Verdena

Verdena

Una stupefacente metamorfosi psichedelica

di Matteo Sorio

Autore di un rock derivativo ma non troppo, il trio di Bergamo vive nel limbo degli spiriti indie sotto contratto con le major. Traditori per gli indipendenti, tutto sommato poco comprensibili ma accettabili per il mondo Mtv-related, parte del quale (quello più brand:new?) apprezza molto. In queste righe raccontiamo la loro storia, che è anche quella dell'eterna dialettica, tipicamente nostrana, tra attitudine indipendente e modus operandi dell’industria discografica
Parlare dei Verdena significa affrontare, di riflesso, alcuni degli aspetti storici più interessanti, problematici e discussi del rock italiano: la dialettica tipicamente nostrana basata sull'idea di inconciliabilità tra attitudine indipendente e modus operandi delle major discografiche, conflitto tuttora irrisolto e causa in passato di "tragedie collettive" come quella legata al presunto tradimento dei Csi, "fedeli alla lira" dopo la firma del contratto con Polygram/BlackOut; il rapporto crescente, e non necessariamente cresciuto, tra rock italiano e mezzo televisivo, trampolino di lancio nel caso dei Verdena grazie al famoso video di "Valvonauta"; per non tacere dell'ultima vera e propria frontiera: l'esportazione del rock nazionale all'estero, con i suoi intoppi burocratici e i consueti limiti culturali e linguistici a fare da freno all'operazione.

I Verdena nascono nel 1995 per volontà dei fratelli Alberto e Luca Ferrari, rispettivamente cantante/chitarrista e batterista, ai quali si unisce presto Roberta Samarelli, nella veste di bassista. Il prodotto, per dirla con Carlo Petrini, è tipico e radicato nel proprio contesto culturale e sociale: le valli del bergamasco. Il centro operativo si trova ad Albino, paese della Val Seriana a pochi chilometri da Bergamo, in un pollaio riconvertito a sala prove nonché studio di registrazione e ribattezzato "Henhouse". L'habitat naturale dei Verdena è un luogo circondato da boschi e valli, in bilico tra calma piatta e inquietudini tipiche della provincia. Chi lo ha visitato, come Lorenza Biasi della rivista Xl, lo descrive così: "Quando un viaggiatore, nella Lombardia del sud-ovest, prende la strada sbagliata, al bivio Brescia Lovere, subito dopo Abbazia, entra in un territorio solitario e curioso. Il terreno sale e i muretti di pietra bordati di rovi si stringono sempre più addosso ai solchi della strada polverosa e tutta polvere".
Paesaggi che forse stimolerebbero la fantasia e la penna di David Lynch. Ma dai quali non si può prescindere per capire quel carattere un po' schivo, selvatico e ritroso al dialogo che ha generato spesso incomprensioni tra band e carta stampata. È la loro attitudine, parafrasando Alberto Ferrari in uno dei brani dell'album Requiem. O forse, più precisamente, si tratta di una vera e propria indole che porta il gruppo a preferire il palco al backstage, la musica alle interviste.

Il successo arriva relativamente presto. Dopo due demotape e diversi concerti dal vivo, nel 1998 i Verdena firmano un contratto con Black/Out Universal. La scommessa operata da una major su un gruppo emergente semi-sconosciuto non deve stupire. Siamo infatti nella stagione degli investimenti che porterà case discografiche come Polygram, Emi e Sony a lanciare sul mercato artisti quali Csi, Casino Royale, Scisma e Bluvertigo: non esattamente campioni di vendite. Un periodo fertile, che si esaurirà ben presto nel 2000, complice anche la crisi incalzante del settore discografico.

La scelta di puntare sui Verdena si rivela azzeccata. Nell'estate del 1999 esplodono grazie al video di "Valvonauta", singolo che precede l'uscita dell'album vero e proprio, prevista per la fine di settembre. Il pezzo è in rotazione costante all'interno del palinsesto di Mtv e vale loro la nomea di prima "Mtv rock band all'italiana": dopo i Nirvana, la riproposizione in salsa italica di quel misto di "spirito adolescenziale" e forte presenza scenica di cui il "sempreverde" circo delle definizioni ha bisogno. Un ruolo che i tre bergamaschi rifiutano, in onore di quella selvatichezza che li rende da sempre poco addomesticabili: "Con il primo disco siamo saltati dal pollaio di casa a Mtv. Non eravamo pronti e così hanno cercato di farci passare per un gruppo costruito da loro, i quali si sono semplicemente limitati a mandare in onda il nostro video. La verità è che veniamo da un mondo del tutto diverso, fatto di sala prove in montagna, in un paese dove la televisione non si vede nemmeno", rivendica ancora oggi Roberta Samarelli.

