Modena City Ramblers

Modena City Ramblers

Combat folk all'emiliana

di Claudio Fabretti

I Modena City Ramblers sono una ampia formazione emiliana che guarda all'Irlanda e che rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Un progetto partito sulle ali dell'entusiasmo, ma presto affogato nella retorica

Prendete le suggestioni del folk d'Irlanda. Conditele con una contagiosa allegria dal sapore emiliano. Aggiungete testi di impegno politico, in stile "combat-rock", e avrete la ricetta originaria dei Modena City Ramblers, uno dei gruppi rivelazione dell'ultima leva italiana. 

I Modena City Ramblers nascono nel 1991 come gruppo di folk irlandese, che suona per la strada, o per amici e parenti. Nel 1994 pubblicano il primo album, Riportando tutto a casa, in cui rivendicano la loro identità meticcia, l'Irlanda e l'Emilia, la resistenza e gli anni Settanta, i viaggi e le lotte. Tra i loro "compagni di strada", anche due big irlandesi: i Chieftains e Bob Geldof. Tra i brani, "In un giorno di pioggia", resoconto della nascita del grande amore per l'Isola verde.

Le loro coinvolgenti ballate trascinano il pubblico anche per la veemenza polemica dei testi. "Quarant'anni", ad esempio, traccia un ritratto al vetriolo della politica del dopoguerra tra P2, mazzette e stragi impunite. Ci sono anche due cover "politicamente schierate": "Bella ciao" e "Contessa". Il periodo è caldo: l'inizio di Tangentopoli. "Oggi sono cambiate le condizioni sociali. C'è meno voglia di lottare e molta confusione. Penso che non riscriverei più un pezzo come 'Quarant'anni'", ammette Rubbiani.

Ma la grande utopia dei Modena City Ramblers ha continuato a vivere nel secondo disco, La grande famiglia (50.000 copie vendute), dedicato al pubblico. E soprattutto nei versi di Terra e libertà, il terzo album, che attraversa i sogni di riscatto del Messico di Emiliano Zapata ed "el Sup" Marcos, viaggia tra i campi dei Saharawi e segue le tracce lasciate da Ernesto Guevara (non ancora "Che") alla scoperta del suo continente. Gli strumenti sono la fisarmonica della tradizione italiana e la "uileànn pipe" di quella celtica; la chitarra e l'armonica del vecchio Woody Guthrie, le percussioni latino-americane, le chitarre elettriche e le batterie rock. Una mistura che la band definisce "patchanka celtica". Il successo dei Modena City Ramblers è cresciuto nel solco della riscoperta folk dei primi anni '90, portata avanti da gruppi come Mau Mau, Gang, Yo Yo Mundi. "Oggi per la scena indipendente c'è più spazio - spiega Rubbiani -. Ma è sempre molto difficile combattere il dominio delle radio commerciali". Loro ci provano. Tra gighe, combat-rock e ballate in dialetto di "un'Emilia anche immaginaria".

Fuori campo (1999) è invece un disco nato in modo molto diverso da come di solito i Ramblers progettano e realizzano i propri lavori. Senza un titolo di riferimento, semplicemente scrivendo canzoni e portandole in studio per essere arrangiate e completate. In Irlanda, nel corso della pre-produzione, il gruppo ha raccolto diversi contributi di ottimi musicisti locali, che ha poi utilizzato nelle registrazioni vere e proprie del disco. Il risultato pero' non e' stato sempre all'altezza. Certo, ballate trascinanti come "Danza etnica" non mancano, ed e' forte l'impronta del Manu Chao di "Clandestino", ma si ha l'impressione, in definitiva, che i Ramblers abbiano fatto di meglio. Come nell'album, "Raccolti", vero compendio del loro repertorio, interamente acustico e inciso dal vivo durante una tournée nei pub. "Con quel disco abbiamo voluto ritrovare le radici folk della nostra musica e atmosfere più tranquille, quasi campestri", spiega Giovanni Rubbiani (chitarra, armonica e voce della band).

