Jumbo

Jumbo

Il progressive vietato ai minori

di Valeria Ferro

Tra le formazioni più eclettiche dello storico prog italiano, i Jumbo hanno saputo dare al genere una connotazione mai così aspra e pungente. L'irriverenza dei loro testi non ha fruttato tuttavia alla band il successo meritato e li ha spesso relegati ingiustamente alle note a piè di pagina della scena.

La saga progressiva dei Jumbo inizia da quella del suo leader, Alvaro Fella. A metà degli anni Sessanta, il bassista dalla voce graffiante suona nel gruppo di Gianni Pettenati, colui che sarebbbe poi passato alla storia come il "gonfaloniere" della "Bandiera Gialla". Proprio in questa occasione, Fella viene notato dal discografico Silvio Crippa, passando così per la corte di Mogol e Battisti, i quali lo scritturano per la loro etichetta, la Numero Uno. Il primo repertorio non è dei più originali e si compone di due 45 giri solisti pubblicati a nome “Jumbo", eseguiti in collaborazione con i turnisti di Lucio Battisti; tuttavia, la vera occasione si presenta quando Crippa abbandona la vecchia label per unirsi alla Philips portando in dote Alvaro Fella, al quale promette una maggior libertà artistica. Con questa nuova autonomia, per registrare il primo album il musicista decide di contattare i suoi vecchi amici, con i quali poi formerà la band che per sineddoche porterà proprio il nome del suo alter-ego discografico, Jumbo. È così che, attorno alla carismatica figura del cantante e polistrumentista Alvaro Fella, si riuniscono Daniele Bianchini (chitarra), Dario Guidotti (flauto, armonica, chitarre), Sergio Conte (tastiere), Vito Balzano (batteria) e Alberto Agazzi (basso), che verrà presto sostituito da Aldo Gargano. Sono tutti personaggi poliedrici, il cui spirito eclettico si converte in un rock progressivo lontano dagli stilemi della scena italiana, ibridandosi alla sensibilità del folk e a quella del blues, dietro l’egida dei testi controversi di Fella, che trovano pochissimi uguali nell'Italia coeva (Biglietto per l’Inferno, Museo Rosenbach e il primo Juri Camisasca) e anche a voler uscire dai nostri confini, risulta difficile segnalare dei paragoni davvero confacenti.

Allo scadere dell’estate del 1971, il gruppo sta ultimando il suo disco d’esordio, Jumbo, che per ragioni mai completamente chiarite - forse per lo scetticismo dei dirigenti della casa discografica - viene rilasciato soltanto nell’aprile del 1972, quando ormai il secondo Lp è in fase di assemblaggio. L'album di debutto presenta un sound prevalentemente acustico, che poco e nulla evoca delle loro opere successive. Ciononostante, Jumbo è un disco ben prodotto, in bilico tra il folk e il blues; già l'opening track, "Oggi sarò là", ci anticipa fin da subito che siamo quasi nei territori degli Yardbirds. Nel catalogo c'è, però, una torsione timida verso il prog nei flauti di "Ho visto piangere" e "Che senso ha", in cui si ha anche un primo assaggio dolce-amaro dei testi al vetriolo di Fella ("Chinati davanti ad un potente/ saper piegar la schiena è conveniente/ l'educazione che senso ha?").

525999_207904382657357_986493689_n_01Proprio in concomitanza con l'uscita del primo disco, vede la luce il secondo album, DNA, registrato in una settimana e stampato una prima volta in 5.000 copie nell’ottobre del 1972. L'album esce a pochi mesi di distanza dal debutto, dimostrando una maturità artistica notevole, che va di pari passo a una prolifica attività concertistica, culminata nella partecipazione al noto "Festival della Musica d'Avanguardia e delle Nuove Tendenze".
L'album prende l'abbrivio con l’elettrizzante “Suite per il Signor K.”, una composizione dalle riflessioni kafkiane divisa in tre parti, per un tempo di esecuzione di oltre 20 minuti. La prima sezione “Sta accadendo qualcosa dentro me“ si apre con pianoforte, chitarra acustica e flauto che impostano un ambiente misterioso, con pesanti riff di chitarra elettrica che annunciano come saette un cambiamento imminente, un fermento che sta per scuotere la vita ordinaria di un uomo comune (“Ho avuto la voce e non posso gridare/ ho avuto il pensiero e non posso più pensare/ ma dentro qualcosa mi uccide ogni giorno/ mi fa stare male, se solo guardo intorno/ sta accadendo qualcosa dentro me“). 