Il gruppo supera la prova sulla lunga distanza. Il dato principale è quello delle vendite: 40.000 copie. Per un album d'esordio è un piccolo record. Per la critica si tratta di un invito a spendere qualche riflessione in più. In effetti, al di là del gusto personale che divide una buona fetta di pubblico in fan sfegatati e rigidi oppositori, i Verdena portano con sé una piccola ventata di novità: i suoni sono tendenzialmente ruvidi, ammiccando al grunge dei Nirvana e al rock desertico dei Kyuss, e si mischiano a un cantato in italiano certamente disinibito per stile anche se fin troppo ripetitivo quanto a espressioni e soluzioni adottate. A contare è soprattutto la risonanza delle parole, concepite come tappeto ai suoni: un intento che esclude automaticamente dalla proposta coloro i quali, restii ad accettare un disimpegno letterario così radicale, mal sopportano il ristretto repertorio di Alberto Ferrari. Difficile dare torto a chi ne denunci la limitata gamma di immagini evocate. Arduo però non riconoscere, al contempo, l'impatto di brani dotati di un solido impianto ritmico e sorretti da una valida ispirazione melodica come "Valvonauta", "Dentro Sharon", "Viba" e "Ovunque".
È proprio quest'ultima ad aprire il disco: una batteria incalzante e chinata sui tamburi - soluzione questa che tornerà spesso in futuro - viaggia in parallelo a uno dei riff di chitarra più efficaci dell'album. "È buio ormai/ non mi frega se piangi o no/ io come te/ confusione", canta una voce ancora imberbe e sbilanciata verso inflessioni talvolta sguaiate. E ancora: "Ovunque sei/ ovunque sei/ ci sei". Potrà sembrare parziale, pescare soltanto piccoli frammenti iniziali all'interno di un intero album.
Ma bastano davvero quei pochi sprazzi per condensare la visione che domina i brani di Verdena: inquietudini giovanili che trovano sbocco in poche parole, dirette ed essenziali, ripetute fino all'ossessione per riprodurre simbolicamente il proprio centro di gravità perennemente provvisorio. Non stupiscono, al riguardo, le parole di Luca Ferrari: "Credo che molti ragazzi si siano ritrovati in noi. Rispecchiamo un certo sentire. Lo vedo in tanta gente. Negli amici d'infanzia. Non stanno molto bene. Sono confusi. Insomma, hanno capito tutto, o niente, troppo presto. Quando sei un ragazzino sei inevitabilmente un disastro".
Il prosieguo del disco è una costante sottolineatura dei medesimi stati di agitazione: per molti uno strazio intollerabile, per altri un affogarsi lento e divertente. L'impressione è che il momento decisivo arrivi a metà dell'ascolto, con la ballata strumentale "Caramel Pop", una lunga digressione, questa volta monotona e in odore di riempitivo, che in qualche modo anticipa la tendenza che ritroveremo, moltiplicata al quadrato, nel secondo disco. È la soglia limite: taluni la varcano con piacere, tal altri vi rinunciano. Per costoro vengono sacrificati brani come "Viba", da cui verrà tratto il secondo video, e "Ultranoia", tuttora fra i più amati dal pubblico ma forse anche tra i più faticosi da digerire quanto a struttura e soluzioni musicali, con un finale sonico incolore e scarsamente intrigante.
Il finale è affidato al trittico straniante di "Zoe", "Bambina in nero" e "Eyeliner", in cui si avvertono echi marleniani e un approccio generale meno grezzo rispetto alla prima parte del disco. Il brano finale, in particolare, apre uno squarcio evidente sugli scenari futuri della band, come a presagire ai propri fustigatori un messaggio subliminale: "Ecco cosa vi aspetta".
L'aroma generale tuttavia non varia. Si confermano, anzi, pregi e difetti citati in precedenza. Tenendo presente un particolare forse non così tanto insignificante: i Verdena, all'epoca del primo disco, sono ancora diciottenni.

