Gabriella Ferri

Gabriella Ferri

Da Roma alle Ande

di Federico Romagnoli

La carriera di Gabriella Ferri è stata una delle più ricche e variegate della musica italiana, ma in molti lo ignorano, ricordando solo l'interprete delle canzoni dialettali (comunque splendide). Ripercorriamo la storia dall'inizio, cercando di scalvacare i luoghi comuni che ancora oggi orbitano intorno a una delle più straordinarie figure mai generate dal mondo dello spettacolo

Prologo

Sono passati dieci anni dalla morte di Gabriella Ferri. Il 3 aprile 2004 la cantante cadeva dal balcone della casa in cui si era ritirata, a Corchiano. Nonostante i parenti abbiano tenuto a precisare che ultimamente il suo umore stesse migliorando e per quanto non siano stati ritrovati biglietti di addio, in molti è rimasta la convinzione che Gabriella si sia suicidata. Non ci è dato di conoscere la verità e tutto sommato sarebbe utile al massimo per qualche giornalista televisivo e relative agiografie nel segno dell’ipocrisia. 
Ciò che dovrebbe interessare a chi segue la musica è quanto Gabriella Ferri ha realizzato in vita. Il suo lascito rappresenta una fetta imprescindibile della recente cultura italiana e meriterebbe di venire ricordato più spesso, in particolare dagli addetti ai lavori. Se la stampa ha santificato molti dei grandi della musica italiana morti negli ultimi vent’anni, l’opera di Gabriella viene ricordata con molta meno frequenza rispetto a quella di altri.
Paradossale, visto che si tratta della più abbagliante stella che il folk italiano abbia mai generato. Folk che lei trasformò in una creatura pantagruelica: non solo Roma, ma anche Napoli; non solo musica, ma anche teatro; non solo l’antico fascino del volgo, ma un lavoro raffinato di ricerca musicale, dal valore quasi antropologico. Non solo interpretazione, bensì un cervello creativo: fu infatti una delle prime donne in Italia a firmare i propri brani, che affiancava poi ai grandi classici della tradizione. Ultima ma non ultima, la passione per la musica latina, che le ha permesso contaminazioni rimaste irripetute dalle nostre parti. Partiamo però dall'inizio.

Le origini

Gabriella nasce il 18 settembre 1942 a Testaccio, rione romano celebre in passato per la presenza del grande mattatoio, dismesso nel 1975. Non è però una qualsiasi ragazza da quartiere popolare. Diventa presto irrequieta, soprattutto a causa del rapporto col padre. Il signor Vittorio – ambulante con ambizioni artistiche – da un lato le apre le porte della musica, trasmettendole gran parte del repertorio tradizionale romano, dall’altro con i suoi modi tirannici la allontana involontariamente da casa.
Gabriella non si staccherà tuttavia mai davvero dalla figura paterna, che nonostante il rapporto contrastato e i lunghi periodi di distanza, ha sempre considerato centrale nella sua vita. Anzi ha spesso preso i testi che il padre si dilettava a scrivere e, dopo un dovuto adattamento, li ha messi in musica.
Abbandonata la casa natia, lavora in un negozio nei pressi di Piazza del Popolo, dove nel 1963 conosce Luisa De Santis, figlia del regista Giuseppe, uno dei nomi di punta del neorealismo. Fra le due scatta subito una certa alchimia, Luisa ha infatti dimestichezza col repertorio popolare, che suo padre ha da sempre esplorato e utilizzato nelle proprie opere. In breve si ritrovano a cantare all’unisono brani in romanesco.

Un anno dopo decidono di andare a vivere a Milano, dove grazie alle conoscenze di De Santis trovano l’appoggio dei saloni intellettuali. Il colpaccio però lo mettono a segno quando l’entusiasta Enzo Jannacci riesce a farle esibire all’Intra’s Derby Club. Lì attirano l’attenzione del discografico Walter Guertler, che le mette sotto contratto per la Jolly, e di Mike Bongiorno, che le chiama per partecipare alla trasmissione “La fiera dei sogni”, dove cantano “La società dei magnaccioni”. È quello il primo contatto di Gabriella Ferri con il grande pubblico e la televisione.
C’è a ogni modo un mito da sfatare al riguardo: è infatti riportato da molte fonti, dall’archivio del Corriere della Sera ai documentari Rai, che in seguito a quella apparizione il 45 giri de “La società dei magnaccioni” abbia venduto un milione e settecentomila copie. È una cifra assurda, del tutto irreale, pescata non si sa dove né come. Il brano non è anzi mai entrato fra le prime otto posizioni di nessuna fra le varie classifiche italiane del periodo.
Sono inoltre rintracciabili vecchi articoli che parlano di dodicimila copie vendute in un mese, quantità decisamente più verosimile, che conferma come il folk italiano nei primi anni Sessanta ancora non andasse per la maggiore.

