Juri Camisasca

Juri Camisasca

Dal progressive alla spiritualitą

di Valeria Ferro

E' partito con una chitarra dalla periferia di Milano per approdare da eremita alle pendici dell'Etna, e la sua musica ha percorso negli anni altrettanti chilometri. Dopo un esordio all'insegna di un progressive acido, la scelta di Camisasca di farsi monaco si è convertita in una serie di album dai toni mistici, sotto le spoglie di un elettro-pop dal fascino terreno e catartico

La carriera musicale di Roberto "Juri" Camisasca sembra divisa in due lati, come fosse un Lp: se nel primo a farla da padrone è il disagio esistenziale che lo accompagna negli anni Settanta, nel secondo si assiste a una spiritualità illuminante, frutto della sua scelta di rinchiudersi a vita monastica. A vederlo oggi, Juri sembra infatti un uomo in pace con se stesso e con il mondo che lo circonda, eppure il suo esordio discografico è un fulmine a ciel sereno per la musica italiana. Lo stesso cantautore dice di non riconoscersi nel suo primo album, composto quando aveva appena ventidue anni e lavorava come muratore per pagare le bollette: malgrado la sua opinione personale, La finestra dentro (1974) è un album straordinariamente coraggioso, capace di miscelare gli elementi propri del folk con allucinanti virate acid-prog, dipingendo storie e paesaggi inquietanti ma, nello stesso tempo, anche estremamente suggestivi. Ad aiutarlo nell'impresa c'è l'amico Franco Battiato, che conosce pochi mesi prima durante il servizio militare; il siciliano rimane subito affascinato dalla personalità di Juri, timida e selvaggia, e diventa in breve tempo una sorta di padrino musicale.

Oltre al suono del suo sintetizzatore (il famoso VCS3), Battiato porta con sé un cast di tutto rispetto: il percussionista degli Aktuala Lino "Capra" Vaccina, Maurizio Petrò e Mario Ellepi alla chitarra, Gianni Mocchetti al basso, Gianfranco D'Adda alla batteria, Marco Ravasio al violoncello e il produttore Pino Massara alle tastiere. Proprio per via di questa folta schiera di ospiti di diversa estrazione, La finestra dentro non è un album progressive nella sua accezione purista, quanto piuttosto una sua proiezione solipsistica e trascendentale. Mentre il resto del progressive italiano coevo tesse arazzi lussuosi e baroccheggianti, i suoni arcaici di Camisasca riportano all'Oriente e ai mosaici dorati di Bisanzio. Se i suoi testi controversi, invece, secernono anch'essi il "male di vivere" dei nostri Jumbo, Biglietto per l'Inferno o Mauro Pelosi, dal punto di vista prettamente musicale alcune analogie si possono riscontrare soltanto in cantautori sperimentali come Tim BuckleyClaudio Rocchi e Alan Sorrenti.

Al tempo del disco d'esordio, avevo le idee un po' confuse; alcune cose erano degli effettismi, anche se credo di aver manifestato anche a livello inconscio un certo disagio esistenziale.

Il mondo di Camisasca è colorato a tinte forti, il suo cantato torbido viene costantemente soffocato da melodie discordanti, gremite di percussioni e inserimenti elettronici, che descrivono le turbolenze di un viaggio interiore verso l'ascesi. Il suo obiettivo è quello di liberarsi dalle smanie materiali per ricercare lo spirituale, iniziando proprio dalle angosce recondite di un uomo in lotta con le pulsioni del proprio corpo: è questo il caso di "Un galantuomo", capace di plasmare un'atmosfera empaticamente disperata, grazie soprattutto alla voce-strumento di Camisasca. Come confesserà lui stesso sul libretto della ristampa in cd del 1991, nella traccia di apertura il visionario cantautore dipinge il suo malessere di allora, a cui dà una connotazione piuttosto particolare: "Nel mio corpo ci sono delle fognature e tutti le chiamano vene/ ma dentro ci sono dei topi che corrono". Questa forma di nevrosi si ripercuote nell'autolesionismo del protagonista, che si ritrova costretto a picchiarsi con un martello affinché quei pensieri negativi - rappresentati dai topi - gli escano dal naso e dalle orecchie.