La promozione dell'album porta la band a esibirsi su palcoscenici di rilievo come quello dell'Indipendent Days Festival di Bologna e di Arezzo Wave. Non può mancare un'apparizione a "Sonic", programma cult di Mtv dedicato alla musica dal vivo, in cui i Verdena spiattellano senza troppi giri di parole la propria estetica: jeans strappati, maglietta a doppio strato e capelli lunghi conditi a un set potente e violento, tanto nell'approccio allo strumento quanto nei suoni. Molti arricciano il naso, storditi dai continui "ci sei", "me", "te", "perché"; tanti invece apprezzano gettandosi a capofitto nel nuovo "teen spirit" su cui riversare, volendo, ansie e rigurgiti tardo-adolescenziali.

Dopo la produzione di Giorgio Canali, storico chitarrista di Cccp e Csi, per il successivo Solo un grande sasso i Verdena si affidano alle cure di Manuel Agnelli, cantante e leader degli Afterhours. Vivace figura intellettuale del rock italiano, Agnelli si è spesso mostrato disponibile a provocare polemiche e dibattiti ma, soprattutto, a dare una mano attiva alla crescita del settore attraverso lodevoli iniziative, come quella del festival itinerante Tora!Tora!.
Il disco viene registrato tra gennaio e marzo del 2001 a Milano negli studi di Mauro Pagani. Lo precede l'uscita dell'Ep Spaceman, tratto dall'omonimo brano presente nel disco, il cui video riceverà in seguito un premio come miglior progetto di ricerca. Tono e atmosfera generale del lavoro risultano più oscuri rispetto al passato. Grazie anche a un innesto deciso di tastiere e synth, i brani si dilatano sino ad acquisire un tocco psichedelico in grado di espandere il raggio d'azione della band; le lunghe jam session nello studio "Henhuose" spingono i Verdena verso una nuova sensibilità, che li porta a concedersi con più frequenza alle divagazioni strumentali. Un'attitudine riassunta bene dai sette minuti di "Starless" e "Nova", e confermata dalle parole di Roberta Samarelli: "In sala prove iniziamo a improvvisare su qualche nota, di solito succede così, e per quaranta minuti circa andiamo avanti. 'Centrifuga', per esempio, quando l'abbiamo improvvisata la prima volta durava un'ora e mezza".
I detrattori colgono l'occasione per una nuova critica: pezzi troppo lunghi, dispersivi e ripetitivi nelle strutture. A onor del vero, una certa bulimia la si avverte, soprattutto quando i Verdena danno l'impressione d'intestardirsi nell'orbitare attorno all'idea principale. Il pop di "Valvonauta" e "Viba" è, comunque, un'eco ormai lontana. Spiega ancora Roberta Samarelli: "Quando abbiamo finito il disco, una settimana prima di registrarlo, i discografici sono venuti da noi a sentirlo. E praticamente la sensazione era che stessimo facendo una pazzia. Che il disco era anti-commerciale. Abbiamo avuto la mazzata, ma poi abbiamo fatto come volevamo: è stato più difficile".
Intanto, la presenza di Manuel Agnelli contribuisce a una maggior cura nella stesura delle parole: "Mi ha messo in riga. Io scrivevo i testi un'ora prima di cantare. Manuel mi ha chiuso in studio costringendomi a tirare giù i versi con la forza", ricorda Alberto in un'intervista a John Vignola. L'estetica rimane tuttavia la stessa: "Sono così importanti per noi le musiche che finisco per non dire niente di meglio, non spiegare niente, e cerco di dare solo delle immagini che possano arricchire le parti suonate senza invadere il suono". Fra gli episodi più riusciti di Solo un grande sasso spiccano "Miami Safari", da cui verrà estratto il secondo Ep, la ballata "Nel mio letto" e la lunga cavalcata "Starless", spesso riproposta dal vivo ancora oggi.
L'apertura dell'album è affidata a "La tua fretta", un brano per chitarra acustica, voce e mellotron, dai toni malinconici e sognanti. "Tu nell'ambiente che c'è ci sei/ e bruci ogni gioia/ ma è tutto ok". Contrariamente al primo lavoro, l'immaginaria sineddoche - citando la parte per il tutto - non sembra questa volta applicabile: "La tua fretta", a differenza di "Ovunque", non esaurisce un gioco di suoni e soluzioni che appare per lo meno più variegato che agli inizi. "Spaceman", in questo senso, è un piccolo passo avanti, mitigato però dall'apparente immobilità di "Cara prudenza" e da brani come "1000 anni come Elide" e "Centrifuga", in cui divampa l'impressione di un vorticoso, solitario e ripetitivo dialogo con una presenza femminile vaga e lontana.
Quando questa tendenza quasi feticista all'introspezione si mischia con un'altrettanto straripante dilatazione delle strutture, ebbene a quel punto i Verdena sembrano realmente perdersi nel nuovo mood. Con una certa ingenuità, legata forse al desiderio di esplorare fino in fondo le possibilità offerte da quel nuovo orizzonte dischiusosi innanzi a loro durante le estenuanti jam-session nel pollaio.