Il periodo Jolly

gabriellaferriIl sodalizio con Luisa non dura però che un paio d’anni. La giovane De Santis trova infatti stressante la carriera da musicista e il duo si scioglie senza traumi dopo una manciata di singoli.
Decisa più che mai nella sua missione, la testaccina incide quindi il suo album di debutto, Gabriella Ferri (1966). Dodici canzoni, cinque delle quali registrate insieme a Luisa prima della separazione, e una copertina che anticipa curiosamente quella di “Blue” di Joni Mitchell.
Tre brani sono dal repertorio di Romolo Balzani, cantante e autore romano celebre negli anni Trenta: “Er carrettiere a vino”, “L’eco der core” e “Barcarolo romano” (quest’ultima in particolare non ha bisogno di presentazioni, sarebbe come pretendere di introdurre “O sole mio”).
È già evidente, seppur in forma ancora rustica, il gioco di contrasti che avrebbe reso celebre l’artista: le strofe sono tese, con le corde di chitarra a trillare freneticamente, generando un’atmosfera di incertezza e sospensione, mentre i ritornelli sono liberatori e densi di passione. Questi sbalzi d’umore e timbro non sono che i primi esempi di uno stile di canto con pochi eguali nel mondo, e praticamente nessuno in Italia. Negli anni a venire sarebbero stati portati al parossismo e deformati in maschere grottesche.
“La mantellate” racconta i sentimenti di una carcerata, argomento alquanto sentito dalla Ferri e affrontato molte altre volte in carriera. Scritta nel 1959 da Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi, e originariamente interpretata da Ornella Vanoni, è solo in questa nuova versione che esprime appieno la sua potenza: lo spartano ma suggestivo arrangiamento per chitarra e organo elettrico, la voce incredibile che procede depressa, si innalza lentamente, poi sembra scemare in un sussurro e all’improvviso impenna, arrochendosi e ruggendo.
È una canzone con riferimenti tutt’altro che immediati per un non romano, basti pensare all’abbrivio: “Le mantellate so’ delle sore, ma a Roma so’ soltanto celle scure” (se nel resto d’Italia con mantellate si intende l’omonimo istituto religioso, per i romani la parola indica uno dei viali che costeggiano Regina Coeli). Tuttavia il senso di solitudine e d’oppressione che descrive è universale, soprattutto nel finale, dove viene sottolineato dal marcato utilizzo dell’eco: “Ma Cristo nun ce sta drento a 'ste mura, mo' che parlate a fa', mo' che parlate a fa', qua drento ce sta solo infamità”.
Ben sei brani sono firmati da Gabriella. Bisogna a ogni modo precisare che la Jolly poneva talvolta il nome dei propri artisti sui pezzi popolari senza autore, stratagemma che gli consentiva maggiori introiti mediante i diritti di edizione. Non è quindi semplice stabilire dove e con quanta intensità sia arrivata la penna della cantante in questo album di debutto.
In questa categoria rientrano peraltro alcuni fra i pezzi migliori, come “Vola vola l’aritornello”, dal sapore antichissimo e quasi gotico, e la scatenata “Aritornelli antichi”, in cui verrebbe da ipotizzare un collegamento col folk siciliano, dato il salmodiare quasi arabeggiante della strofa. Se la si ascolta in sequenza con “Buttana di to mà” di Rosa Balistreri il raffronto viene spontaneo.
Il titolo maggiormente ricordato è però “Te possino da’ tante cortellate”. Una colata di vetriolo, rabbia vomitata senza alcun ritegno, con quel fare pittoresco di cui solo l’arte popolare è capace: “Er bene che te vojo nun lo dico, te vorebbe vede' a ponte impiccato, con la testa mozzata e pe Panìco” (letteralmente “che rotola per Via di Panìco”, strada romana all’inizio della quale secoli fa si tenevano le esecuzioni capitali). Recentemente è stata riportata sotto i riflettori da un noto fumettista.
Purtroppo, nonostante i numerosi momenti memorabili, l’album non ottiene vendite rilevanti, neanche quando due anni dopo viene ristampato col titolo di “Roma mia bella”.
Se il disco con artwork e scaletta originari è fuori catalogo, le sue canzoni hanno spesso trovato spazio in raccolte low price. La migliore è probabilmente Il meglio di Gabriella Ferri (Saar Records, 2005), che lo contiene per intero, con l’aggiunta di altre otto canzoni del periodo con Luisa, almeno un paio delle quali di grande rilievo.
Una è “Sinnò me moro”, scritta da Carlo Rustichelli e Pietro Germi nel 1959, incisa da Alida Chelli e in origine posta in apertura del film “Un maledetto imbroglio”. La versione della Ferri è alquanto rispettosa della già straordinaria originale, nonostante l’arrangiamento sia più severamente folk e il piglio vocale abbia di nuovo un che di orientaleggiante.
L’altra è “Alla renella”, brano tradizionale di fine Settecento, che narra di nuovo le sofferenze di un carcerato. La renella è la spiaggia che si formava in riva al Tevere durante le secche (fenomeno poi scomparso dopo la costruzione degli argini in pietra) e viene utilizzata nel testo a mo’ di metafora, per piangere la distanza dalla donna amata. L’accompagnamento è guidato da una chitarra spagnoleggiante, a riprova della natura ibrida della musica folk italiana, ma soprattutto di quello che entro qualche anno sarebbe diventato uno degli interessi maggiori di Gabriella, il folk latino.