camisasca70Più avanti, il galantuomo guarda fuori dal proprio Io, scorgendo una situazione sociale e politica non meno disperata: la ballata parossistica di "Ho un grande vuoto nella testa" viene guidata dal pianoforte, che contrasta piacevolmente con il rauco attacco vocale di Camisasca. Con "Metamorfosi" l'album ritorna poi al suo germoglio folk, tra etniche percussioni, docili chitarre e un placido sintetizzatore, una cornice ancora antitetica alla mostruosa scoperta dopo il risveglio. Queste immagini kafkiane dell'uomo-insetto non sono però da prendere alla lettera, ma alludono alla possibilità di riscoprirsi diversi col passare dei giorni.
Rispetto al racconto di Kafka, l'insetto alla fine si libera e vola via: questa gioia dura però molto poco, in quanto esso si ritrova assetato in un deserto senz'acqua. Tuttavia il viaggio non finisce qui, poiché Camisasca ci porta in un luogo ancor più spaventoso: con una dialettica strabiliante, "Scavando col badile" ribalta infatti il rapporto schiavo-padrone dell'uomo con gli animali, da sempre visti con una prospettiva subalterna. Juri ci parla di un mondo che funziona all'incontrario come quello di "Alice nel Paese delle Meraviglie", se non fosse che nei fatti ricorda più da vicino le distopie orwelliane o i viaggi allegorico-satirici di Gulliver; così, ad esempio, troviamo coccodrilli che usano la pelle delle donne per fabbricare borsette, maiali che tritano la nostra carne per farci i salami o un serpente che suona il flauto e ipnotizza un uomo.
Juri scende nel sottosuolo, si sporca le mani e si colloca ancora una volta in una posizione pericolosa, costringendoci così a porci alcuni interrogativi sull'anima; un esempio ancora più lampante di questo suo intento è dato dal martirio dell'amico-travestito "John" che, attraverso un racconto autobiografico enfatizzato dal synth, invita l'ascoltatore a riflettere sul tema dell'omosessualità in un momento storico in cui essa è vista alla stregua di una malattia. In seguito, proprio da queste crude considerazioni affiora uno spiraglio di speranza con "Un fiume di luce", col suono dell'organo e della voce che effondono il primo raggio di luce di una vita piatta e patologizzata.

Dopo aver aperto il vaso di Pandora, la ricerca può quindi dirsi portata a compimento con l'avvicinamento al divino: "Il regno dell'Eden" nasce e cresce per fotosintesi proprio dal barlume luminoso della traccia precedente e potrebbe essere il miglior prototipo della musica di Camisasca, dal momento che compendia perfettamente tutto ciò che offre questo album, divincolandosi tra momenti folcloristici e passaggi più sperimentali, fino alla parusia finale: "Sono io il Creatore/ e rimango seduto sul trono principale". Per un album che inizia all'insegna dei topi, è un epilogo quantomeno inaspettato: si tratta del bellissimo trionfo del libero arbitrio ma - paradossalmente - anche dell'accettazione tanto sofferta del disegno di Dio; è l'apertura definitiva della nostra "finestra dentro" verso l'essenza divina della vita: quest'ultima si trova infatti già all'interno di noi stessi, per parafrasare una splendida frase delle "Confessioni" di Sant'Agostino, tanto care a Camisasca ("Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo").

Ho sempre voluto fare il musicista, scrivere canzoni. Nella prima metà degli anni Settanta vivevo a Milano, c'era un grande fermento, i tempi davano ai musicisti la possibilità di esprimersi, di fare cose. [...] Allora pensavo di realizzarmi attraverso la musica, cercavo di colpire per colpire, era un problema di vanità.

Il risultato complessivo de La finestra dentro è molto più energico di "Aria" di Alan Sorrenti, forse l'unico sullo Stivale capace in quegli anni di usare analogalmente la sua voce come uno strumento; la differenza è che mentre il futuro "figlio delle stelle" ha saputo sublimare i sogni psichedelici dell'epoca in maniera eterea, la visione di Juri è invece macchiata dagli incubi congeniti che ogni uomo porta con sé come un invisibile ma pesantissimo fardello. Il disagio esistenziale che attraversa il disco riflette infatti quello del suo autore, che riversa il suo malessere anche in un combo di singoli (“La musica muore” e “Himalaya”) usciti nel corso del 1975.
Nello stesso anno Juri entra a far parte del super-gruppo del Telaio Magnetico insieme a Franco Battiato, Mino Di Martino, Terra Di Benedetto, Roberto Mazza e Lino "Capra" Vaccina; il progetto tuttavia nasce e si esaurisce nell'arco di un piccolo tour nel Sud Italia, la cui unica testimonianza rimane il disco postumo "Live '75" (1995).