Il disco riscuote da subito un buon successo, entrando in breve tempo al sesto posto della classifica Fimi. Il clima generale appare tuttavia mutato rispetto agli esordi: le major hanno rincasato verso le antiche strategie, abbandonando quei progetti di promozione di musica "alternativa" che puntavano a dare voce a realtà emergenti del panorama rock italiano. "Il problema restano le case discografiche. L'ampiezza della discografia è scarsa e non comprende roba non commerciale", come conferma la stessa band.

Nel frattempo, i Verdena affrontano un lungo tour nella penisola e partecipano nel febbraio del 2002 al programma di Mtv "Supersonic", altra nicchia di qualità dedicata ancora una volta alle esibizioni dal vivo. Terminata la promozione del disco, nel 2003 Alberto e Luca partecipano assieme ad altri artisti come Subsonica, Cristina Donà e La Crus, a una compilation promossa dalla rivista "Tutto", per la quale registrano assieme a Manuel Agnelli tre cover, "Tv Eye" e "Search & Destroy" degli Stooges e "Across The Universe" dei Beatles. Il feeling con il leader degli Afterhours è una garanzia sulla riuscita dei brani, fra cui spicca una brillante versione del brano dei Fab Four.
A disco finito, saranno proprio questi tre episodi a risultare i più interessanti dell'intera raccolta. Un progetto che si porterà dietro un fastidioso strascico di polemiche, con l'allora settimanale "Il Mucchio Selvaggio" ad accusare, peraltro giustamente, Manuel Agnelli di incoerenza per la collaborazione con una rivista appartenente all'impero editoriale di Silvio Berlusconi, all'epoca presidente del Consiglio e bersaglio frequente dell'ironia del cantante durante i concerti degli Afterhours.

Le novità che precedono l'uscita del terzo album dei Verdena sono due: l'ingresso in pianta stabile del tastierista Fidel Fogaroli e la scelta dell'autoproduzione. Il suicidio dei samurai arriva nei negozi nel gennaio del 2004, anticipato, come consuetudine, dall'Ep Luna. L'album rappresenta un ritorno alle origini per quanto concerne la forma-canzone: le divagazioni psichedeliche sono un ricordo abbastanza lontano, con qualche eco ancora percepibile soltanto in un brano come "Glamodrama", mentre "Phantastica" e "Luna" testimoniano al contrario la chiara sterzata verso strutture più canoniche.
A rafforzare una sensazione di crescita dei Verdena è l'evoluzione di una sezione ritmica, capace di invenzioni trascinanti, come in "Elefante" e "Logorrea". Sull'altro versante pare aumentata l'attenzione ai testi. L'impressione è quella di una lenta trasmigrazione verso immagini ironiche e, a tratti, visionarie: si passa dagli "esperti all'opera/ vigneti senza età" biasimati in "Logorrea" al quadretto dipinto da "40 secondi di niente", dove "topi blu ballano sull'oceano" mentre "nulla è più vero".
Certo, un po' poco per convincere i delatori. Ma si fa strada, se non altro con grande onestà, l'intento esplicito di privare le parole di un senso univoco, scansando interpretazioni dirette e suggerimenti di storie vere e proprie. Al pubblico, viene affidata la scelta di aderire o meno a tale orientamento. In poche parole: chi ci sta, bene; chi non ci sta, s'arrangi.