Il ritorno a Roma e il successo sudamericano

Dopo aver girato Canada e Stati Uniti nell’estate del 1966, con lo spettacolo “Folkitalia” (in compagnia di Caterina Bueno, Otello Profazio e Matteo Salvatore), Gabriella rientra a Roma. In questo periodo frequenta il bar Rosati, uno dei più in della città, dove conosce artisti affermati come Vittorio Gassman e Nino Manfredi, nonché un giovane Renzo Arbore, appena sbarcato nella capitale. Il futuro presentatore la fa appassionare al repertorio napoletano, che finirà con l’occupare un cospicuo spazio del suo canzoniere.
Sul finire dell’anno debutta al Bagaglino, compagnia teatrale fondata l’anno prima da Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. È tramite questa esperienza che Gabriella inizia a sviluppare il suo proverbiale piglio teatrale e clownesco.
Il 1967 è sostanzialmente un anno di buco nella sua carriera, occupato da un matrimonio pasticciato e di breve durata. Il contratto con la RCA arriva nel 1968: il primo frutto è un 45 giri, che contiene sul primo lato “È scesa ormai la sera” (brano alquanto leggerino, poco distinguibile dal pop italiano più corrivo) e sul secondo una nettamente più solida “Ti regalo gli occhi miei”. L’arrangiatore Piero Pintucci si adopera qui in una progressione orchestrale cupa e incalzante, stemperata solo nel ritornello dal coro arioso dei Cantori Moderni di Alessandroni. Le vendite ancora una volta latitano.
All’inizio del 1969 partecipa a Sanremo con “Se tu ragazzo mio”, brano che mescola rhythm and blues, folk e arrangiamenti barocchi. A suonare l’armonica a bocca da dietro le quinte è un giovanissimo Stevie Wonder, che poi sale sul palco per interpretare la sua versione del brano, in uno stentatissimo italiano. È l’ennesimo flop: il brano viene eliminato subito e non entra in alcuna classifica di vendita.
Quando però tutto sembra perduto, accade l’impensabile. Gabriella incide “Te regalo yo mis ojos”, versione spagnola di “Ti regalo gli occhi miei”, per lanciarla sul mercato sudamericano.
Non è ben chiaro per quale motivo i discografici abbiano creduto che un brano passato del tutto inosservato in Italia potesse funzionare all’estero, vieppiù considerando che l’interprete stava collezionando fiaschi a ripetizione. Per qualche strano motivo però la scommessa viene vinta: il brano spopola, superando in pochi mesi il milione di copie vendute fra Argentina, Venezuela e Cile.
È un successo enorme, che spinge la cantante a intraprendere un tour in quei paesi, dove verrà accolta da un bagno di folla. Buffo pensare come oggi la memoria di Gabriella Ferri sia quella di un’artista da canzone dialettale e quindi strettamente legata alla propria nazione, quando su larga scala è stata in realtà apprezzata per la prima volta dall’altra parte dell’oceano e dell’equatore.
“Te regalo yo mis ojos” è un capolavoro (il testo in spagnolo suona nettamente più poetico rispetto alla versione originale), oltre che plausibilmente il 45 giri più venduto del 1969 da parte di un artista italiano. In quei paesi è in seguito divenuto uno standard, contando a oggi innumerevoli cover.

Gabriella Ferri (1970)

