Giuni Russo

Giuni Russo

La voce prigioniera della musica italiana

di Giuseppe D'Amato

Tecnica cristallina e sensibilità interpretativa unica, Giuni Russo ha sublimato il canto lirico nel pop, grazie a un'estensione vocale di quasi cinque ottave, senza però essere mai valorizzata appieno dall'industria discografica. Dagli esordi al binomio indissolubile con la Sisini, dall'incontro con Battiato alla svolta spirituale: retrospettiva sulla compianta artista siciliana a oltre 10 anni dalla scomparsa
Per regalo voglio un harmonizer
con quel trucco che mi sdoppia la voce
("Un'estate al mare")
Dunque, tanto per cominciare, sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: checché se ne dica tra i versi di "Un'estate al mare", puntuale tormentone d'agosto che sopra ogni altra cosa ne ha immortalato il nome, non esiste proprio alcun harmonizer o trucco di sorta in grado di sdoppiare o imitare la sua voce, quella sì un vero dono, ma a tutta la musica italiana. Elegante e ricercata, colta e leggera al tempo stesso, outsider di lusso o fenomeno-pop all'occorrenza, Giuni Russo è stata la follia di una serata in spiaggia o l'occasione persa, l'amor di gioventù o il rimpianto di una vita. Comunque la si voglia mettere, un'emozione in musica rara e impossibile da trattenere, quasi quanto quel suo accento così orgogliosamente marcato e fiero testimone di una sicilianità portata in alto ad ogni nota, durante un lungo cammino di bellezza e sofferenza.

La Sicilia, gli esordi e quella promessa

"Io non mi sposerò, il grande amore della mia vita sarà l'arte. Studierò musica, coltiverò la mia voce, diventerò una grande cantante". Questo il giuramento a se stessa, tanti anni fa, di una testarda ragazzina siciliana, ancora impegnata a sgattaiolare tra i vicoli di Borgo Vecchio a Palermo, e non c'è che dire: è proprio così che è andata.
Giuseppa Romeo nasce a Palermo, penultima di dieci figli, il 7 settembre 1951. Il padre Pietro, però, riesce a registrarla all'anagrafe solo tre giorni dopo, perché comprensibilmente impegnato, nelle stesse ore, ad accudire gli altri bimbi.
Durante l'infanzia respira in casa una grande passione per il canto e la musica in generale, del resto jazz, classica e lirica sono all'ordine del giorno in una famiglia dove il papà, pescatore, e il nonno sono entrambi baritoni, la mamma Rosa, invece, un soprano naturale. La piccola allora si mette subito in testa di seguirne le orme, responsabile designata a un patrimonio prezioso, da custodire, e ben conscia di altrettanto speciale talento innato. Insomma, la strada nell'arte sembra già spianata ai tempi della culla, quello che non sa ancora, però, è che si rivelerà tutta in salita e più accidentata del previsto.
Ancora giovanissima inizia a studiare seriamente canto e composizione e nel frattempo, a soli dieci-undici anni, per pagarsi il maestro di musica dà una mano in una fabbrica di aranciate, pur di non gravare troppo su un budget domestico di per sé già molto ristretto. Sogna Aretha Franklin e Maria Callas, le sue preferite, e di solito ama esercitarsi nella grande terrazza di casa, l'unico rifugio dove riesce a isolarsi un po', al riparo dal caos di una convivenza piuttosto movimentata, visto l'elevato numero dei familiari. Poco alla volta comincia a perfezionare capacità vocali che via via affiorano evidenti, se è vero che ad appena tredici anni è già in grado di esibirsi al "Palchetto della Musica", l'abituale ritrovo di piazza allestito ogni domenica nel centro del capoluogo siciliano, pochi passi più in là dello storico Teatro Politeama. La prima tappa importante è del 1967, quando partecipa e vince il Festival di Castrocaro interpretando, in coppia col ferrarese Elio Gandolfi, "A chi" di Fausto Leali. Così guadagna di diritto il lasciapassare alla diciottesima edizione del Festival di Sanremo, che si tiene pochi mesi dopo: è il 1968, per l'occasione si presenta come Giusy Romeo e canta "No amore", brano che però viene bocciato dalla giuria popolare e non riesce a raggiungere la serata finale. D'altronde la ragazza è ancora alle primissime armi ed è inevitabilmente troppo presto per testarne il reale valore. Tuttavia la Columbia Records la adocchia lo stesso e decide di farne quello che rimarrà il suo primo singolo edito in assoluto, "No amore/Amerai" (peraltro distribuito anche sul mercato estero, entrambi i brani però non troveranno mai posto in album ufficiali se non in alcune collectionuscite poi postume). Seguono "L'onda" (le musiche sono di Al Bano, stavolta ci prova al Festivalbar e al Cantagiro), e "I primi minuti", quest'ultima versione italiana di "I Say A Little Prayer" dell'amata Aretha Franklin. I suoi diciotto anni li festeggia a Tokyo, nel 1969, durante un piccolo tour di tre mesi a spasso per il Giappone, quindi lo sbarco a Milano, sua futura città d'adozione, dove si trasferisce in pianta stabile.
Mi considero la più fortunata delle persone e con infinita gratitudine ringrazio il Signore per avermi fatto un dono tanto prezioso: l'aver condiviso con Giuni oltre trentacinque anni di vita e di arte.
(Maria Antonietta Sisini)
Gli anni Settanta, Milano, l'amore è donna

Giuni RussoNel capoluogo lombardo l'incontro di una vita, con la musicista sarda Maria Antonietta Sisini, che per oltre trentacinque anni rimarrà suo principale punto di riferimento, amica fidata e collaboratrice tout court. Si conoscono una sera dello stesso anno, quando un piccolo locale della città organizza un raduno di giovani emergenti. Giusy sta cercando di affermarsi come cantante, la Sisini invece all'epoca è un'aspirante chitarrista: le due si incontrano nel backstage e tra loro si instaura subito un legame speciale, profondo, unico, che di lì a poco sfocerà in una comunione artistica di rara longevità e una simbiosi intellettuale inossidabile al tempo, benché tra fortune alterne.
La lunga gavetta ha inizio nel 1972, Giusy cerca di sbarcare il lunario come può, prestandosi prima ai cori per Adriano Celentano (nell'album "I mali del secolo" del Molleggiato), quindi collabora col gruppo prog italiano Il Balletto di Bronzo (sua una delle voci sussurrate durante l'"Introduzione" all'album "Ys").

Qualche tempo dopo invece, nel 1974, strappa un contratto con l'etichetta tedesca BASF che però le suggerisce di modificare il nome d'arte in Junie Russo, nel tentativo di dare una certa visibilità internazionale alle future produzioni, ragion per cui Love Is A Woman, suo debutto ufficiale, viene scritto completamente in inglese ed esce nel 1975, preceduto da un singolo, "Milk Of Paradise", che marca l'inizio di un protratto periodo anglofono in questa prima fase di carriera. Non è un trampolino di lancio dei più facili, ma in qualche modo bisogna pur provare a tuffarsi. Leggero e di respiro jazzy, ospita anche il trombettista Enrico Rava e il bassista afro-americano Michael Logan, oltre al pianista nostrano Giorgio Sabelli (in arte "Cabildo"), mentre ai testi si alternano la fida Maria Antonietta Sisini e la scrittrice/paroliera toscana Donata Giachini.
Da sottolineare la delicata "Give Me One Reason", "I've Drunk My Dream" (lato B del singolo di traino) e la più toccante "Carol" (omaggio a un'amica da poco scomparsa per droga). Ma tra ambizione e realtà il salto è ancora abissale. Questo primo vernissage, infatti, non ha la presa sperata su pubblico e critica, poco reclamizzato e ancora troppo acerbo per suscitare il dovuto interesse, così la casa discografica, visto lo scarso successo di vendite, decide di ritirarlo dal mercato dopo averne stampato appena qualche manciata di copie, oggi materiale da collezionismo.

Insomma, una falsa partenza, ma a fine anno ci riprova con altri due 45 giri che ancora una volta però, nonostante le buone intenzioni, non vanno a segno: il primo "Everything Is Gonna Be Alright" è una cover di P.P. Arnold (in realtà la versione originale del brano risale al 1965 ed era stata lanciata dalla soulsinger statunitense Dee Dee Warwick col titolo "We're Doing Fine"), il secondo "In trappola" invece, finito presto anch'esso nel dimenticatoio, si segnala per il ritorno alla lingua madre e dà il via a un'insistita partnership con Cristiano Malgioglio, navigato artista/paroliere che pochi mesi dopo firmerà per lei anche "Mai/Che mi succede adesso" (1976) - pubblicato dalla Durium, è l'ultima uscita ufficiale a nome Junie, d'ora in avanti la grafia sarà infatti italianizzata nel più pratico Giuni, onde evitare confusione ed errori di pronuncia soprattutto al pubblico di casa nostra.