Il suicidio dei samurai è un disco prettamente rock, meno oscuro rispetto a Solo un grande sasso e più classico, specialmente nei suoni, se paragonato agli esordi. "È quello che volevamo: un disco anni 90", dichiara Alberto Ferrari a "Rumore".
L'attacco di "Logorrea" è di quelli che lasciano il segno, grazie anche alla costante evoluzione di un Luca Ferrari sempre più fantasioso e "colorato", e all'efficacia melodica delle tastiere di Fidel Fogaroli, in secondo piano ma fondamentali per la resa generale dei brani. "Mina" riprende, in una chiave di lettura più intensa, le atmosfere rarefatte di "Spaceman", mentre "Phantastica" - uno dei brani più intensamente rock - verrà scelta per il secondo video, firmato dal regista romano Alex Infascelli.
Dopo lo sfogo di "Farfisa", brano che fatica a convincere in virtù di una scrittura debole rispetto al taglio generale dell'album, i Verdena concludono con tre fra le canzoni più intriganti dell'intero filone: "17 Tir nel cortile" e "40 secondi di niente", dotate di atmosfere rarefatte e testi che procedono in parallelo, e il brano omonimo da cui trae titolo l'album, una lenta discesa verso un finale noise e psichedelico, dai toni chiaramente divertiti.

Il suicidio dei samurai è anche il disco con cui la band si affaccia per la prima volta sul mercato estero. Nel giro di un anno, fra aprile 2005 e aprile 2006, l'album viene pubblicato in Germania, Francia, Austria e Svizzera; il colpo grosso è la distribuzione oltralpe a cura dell'etichetta Barclay, la stessa che lanciò in passato i Noir Desir. Un tour europeo che tocca i rispettivi paesi permette di affrontare la sfida di una dimensione live sconosciuta, di fronte a un pubblico spoglio di pregiudizi e imbottito di curiosità. "Un'esperienza gratificante", secondo Roberta Samarelli, che pone se non altro i Verdena all'avanguardia nell'esportazione del rock in italiano: la versione per l'estero de Il suicidio dei samurai è infatti identica a quella originale, senza quel cantato in inglese che le convenzioni del mercato discografico teoricamente imporrebbero.

Nell'estate del 2006 i Verdena rientrano in studio per proseguire il lavoro, peraltro già avviato, sui nuovi brani. Viene annunciata l'uscita dal gruppo del tastierista Fidel Fogaroli, presente comunque in due canzoni del disco. Da subito, le prime indiscrezioni parlano di un ritorno prepotente al rock, con suoni e arrangiamenti più duri e variegati che in passato.
Requiem esce il 16 marzo 2007. Ancora una volta il marchio è quello dell'auto-produzione. Il disco spazia da riferimenti alla psichedelia anni 70 a suggestioni stoner che richiamano alla mente gruppi come Kyuss e Queens Of The Stone Age. Ritornano le atmosfere divaganti in brani come "Il gulliver" e "Sotto prescrizione del dottor Huxley", mentre le due ballate acustiche "Angie" e "Trovami un modo semplice per uscirne", prodotte assieme a Mauro Pagani, riprendono il discorso lasciato in sospeso con "Nel mio letto", brano presente in Solo un grande sasso che lasciava intravedere il gusto per gli adagi più lenti e in odore di Beatles.
In generale Requiem si presenta come il disco più maturo e multiforme dei Verdena, dove tinte fosche e dure ("Don Calisto") si uniscono a momenti di dolcezza adagiata (ancora "Trovami un modo semplice per uscirne"): "Credo che tale apparente incoerenza sia la sua principale caratteristica", spiega Alberto Ferrari, "e le conflittualità, anche sonore, che si percepiscono sono le stesse che abbiamo con le persone che ci sono state vicine in questi mesi. La rabbia e un po' di cattiveria ci aiutano ad essere prolifici". I testi sono fra i più visionari e apparentemente ineffabili della loro produzione: "Non m'interessa se si capiscono o meno. È impossibile per me scrivere delle storie lineari. Non ci provo nemmeno perché non le trovo interessanti". E ancora: "Ho deciso da un po' che non avrei più parlato di quello che scrivo. È impossibile spiegare, anzi, è peggio. Ci ho provato, ho cercato delle soluzioni ma mi sembra di far cadere tutto nel ridicolo".
La sensazione è che le immagini facciano da contorno a musiche sempre più sature, dotate di un carattere quasi primitivo. Le accuse rivolte ai Verdena, oltre a una scarsa simpatia, sono ancora oggi quelle di mostrare riferimenti stilistici troppo sfacciati nonché liriche inconsistenti. Va però riconosciuto come Requiem, pubblicato questa volta anche in Spagna, vanti una varietà di soluzioni ed espressioni notevole, ma soprattutto sia sorretto da un'ispirazione vibrante, come testimoniano "Isacco nucleare", "Il caos strisciante" e "Non prendere l'acme, Eugenio". A detta di molti, un disco "dal respiro internazionale" di cui sarà interessante seguire gli sviluppi, anche per capire quanto sia ancora radicato e attuale l'ostacolo linguistico che ha impedito fino ad oggi al rock italiano di farsi conoscere oltre confine.