gabriellaferri_2Tornata in Italia riprende a recitare col Bagaglino e registra finalmente il suo secondo album, anche questo omonimo. I tre brani RCA già noti entrano in scaletta, insieme a un paio di cover e a sette inediti co-firmati dal padre e da uno sconosciuto Vittorio Nocenzi, non ancora membro del Banco del Mutuo Soccorso.
Non tutte le ciambelle vengono col buco: per quanto gradevole, “E niente” insiste con la componente rhythm and blues, che tende a banalizzare l’espressività della cantante, mentre “I Close My Eyes” è un vignetta di pop-folk psichedelico in inglese, del tutto fuori contesto.
A interessarci sono a ogni modo quello riuscite. “La luna è lontana” è una ballata mozzafiato, il cui crescendo corale, dal tono angelico, rappresenta un pinnacolo per la carriera di Pintucci. “Sor Fregnone” è una marcetta orchestrale con un testo straziante e sottilmente ambiguo (non si capisce se il protagonista sia un giovane che soffre per amore, un carcerato o cos’altro): “Che te fischi a sor Fregnone, statte zitto abbi rispetto, che la sera drento al letto tu ce l’hai chi te vo’ bene, io c’ho solo ‘sti vent’anni, come fossero un dispetto, me li sento sulla schiena, io con loro vado a letto”.
Torna “Sinnò me moro”, questa volta con un arrangiamento avveniristico a cura di Paolo Ormi, distantissimo dal precedente: percussioni esotiche, organo elettrico e svisate di pianoforte jazzato.
È però con “Ciccio Formaggio”, primo confronto con il canzoniere classico napoletano, che il genio di Gabriella deflagra. Scritto in origine da Gigi Pisano e Giuseppe Cioffi, divenne il brano simbolo di Nino Taranto, che lo presentò a teatro nel 1940 e lo incise poi diverse volte nel corso degli anni (la prima nel 1950). Nella sua versione “Ciccio Formaggio” era un numero comico con una musichetta birbona e un protagonista sfigato, insistentemente maltrattato dalla fidanzata e incapace di farsi valere.
Gabriella lo stravolge: il testo viene lasciato intatto, ma è l’unico elemento a rimanere fedele. Il passo da scattante è diventato lentissimo, il tono da canzonatorio è diventato disperato. Il povero Ciccio soffre terribilmente per gli abusi della sua Luisa, sensazione ulteriormente sottolineata dall’arrangiamento, che elimina l’orchestra della versione originale lasciando solo chitarra e un lamento di violino, dal finale quasi dissonante.
L’album non vende quanto sperato, ma forte del successo sudamericano dell’anno prima la RCA ha ormai fiducia nell’artista, che inizia a comparire in televisione con una certa frequenza.

…Lassatece Passà (1970)

È il primo album a ottenere un pur timido ingresso in classifica. Gli arrangiamenti sono di Giacomo Simonelli, che in quello stesso anno compose per intero l’album di debutto del Balletto di Bronzo, “Sirio 2222”.
In scaletta troviamo nuove splendide incisioni di brani già affrontati per la Jolly (“Alla renella”, “Barcarolo romano”, “La società dei magnaccioni”), ma anche classici omaggiati per la prima volta, come l’evocativo tango di “Chitarra romana”, dal repertorio di Carlo Buti (forse la voce simbolo dell’Italia anni Trenta), nonché l’arcinota “Tanto pe’ cantà” di Ettore Petrolini, con una melodia notevolmente ricamata.
Ci sono poi diversi inediti, firmati dall’entourage del Bagaglino (Castellacci, Pingitore, il compositore Dimitri Gribanovski e la stessa Gabriella). “Er cortelluccio” alterna stacchi da balera e drammatici rallentamenti per violino, mentre l’autrice narra una relazione sfortunata, che termina con la morte violenta del turbolento amato: “T’ho visto morto sui serci de Panìco, longo spianato come la gelata”. “Notte serena” ha la strofa a un passo dalla musica lounge (percussioni, vibrafono, flauto) e il ritornello con andamento da marcetta. Decisamente più spoglia, ma incredibilmente intensa, “Tu non me piaci più” è uno di quei rari momenti in cui la voce di Gabriella è sostenuta soltanto da un pianoforte. E dimostra come, volendolo, avrebbe potuto affrontare con tranquillità anche un repertorio di stampo jazz.

…E se fumarono a Zazà (1971)