Sotto il nuovo e definitivo pseudonimo, Giuni Russo prova a ripartire una prima volta nel 1978 col brano "Soli noi" (ancora Malgioglio), che stavolta ottiene un discreto numero di passaggi televisivi e cattura attenzioni soprattutto in Francia, tanto che le viene proposto persino di tentare la fortuna Oltralpe, dove potrebbe avvalersi di una certa benevolenza dell'audience locale che aveva imparato a conoscerla già ai tempi di Sanremo '68 ("No amore", infatti, era stata eseguita insieme al chitarrista francese Sacha Distel, molto noto in patria più che altro per essere il fidanzato di Brigitte Bardot). Ma la cantante, scottata dalle precedenti esperienze poco lusinghiere, rimane comunque perplessa di fronte a questa nuova opportunità e parecchio demoralizzata, quasi restia a continuare, tanto che adesso medita addirittura l'abbandono delle scene per dedicarsi a un'attività più defilata, da compositrice/co-autrice dietro le quinte al servizio di altri artisti, italiani e non, senza distinzione per età o genere musicale.
Nascono così diverse canzoni per tanti altri interpreti, alle quali Giuni mette mano sotto varie vesti: alcune passeranno in sordina, altre avranno maggior fortuna, ma tutte saranno comunque degne almeno di una nota a margine. Per Filipponio, ad esempio, lei e Sisini curano le musiche di "Che presuntuoso questo cuore" e "Non è un'ora" (1979, si possono rintracciare entrambe nell'album "Diventi amore"), in più si adopera da vocalist ai cori di "Partire oltre amore" (1980, album "Sensazioni precise", sempre dello stesso cantautore milanese), mentre nel divertissement auto-erotico "Ho fatto l'amore con me" di Amanda Lear collabora alla stesura definitiva del testo ancora insieme a Malgioglio, autore principale (di qui in avanti le loro strade si separano definitivamente, tempo addietro avevano firmato in team anche "Selvaggio" per Iva Zanicchi e "Triangolo d'amore" per Rita Pavone).
Tra le chicche del periodo, il suo urlo "Colore sempre vivo... Philips!" per un celebre spot pubblicitario - piccola perla del folklore italico. Il grande risultato però, almeno in termini commerciali, resta un miraggio, ma Giuni non se ne preoccupa affatto, anzi, a scanso di equivoci non è mai stato né sarà mai questo il suo obiettivo prioritario. La Sisini, invece, è ancora convinta di maneggiare un potenziale inespresso, taciuto, che sarebbe peccato mortale relegare a ruoli marginali quale semplice figurante non protagonista, al di là di ogni possibile calcolo da conteggio-vendite. Così, per non lasciare nulla di intentato, la spinge a registrare altri provini, che stavolta schiuderanno un nuovo orizzonte al loro peraltro già ampio panorama artistico.

L'incontro con Franco Battiato: ecco Energie e gli ombrelloni

Giuni RussoSi apre un filo diretto con Alberto Radius, rimasto impressionato e parecchio incuriosito dal loro binomio. Il produttore/chitarrista romano si fa prima promotore presso la Cgd di una dimenticata "American Man" (scritta da entrambe, ma demo ancora rifiutato sia pure dopo un blando interesse della label), quindi le invita al cenacolo del maestro Franco Battiato, attorno al quale in quegli stessi giorni stanno per venire alla luce non soltanto l'epocale "La voce del padrone" o "L'arca di Noè", ma anche ad alcuni interessanti progetti per una certa nicchia all'avanguardia rispetto ai canoni musicali del periodo, come ad esempio il lancio di Alice ("Per Elisa" o "Il vento caldo dell'estate") e Sibilla (a Sanremo '83 con "Oppio"), molti lavori di Juri Camisasca o dello stesso Radius, o ancora un paio di album di Milva, tanto per dire (nel brano "La passione secondo Milva", tra l'altro, si può riconoscere anche un piccolo acuto della Russo).
Qui il discorso cambia radicalmente: il mecenate catanese è una fucina di idee senza eguali, e capisce subito come tirare fuori il meglio dalla talentuosa artista conterranea, così in quattro e quattr'otto le cuce addosso dei brani che calzano a pennello tanto al suo standard di artista non convenzionale, originalissima e mai asservita ai voleri del mercato, quanto al piacere di un pubblico più ampio, fattore questo da tenere comunque in considerazione.
Mi colpì la sua voce straordinaria, la vitalità con cui cantava, la sua potenza vocale che andava di pari passo con la sensibilità musicale.
(Franco Battiato)
Energie viene dato alle stampe nel 1981, è il suo secondo album in studio ufficiale (primo a nome Giuni Russo) e rimane ad oggi quello più incensato da pubblico e critica, summa di una rara comunione di intenti e di un progetto visionario a trecentosessanta gradi, meglio descritto dalla stessa artista palermitana in una delle sue interviste più significative: "Energie.... forse, ancora posso dire, fa parte del mio futuro, perché è stato un album veramente eccezionale. In quell'album ci sono dei brani che ancora adesso quando li canto mi diverto moltissimo, e credo sia l'album più rappresentativo per me".
È la volta di capelli corti, occhialoni scuri e improbabili divise militaresche, del kitsch da hit parade o del pop sperimentale, degli intellettualismi d'alta classifica e molto altro ancora. Un disegno unico e rivoluzionario, vademecum ideale per un paese che prova a cambiar passo su più fronti, musicalmente parlando e non solo. "Lettera al governatore della Libia", ad esempio, è un ouverture maestosa e incalzante, di lirismo bellico, scolpita tra synth e violini. Da notare che rispetto al testo originale (cfr. "Giubbe Rosse" di Battiato, 1989) la Russo sceglie di abolire il verso "lo sai/ che quell'idiota/ di Graziani/ farà una brutta fine", nel timore di offendere il collega Ivan (in realtà Battiato si riferiva ironicamente al quasi omonimo Rodolfo, generale a capo delle spedizioni coloniali in era mussoliniana). "Il sole di Austerlitz", secondo brano in scaletta, è invece una ballata sospesa tra romanzo e documento storico, ricalca più o meno le stesse pratiche soldatesche (stavolta però d'ispirazione napoleonica) e si staglia su un'andatura cadenzata à-la "Prospettiva Nevskij", sempre per rimanere in casa Battiato (che qui mette a punto una sua inedita "Bulgarian Song", mai pubblicata ed eseguita solo in alcuni live datati '80-'81).
Ma l'album apre anche a una visione d'oltrefrontiera, meno restrittiva, i soliti noti (Battiato, Sisini, Radius, Giusto Pio, Messina) danno vita a un tavolo di lavoro mai tanto coeso e affiatato, di cui "Crisi metropolitana" non può che essere l'apoteosi, irresistibile bladerunner in musica a colpi di punk e isteria new cool, elettronica spinta e virtuosismi alla Yma Sumac, il tutto sublimato da una Russo che qui regala un'interpretazione d'alta scuola, libera finalmente di sprigionare per intero le sue miracolose qualità vocali (quasi cinque ottave di estensione!) inspiegabilmente tenute così a lungo in gabbia. "L'addio", struggente e malinconica, è invece una sinfonia intimista a sfondo autobiografico, mentre "Atmosfera" viene da lei stessa definita "una romanza dei tempi di oggi", in questo caso però a uso e consumo di chi la propria casa è stato costretto ad abbandonarla, forse in cerca di miglior fortuna altrove, come lasciano intuire i versi "scrivi ai tuoi parenti/ che non vuoi tornare/ ...cos'hai fatto ieri?/ come va in Italia?". Segue "Una vipera sarò", altro pezzo forte del suo repertorio, stavolta intagliato a passo di tango, che esce come singolo (ma solo per il mercato tedesco, non per quello italiano) e confeziona l'ennesimo capolavoro dell'album, tra gorgheggi di strabiliante capacità tecnica ed echi dal Sol Levante (le "trifonie dei mongoli" cui si riferisce il testo, ovvero "Anata wa, anata to, futari, anata wa", sono in realtà sillabe giapponesi traducibili all'incirca come "Tu, con te, in due, tu....". Quello orientale è un terreno battuto negli stessi giorni anche dall'amica Rettore nel suo "Kamikaze Rock'n'Roll Suicide").
Il cerchio si chiude con "L'attesa", elegia melodrammatica e minimalista in sontuoso crescendo finale, e la più giocosa "Tappeto volante", b side del singolo "Una vipera sarò" e ultima pennellata su un quadro mai così variopinto e minuzioso, dinamico e uniforme al tempo stesso, che ad oggi resta ancora uno dei migliori affreschi della scena italiana di quel periodo (e non solo).