Un discorso a parte, infine, meritano i sette Ep che completano la discografia dei Verdena. Da sempre, a parte in occasione di Requiem, la band accompagna l'uscita dei propri album con singoli in cui vengono riversati non soltanto brani inediti ma, spesso, anche cover che permettono di approfondire retroterra musicale e radici artistiche del gruppo. Da "Sunshine Of Your Love" dei Cream a "Creepy Smell" dei Melvins, passando attraverso "His Latest Flame (Marie's The Name)" di Elvis Presley e "Harvest" di Neil Young, la variegata gamma di riletture attraversa l'intera carriera dei Verdena. A rivelarsi sono la passione per gli anni 70 e le influenze della musica psichedelica, accompagnate da reminescenze legate al grungee al punk di fine anni 80.

Ad accrescere il valore degli Ep ha provveduto poi il numero elevato di b-side; una inclinazione legata al desiderio di incuriosire e soddisfare il proprio pubblico e suffragata dalle parole di Alberto Ferrari: "Sugli Ep c'è la parte migliore e più libera".
"Stenuo" (1999), "Blue" (2001), "Mu" e "Passi da gigante" (2004), "L'ora è buia" e "Fluido" (2007), sono i nomi di alcuni fra gli inediti più interessanti sinora dati alle stampe.

Col successivo Wow, i Verdena tornano ancora una volta sporcarsi le mani. Primo perché a piazzare un doppio da ventisette brani ci vuole comunque coraggio, secondo perché le carte vengono mescolate. Pezzi brevi, schizzate veloci con chitarre mai davvero troppo ingombranti. Pensate a Verdena e magari vi figurate concerti tiratissimi, sudore a fiotti et similia. Invece la scrittura si addolcisce notevolmente, a favore di strutture melodiche marcatamente pop.
Accade allora che la prima metà del disco scivoli via senza quasi l'impeto d'un tempo, con la sola eccezione dello sferragliante minuto e trequarti di "Lui gareggia". Il sole mattutino di "Scegli me" e il basso wave di "Loniterp", la psichedelia cadenzata di "Per sbaglio" aprono le danze spiazzando. A esaudire le attese per le grintose sferzate grunge degli esordi provvede la materia celeste in dispersione di "Mi coltivo", mentre gli echi Air di "Adoratorio" e la bellissima chitarra spagnoleggiante di "Razza Arpia Inferno e fiamme" seguono a ruota con gran naturalezza.
Le carte vengono fin qui giocate con gran maestria, con "Miglioramento" che gioca di rimpiattino tra Arcade Fire e prog zuccherato, "Le scarpe volanti" che omaggiano il Battiato che fu, il romanticismo fatto musica de "Castelli in aria", fino alla doppia chiusura del primo disco di "Sorriso in spiaggia" parte prima e seconda, anche qui tra tepori corali di scuola canadese e piano sempre in evidenza.
"Attonito", apertura del secondo disco, riporta indietro alla Seattle di vent'anni fa, "È solo lunedì" si gioca su un azzeccato duetto piano-chitarra con gli archi in accompagnamento, mentre "Tu e me" offre una scheggia di folk vellutato. E ancora il cantato a cappella spaghetti-western Morricone-style di "A cappello", lo sguardo che si alza verso ("Grattacielo") per scoprire il cielo terso e limpido, fino alla chiusura di "Lei disse (un modo del tutto differente)", col pianoforte che regge splendidamente la malinconia fatta canzone.
I Verdena non possono più tornare indietro. Wow è un disco che li mostra e mette a nudo, che rapisce senza mai annoiare. Il perfetto biglietto da visita per la band che più di tutte ha saputo mettersi in gioco. Una vittoria su tutta la linea.