Dedicato per intero alla tradizione napoletana, è il primo di quattro album arrangiati dai fratelli De Angelis, noti ai più come Oliver Onions.
Non è facile per un cantante non napoletano confrontarsi con questo repertorio e uscirne a testa alta, ma Gabriella riesce anche in questa impresa. La pronuncia non è sempre perfetta, ma la personalità, la teatralità e la passione sono tali che la città del Vesuvio di lì a breve si identificherà con trasporto nelle opere della cantante, e con Napoli il resto d’Italia.
La resa intimista e pacata di “‘O sole mio”, in duetto con Pippo Franco, è da subito segnale di un album che affronta pezzi importanti cercando di evitarne una visione scolastica. “Come facette mammeta” è resa ancora più sbarazzina da estemporanei commenti parlati inseriti fra i versi classici. Se da “Reginella” a “Marechiare”, molti brani in scaletta sono talmente celebri da trascendere l’interprete e non ne esiste di fatto una versione particolarmente più famosa di altre, c’è un titolo che Gabriella è riuscita nel miracolo di rendere suo. Si tratta ovviamente di “Dove sta Zazà”.
La storia racconta di un uomo di nome Isaia, che smarrisce la fidanzata Zazà nella calca della festa di San Gennaro, e non è più in grado di ritrovarla. L’anno successivo durante la stessa festa decide di rifarsi seducendo la sorella di Zazà.
Se la versione che rese il brano popolare, incisa da Nino Taranto nel 1946, era particolarmente veloce e di stampo comico (con tanto di lamentele dell’interprete col direttore d’orchestra, accusato di suonare troppo svelto), Gabriella la muta in un’altalena di emozioni. Inizia lenta e straziante, poi si frantuma in una serie di scatti e stop improvvisi, mentre la voce sembra sfiorare il pianto e un secondo dopo esplode sporca come il catrame. Lo stesso Raffaele Cutolo, autore della canzone, la certificherà come miglior versione mai ascoltata.
C’è spazio in scaletta anche per un brano non napoletano, “In cerca di te”, che cantata da Nella Colombo nel 1945 divenne uno dei più grandi successi del jazz italiano. Il passo è simile all’originale, ma al timbro limpido e carezzevole della Colombo, Gabriella preferisce una pronuncia sguaiata e appariscente, con le vocali apertissime. Quanto al vorace scat improvvisato sul finale, non c’è molto da dire, se non che probabilmente Ella Fitzgerald le avrebbe concesso un convinto benestare.

L’amore è facile, non è difficile (1972)

Chi la dura la vince: tramite anni di comparse nelle più svariate trasmissioni, la musica di Gabriella è lentamente entrata sottopelle al pubblico italiano e finalmente arriva il momento in cui l’eroina smette di “quella che fa le canzoni popolari in tv”, diventando quella di cui “è uscito il disco nuovo, andiamo a comprarlo”.
A far scattare la scintilla è probabilmente l’apparizione voluta da Renato Rascel a “Senza rete”, dove la cantante si sfoga in una potentissima performance dal vivo di una polka anni Venti, “Rosamunda”. La sua voce, ruggente come non mai e spiegata a pieni polmoni, spazza via il pubblico dello studio che le tributa un applauso trionfale.
Sarà il pezzo di punta di un album che, democraticamente diviso a metà fra romano e napoletano, raggiunge in breve il secondo posto in classifica e lancia la Ferri nell’olimpo dello spettacolo italiano.
Notevole fama viene ottenuta anche da “La pansè”, nuovamente dal canzoniere di Gigi Pisano e già portata alla ribalta da Renato Carosone. Il brano viene mandato in costante accelerazione e le strofe declamate con una voce talmente assurda che a un certo punto ci scappa pure la risata involontaria. Grazie al cielo non è stata tagliata… sempre che fosse involontaria, con un simile istrione non si può mai dire.
È invece misconosciuta “La Luna”, diamante che meriterebbe una riscoperta su larga scala. Mentre l’introduzione del “Chiaro di Luna” di Beethoven viene ripetuta ad libitum, due linee vocali – una eterea e l’altra più grave – si accavallano insistendo, con parole diverse, su quanto la Luna sia pallida e disabitata. È un brano impalpabile e tristissimo, che per struttura e arrangiamento non ha davvero alcun parallelo nel pop italiano dell’epoca. 

Sempre (1973)