Grazie a Energie, la Russo acquisisce finalmente una certa popolarità, fascino androgino e carisma da vendere la portano alla ribalta, così, insieme al suo team, inizia un lungo giro promozionale dell'album, a spasso tra radio e ospitate in tv, al temine del quale l'infaticabile penna del Maestro però è ancora calda, tanto che in capo a pochi mesi, e siamo nel 1982, scrive per lei un altro brano, "Un'estate al mare", inciso come 45 giri e destinato a rimanere il suo più grande successo discografico di sempre, oltre che presenza fissa ai piani alti della Top Ten dal 7 agosto sino al 20 novembre dello stesso anno. La performance è un'altra prodezza da antologia, regalata da una voce in grado di elevarsi, con disarmante facilità, dai toni bassi delle strofe sino a raggiungere letteralmente l'altezza dei gabbiani (sì, quello che si ascolta non è il verso dei volatili bensì gli acuti della cantante nei suoi voli più estremi), per un'originalissima miscela di twist da spiaggia e sperimentazione ardita, yè yè anni 60 e new wave pazzoide.
Il suo lato B, "Bing Bang Being", è un altro gettone da juke-box estivo, entrambi i brani verranno accorpati alla successiva ristampa di Energie formato cd. Il problema vero, però, è che quello degli ombrelloni-oni-oni doveva rimanere solo una parentesi passeggera, invece si rivela un'arma a doppio taglio e la Russo rimane intrappolata in un cliché balneare di cui farebbe volentieri a meno. Così entra in rotta di collisione con la sua etichetta Cgd, la cui regista occulta, Caterina Caselli, sull'onda di questo exploit, pare maggiormente interessata a proseguire la corsa su un binario orecchiabile che non ad assecondare le reali intenzioni dell'artista. Insomma, se da un punto di vista commerciale Battiato può definirsi l'uomo della Provvidenza, dall'altro può dirsi scherzosamente colui che più di ogni altro contribuisce a metterla nei guai.

Anni Ottanta, sere d'agosto e passione mediterranea

Giuni RussoAd ogni modo, malgrado reciproci malumori e un veto iniziale posto dall'etichetta, tra febbraio e marzo del 1983 viene registrato Vox, sempre negli studi milanesi di Radius, ed è ancora una prova maiuscola. È il secondo Lp a nome Giuni Russo, firmato dallo stesso entourage di Energie, che lascia ancora un'impronta decisa e ben riconoscibile su liriche e arrangiamenti, stavolta però adeguandoli a uno spartito più sobrio e meno immaginifico. Ma in quanto a ingegno e creatività lo spessore resta invariato. Anche questa volta la trama si nutre di costante ricerca ritmica e (in)solite acrobazie vocali, ogni volta da lasciare a bocca aperta per la disarmante facilità con cui vengono eseguite. Questo è un po' il leit-motiv di tutta la tracklist, come si può apprezzare meglio nell'agguerrita operetta a tempo di marcia "Post moderno", oppure nel synth-pop gagliardo e altezzoso "Oltre il muro", che scandisce versi sibillini e autobiografici ("il muro salterò/ un canto ipnotico sarò"). Sono questi i due brani meglio riusciti di un album dove il raffinato tango "Buenos Aires" e gli etnicismi filo-socratici de "L'oracolo di Delfi" si collocano agli estremi opposti, per ragioni geografiche e non solo, di una scelta stilistica quantomai eclettica e variegata, che passa inevitabilmente anche attraverso melodie pop semplici e fulminee: tra queste spiccano "Abbronzate dai miraggi", altro suo pezzo da novanta che trascrive in musica paesaggi, usi e costumi femminili della sua terra, e la più intensa e sofisticata "Sere d'agosto" (ambedue pervase da un sottile velo di malinconia, la seconda viene presentata al Festivalbar su diktat della label e si porta a casa il Premio Speciale della rassegna).
La più didascalica "Good Good Bye", singolo di lancio e "Le grandi colpe" (musica di Roberto Cacciapaglia) mettono il sigillo su un disco ben accolto da pubblico e critica, ma inspiegabilmente poco sponsorizzato dalla Cgd, che di qui in avanti guarderà con ostracismo crescente e sempre maggior distacco alle vicende artistiche di casa Russo. Come quando ad esempio, giusto un paio d'anni dopo, la palermitana ha già pronte le valigie per Sanremo, ma all'ultimo momento è costretta al dietrofront per uno spietato ordine di scuderia che preferisce puntare tutto su Patty Pravo, appena rientrata in pista dopo qualche anno di silenzio e da poco messa sotto contratto.

L'ennesimo sgambetto e le forti incomprensioni non impediscono, però, l'uscita di Mediterranea (aprile 1984), altra delicata e preziosa visione d'insieme su una concezione artistica totale, che svaria dal madrigale d'estate "Ciao" al consueto meta-tango "Una sera molto strana", dalla spiazzante "Demential Song", titolo eloquente per una hit fuori dai canoni, a riletture personali di classici della canzone nostrana, come "Aprite le finestre" (ai cori una Platinette d'annata) e "Limonata cha cha cha", non tutte perfettamente riuscite, ma sempre accomunate da prestazioni vocali di prim'ordine (anche "Keiko" è una rielaborazione, prende spunto dalla più sconosciuta "Incacho" di Yma Sumac).
Impagabili "Le contrade di Madrid", lenta e suadente carrellata di ricordi di un suo soggiorno iberico, e la più sensuale title track "Mediterranea", ("il mormorio della gente... portami via da qui"), fuitìna in musica consumata al riparo da occhi indiscreti ma colta in flagrante dai fan per i quali è da sempre uno dei brani più amati. Come lo è stato per la stessa Giuni, che avrebbe voluto farne il singolo di lancio, anche stavolta però incappato nell'imperdonabile scure della Caselli, che invece gli preferisce la più effimera "Limonata cha cha cha".
La direttiva viene accettata ancora una volta a malincuore dalla palermitana, che per tutta risposta le schiaffa in faccia una prestazione da antologia nel seguente live promozionale del 10 settembre 1984 (fu trasmesso in diretta su AntennaTre dagli studi del programma tv "Effetto Concerto", oggi si può ritrovare nel cofanetto postumo "Mediterranea Tour", uscito nel 2005).
Dissociazione totale.
Alghero, adrenalina, a casa di Giuni Russo

Le divergenze e i continui contrasti non fanno che aumentare la tensione in studio, tanto che ";a un certo punto fui costretto a fare da tramite tra lei e i discografici", ricorda Franco Battiato. Ma la sua intercessione, per quanto prestigiosa, non basterà a calmare le acque: più avanti la disputa si trascinerà in sede legale, Giuni, infatti, oltre alla voce, sa avere anche un caratteraccio umorale, irritabile, lunatico e non vuol scendere a compromessi, così arriva la goccia che fa traboccare il vaso. Lei e la Sisini stanno lavorando con intatto entusiasmo e grandi sacrifici a un nuovo progetto, che però viene relegato ancora ai margini dalla Cgd, più propensa a farne un souvenir di metà luglio che non a esporlo tra le vetrine autunnali, dove invece sarebbe molto più semplice catturare gli sguardi. Il tutto, va ricordato, non certo per la felicità degli addetti al registro di cassa, quanto, almeno nelle intenzioni delle due, per un mero impegno di divulgazione artistica. A questo punto la rottura è completa e si giunge all'aut-aut: le viene paventata una carta ufficiale dove sottoscrivere addirittura una sorta di "ritiro dalle scene musicali". Giuni però ha il coltello dalla parte del manico e a sua volta potrebbe impugnare un contratto firmato nel 1981. Alla fine il polverone viene liquidato da una liberatoria che porta alla risoluzione del loro rapporto, con buona pace di ambo le parti.

Scevra da impegni e obblighi di facciata, la Russo partecipa prima alla serata di gala "Aid For Aids", tenuta il 20 novembre 1985 al Teatro Ciak di Milano, (si tratta di una raccolta fondi benefica per la lotta all'Aids, supportata anche da Eva Robin's, Loredana Bertè, i Righeira, Bruno Lauzi e tanti altri), quindi è libera di accasarsi come meglio crede. Tra le poche etichette ancora interessate ai suoi "capricci artistici" - definiamoli così - sceglie di legarsi alla piccola Bubble Records/Cinevox (del gruppo Ricordi), che tecnicamente parlando però non può garantirle una distribuzione costosa e capillare come il gigante Cgd, per via di una politica aziendale completamente diversa, specializzata più che altro in colonne sonore, fatta salva qualche rara e sporadica incursione nella musica leggera (Tony Esposito o Eugenio Bennato).