Gli anni successivi Juri Camisasca non incide nulla. Presta però la sua voce a Franco Battiato per "Clic" (1974) e "Juke Box" (1978), oltre a collaborare nei cori di Alfredo Cohen per l'album "Come barchette dentro un tram" (1976). Nel 1978 ricambia il favore a Lino "Capra" Vaccina suonando il violino in "Antico Adagio", mentre un anno più tardi canta il brano "Amon Ra" all'interno del disco "I prati bagnati del monte Analogo" di Raul Lovisoni e Francesco Messina. A queste collaborazioni seguono diversi concerti solisti in cui utilizza la voce alla maniera orientale, senza testi, accompagnandosi solo con un armonium indiano. In quei giorni Juri continua a vivere depresso nel capoluogo lombardo ("mi sentivo un cane randagio di Milano, uno sbandato: per me niente aveva senso") e per trovare conforto studia sui libri di filosofia orientale e si isola dagli amici, rientrando in società soltanto per lavorare come animatore negli asili. Quando gli capita tra le mani un libro di Santa Teresa d’Avila, inizia tuttavia a capire finalmente cosa manca nella sua vita.

images_03Alla fine degli anni Settanta il disagio che da anni lo accompagna si traduce nella scelta di prendere i voti e di ritirarsi in un convento benedettino, inizialmente a Praglia (Pd) e poi a San Silvestro Abate sul Montefano, nelle Marche. Uscirà da quei chiostri undici anni dopo alla ricerca di qualcosa di ancora più estremo, facendosi eremita alle pendici dell'Etna. In questo periodo inizia a dipingere icone e rompe il suo silenzio solo nel 1987 per partecipare ad alcune rappresentazioni dell'opera teatrale "Genesi" di Franco Battiato (come voce recitante). Per avere un seguito a La finestra dentro bisognerà aspettare fino al 1988, anno di uscita di Te deum, opera sin dal titolo marcata da un forte influsso religioso, composta da una serie di canti gregoriani e brani originali arrangiati elettronicamente dallo stesso Camisasca.

Negli stessi anni Juri si conferma grande autore di canzoni altrui scrivendo "Nomadi" per Alice ("Park Hotel", 1986), che sarà inclusa anche nell'album di Franco Battiato "Fiosognomica" (1988) e in "Voce prigioniera" di Giuni Russo (1998). Proprio per Alice scriverà alcune delle sue più belle canzoni, in gran parte comprese all'interno del suo "Il sole nella pioggia" (1989) e, sempre nello stesso anno, firmerà anche una serie di brani per "Svegliando l'amante che dorme" di Milva (“Potemkin”, “Angelo del rock”, “Una storia inventata”).

Prima di convertirmi al Cristianesimo ero uno che seguiva Kerouac, Hendrix, la beat generation, il mito di Woodstock. Poi è accaduto un fatto concreto nella mia esistenza: l'incontro con Cristo che ha capovolto tutto. L'essere monaco benedettino è una conseguenza della mia scelta: trovare lo spazio adatto per uno stile di vita cristiano.

Nel 1991 Camisasca ritorna ufficialmente con Il carmelo di Echt, testimonianza di fede in musica che vede la supervisione artistica di Mauro Pagani della Pfm, personaggio che influenza comunque poco il risultato finale, accostabile al rock elettronico e colto di Battiato. L'album, permeato ancora da un grande misticismo contemplativo, ha il suo abbrivio con la title track, che sarà oggetto di cover proprio da parte del cantautore siciliano in "Fleurs 2". La canzone parla di Edith Stein, filosofa ebrea che si è convertita al cattolicesimo per morire poi nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942.