Dopo l’entrata di una chitarra elettrica distorta e un passaggio ritmico intricato, veniamo trascinati nel grande rammarico della seconda parte, “Ed ora corri“, il migliore dei tre movimenti, che ricorda le sezioni più eccentriche dei Jethro Tull ("Non ti curavi del bene e del male/ eri occupato a salire le scale")
. Quando un lungo passaggio strumentale si affievolisce, “Dio è” (una rielaborazione dal loro primo album) subentra a concludere questo trittico con una nota più classica, unendo piano, flauto, chitarra acustica ed elettrica, mentre Alvaro Fella è impegnato in un crescendo solenne che porta a una nuova e amara consapevolezza: “Ho detto preghiere imparate a memoria/ ho pianto e ho odiato la smania di storia/ ho speso notti intere a cercare un perché, ma poi ho capito che/ Dio è l'amore che ho per la mia donna/ Dio è l'amore che ho per la gente/ Dio è l'amore che si dà per niente“. Si tratta di una suite molto diversa da quelle sontuose della Premiata Forneria Marconi, per esempio, ma tenuta in piedi dall'abilità dei musicisti nel convogliare strumentalmente le viscerali emozioni del testo.
Il secondo lato inizia con “Miss Rand": durante il suo avvio vi è un riff molto coinvolgente, mentre la sezione centrale si sviluppa per mezzo del contrasto con un pianoforte in stile ragtime, prima di riprendere il motivo di apertura con un ritmo più lento e drammatico. La casa è in fiamme e "con la casa è bruciata Miss Rand"; il riferimento è ad Ayn Rand, una scrittrice e filosofa statunitense di origine russa che promosse un movimento chiamato “oggettivismo”, sostenendo che ogni uomo dovesse esistere per se stesso, esplorando la realtà con l’unico strumento che ha a disposizione: la ragione.
La decadente “È brutto sentirsi vecchi” mostra poi i danni del tempo sul corpo umano e sulla psiche, con la voce di Fella che può o disturbare o allietare l’ascoltatore, ma non può lasciarci indifferenti mentre ci trascina nella sua visione senile e cupa: “È brutto sentire il bisogno di piangere/ se gli anni che hai sono così pochi/ non avere la forza nemmeno di amare/ solo di stare da solo con te/ Non fidarti nemmeno dell’amico più caro/ non avere il coraggio di pensare a domani“.
La psicanalisi musicale del comportamento del signor K. viene portata a conclusione in “Hai visto…“, battezzata confusamente finchè un organo emersoniano prende il sopravvento, riportando l'ordine nel caos. Poco dopo la voce di Fella finalmente rientra in gioco, interrotta solo da fulminei assoli di chitarra e selvatici duetti tra organo e flauto, per recitare la sua nenia finale: “Hai visto il mondo strisciare sullo sterco/ hai visto i tuoi fratelli chiedere perdono/ hai visto la luce gridare condanna/ hai visto… più niente“.

DNA è una combinazione di pesanti molecole di progressive e blues-rock, non risparmiando neanche qualche astruso riferimento classico. È doveroso prendere a prestino le parole dello stesso Bianchini, che descrisse lo scopo della musica dei Jumbo nel “raccontare liberamente quello che tutti già sanno ma che nessuno dice per convenienza, ipocrisia, sfruttamento. Denunciare, condannare e rifiutare tutto ciò“.

529778_207904692657326_1134071365_n_01Nel 1973 è infine il turno del terzo Lp, con cui arriva nella scuderia dei Jumbo il batterista Tullio Granatello, accrescendo notevolmente l'espressività ritmica della band. Vietato ai minori di 18 anni? nasce così, con quel punto interrogativo posto in coda, come a volersi chiedere perché fosse ancora vietato affrontare certi argomenti in Italia. In copertina, troviamo una bambina guardinga che vuole curiosare nella camera dei suoi genitori, nello stesso modo con cui un intero popolo vorrebbe scrutare al di là delle finte verità che gli vengono somministrate dalla televisione. I Jumbo rispondono a quella domanda con otto canzoni in cui affrontano alcuni dei temi più scomodi di una società ipocrita e moralista; ecco, allora, che si parla senza filtri di omosessualità, masturbazione, emarginazione, alcolismo, tossicodipendenza, prostituzione e religione, senza celarli dietro lemmi altezzosi o finte allegorie. I testi di Fella dipingono un'Italia più crudele e reale, un'Italia che si pone anch'essa a voce bassa degli interrogativi, a cui però rispondono soltanto i vecchi benpensanti, impedendo così ogni forma di discussione generazionale.
L’inizio non può che essere in media res e "Specchio" si apre mettendo subito in forte imbarazzo l’ascoltatore: “Avevo sette anni quella volta che in colonia bagnai il letto/ mi fecero percorrere il lungo corridoio che portava alle docce tirandomi per le orecchie/ schernito da tutti/ ero nudo”. Aperta con quest’immagine di sconcertante nudità, la traccia prosegue poi in maniera ancora più disagevole, fino allo scabroso finale (“Continuo a masturbarmi e son sicuro non avrò mai un figlio“). Tuttavia, la voce di Alvaro Fella durante questa scomoda confessione rimane sempre forte e convinta, risultando tra le più credibili della scena progressiva italiana.
La chitarra di Daniele Bianchini emette un suono sporco, riflettendo incresciosamente la strascicata narrazione di Alvaro Fella, mentre Dario Guidotti e Sergio Conte, tra fiati e percussioni, completano un quadro di claustrofobica inettitudine. Prendendo spunto da una semplice lettera al direttore che Fella aveva letto su un giornale, inviata da un ragazzo con evidenti problemi esistenziali, i Jumbo invitano l’ascoltatore a riflettere su temi allora scabrosi come l’omosessualità e la masturbazione, e lo fanno con la potenza empatica di un racconto in prima persona.