Il cambio di produzione però non mette a repentaglio la qualità dell'omonimo Giuni, che finalmente esce nel 1986 e raccoglie per intero tutto quel materiale lasciato in stand-by da circa un anno, lo stesso che aveva dato origine alla querelle con la precedente etichetta discografica. È un album ancora convincente e ispirato, i testi e le musiche stavolta sono esclusiva del duo Russo-Sisini e non pagano dazio al salto epocale post-Battiato. Si comincia ovviamente da "Alghero", che nell'immaginario collettivo è seconda, probabilmente, solo a "Un'estate al mare": in questo caso, però, successo e popolarità raggiunti sono frutto di un'ascesa graduale e non a bruciapelo. Il relativo singolo, infatti, al momento della pubblicazione suscita solo un moderato interesse, ma le numerose incursioni radio-tv (ad esempio, al Festivalbar o a Vota La Voce) a lungo andare la renderanno un evergreen degli anni Ottanta, grazie al ritornello accattivante e orecchiabilissimo e a un sax vivace (Emanuele Cisi) che ne sottolinea le strofe. Il testo allude a uno scandalo d'amore da consumare ancora sui bagnasciuga ("mia madre non lo deve sapere che voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero..."), mentre lo spunto compositivo nacque su una delle tante tratte Roma-Alghero percorse in aereo dalla cantante nel 1984, quando, tra una pausa e l'altra dai numerosi impegni, si dimenava in un incessante andirivieni a supporto dell'amica Maria Antonietta, in quelle ore al capezzale della madre in fin di vita.
Oltre ad "Alghero", però, c'è molto altro da ascoltare, ad esempio "I ragazzi del sole", vera dimostrazione di classe, giocata sempre su quel suo modello originalissimo e del tutto personale lirica/art-pop, qui sciorinata su arrangiamenti piuttosto spartani, così come "Europa" e "Con te", due piccoli esercizi di stile garbati, anche se meno appariscenti. "Piove piove", invece, è un quasi-rock energico e graffiante, dal piglio deciso alla Loredana Bertè, ulteriore testimonianza di un'ugola camaleontica e trasformista, che non si vuol mai far trovare impreparata, nemmeno al più repentino cambio d'abito. Tra i brani più evocativi dell'album, e più in generale di tutto il suo catalogo, c'è "Sogno d'Oriente", che muove tra tastiere wave e fascinazioni esotiche, accompagnata ai cori (qui come nel resto del disco) dalle Pumitrozzole, vecchio collettivo teatrale italiano dichiaratamente gay, molto attivo nella scena underground di fine anni 70 (nel caso specifico, le voci sono di Platinette e Flavio Merkel).
Le più didascaliche "Occhiali colorati" e "Glamour", invece, vogliono irridere già dal titolo la vacuità di valori della società contemporanea, dedita principalmente a un edonismo effimero e di superficie. Questo il tema dominante in scaletta, che viene sintetizzato ancor meglio in "Illusione", spassoso scherzetto teatrale di appena due minuti e vero gioiellino dell'album (rielabora "Clamor", un vecchio brano ancora della peruviana Sumac).
Fra poco arriverà, cosa farò? non tarderà... mi vestirò da sera, che grande confusione
dove saranno mai, dove ho potuto perdere le scarpe nuove?
Non trovo le collane, ed il divano l'ha distrutto il cane
Ed io che assaporavo di già momenti di intimità, felicità... Povera me! Rimarrò zitella, senza le scarpe e le collane...
(Giuni Russo)
Giuni Russo - RettorePoche e semplici righe che vanno lette, chissà, anche come metafora beffarda della sua carriera irrequieta e sfuggente, sempre lì lì a un passo e mai valorizzata appieno.
Il rapporto con la Bubble Record si rinnova nel successivo Album, del 1987, stavolta il piatto forte è l'eloquente "Adrenalina", cantata in duetto con Donatella Rettore che si presta al gioco pur dopo qualche perplessità iniziale. Le due, infatti, sono personalità apparentemente agli antipodi, Giuni donna del Sud, testarda e orgogliosa, rincorre le proprie aspirazioni sempre con un piede sul palco e l'altro ben piantato a terra; nel proprio bagaglio personale ci sono tanti sogni e poche smanie da diva, eredità dell'infanzia e di una lunga gavetta che l'hanno vista crescere gradualmente e passare, quando necessario, anche attraverso il ben più complicato mestiere di vivere e l'arte di arrangiarsi. La veneta invece, più ribelle e trasgressiva, è una mina vagante e un personaggio completamente sui generis per la scena italiana del periodo, istrionica, schietta, salace ma anche intelligente. Ne vien fuori un siparietto tutto da gustare e una hit scoppiettante, battezzata con discreto successo a "Un disco per l'estate" e "Saint Vincent".

Tornando ad Album, invece, si tratta del solito pastiche stilistico, stavolta un po' più lezioso e manierato del solito, ma i vocalizzi della Russo sempre in splendida forma riescono comunque a distrarre da qualche piccolo deficit creativo. "Ragazzi al Luna Park", ad esempio, è un singolo di lancio tutto sommato trascurabile (l'incipit per chitarra acustica è evento assai raro nel suo repertorio), così come il suo lato B "Mango, Papaja", reggae-pop meno succoso di quanto non dica il titolo. Salgono notevolmente di livello, invece, "Inverno a Sarajevo", molto più vicina ai suoi standard compositivi abituali, e soprattutto "I Giardini di Eros", impreziosita da un ritornello di nuovo celestiale. Il resto della scaletta ("Alla Luna", "Venere Ciprea", "Il canto di Lillà") procede sulla stessa falsariga, tra poesia, retorica e improvvisi sbalzi d'ispirazione.

Sia pur tra alti e bassi, Album scrive comunque una pagina importante nel suo curriculum, in quanto può considerarsi il primo fondamentale passo nel suo progressivo e irreversibile allontanamento dalla scena mainstream, il che paradossalmente costituisce il traguardo più ambito. Il successivo A casa di Ida Rubinstein, del novembre del 1988, è infatti una sorta di ritorno a casa in primisper la stessa Russo, stanca di calcare palcoscenici che in fondo non ha mai sentito suoi e libera finalmente di dedicarsi a ciò che più ama.
Volevo crescere, andare avanti. Allora ho pensato un po' a me stessa, mi sono dedicata alle arie da camera, ho cambiato strada... In quel disco c'erano influenze jazz, musica classica e anche blues (io ci casco vocalmente, a volte, perché l'ho sempre amato). Quello era il primo disco in Italia, che io sappia, di musica di confine.
(Giuni Russo)
Queste le motivazioni del brusco quanto agognato cambio di rotta, e in effetti si tratta davvero del primo esempio in Italia della cosiddetta "musica di confine", crocevia universale di generi e contaminazioni che nel corso gli anni Novanta sarà riproposto da tanti altri interpreti.
Nel 1988, invece, al momento dell'uscita di A casa di Ida Rubinstein, stiamo parlando di un esperimento ancora inedito dalle nostre parti, che combina a un sol tempo la sua innata passione per lirica, jazz, classica e musica da camera. Se già prima erano rimasti in pochi ad offrirle un contratto, per quest'album non c'è davvero nessuno disposto a farsi carico delle spese di produzione, sennonché le viene incontro in extremis l'amico Battiato, che scende in campo personalmente e lo fa distribuire attraverso L'Ottava, sotto-etichetta di sua proprietà che fa riferimento al gruppo Emi.
L'album non raccoglie le meritate attenzioni, ed è un vero peccato perché il repertorio è sì d'autore, ma si presta comunque a un ascolto meno difficile di quanto non lascino presagire format aristocratico e sembianze démodé.
L'idea è quella di rileggere in chiave personale famose arie ottocentesche di Bellini, Verdi e Donizetti, rielaborate ad hoc dal direttore d'orchestra Alessandro Nidi e dal musicista Martino Traversa. I due compilano un pentagramma lieve e cristallino, onirico e crepuscolare al tempo stesso, che rifugge ogni possibile categorizzazione. Si va, ad esempio, dalle sonorità blues-jazzy de "La zingara" e "A mezzanotte" al simil-stornello "Me voglio fa' na casa", sino alla poesia leggera e immateriale "Fenesta che lucive", che scava nelle pareti emozionali più recondite. E così via, passando per "Vanne, o rosa fortunata", "Nell'orror di notte oscura" e "Malinconia, ninfa gentile", tutte ricostruzioni di partiture classiche rinnovate da arrangiamenti elettronici. Unico comun denominatore, la voce nitida e trasparente della cantante, sottilissimo istmo sonoro a raccordo dei continenti musicali più diversi, qui punto di passaggio ideale tra tardo-romanticismo e modernità, cultura folk ed echi dal passato, lande deserte e territori ancora inesplorati. In sintesi, un grammofono da salotto buono ma non-snob, come da indole di quest'artista sì di caratura superiore però mai arrogante nelle intenzioni e con lo sguardo sempre rivolto anzitutto alla gente comune.

Alla pubblicazione dell'album segue una tournée che la vede impegnata a esibirsi con prestigiosi enti lirici e associazioni culturali, ad esempio i celebri Pomeriggi Musicali. Nel 1990 esce una sua prima compilation, Le più belle canzoni, pubblicata dalla Cgd, che rilancia sul mercato i suoi principali successi degli anni Ottanta, ma attenzione: non si tratta di un segnale distensivo, bensì dell'ennesimo sgarbo che le infligge la sua ex-casa di produzione, che, forte di alcuni cavilli legali, le nega le royalties dell'album.