gabriellaferri_3Nell’estate del 1973 il Bagaglino per la prima volta ottiene un programma in Rai. Si intitola “Dove sta Zazà” e va in onda il sabato. Lo spettacolo, diretto dallo storico regista Antonello Falqui, vede Gabriella Ferri come figura centrale, in veste di presentatrice e cantante, con il sostegno degli sketch comici di Pippo Franco, Enrico Montesano, Oreste Lionello e Pino Caruso, nonché ospiti doc come la Nuova Compagnia di Canto Popolare e Claudio Villa (esilarante la sfida a suon di stornelli).
Finalmente il grande pubblico fruisce l’arte di Gabriella a trecentosessanta gradi, laddove fino a quel momento solo i romani avevano potuto apprezzarne le doti di teatrante e cabarettista. L’elemento visivo è fondamentale, anche perché mette in risalto uno degli aspetti più importanti e sottovalutati del personaggio Ferri, l’ambiguità sessuale. Non è infatti difficile notare come molti brani di Gabriella, fra quelli tratti dal repertorio popolare, siano stati cantati al maschile, senza modificarne il testo, anche quando erano canzoni d’amore. Se si tratta di un’espediente comune ad altre cantanti folk del periodo, Gabriella è stata comunque l’unica che lo abbia messo in pratica, presentandosi spesso sul palco con trucco e abiti maschili.
“Dove sta Zazà” è un programma memorabile, con alcuni filmati rimasti nella storia della televisione italiana, come quello per la canzone omonima, con Gabriella persa in un dedalo di strade sopraelevate nella periferia di una metropoli, o quello di “Ciccio Formaggio”, dove la troviamo con una maschera di stampo petroliniano che vaga sconsolata in mezzo a una discarica. Osservandoli si capiscono facilmente gli elogi di Federico Fellini: potrebbero essere effettivamente spezzoni delle sue pellicole più surreali, con un personaggio decorato nel segno dell’eccesso, che si muove in uno spazio fatiscente e genera un nauseante senso di decadimento.
La sigla di chiusura è firmata da Castellacci insieme al maestro Franco Pisano e si intitola “Sempre”. Pubblicata come 45 giri raggiunge il primo posto in classifica e trascina in vetta l’album omonimo, che diventa uno dei bestseller del 1973.
La malinconica ballata ispeziona a fondo il sentimento della nostalgia e del tempo perduto, con alcuni fra i versi più iconici della musica italiana: “Tu che giuri e giuro anch’io, anche tu amore mio, così certo e così bello, anche tu diventerai come un vecchio ritornello che nessuno canta più”.
La metafora della vecchia canzone che viene dimenticata è doppiamente memorabile perché messa in bocca a Gabriella, i cui dischi proprio in quel momento stanno offrendo un contributo decisivo per salvare le canzoni del popolo, riportandole in vita e sottraendole alla polvere dell’oblio.
“Pe’ lungotevere” è l’ennesimo, commovente omaggio a Balzani; la circense resa di “Io cerco la Titina” scatta al passo di un pianoforte e mostra saltuarie pennellate di sintetizzatore; “Il valzer della toppa”, scritta da Pier Paolo Pasolini su musica di Piero Umiliani, e incisa da Laura Betti nel 1960, è abbastanza fedele all’originale per quanto decisamente rallentata. Il testo è uno dei più riusciti esempi del mondo visto dagli occhi di una persona ubriaca. “Me so’ presa la toppa, e mo so’ felice! Me possi cecamme, me sento tornata un fiore de verginità! Verginità! Me sento tutta verginità!”
“’A casciaforte”, vecchio standard napoletano già nelle mani di Carosone e Roberto Murolo, viene rivoltata come un guanto: il violino introduce il tema della seconda rapsodia ungherese di Liszt, segue una parte cantata (o meglio, recitata) che si muove fra polka e valzer, dopodiché torna il tema di Liszt e va tutto a carte quarantotto. La velocità aumenta fino a livelli vertiginosi, col violino che stride impazzito mentre intorno sono grida, piatti che pestano, suoni buffi e financo fuochi d’artificio.
Brillanti anche i brani scritti da Gabriella: “Sette par de scarpe… e vado scarzo” viene introdotta da un’altra citazione classica (“La donna è mobile” di Verdi) per poi muoversi fra il valzer e la marcetta da sagra, sino al finale epico che riprende il motivetto popolare “Tutti al mare” (a mostrar le chiappe chiare, va da sé), mentre “Cara madre mia” è una dolente dedica di stampo intimista, per chitarra flamenco e appena un velo di tastiera. “Se ci vuoi pensar” è infine una sorta di Giano bifronte del folk italiano: due minuti di lamenti poetici al rallentatore e due minuti di marcia stonata con tanto di coretto scemo e pernacchioni. Francamente non s’era mai sentita in Italia musica così sfacciata e dissacrante. Non solo per la scelta dei suoni e delle modalità espressive, ma anche per le parole a cui venne abbinata, che mettono in evidenza un vago senso di blasfemia: “Se ci vuoi pensar, a quel tuo piccolo figlio, che come cicoria e verde di terra nel cuore ti cresce, e in testa rimpiange il mistero di un Dio, che non vuole saperne di esistere, manco se muori in eterno”.

Remedios (1974)