La formazione emiliana torna nel 2002 con l'album Radio Rebelde, dal nome dell'emittente fondata da Che Guevara ai tempi della lotta nella Sierra Maestra. Il singolo apripista, "Una perfecta excusa", è la traduzione in musica di un testo regalato al gruppo emiliano dallo scrittore cileno Luis Sepulveda. "Puoi trovare 'una perfetta scusa' per andare sempre avanti, sperando in un cambiamento", dicono i Modena City Ramblers. Ma in realtà è il loro armamentario retorico-demagogico ad avere perso ogni spinta innovativa. Anche la copertina del cd - una grande bandiera rossa sventolata da un omino nero che si arrampica suun'antenna per le trasmissioni - sa ormai pateticamente di deja vu. Alimentano la confusione ideologica (palla al piede da sempre della band) i vari inserti parlati, da Berlusconi a Bush, il brano "La legge giusta", ispirato dai fatti del G8, e "Pirata satellitare", il pezzo-manifesto della contestazione ai media. "C'è il rischio di vedere una 'letterina' col burqa o la faccia di Bin Laden sulla statuetta del Buddha" - dice "Cisco" Bellotti, cantante del gruppo -. Nella tv italiana, che non riesce a dare un contesto adeguato alla musica, anche i messaggi più importanti rischiano di perdersi. Quello di Jovanotti, ad esempio, portato in mezzo alle 'letterine', è stato inefficace". Ma - al di là dell'indubbia qualità di alcuni dei brani anche di questo disco - ciò che accomuna i Modena City Ramblers proprio al famigerato Jovanotti è l'impareggiabile banalità demagogica dei testi.

Musicalemnte, comunque, Radio Rebelde segna un'evoluzione della loro patchanka celtica, dove ora il punk, l'elettronica, il dub, il reggae, i ritmi africani, latini e balcanici si sono aggiunti alla originaria componente folk.

Accanto all'attività live ed in sala d'incisione, sulla scia dell'esperienza produttiva di Cisco con “La Casa del Vento”, il gruppo inaugura anche una propria etichetta di produzione discografica, la Modena City Records, per produrre una serie di band emergenti folk e di progetti paralleli.

Nel giugno 2003, viene pubblicato il mini-cd Modena City Remix, contenente remix di loro brani da parte di artisti e dj, tra i quali i britannici Transglobal Underground e i Feel Good Productions.
Sul finire dell'anno comincia anche la collaborazione tra i Modena City Ramblers e la Coop, che li sceglie quali testimonial per la sua campagna di solidarietà internazionale “Acqua per la Pace”. In esclusiva per i supermercati della cooperativa, nel dicembre 2003 viene pubblicato il mini-cd Gocce, i cui proventi vanno a finanziare i progetti sostenuti dalla campagna.

¡Viva la Vida, Muera la Muerte! esce nel 2004, con Max Casacci dei Subsonica in cabina di regia. I MCR continuano a prendersi maledettamente sul serio: lo spirito verace e scanzonato dei primi dischi à-a Pogues si è dissolto, e quel che resta non è né abbastanza "impegnato" da meritare titoli sociali, né abbastanza accattivante da ricevere onori sul piano musicale.
Frutto dell'immancabile viaggio in Chapas sulle orme del Comandante Marcos, il disco risente di questa nuova infatuazione latina della band, tangibile fin dalla possente title track, dalle marcate connotazioni messicane, grazie al binomio trombe & percussioni. “Il Presidente” è la solita tiritera anti-berlusconiana, con poca ironia e qualche spunto musicale indovinato (il violino tzigano). “I Cento Passi” è praticamente la fotocopia di “La Banda del Sogno Interrotto” e non bastano gli spezzoni dall'omonimo film per darle un senso qualsiasi. E falliscono anche ballate mosce come “Ramblers Blues” ed “Ebano”. A salvarsi, alla fine, sono semplici canzoni in dialetto come “Stella Del Mare”, “Al Fiòmm”, “La Fòla ed La Sira”. Ovviamente, non manca l'imprescindibile cover di De André, e anche stavolta la scelta non è all'insegna dell'originalità (“Il Testamento di Tito”).