Giuni, però, se ne infischia completamente, ormai non ci fa più nemmeno caso, e tira dritta per la propria strada. Così nel 1992 ecco Amala, altro best of che stavolta contiene due inediti, i primi a venire alla luce dopo un silenzio discografico durato circa quattro anni: si tratta appunto della title track, che contiene diverse citazioni di Tolstoj ma flirta con una world-music arabeggiante, e "Alla spiaggia dell'amore", con vista sul pittoresco arenile a forma di cuore di Portobello di Aglientu, in Sardegna, cui il brano è dedicato. Nello stesso anno improvvisa un cameo per solo voce chiamato "Black Image" (scritto da Enrico Riccardi) che si può ritrovare nella colonna sonora di "Extralarge", serie-tv con Bud Spencer.

Il cammino verso la fede, la sua figura, Borges

Giuni RussoDurante i primi anni Novanta la cantante siciliana intraprende un lungo cammino di ricerca interiore che la induce ad abbracciare una profonda religiosità, grazie alla quale, più avanti, saprà accettare i terribili giorni della malattia con grande dignità e in armonia con se stessa. In questo periodo della sua vita legge molto, si interessa di teosofia ed esoterismo, riscopre Ermete Trismegisto e la Tavola smeraldina, i mistici orientali e molto altro ancora. Ma sono soprattutto i testi sacri ad accompagnarla in questo percorso contemplativo e ascetico, affrontato mano nella mano ancora col suo alter egoSisini. Rimane profondamente colpita dagli "Esercizi spirituali" di Sant'Ignazio di Loyola, al punto che vuole metterli in pratica, così le due si recano in un monastero a San Sepolcro, vicino ad Arezzo, dove vengono introdotte e iniziate da un sacerdote gesuita. Nella biblioteca dello stesso convento entra in contatto anche con gli scritti di Santa Teresa d'Avila, fondatrice dell'ordine delle Carmelitane, la cui biografia "Fuoco di Castiglia" contribuirà in maniera decisiva nel suo avvicinamento alla fede cristiana.
Ho sentito l'esigenza di svolgere un percorso spirituale, fin quando non mi sono imbattuta nei testi di Teresa d'Avila che ha rapito il mio cuore. Mi ha aiutata a cercare Dio e a trovarlo. Teresa d'Avila dice delle cose che solamente chi la legge può comprendere, o anche Giovanni della Croce che cito nell'album. Resto una cantante e non uso la mia spiritualità a fini di business.
(Giuni Russo)
L'album in questione è Se fossi più simpatica sarei meno antipatica, che esce nel 1994 e raccoglie quanto seminato nell'arco di questo intenso periodo di riflessione. Il titolo dell'album (promosso da un singolo omonimo) riprende un verso del "Fortunello" di Ettore Petrolini, ed è una frecciatina chiaramente indirizzata all'industria discografica e a tutti quelli che, nel corso degli anni, hanno provato più volte a frenarne impulso artistico e slanci creativi. Di qui in avanti, ciascuno dei suoi brani non va più inteso come semplice "esibizione canora", ma come vero e proprio palcoscenico ove dissertare di musica, letteratura, teatro o religione. "Il vento folle", ad esempio, è tratta dal libro "Prima dell'alba" dello scrittore e mistico francese Henri Thomasson, che tempo addietro aveva già curato il testo di "Bing Bang Being" per la stessa Russo (ma anche "Clamori", "Chanson Egocentrique" e altri brani celebri di Battiato, tra i principali allievi della sua scuola di pensiero), mentre "Oceano d'amore" viene ispirata da una xilografia dello psicologo/sufista Gabriele Mandel, originariamente intitolata "Pesce, anima, oceano".
La più intima "Niente senza di te" è un dolce pensiero d'infanzia rivolto alla sua terra ("sogno sempre la mia isola, a casa di mio padre laggiù, ginestre ed oleandri nel cortile, il mare dalla finestra"), così come "Strade parallele (Aria siciliana)", scritta interamente in dialetto e interpretata in duetto ancora con Battiato. Una menzione a parte meritano "La sposa" e "La sua figura", due dei suoi brani che Giuni amava di più: il primo viene eseguito insieme al coro delle Carmelitane Scalze del Monastero di Milano e si ispira ad alcuni passi dell'Antico Testamento (libro del Siracide, Elogio della sapienza), il secondo invece riprende un verso di un poema di San Giovanni della Croce ("Sai che la sofferenza d'amore non si cura/ se non con la presenza della sua figura") attorno al quale viene costruito un testo col quale avrebbe voluto (e dovuto) partecipare a Sanremo nello stesso anno. Pur avendo superato tutte le selezioni, però, il brano alla fine venne rifiutato dalla commissione preposta, senza ricevere troppe spiegazioni. "Cosa dovevo pensare? Comprendo, vogliono altro. Peccato. È una costante della mia vita artistica, ogni volta che ho cercato di elevarmi ho litigato con tutti". Tanta l'amarezza, ma Giuni la prende con filosofia e passa oltre.
Volevano una canzonetta radiofonica, gli ho risposto che non ho canzonette nel cassetto e non ne cerco. Se devo fare la fame, per non cedere a compromessi, la farò. La mia forza è questa: non avendo marito né figli ai quali pensare, posso vivere con poco. E così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere un'artista libera.
(Giuni Russo)
A questo punto si esibisce per due volte consecutive al Premio Tenco, dove omaggia l'indimenticato cantautore piemontese prima con una versione personale di "Ciao, amore, ciao" rielaborata da Battiato, quindi con alcuni pezzi del suo repertorio, tra cui va segnalata una toccante "La barca degli amanti", in coppia col portoghese Sergio Godinho. Malgrado molti dei suoi brani non siano esattamente ciò che si può definire radio-friendly, la palermitana continua a essere molto ammirata e la sua presenza richiestissima, di qui le numerose apparizioni in tv del periodo. Impossibile stilare un elenco completo, due su tutte "Viva Napoli", in onda su Rete 4, dove interpreta "Maruzzella" di Renato Carosone, e "Il Boom", show sugli anni 50 trasmesso da Canale 5, dove si presenta con il classico "Johnny Guitar" di Peggy Lee.

Il 1997 è un anno particolarmente intenso, prima infatti si esibisce a Roma, su invito del sindaco Rutelli, durante una serata che inaugura i lavori di restauro e ammodernamento dei Fori Imperiali in vista del Giubileo 2000 (con lei Josè Carreras, Avion Travel e tanti altri), quindi si mette al lavoro per un nuovo album, che però non vedrà mai la luce. Avrebbe dovuto intitolarsi "Gelsomini d'Arabia", ma non viene pubblicato a causa di incomprensioni, manco a dirlo, con la nuova etichetta discografica, nel caso specifico Nar International.
Del progetto iniziale, però, rimangono due brani, "Gabbiani" e "Fonti mobili", che si possono rinvenire nell'album postumo Cercati in me (una raccolta pubblicata nel 2008, che contiene questi e altri inediti dello stesso periodo). Sempre nel 1997, nella Chiesa di Santa Maria dello Spasimo a Palermo, si tiene "Verba Tango", spettacolo di musica contemporanea e poesia dedicato allo scrittore Jorge Luis Borges, nato a Buenos Aires in uno storico quartiere chiamato proprio Palermo. Vengono recitati frammenti di racconti e testi dell'autore argentino, per l'occasione la Russo (insieme all'attore Giorgio Albertazzi, curatore dell'evento) confeziona l'inedito "Borgestetica", cantato interamente in spagnolo.

Nell'anno successivo, 1998, esce il live Voce prigioniera, che celebra nel migliore dei modi i suoi primi trent'anni di carriera con una dedica speciale. Si può leggere all'interno della copertina, e recita testualmente: "A Maria Antonietta Sisini... questo mio primo live lo dedico a te per l'insostituibile amicizia e per la tua grande pazienza. Grazie. Giuni". Per quanto riguarda il titolo, invece, la siciliana dice: "Mi piaceva perché mi sono messa in prigione, nel senso della scelta che ho compiuto. È ironico, ma da una prigione si può diventare anche un diamante che brilla oltre le grate. Dentro la prigione la sofferenza ti può rinnovare. Da una cosa negativa si può ottenere l'oro. I fiori nascono dovunque, anche in prigione, o nel fango. È l'humus per far crescere delle cose meravigliose".
L'album riporta in scaletta buona parte dei brani di A casa di Ida Rubinstein, ed è una scelta precisa fatta proprio "per accontentare chi mi chiedeva quel disco, che oggi è introvabile. I discografici non lo vogliono ristampare, eppure il pubblico me lo chiede...". Da segnalare anche due belle interpretazioni de "Il re del mondo" e "Nomadi" di Battiato, spesso cantate dal vivo durante i suoi concerti ma mai incise in studio, con una piccola precisazione da fare per quanto riguarda la seconda, "Nomadi": in origine era stata pensata appositamente per lei da Juri Camisasca, ma all'etichetta l'idea non piacque, così non se ne fece più nulla; quindi fu la stessa Russo a suggerirla ad Alice che invece la inserì nel suo fortunato "Park Hotel" del 1986 (più tardi anche Battiato ne proporrà una versione, in "Fisiognomica" del 1988).