L’11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet prende il potere in Cile e mette il bavaglio a tutte le manifestazioni culturali del paese. Cinque giorni dopo il cantautore Víctor Jara viene orrendamente trucidato, insieme a molti altri dissidenti. Gli Inti Illimani, uno dei collettivi più rinomati di quella scena, si rifugiano in Italia, dove incontreranno un periodo di notevole popolarità. In questo riacceso interesse pubblico per le vicende dell’America latina, Gabriella trova probabilmente la convinzione per affrontare il repertorio popolare di quei luoghi. Gli dedica così il primo lato del nuovo album, “Remedios”.
Rispetto al repertorio italiano, che affronta con violenza e spudoratezza, la cantante si mostra protettiva verso i classici latini, cui riserva interpretazioni particolarmente delicate.
“La paloma”, habanera composta dall’autore spagnolo Sebastián Iradier nel 1860, durante la sua residenza a Cuba, è tranquillamente una delle migliori fra le centinaia di versioni esistenti, con il suono dimesso dell’armonica a bocca a fare da contrappunto nel ritornello e il tappeto d'orchestra nel finale.
“Cielito lindo”, standard dei complessi mariachi scritto nel 1882 da Quirino Mendoza y Cortés, si appoggia con cura sull’originario contesto sentimentale, mentre valenza ben più aspra assume l’altro classico messicano, “La cucaracha”, di cui viene rigorosamente scelto il testo del periodo rivoluzionario (1910-1917).
“La cucaracha, la cucaracha, ya no puede caminar, porque no tiene, porque le falta, marihuana que fumar”: il riferimento è a Victoriano Huerta, tiranno messicano con noti problemi di alcol e droga, personaggio fra i più odiati nella storia del paese. A dispetto della sua sovraesposizione e dell’utilizzo futile che spesso ne viene fatto, “La cucaracha” rimane uno dei brani che meglio abbia simboleggiato la ribellione di un popolo. Gabriella si mostra pienamente consapevole del peso storico di ciò che sta maneggiando e regala un’interpretazione di cristallina perfezione formale, grazie anche al superbo arrangiamento dei De Angelis (fiati mariachi, percussioni, dinamiche spinte pianistiche).
Stupisce “La malagueña”, resa celebre nel dopoguerra da numi della musica messicana come Miguel Aceves Mejía e il Trío Los Panchos. Caratterizzata in quelle versioni da acuti interminabili, si ritrova abbassata di diversi toni e incastonata in una visione intimista per sola chitarra.
Con “Grazie alla vita” Gabriella scopre le carte, traducendo in italiano l’inno di Violeta Parra, figura leggendaria della musica cilena, morta suicida nel 1967 dopo aver a lungo sofferto di depressione: pur non essendo arrivata a vivere il regime di Pinochet, Parra è considerata l’iniziatrice della nueva canción chilena, i cui esponenti successivi avrebbero affrontato di persona il dittatore, pagando a caro prezzo il proprio coraggio. Per questo motivo Parra è vista a tutt’oggi come simbolo di speranza dal popolo cileno e per questo motivo assume un forte potere simbolico affrontarne il pezzo più famoso in quel preciso momento storico. È evidente nella voce di Gabriella la profonda convinzione di essere entrata in simbiosi col brano, come in una sorta di collegamento spirituale con l’autrice, di cui in seguito avrebbe condiviso la malattia.
Il capolavoro del primo lato – e uno dei vertici della musica italiana – è però la title-track, testo e musica a firma Ferri, incisa direttamente in spagnolo, come fosse un brano di origine popolare. Il mimetismo è perfetto: un equilibrio irripetibile di poesia, melodia malinconica e arrangiamento garbato, col suono caldo e corposo del basso in primo piano. Obbligatorio riportarne la traduzione: “Remedios, piccola cara, ragazzina, bella, dolce, splendida piccola, rimasta così, seduta in riva al mare, e le mani piene di perle, il sole in fronte e il sorriso, bianca orchidea, anima e colomba, e la allegria, tu canti la consolazione, canti la speranza, tu canti Remedios. La tua storia ce la raccontò una volta Dio, il tuo fratellino con la sua chitarra, ti eri addormentata sotto la luna, eri felice, piccola Remedios”.
Il secondo lato torna alla romanità, senza cali qualitativi: “Semo in centoventitré”, col suo paraponzipò caciarone su andamento quasi ska, restituisce l’interprete irriverente degli album precedenti; “E dormi pupo dorce” è una ninna nanna di infinita tenerezza che si muove al passo di carillon e archi pizzicati; “Nina si voi dormite”, classico romano del 1901 già affrontato ai tempi dell’album di debutto, sfoggia un pacato arrangiamento per chitarra e tastiere.
Poi c’è “Canto de malavita”, che senza questa incisione sarebbe probabilmente andata persa per sempre: testo di scarsissima diffusione, autore anonimo, narra l’ennesima vicenda carceraria, con tono di disilluso abbandono. Gabriella ci abbina una melodia scritta di suo pugno, e quando nel ritornello grida disperata “E mo’ sto dentro, come te posso amà?”, in quel momento si percepisce come, con ogni probabilità, nessuna ugola del dopoguerra abbia capito Roma quanto questa donna.
L’album raggiunge il secondo posto in classifica e conferma il momento magico.

