'amore, nel senso più universale della parola, sono favole contemporanee dedicate agli esseri umani e alle loro storie, viste attraverso gli occhi e la fantasia di questo artigiano della chanson. E poi perché sforzarsi per capire chi siano realmente Pablo, Cesare, Irene, Anna, Marianna, Mario, Nino, Ninetto, Caterina, Rollo, Eugenio, Lisa, Mimì, Giovanna, Alice, Hood, Hilde e Susanna?
De Gregori, nel bene e nel male, è entrato di diritto nella storia della musica italiana e abbracciando almeno tre generazioni di ammiratori è stato l'artefice del cambiamento "tecnico" della nostra canzone d'autore, abituata da sempre ad ascoltare brani che cominciavano con "cuore" e finivano con "amore". Concludendo, si può affermare che De Gregori - invertendo quello che scrisse Giaime Pintor - non è "Rimmel", è "Nobel". Almeno in quel piccolo grande universo poetico che è la canzone d'autore.

Contributi di Angelo Franzese ("Calypsos"), Edoardo Frasso ("De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto")

Francesco De Gregori

Camminando sui pezzi di vetro

di S. De Gasperis, T. Fonsi e C. Fabretti

Autore di testi tra i più suggestivi e rivoluzionari della canzone d'autore "made in Italy", Francesco De Gregori ha costruito negli anni una galleria di personaggi e una raccolta di fiabe che incarnano la parabola italiana dal '68 a oggi. Ecco la sua storia, dagli anni ruggenti del Folkstudio alla magica trilogia dei 70, sino ai giorni nostri
Francesco De Gregori
Discografia
 Theorius Campus (con A. Venditti, BMG/Ariola, 1972)

6,5

Alice non lo sa (RCA, 1973)

7,5

Francesco De Gregori (RCA, 1974)

7

Rimmel (RCA, 1975)

8

Bufalo Bill (RCA, 1976)

8

De Gregori (RCA, 1978)

8

 Banana Republic (con Lucio Dalla, RCA, 1979)

7,5

Viva l'Italia (RCA, 1979)

7

Titanic (RCA, 1982)

7

 La Donna Cannone (RCA, 1983)

6,5

 Scacchi e Tarocchi (RCA, 1985)

6,5

 Terra di Nessuno (CBS, 1987)

6,5

 La nostra storia (antologia, 1987)

 

 MiraMare 19.4.89 (CBS, 1989)

5

 Catcher in the sky (live, Serraglio, 1990)

 

 Niente da capire (live, Serraglio, 1990)

 

 Musica leggera (live, Serraglio, 1990)

 

Canzoni d'amore (Sony, 1992)

6,5

 Il bandito e il campione (live, Serraglio, 1993)

 

 Bootleg (live, Serraglio, 1994)

 

 Prendere e lasciare (Sony, 1996)

5,5

 Le origini (antologia, 1996)

 

 La valigia dell'attore (live, Serraglio, 1997)

 

 Curve nella memoria (antologia, Sony, 1998)

 

 Amore nel pomeriggio (Sony, 2001)

5,5

 In Tour (live con Mannoia/Ron/Daniele, Blue Drag, 2002)

 

Il fischio del vapore (con Giovanna Marini, Caravan, 2002)

7

Pezzi (Caravan, 2005)

7

 

Calypsos (Sony, 2006)

5

 Per Brevità Chiamato Artista (Sony, 2008)

6

 Work In Progress (con Lucio Dalla, 2cd, live, Warner, 2010)

6,5

 Sulla strada (Caravan, 2012)

6,5

 De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto (Caravan/ SonyMusic, 2015)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Francesco De Gregori su OndaRock
Recensioni

FRANCESCO DE GREGORI

De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto

(2015 - Caravan/ SonyMusic)
Il cantautore romano salda il suo debito con Mr. Zimmerman, firmando 11 cover

FRANCESCO DE GREGORI

Sulla strada

(2012 - Caravan)
A quattro anni da "Per brevità chiamato artista", il ritorno del cantautore romano

FRANCESCO DE GREGORI

Per brevità chiamato artista

(2008 - Sony/ Bmg/ Caravan)
Il cantautore romano torna con una "autobiografia fantasticata"

FRANCESCO DE GREGORI

Bufalo Bill

(1976 - Rca)
Fiabe, ballate e protest-song: il cantautore romano al vertice del suo decennio d'oro

FRANCESCO DE GREGORI

Rimmel

(1975 - Rca)
In occasione del suo quarantennale e in attesa della celebrazione live, ritroviamo il disco più ..

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