Carmelitana d'amore, Napoli, l'addio

Giuni RussoLa battaglia più difficile di Giuni Russo ha inizio nel 1999, quando le viene diagnosticato il cancro, ma anche stavolta saprà lottare con coraggio e senza perdersi d'animo. La forza la trova nel Monastero delle Carmelitane Scalze, di cui diviene una "sorella" a tutti gli effetti, pur senza mai prendere i voti. Si trova a Milano, in via Marcantonio Colonna, ed è qui che sceglie di affrontare quei giorni delicati, tra clausura, quiete e meditazione. "All'inizio telefonò per avere il testo esatto della poesia 'Desiderio del cielo di Santa Teresa', da cui poi venne la canzone 'Moro perché non moro' che volle farci ascoltare a tutti i costi" - così ricorda Madre Emanuela, priora del convento, che continua: "Era molto riservata ma cercava l'essenziale e aveva spiritualità affine a quella del Carmelo, intensa, vera, aperta agli altri, nonché femminile e moderna. Un giorno disse proprio 'Sono innamorata di Gesù', e fu quell'amore che la sostenne nella malattia. Poi aggiunse che, se il Signore le avesse concesso ancora degli anni, li avrebbe spesi al meglio, altrimenti, fosse fatta la Sua volontà". E il Signore l'ascolta e le concede ancora qualche altro anno, che Giuni spende come più le piace, ossia continuando a lavorare senza sosta e fare progetti, malgrado il dolore e la sofferenza fisica (e non solo) siano atroci. Si sottopone a continui cicli di chemioterapia all'ospedale di Bergamo, cerca di non far trapelare la notizia (se non agli affetti più cari) e nel frattempo è ospite di alcune trasmissioni-dossier per la tv, dove, tra interviste e filmati d'archivio, viene ricostruita la sua intera vicenda umana e artistica (su tutte "Cocktail d'amore", in onda su RaiDue e condotta da Amanda Lear, e "Testarda io", presentata su Rete 4 dall'amica e collega Iva Zanicchi).

Quindi, nel 2002, pubblica un nuovo live dal titolo emblematico, Signorina Romeo Live, tre semplici paroline che da sole bastano a raccontare una vita condotta esattamente come avrebbe desiderato e proprio nel momento più difficile portano a compimento quel suo antico sogno di bambina. "Signorina per scelta, Romeo per la forza che ho. Un titolo così lo trovo simpatico, tutto qui, non c'è niente di ricercato. Mi piace l'ironia de 'la signorina Romeo', e io sono una persona molto ironica. Mi danno fastidio quelli che dicono che la 'signorina' oggi non esiste più ma esiste la 'signora'. Ma dove? Non sono affatto d'accordo. L'isteria della signorina è ironica, per cortesia non mi tolgano il 'signorina'!".
A differenza del precedente Voce prigioniera, stavolta vengono selezionati anche parecchi inediti estratti da diversi concerti del periodo 1996-2000. La scaletta si apre con "J'entend siffler le train", che riprende un brano portato originariamente al successo negli anni Sessanta dal cantante francese Richard Anthony, qui offerto invece in un duetto elegante e malinconico con l'amico Battiato. Eseguito originariamente durante un concerto tenuto a Catania nel 1996, il riuscito scambio/contrasto vocale tra i due confeziona in assoluto una delle loro migliori performance in coppia dal vivo. "Il Carmelo di Echt" invece (originale di Juri Camisasca) è segnato da un'andatura quieta che ha quasi del surreale se si pensa alla drammaticità del tema: racconta infatti la vita di Edith Stein, filosofa ebrea convertita al cattolicesimo (col nome di suor Teresa Benedetta della Croce) e rifugiatasi prima nel Carmelo di Echt in Olanda, quindi deportata ad Auschwitz e trucidata dai nazisti nel 1942 insieme alla sorella. Quindi altre due cover, "Un'anima fra le mani" (riprende "Un'anima pura" del cubano Don Marino Barreto junior, peraltro già interpretata da una giovanissima Mina il giorno del suo debutto in pubblico nel 1958, alla Bussola di Viareggio) e "Ciao amore", ancora in omaggio a Luigi Tenco.
Tanti gli inediti, con testi estrapolati da letture sacre; non è un caso che le registrazioni si tennero per la maggior parte in luoghi di culto, come la Basilica di San Lorenzo o la Chiesa di Sant'Eufemia, entrambe a Milano. Tra questi il canto cattolico natalizio "Adeste fideles", "Nada te turbe" (ispirato ancora una volta da un'opera di Santa Teresa d'Avila) oppure "O vos omnes", che rielabora una quartina biblica tratta dalle Lamentationes di Geremia (I,12). "Vieni", invece, cita versi del maestro mistico persiano Gialal al-Din Rumi, mentre "Sakura" è un canto tradizionale giapponese che la Russo aveva imparato a memoria già nel 1969 durante il suo primo tour nel Sol Levante (il testo parla della fioritura degli alberi di ciliegio che avviene ogni anno in Primavera, come metafora di rinascita e inno alla vita). Chiudono il cerchio "La sua figura", "La sposa", "Nomadi" e "Il re del mondo", tutte già menzionate in dischi precedenti.

Giuni RussoSignorina Romeo Live fa da preludio alla sua toccante partecipazione al Festival di Sanremo 2003, dove la cantante fa ritorno dopo ben trentacinque anni di assenza. "Volevo andarci a tutti i costi - racconta in una delle sue ultime interviste - Ero arrabbiatissima, sto morendo e non ho coronato la mia carriera come avrei voluto, così sono andata a Roma e ho chiesto a Pippo Baudo, che era il direttore artistico, di darmi la possibilità di proporre alla giuria un brano. Lui non lo sapeva, ma era la stessa canzone che mi avevano boicottato per ben due volte. Baudo era a conoscenza delle mie condizioni di salute ma agli altri non ho detto niente, non sarebbe stato morale partecipare alla gara da malata". La canzone di cui parla è "Morirò d'amore", scritta parecchi anni prima insieme a Maria Antonietta Sisini e Vania Magelli, con cui si classifica al settimo posto ma riceve in compenso il premio per il miglior arrangiamento (curato da Franco Battiato e Roberto Colombo, mentre gli archi sono di Stefano Barzan). È un'esibizione intensa e ricca di pathos, che resterà a lungo nel cuore della gente: per l'occasione, infatti, sale sul palco dell'Ariston pallida e calva, segno inequivocabile del male che la sta divorando. Il volto scavato dalla sofferenza, la testa decorata da arabeschi dipinti in hennè, ma anche tanto orgoglio, dignità e l'incredibile forza di scherzarci su: "Sono stufa di perdere tempo col parrucchiere, preferisco dedicarmi alla voce!". Un vero schiaffo morale a discografici e a quanti avevano provato ad ostacolarla.

Il male la riconcilia persino con la Caselli, della quale poco prima ebbe a dichiarare: "A fil di logica, dovrei odiarla, invece oggi so che devo ringraziarla, perché è stato il dolore che mi ha procurato a spingermi sulla strada della ricerca interiore". Il brano (versi di Teresa d'Avila e Giovanni della Croce) si può ritrovare nell'omonimo album Morirò d'amore, che esce poche settimane dopo, il 7 marzo 2003, e contiene altri tre inediti: "Una rosa è una rosa", "Amore intenso" (definita da lei stessa "una meditazione sperimentata e cantata") e "Moro perché non moro" (una delle sue prove più sentite, come già detto in precedenza è tratta dalla poesia "Desiderio del cielo" di Teresa d'Avila, che la Santa scrisse subito dopo un'estasi in cui le apparve la Vergine Maria). Il resto riprende sostanzialmente buona parte del precedente Signorina Romeo Live, salvo alcune piccole modifiche apportate in scaletta.