La religiosità de Il carmelo di Echt non cerca proseliti, ma riflette gli studi a 360° del suo autore. Se Juri si accosta alle sacre scritture ne "Le acque di Siloe" (le acque dell'eternità, secondo il profeta Isaia), lancia poi uno sguardo anche all'Oriente in "Nuvole bianche", alludendo alla metafora del Buddha a proposito degli spiriti liberi. In quest'ottica, "Revolution Now" allude a una rivoluzione intesa come mutamento spirituale, mentre "L'urlo degli dei" e "La nave dell'eterno talismano" si legano a una forma di meditazione orientale - seppur ricollegabile anche ai padri del deserto - con lo scopo di liberarsi dal frastuono del mondo fenomenico. Proprio "La nave dell'eterno talismano" rappresenta il manifesto del cambiamento di Juri: se quasi vent'anni prima i pensieri negativi si trasformavano in topi nel suo album d'esordio, ora il cantautore ha sconfitto quei problemi trovando la pace nella sua vita eremitica ("guardali passare come degli aeroplani in volo/ non fermarli/ lasciali dissolvere").

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Nel 1992 Juri presta la sua voce alla nuova opera di Battiato “Gilgamesh” e all’album “L’attesa” di Lino “Capra” Vaccina, con cui collabora anche nel 1995 per “In cammino tra i sette cieli”. Nel 1999 è quindi il turno di Arcano enigma, disco dalle avvolgenti sonorità elettro-pop in cui l'ammirazione di Camisasca per Sant'Agostino si riversa anche nei testi dei brani, alcuni derivanti direttamente dalle sue "Confessioni" ("Arcano Enigma", "Sant'Agostino"). Oltre al ritorno alla produzione di Battiato, il disco vede la partecipazione in studio dei Bluvertigo, in gran parte responsabili della linea più melodica e meno sperimentale dell'album. I brani risultano infatti più immediati, tra ritornelli ariosi ("Tocchi terra tocchi Dio", "L’evidenza di un amore"), blande inquisitorie ("Zodiaco", "Vegetarian Song") e coinvolgenti canti in latino ("Non cercarti fuori", "Ecce panis").  

Siccome il budget era limitato abbiamo registrato l’album nel giro di una settimana. Tutto quello che si può ascoltare in 'Arcano enigma' è frutto del risultato 'buona la prima'. Un’esperienza davvero interessante. Per esempio nel brano 'Zodiaco' si può trovare un riff che ho ripreso per 'Zero'. Avevo chiesto a Franco Battiato se potevo riutilizzare quel riff per il nostro disco e lui mi ha risposto: 'Fai pure, tanto Juri non se ne accorge'. Juri è un musicista straordinario, evoluto, al di fuori di ogni globalizzazione. Lui produce musica e va nella direzione del misticismo. Trovo mistico tutto ciò che fa. Legge in latino, dipinge delle splendide icone.
(Morgan)

Negli anni Novanta e Duemila, Camisasca continua a scrivere brani per Giuni Russo e Alice e firma assieme a Battiato “Nuvole nere” per la Pfm, presente in “Serendipity” (2000). Nel 2008 si ricongiunge proprio a Battiato cantando in duetto la sua “La musica muore” per l'album “Fleurs 2”. Sempre per Battiato prende parte alla nuova opera "Telesio" (2011) e partecipa alle sue tre pellicole cinematografiche "Perdutoamor” (2003), “Musikanten” (2005) e “Niente è come sembra” (2007).

Dopo aver preso brevemente parte nel 2015 all'album "Arcaico armonico" di Lino "Capra" Vaccina (in cui canta l'inno "Andante ancestrale"), il 2016 vede l'inaspettato ritorno di Juri al mondo musicale, assieme all'amico Rosario Di Bella. Da tempo entrambi vivono tuttavia in solitudine alle pendici dell'Etna, fino a quando Rosario sente l'impulso di condividere l'idea di un concept-album sugli arcangeli con Camisasca; così, dopo 17 anni di silenzio discografico, il monaco ritorna sulle scene incidendo con l'amico Rosario la sua personale idea di "spiritualità", contrassegnata da sfondi elettronici e canti gregoriani, dove lo spirito sperimentale del primo si fonde con il pop del secondo delineando una religiosità suadente, che tramite l'insegnamento esicastico, invita alla ricerca della pace e dell'armonia con la natura.