Il disco successivo, Appunti Partigiani, nasce da un “corpus” di canzoni, ispirate al periodo della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. A far loro compagnia, molti ospiti di spicco: Francesco Guccini nella rilettura della sua “Auschwitz”, Moni Ovadia nella canzone di Italo Calvino “Oltre il ponte”, Piero Pelù ne “La guerra di Piero” di Fabrizio de Andrè, Goran Bregovic e la Wedding and Funeral Band in “Bella ciao” e il britannico Billy Bragg in “All You Fascists”, scritta da Woody Guthrie.
Appunti Partigiani viene pubblicato nell'aprile 2005, in coincidenza con il sessantesimo anniversario della Liberazione ed è la prima uscita ufficiale su Mescal.

Nel novembre 2005, in un momento di pausa nell'attività del gruppo, arriva la notizia dell'abbandono del cantante Stefano “Cisco” Bellotti.

Il gruppo è spiazzato, ma decide di tornare al più presto a suonare dal vivo, affidandosi a una formazione con doppio vocalist, come agli inizi. Entrano nell'organico così il sassolese Davide “Dudu” Morandi, cantante dei “Mocogno Rovers”, e la cantante e attrice correggese Betty Vezzani, già impegnata sia in varie collaborazioni musicali di matrice folk e rock.

Nel 2006 esce il nuovo disco, prodotto dall'inglese Peter Walsh, già al fianco, tra gli altri, di Simple Minds e Peter Gabriel. Tra gli ospiti di rilievo, Luca “Rude” Lombardo, rapper bolognese trapiantato a Barcellona, già collaboratore di Manu Chao, Fermin Muguruza e La Kinky Beat, la brass band macedone Kocani Orkestar e il celebre musicista irlandese Terry Woods, ex Pogues e tra i principali esponenti del folk irlandese dagli anni 70 a oggi. 
Dopo il lungo inverno (Mescal) compare nei negozi alla fine del 2006, e contiene qualche significativa novità. Un pezzo come "Mia dolce rivoluzionaria", ad esempio, nonostante le solite premesse (incluso l'invito "Alza il pugno!" contenuto nel booklet), preannuncia che "ora servono nuove parole", perché "la risposta è più complicata". Già qualcosa... "Quel giorno a primavera" e "Mama Africa" tornano finalmente a graffiare, rifuggendo i soliti luoghi comuni terzomondisti, così come "Mala Sirena" è una incursione in Bosnia all'insegna di un laico realismo descrittivo. "Western Union" e "Oltre la guerra e la paura" sono impreziosite dalle interpretazioni intense della nuova vocalist, Betty Vezzani, che porta una ventata di freschezza all'ensemble. In realtà, però, i logori clichè sono duri a morire, come confermano tracce all'insegna di una bolsa retorica ("Il paese delle meraviglie") o dell'ennesima riproposizione di temi stra-abusati come quello del viaggio ("Il treno dei folli").

Pur non uscendo del tutto dal baratro creativo degli ultimi anni, i Modena City Ramblers denotano se non altro la volontà di superare l'empasse in cui si sono cacciati e di inseguire una seconda (quanto, invero, improbabile) giovinezza artistica.

Modena City Ramblers

Combat folk all'emiliana

di Claudio Fabretti

I Modena City Ramblers sono una ampia formazione emiliana che guarda all'Irlanda e che rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Un progetto partito sulle ali dell'entusiasmo, ma presto affogato nella retorica
Modena City Ramblers
Discografia
Riportando Tutto a Casa (Black Out/PolyGram, 1994) 
 La Grande Famiglia (Black Out/PolyGram, 1996) 
 Terra e Libertà (Black Out/PolyGram, 1997) 
 Raccolti (Black Out/PolyGram, 1998) 
 Fuori Campo (Black Out/Universal, 1999) 
 Radio Rebelde (Black Out/Universal, 2002) 
 Modena City Remix (Ep, Black Out/Universal, 2003) 
 Gocce (Universal/BlackOut/Coop, 2003) 
 ¡Viva la Vida, Muera la Muerte! (Black Out/Universal, 2004) 
 Appunti Partigiani (Mescal, 2005) 
 Dopo il lungo inverno (Mescal, 2006) 
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