Non passa nemmeno un mese ed ecco che la Nar pubblica una nuova raccolta dal titolo Irradiazioni, nel tentativo di cavalcare l'onda emozionale da dopo-Festival: contiene il bell'inedito "Voce che grida", ma questo Lp non è da considerarsi parte della discografia ufficiale della cantante, che lo rinnega pubblicamente dichiarando di non gradirne neppure il titolo.
Il 1° settembre 2003 interpreta il classico partenopeo "Marechiaro" per la trasmissione "Napoli prima e dopo", in onda su RaiUno: è in assoluto la sua ultima apparizione in tv, che precede di pochi mesi l'uscita dell'album Demo De Midi, del novembre dello stesso anno. Il titolo gioca con quello del romanzo "Le Demon de Midi", dello scrittore francese Paul Bourget, e si tratta appunto di una raccolta di demo, provini inediti incisi (e mai pubblicati) a cavallo degli anni 80/90, come sottolinea l'artista con la consueta ironia in una nota di ringraziamento che si può leggere all'interno della copertina. "È con piacere e divertimento che pubblico questi provini inediti, che durante gli anni 80 e 90 sono rimasti nel limbo della discografia italiana per qualche motivo (paura? imbarazzo? tengo famiglia? Sindrome di Medea?). Facciamo finta che non lo sapremo mai. Ringrazio perciò la Sony Music per la fiducia". In realtà, parecchie basi strumentali vennero ri-aggiustate appositamente per la pubblicazione di questo lavoro, in particolare quella di "Diva divina", celebre sigla del programma tv "Effetto Cinema". "Amore speciale", invece, era stata destinata inizialmente all'album Mediterranea, in un secondo momento però venne esclusa su decisione dell'etichetta che preferì tagliarla per mancanza di spazio. Da segnalare "Mezzanotte al sole", "Io non so amare" e una bella versione di "La donna è mobile", mentre "Notturno italiano" (firmato curiosamente Giuseppa Romeo) contiene citazioni della famosa Lili Marlene. "Vieni" (presentata per la prima volta su disco in Signorina Romeo Live) qui è offerta nella sua originale versione in studio, impreziosita da una parte recitata in urdu da Gabriele Mandel (risale al periodo di Se fossi più simpatica sarei meno antipatica, quando lo stesso studioso italo/afghano aveva ispirato "Oceano d'amore"), mentre "Una la verità" non è altro che la prima bozza di "Amala", contenuta nell'omonimo Lp del 1992. Infine, una ghost-track strumentale che riprende vari passi dei quattordici brani in scaletta e chiude l'album.

Napoli che canta, pubblicato il 2 aprile 2004 anche in versione Dvd, è il suo ultimo album ufficiale e ha un significato particolare per la cantante, che lo dedica alla madre. "Napoli e le sue canzoni appartengono alla mia infanzia, me le porto dentro da sempre. Mi è venuta in mente mia madre, che durante un festino di Santa Rosalia venne portata al largo da papà sulla sua barca per vedere meglio le luci della festa. Quando passò la nave che andava a Napoli per poi da lì salpare verso l'America, mamma la salutò cantando in napoletano: questo disco è un grande omaggio a lei". Si tratta di una suite musicale in ventidue brani della tradizione napoletana, tra cui anche la poesia di Totò "A cchiù bella", che la cantante aveva eseguito dal vivo qualche mese prima, il 18 ottobre 2003, al Teatro Zancanaro di Sacile, in provincia di Pordenone, in occasione delle Giornate del cinema muto. Quel giorno venne proiettato dinanzi a una vasta platea internazionale il film muto sul tema dell'emigrazione "Napoli che canta" di Roberto Leone Roberti, con l'accompagnamento vocale della cantante. La pellicola (del 1926), a lungo ostracizzata durante il regime fascista, era stata ritrovata dopo parecchi anni in cui se ne erano perse le tracce e appena restaurata da Paolo Cherchi Usai, socio fondatore dell'evento, che in una nota personale usa parole splendide per ringraziare la Russo della memorabile serata: "Chi ne è stato testimone non lo dimenticherà, Giuni non si è limitata a interpretare un genere musicale e ad accompagnare un film, ma ha creato un'opera a sé stante, dove l'immagine e la voce si completano a vicenda. Nelle giornate di lavoro sul film e sulla musica ho visto Napoli che canta illuminarsi di nuovo come un'elegia alla cultura mediterranea, Giuni ha capito il film e il film si è aperto al suo sguardo. Il mio unico contributo al progetto è l'aver provocato questa breve, folgorante storia d'amore fra voce umana e immagine. Giuni e il film hanno fatto il resto".

Giuni se ne va la notte tra il 13 e il 14 settembre 2004, all'età di 53 anni. I suoi funerali si tengono presso il Monastero delle Carmelitane Scalze, a Milano, alla presenza di tantissimi amici, colleghi e collaboratori, tra cui Ivan Cattaneo, Platinette, Christian e Alice. Assente giustificato, invece, l'amico-mentore Franco Battiato, impegnato la sera prima a Tallin, in Estonia, in un concerto che le dedica, ne fa le veci il fratello Michele. La cantante viene seppellita tra le Carmelitane Scalze, come da suo ultimo desiderio, in una sezione speciale del Cimitero Monumentale di Milano.
Alla sua prematura scomparsa fa seguito un inevitabile e lunghissimo tran tran di iniziative, la più importante delle quali è senza dubbio la nascita dell'Associazione Culturale "GiuniRussoArte", unica ufficiale e autorizzata, fondata il 25 maggio 2005 da Maria Antonietta Sisini allo scopo di tutelare e promuovere, senza fine di lucro, il patrimonio artistico lasciato in eredità dalla cantante. L'associazione, come recita il suo statuto, intende raccogliere, conservare e pubblicare il materiale riguardante la vita e l'attività della cantante, ma anche e soprattutto sostenere la libertà di espressione musicale e ricerca tramite mostre, convegni, borse di studio e manifestazioni di vario tipo, volte a far conoscere meglio la sua figura. Insomma, certamente il modo migliore e più lodevole per preservarne la memoria e tenere in vita ancora oggi quelle che in fondo erano state le sue vere aspirazioni.

Para siempre: la produzione postuma e il ricordo

Nel 2006 esce un primo album postumo dal titolo Unusual, sorta di disco-tributo cui si prestano tanti artisti del panorama italiano e non solo. Il progetto nasce da un'idea di Maria Antonietta Sisini allo scopo di realizzare uno dei maggiori desideri di Giuni Russo, e cioè duettare con i suoi colleghi, cosa che non era mai riuscita a fare nell'arco della sua carriera, eccezion fatta per la sola accoppiata con la Rettore ai tempi di "Adrenalina". Ci riesce adesso virtualmente con Caparezza (in "Una vipera sarò"), Lene Lovich ("Moro perché non moro"), Vladimir Luxuria ("Illusione") o Megahertz ("Un'estate al mare"), ad esempio.
Il cofanetto propone in allegato un Dvd che riprende un suo concerto tenuto all'Auditorium di Milano il 4 aprile 2001. La sua figura, invece, ancora in formato Dvd, è un ampio docu-film del 2007 curato insieme da Sisini e Battiato, e si tratta della più ampia retrospettiva sulla vicenda umana e artistica della cantante, dove è lei stessa a raccontarsi in prima persona tramite filmati d'archivio, interviste e apparizioni televisive che vanno dagli esordi sino agli ultimi giorni.

Sempre nel 2007 ecco l'opera omnia in tre volumi The Complete Giuni, che ripercorre praticamente l'intera discografia della cantante attraverso versioni remix, demo originali e registrazioni live di brani più o meno noti, la maggior parte dei quali mai apparsi prima su cd. Nel 2008 è la volta di Cercati in me, che contiene alcuni brani di nuovo in versione remix, ma stavolta è arricchito anche da cinque inediti, l'omonima "Cercati in me" e "La settima stanza" (entrambe ispirate di nuovo alla vita di Edith Stein), "Ninna Nanna", "Ave Maria" (dal vivo) e il canto tradizionale iracheno "Fogh In Nakhal" (proposta anche dallo stesso Battiato nel suo "Caffè de la Paix" del 1993).

Intanto, nel 2009 la romanziera e saggista sarda Bianca Pitzorno pubblica "Giuni Russo, da un'estate al mare al Carmelo", biografia ufficiale della cantante, o meglio "la storia della sua vita come l'avrebbe raccontata", così afferma l'autrice del libro, e si tratta effettivamente della voce più autorevole in capitolo, poiché la scrittrice era legata alla Russo da una profonda amicizia più che trentennale. "Giuni - aggiunge la Pitzorno - prima di morire mi disse che se mai fosse fatta una biografia su di lei, le sarebbe piaciuto che la facessi io, e l'occasione (purtroppo) è arrivata". L'opera, presentata al Festival di Mantova, è scritta con l'aiuto della Sisini, mentre l'introduzione iniziale è firmata da Battiato. Inoltre, è presente una scheda tecnica sulla particolarità della sua voce, curata dal pianista Michele Fedrigotti, col quale la Russo aveva collaborato più volte dal vivo. Il cofanetto, edito dalla Bompiani, contiene in allegato anche il Dvd "La sua figura" e un Ep formato da sei tracce, e cioè le primissime versioni di "Moro perché non moro" e "Morirò d'amore" (quest'ultima scartata un paio di volte da Pippo Baudo e poi riammessa clamorosamente in gara a Sanremo 2003), la struggente "La sua voce (come sei bella)" (scritta personalmente da Giuni a metà anni 90) e "Pekino", liberamente ispirata a musiche e canti tradizionali cinesi, mentre "La sua figura" e "La sposa" in realtà erano già contenute nell'album Demo De Midi.