523141_207905012657294_642569474_nDopo essersi guardati allo specchio, la sentenza non può che essere l’inadeguatezza di "Come vorrei essere uguale a te". Il tema della solitudine e dell’emarginazione vengono sublimati in musica dall’eco di un pianoforte che cede poi il passo alla chitarra acustica e a quella elettrica, sul ritmo tenace del nuovo arrivato Tullio Granatello. In questo ostico substrato, Alvaro Fella canta con un timbro sempre più polveroso, fino all’esplosione della rassegnazione nel finale ("C’è tanta amarezza nel mio cuore").
Alla breve "Il ritorno del signor K" (sequel del brano presente in DNA) fa poi seguito la fosca "Via larga", una violenta storia d'amore e prostituzione con un epilogo brutale, ancora una volta basata su fatti di cronaca realmente accaduti. Versi come “Ogni sera in una via del centro vendevi te stessa, contrattavi il tuo corpo, come si fa al mercato rionale con la carne di maiale. Poi al mattino tornavi a casa, lui ti vuotava le tasche e se i soldi non erano sufficienti ti prendeva a ceffoni“ esprimono pienamente una barbara storia di violenze e sottomissioni, più vicina alle tematiche dei poètes maudits o alla scrittura sporca di Bukowski e Miller che agli album progressivi coevi.
Alleggerisce apparentemente i toni "Gil", una jam registrata con ospiti i tastieristi Franco Battiato e Angelo Vaggi – tra campane e synth – e il percussionista Lino "Capra" Vaccina (degli Aktuala): si tratta di un pezzo piuttosto destrutturato, avvolto in una coperta psichedelica costruita su strati di mellotron, sintetizzatori e percussioni etniche, che vogliono mutare in musica l’agonia della tossicodipendenza.
In "Vangelo?", se ci fossero ancora rimasti dei dubbi, troviamo il motivo per cui i Jumbo vennero banditi dai programmi radiofonici. Il testo è decisamente forte, trattando senza mezzi termini dell’onanismo (ossia, la masturbazione), a quei tempi visto come una pratica peccaminosa che porta a mostruose e deformanti malattie. Fella risponde con sublime sarcasmo: “Se tutto ciò fosse vangelo noi vivremmo in un mondo di pazzi/ se tutto ciò fosse vangelo il mondo sarebbe pieno di mostri“.
Successivamente, dopo l’esorcismo alcolico di "40 gradi" si giunge alla conclusione del disco ed è un epilogo che non si dimentica: "No!" è un rabbioso manifesto contro la società post-fordista, la risposta definitiva a quel divieto interrogativo posto sarcasticamente in copertina, in cui Fella canta la sua filippica con la forza di un pugno sullo stomaco (“Diciamo no, a ipocriti e borghesi/ a chi è in mala fede/ a chi non sogna che ricchezza/ ai falsi venditori di parole"), chiudendo il disco con una catartica quanto isterica risata.

Nonostante una fervida attività concertistica, il successo commerciale non arriva mai e dopo la pubblicazione di un altro 45 giri nel 1975 (“Vorrei /Il Re dei re del rock‘n’roll”) i Jumbo si sciolgono, scrivendo ufficialmente poi la parola fine con l’album postumo 1983 - Violini d’autunno (1992), a quello che fu, senza dubbio, uno degli episodi più originali della scena progressiva italiana.



Jumbo

Il progressive vietato ai minori

di Valeria Ferro

Tra le formazioni più eclettiche dello storico prog italiano, i Jumbo hanno saputo dare al genere una connotazione mai così aspra e pungente. L'irriverenza dei loro testi non ha fruttato tuttavia alla band il successo meritato e li ha spesso relegati ingiustamente alle note a piè di pagina della scena.
Jumbo
Discografia
 Jumbo (Philips, 1972) 
DNA (Philips, 1972)

 

Vietato ai minori di 18 anni? (Philips, 1973)

 

 1983 - Violini d'autunno (Mellow Records, 1992)

 

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