camisasca_dibellaSpirituality inizia con la splendida benedizione di "Pace", sincopato ed elettrico augurio a un mondo che tutto crea e possiede, eppure non riesce a trovare la pace, scosso com'è da una allarmante crisi di valori ("io potrei augurarti una montagna di cose/ ma ogni cosa ha un prezzo e poco valore/ e per questo adesso io ti auguro pace/ pace ai tuoi occhi, pace al tuo dolore"). E' una messa per anime sole e stanche, che continua poi nella liturgia pianistica di "Gabriel" e nella consolazione sintetica de "Il canto della beatitudine", in cui forte è il rimando al primo Battiato, mentre l'evocativa preghiera latina di "Deus meus" finisce per prendere il via nei vertiginosi territori degli Enigma.
A questo punto, troviamo una delle canzoni più rappresentative del conio, la controversa "Se incontri il Buddha", la quale richiama un noto koan della filosofia zen che invita a uccidere il Buddha ogniqualvolta egli si presenti sulla nostra strada: la traccia è, chiaramente, una drastica e allegorica negazione verso le proprie dipendenze fisiche e psicologiche, che riporta alla mente anche l'episodio biblico in cui Gesù incita i suoi discepoli a odiare i propri figli e genitori, alludendo anch'egli - ovviamente, in senso figurato - al ripudio dei legami terreni che essi rappresentano.
Successivamente, c'è spazio per un gioviale reggae contro le apparenze ("Cogli l’essenza") e per un angelico raccoglimento mistico ("Uriel"), ma anche altrove lo sguardo del duo è ugualmente suggestivo: l'anglofona infatuazione elettro-pop di "Space And Flowers" e la divina emanazione minimal-pop di "Suprema identità" ci trasportano poi nella rivelazione cosmogonica de "Il mondo è costruito sull’amore", cantata con dolcezza da un Di Bella che, con toccante sincerità, ci ricorda come spesso l'umiltà sia la chiave per una vita più piena e felice.
Rientra, invece, nelle corde vocali del suo autore "Il sole nella pioggia", canzone resa già indimenticabile nella versione di Alice, ma a tornare è anche il sincero amore che lega Camisasca all'Oriente ("Luce dell’India"). Chiudono infine la scaletta la trascendentale title track, sinfonia strumentale e siderale in stile kosmische musik, e la breve preghiera mariana di "Shlom Lech Mariam", recitata con enfasi in lingua aramaica.

Senza dubbio, non ha tradito le aspettative il ritorno sulle scene di Camisasca, che con Di Bella ci dona un disco intimo e solenne, carico di una spiritualità meravigliosamente panteistica, dimostrando con l'affetto di un padre amorevole e severo quanto oggi ci sia bisogno di "pace a questo tempo che non parla d'amore". Con Spirituality il duo Camisasca-Di Bella vuole quindi rammentare a questo mondo come ci sia ancora nobiltà nell'essere umano, ricordandoci dell'urgenza di un dialogo interreligioso e di un ritorno alla semplicità, perché se è vero che spesso la paura ci divide, non dobbiamo mai dimenticarci come il mondo sia (ancora) costruito sull'amore.



Juri Camisasca

Dal progressive alla spiritualitą

di Valeria Ferro

E' partito con una chitarra dalla periferia di Milano per approdare da eremita alle pendici dell'Etna, e la sua musica ha percorso negli anni altrettanti chilometri. Dopo un esordio all'insegna di un progressive acido, la scelta di Camisasca di farsi monaco si è convertita in una serie di album dai toni mistici, sotto le spoglie di un elettro-pop dal fascino terreno e catartico
Juri Camisasca
Discografia
La finestra dentro (Bla Bla, 1974)
 Te deum (EMI, 1988)
Il carmelo di Echt (EMI, 1991)
 Arcano enigma (Mercury, 1999)
  
 CON I TELAIO MAGNETICO
  
 Live '75 (Musicando, 1995)
  
 CON ROSARIO DI BELLA
  
Spirituality (Sugar, 2016)
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

JURI CAMISASCA

La finestra dentro

(1974 - Bla Bla)
Visioni angoscianti e rivelazioni celesti in un capolavoro prog-folk nato nella corte di Franco Battiato ..

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