Para Siempre del 2012, invece, è frutto del ritrovamento e di un meticoloso lavoro di restauro di alcuni vecchi nastri mai pubblicati prima, e vede la cantante alle prese con una profonda e intensa title track scritta tempo addietro in coppia con Sisini. L'album rispolvera anche parecchie cover di celebri brani italiani e internazionali, registrate nel corso degli anni un po' come "semplice" esercizio vocale, un po' per gioco, ma tutte dal risultato sorprendente, ulteriore testimonianza delle sue eccelse qualità interpretative. Basti ascoltare, ad esempio, "Il nostro concerto" di Umberto Bindi, "Io che amo solo te" di Sergio Endrigo, ma anche "My Way", "Yesterday" o "New York, New York".

Malgrado non contenga inediti, anche Unicadel 2013 è da considerarsi un lavoro importante, se non altro perché raccoglie finalmente su cd tutti i suoi primissimi 45 giri altrimenti oggi introvabili, da quel "No Amore" di Sanremo '68 sino alla chiusura dell'era Malgioglio a fine anni Settanta.
Dio ci cerca, Dio ci aspetta, Dio ci trova... prima che noi lo cerchiamo, prima che noi lo aspettiamo, prima che noi lo troviamo.
(Papa Francesco, dalla lettera a M. A. Sisini)
Discografici a parte, l'artista palermitana è stata apprezzata e lodata proprio da chiunque, persino dal Papa. Il 7 settembre 2013, infatti, pochi giorni prima di quello che sarebbe stato il 62° compleanno della cantante, Maria Antonietta Sisini trova nella cassetta della posta una busta bianca, con indirizzo e mittente vergati a mano: "F. Casa Santa Marta, Città del Vaticano". Chi gliela scrive è Papa Francesco in persona, al quale poco tempo prima aveva inviato un cd e la biografia ufficiale dell'indimenticata amica. "Pensavo fossero i biglietti per l'udienza generale che avevo chiesto tempo fa", racconta una Sisini ancora commossa e incredula, "invece la busta conteneva una bellissima lettera scritta da Papa Francesco, tutta di suo pugno! Ovviamente per una questione di rispetto e riservatezza non ne rivelerò mai il contenuto, ma è stato un dono fantastico, ora possiamo dire davvero che Giuni ha cantato per il Santo Padre e nel modo più bello e intimo, come desiderava da sempre... Adesso questo desiderio è diventato realtà, mai nella vita aveva ricevuto per il suo compleanno un regalo più bello".
Le parole del Papa verranno lette in pubblico qualche mese dopo, il 23 aprile 2014, in occasione della cerimonia di inaugurazione del "Mirador Giuni Russo", lungo tratto di belvedere sul Golfo di Alghero che il comune sardo intitola alla memoria della cantante, in ricordo di quel legame speciale nato nel 1986, quando il celebre tormentone estivo aveva regalato alla cittadina grande notorietà e una pubblicità incredibile. Quel giorno sono presenti anche Battiato, Pitzorno, Sisini ed esponenti della GiuniRussoArte, oltre ovviamente a membri dell'amministrazione comunale e della Commissione Toponomastica.

È l'occasione buona anche per parlare di un nuovo album, Il ritorno del Soldato Russo, che esce di lì a pochi mesi e contiene otto inediti in edizione limitata in vinile. Tra questi, "L'animale" di Battiato, che qui viene offerta con lievi modifiche al testo originale, mentre la quasi title track dalle sonorità più dure "Il ritorno del soldato" era stata scritta a metà anni Novanta in collaborazione col filosofo Manlio Sgalambro. Da apprezzare anche la malinconica "Tu che sai" e due delle sue primissime incisioni firmate da Paolo Conte, "Un milione un miliardo" e "Uomo piangi", che la cantante aveva interpretato ancora adolescente. Chiudono "Nell'anima", "M'è rimasto nel cuore" (cover di "Many Rivers To Cross" di Jimmy Cliff) e "Le tue parole" (altro non è che la versione originale di "Morirò d'amore").

Il 2015 porta in dote Las Moradas, ad oggi ultima pubblicazione ufficiale a nome Giuni Russo. È la riproposizione integrale di un live tenutosi il 29 dicembre 1999 alla Basilica di San Lorenzo Maggiore a Milano e viene dedicato a Papa Francesco. Il disco rientra nelle iniziative di festeggiamento per il 500° anniversario della nascita di Santa Teresa d'Avila, in scaletta spicca tra le altre "Muero Porqué No Muero", brillante e inedita versione in lingua spagnola del brano ispiratole dalla Santa proprio nei giorni in cui iniziava a entrare in contatto col Monastero delle Carmelitane Scalze, dove per questa stessa ricorrenza la GiuniRussoArte organizza il concerto "Giuni Russo carmelitana d'amore, incontro con Santa Teresa d'Avila" (l'onore/onere è affidato alla bravissima cantante portoghese Dulce Pontes).
Speriamo che ci insegnino ad arrossire
Per ora la storia di Giuni Russo si chiude qui, il suo miglior ricordo nelle parole di Maria Antonietta Sisini.
Scrivo queste riflessioni partendo dal presupposto che, bene o male, sia nota la mia vita vissuta con e per Giuni. Non amo mettermi in mostra personalmente e detesto quelli che lo fanno (o cercano di farlo) sfruttando Giuni a proprio vantaggio. In certi post sul web leggo che 'Giuni non ha mai avuto ciò che merita', e aggiungo io, neanche ora che da tanti anni non c'è più. Lo diceva anche lei: 'Fossi nata in America, Gran Bretagna ecc.... non mi si chiederebbe perché amo sperimentare e ricercare nella musica, nel canto e non crogiolarmi negli allori dei successi popolari'.
Col senno del poi, mi chiedo: 'Ho forse sbagliato a non insistere per andarcene all'estero? Chissà... L'Italia non la merita, l'Italia non ha memoria, l'Italia non valorizza i talenti eccezionali in nessun campo, purtroppo ancor meno nella musica.
Un talento come il suo, fuori dall'Italia, sarebbe celebrato e osannato come meriterebbe.
L'Italia non sa neanche che un'artista, musicista e cantante quale è Giuni Russo non l'avrà mai più, a meno di un miracolo.
Lei c'era, l'abbiamo avuta e non l'abbiamo riconosciuta, lei invece ha dato, si è donata, ad onore di tutti!
Questa è solo una briciola di ciò che sento nel cuore.
(Maria Antonietta Sisini)

Giuni Russo

La voce prigioniera della musica italiana

di Giuseppe D'Amato

Tecnica cristallina e sensibilità interpretativa unica, Giuni Russo ha sublimato il canto lirico nel pop, grazie a un'estensione vocale di quasi cinque ottave, senza però essere mai valorizzata appieno dall'industria discografica. Dagli esordi al binomio indissolubile con la Sisini, dall'incontro con Battiato alla svolta spirituale: retrospettiva sulla compianta artista siciliana a oltre ..
Giuni Russo
Discografia
 Love Is a Woman (1975, Basf)  5,5
Energie (1981, Cgd) 9
Vox (1983, Cgd) 
 7,5
 Mediterranea (1984, Cgd)  6,5
Giuni (1986, Bubble Records)  7,5
 Album (1987, Bubble Recors)6
 A casa di Ida Rubinstein (1988, L'ottava/Emi)
6
 Se fossi più simpatica sarei meno antipatica (1994, Crisler Music) 
6
Voce prigioniera (1998, Nar International)
7,5
 Signorina Romeo Live (2002, Sony Music)
7
 Morirò d'amore (2003, Sony Music) 6,5
 Demo De Midi (2003, Sony Music) 6
 Napoli che canta (2004, Sony Music)
 7
 Voce che grida (antologia, 2004, Nar International) 6,5
 Unusual (2006, Radio Fandango)6
 Cercati in me (2008, Edel)
 6
Para siempre (2012, Ice Records)  7
 Unica (raccolta, 2012, Ice Records) 
 6,5
 Il ritorno del soldato Russo (2014, Edel) 6
 Las Moradas (2015, Edel) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Love Is A Woman
(da Love Is A Woman, 1975)

 

Una vipera sarò
(da Energie, 1981)

Crisi metropolitana + intervista
(da Energie, 1981)

L'addio
(da Energie, 1981)

Un'estate al mare
(45 giri, 1981)

Oltre il muro
(da Vox, 1983)

Abbronzate dai miraggi
(da Vox, 1983)

Sere d'agosto
(da Vox, 1983)

Mediterranea
(da Mediterranea, 1984)

Alghero
(da Giuni, 1986)

Adrenalina
(da Album, 1987)

Inverno a Sarajevo
(da Album, 1987)

Malinconia
(da A casa di Ida Rubinstein, 1988)

Se fossi più simpatica sarei meno antipatica
(videoclip, 1994)

 

La sua figura
(videoclip, 1994)

Morirò d'amore
(dopo-festival, 2003)

  

Cocktail d'amore
(intervista, 2002)

Storie
(TG 2, 2014)

 

Giuni Russo su OndaRock
Recensioni

GIUNI RUSSO

Energie

(1981 - Cgd)
Giostra popular e tremebonda deriva sperimentale. Il capolavoro della fuoriclasse siciliana ..

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