Epilogo

gabriellaferri_4L’incantesimo si rompe nel 1975. Gabriella è di nuovo in televisione per uno show del Bagaglino, intitolato “Mazzabubù”. Benché l’album omonimo pubblicato in quel periodo – senza più il supporto dei De Angelis – sia un buon prodotto, si capta per la prima volta la sensazione di un disco che miri ad accontentare il pubblico, con una selezione di standard poco brillante e uno spazio quanto mai ridotto per la penna della cantante, che firma la sola “Vola pensiero mio”. Ci sono comunque un paio di momenti da tramandare ai posteri: “Vecchia Roma”, nostalgico brano composto da Mario Ruccione e portato al successo da Claudio Villa nel 1950, qui interpolato con frammenti pianistici che intonano “Moonlight Serenade” di Glenn Miller, e una straziante versione di “Malafemmena”, con finale gridato. Non poteva del resto mancare nel catalogo Ferri una canzone del principe De Curtis, figura che ha da sempre esercitato un fascino particolare su Gabriella, tanto da spingerla più volte a confessare: “Vorrei essere Totò”.
Gli ascolti del programma sono elevati e l’album riporta vendite soddisfacenti (benché non ai livelli dei tre predecessori). Sembrerebbe in sostanza andare tutto a gonfie vele, ma proprio quell’anno muore Vittorio Ferri e la situazione precipita. Gabriella non regge la mancanza del padre e cade in depressione. Si vocifera di un tentativo fallito di suicidio, per certo ci furono due date sold out al Sistina annullate perché l’artista non si sentiva abbastanza in forze da affrontare il palco.
Nel dicembre 1977 torna in TV, col programma “…E adesso andiamo a incominciare”, al fianco di Luigi Perelli, ma l’album che ne viene tratto risulta un clamoroso fiasco a livello di vendite. Eppure non era male, con la rock band dei Pandemonium a fare da supporto e un discreto lavoro sui suoni da parte del ritrovato Pintucci. Si ricordano con piacere il classico brasileiro “Oração de mãe meniniha”, dal canzoniere di Dorival Caymmi, e “Lasciami sola”, traduzione in italiano di “Leave Me Alone”, vivace rhythm and blues portato al successo da Helen Reddy cinque anni prima.
Si prende a questo punto un periodo di pausa – non si capisce bene se volontaria o forzata – e nel 1981 pubblica l’album Gabriella, firmato per buona parte da Paolo Conte. Alla cantante però poco si addice lo stile un po’ frigido del cantautore astigiano, così come i suoni scelti per l’occasione da Pintucci, che scontano qualche stereotipo anni Ottanta di troppo.
Trasferitasi negli Stati Uniti, torna nel 1987, quando esce Nostargia. Il singolo di lancio, “Er Zelletta”, è un tenero racconto sulla perdita della verginità, ma suona un po’ fuori tempo massimo, come tutto il resto del disco. In quel periodo canta anche la sigla del programma “Biberon”, che segna il ritorno del Bagaglino. Il brano è sospinto da suoni freddi e plastificati, ma in qualche modo vedere di nuovo Gabriella calcare il palcoscenico risulta emozionante. Anche perché dopo quella partecipazione si ritira dalle scene.

Tornerà con un paio di lavori trascurabili soltanto a fine anni Novanta, e in televisione solo per qualche sporadica comparsa (da ricordare una bella intervista con Gianni Minà nel 1997).
L'atto finale della piece è purtroppo ben noto. Tutto quello che ci rimane ora è sperare che il suo ricordo rimanga vivo a lungo: a una scena musicale italiana più che mai cianotica non farebbe che bene riscoprire un simile modello. Talento, passione, originalità, conoscenza delle proprie radici, contaminazione e autentico anticonformismo, totalmente esente da qualsivoglia posa chic. Per chi fosse interessato, si perdoni il maldestro tono da televendita, i suoi dischi sono tutti rintracciabili a prezzi abbordabilissimi, intorno ai cinque euro.

Gabriella Ferri

Da Roma alle Ande

di Federico Romagnoli

La carriera di Gabriella Ferri è stata una delle più ricche e variegate della musica italiana, ma in molti lo ignorano, ricordando solo l'interprete delle canzoni dialettali (comunque splendide). Ripercorriamo la storia dall'inizio, cercando di scalvacare i luoghi comuni che ancora oggi orbitano intorno a una delle più straordinarie figure mai generate dal mondo dello spettacolo ..
Gabriella Ferri
Discografia
 Gabriella Ferri [Roma mia bella] (Jolly, 1966)    
Gabriella Ferri (RCA, 1970)
 ...Lassatece passà (RCA, 1970)
 ...E se fumarono a Zazà (RCA, 1971)
 L'amore è facile, non è difficile (RCA, 1972)
Sempre (RCA, 1973)
Remedios (RCA, 1974)
 Mazzabubù (RCA, 1975)
 ...E adesso andiamo a incominciare (RCA, 1977)
 Gabriella (RCA, 1981)
 Nostargia (Fonit Cetra, 1987)
 Ritorno al futuro (BMG Ricordi, 1997)
 Canti diVersi (EMI, 2000)
 Il meglio di Gabriella Ferri (raccolta 1964-68, Saar Records, 2005)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Gabriella Ferri su OndaRock
Recensioni

GABRIELLA FERRI

Remedios

(1974 - RCA)
La più brillante interprete della tradizione romana nobilita anche i classici latini

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