Il 27 gennaio 2015 viene rilasciato il primo volume di Endkadenz, il nuovo attesissimo lavoro della band. Anche questa volta i Verdena hanno fatto le cose in grande: si tratta di un progetto con altre composizioni, che la Universal ha deciso di diffondere in due emissioni. Il secondo volume arriverà nel giro di pochi mesi. Le registrazioni sono state raccolte nell’arco di un anno e mezzo, fra giugno 2013 e novembre 2014, con Alberto Ferrari in cabina di regia (oltre che responsabile di voci, chitarre e gran parte della scrittura), il fratello Luca dietro la batteria e Roberta Sammarelli nelle vesti di assistente di studio, oltre che di energetica bassista. Rispetto a Wow risaltano all’occhio diversi denominatori comuni, vuoi per certe armonie (“Puzzle”), vuoi per la presenza del piano, che si riaffaccia non di rado nel processo compositivo (“Diluvio”, “Vivere di conseguenza”). Emergono riproposizioni di idee musicali già ben percorse in passato, vedi le ballad obliquamente cristalline (“Nevischio” è una delle migliori), oppure i chitarroni saturi di “Alieni fra di noi” e “Inno del perdersi”. Ma questa volta non ci sono le bordate che rendevano abrasivo il loro approccio (ricordate “Isacco nucleare”?): si sviluppa piuttosto un maggior controllo dell’energia irradiata, figlio forse di una crescente consapevolezza e della raggiunta maturità che se da un lato tende inevitabilmente a smussare gli angoli, dall’altro non priva mai il risultato finale della necessaria spinta emotiva.
Se ci sono delle novità stilistiche dentro Endkadenz, possiamo rintracciarle nelle ritmiche sintetiche (e nei falsetti) dell’irresistibile “Sci desertico”, nell’inusuale (per loro) musicalità di “Contro la ragione”, oppure nella onnipresente malinconia, che questa volta avvolge persino i passaggi più elettricamente magniloquenti, come l’iniziale “Ho una fissa”, un instant classic, il primo brano ad essere stato composto, e non per niente anche quello che mantiene più saldi i legami con certi Verdena pregressi. Quando i ragazzi decidono di graffiare con le chitarre, lo fanno per mezzo di uno scanzonato piglio pop (“Un po’ esageri”, il brano scelto come primo singolo, anche se poco rappresentativo del resto del lotto, quasi una nuova “Muori Delay”), con quei fraseggi che inevitabilmente entrano in testa. Il sincopato alt-rock di “Derek”, le energiche percussività sulla coda strumentale di “Rilievo”, la dark suite conclusiva “Funeralus”, sono altre interessanti carte che il trio mette sul tavolo per arricchire di spunti un progetto che cerca di puntare molto sull’effetto sorpresa.
A conti fatti Endkadenz, almeno in questa prima emissione, consolida per l’ennesima volta un percorso virtuoso come pochissimi altri nella storia della musica rock italiana. Magari difficilmente ritroverete qui i brividi (e le scosse) provocati dal primo ascolto di una “Spaceman” o di una “Glamodrama”, ma mediamente queste tredici nuove composizioni non deludono le attese, regalando piacevoli conferme su una band in costante evoluzione. Un lavoro denso, importante, traboccante di suoni, versi e strumenti, pensato e lavorato con maniacale puntigliosità, nel quale influenze e stili si sovrappongono più che in passato. Alberto, Roberta e Luca dimostrano di voler aprire le proprie menti sempre di più, non adagiandosi sui successi del passato ma ricercando nuove strade per diffondere la propria idea di musica. I Verdena realizzano così l’ennesimo scarto in avanti, imponendosi come una delle realtà italiane più talentuose di sempre. Oggi la band bergamasca non somiglia più ai Nirvana, non gioca più a fare i Motorpsycho, sembra soltanto sé stessa, impegnata a creare dischi destinati a restare, pietre angolari del rock alternativo italiano del nuovo millennio e termine di paragone per generazioni di musicisti futuri. Non necessariamente soltanto italiani.

Il 28 agosto 2015 si concretizza Endkadenz Vol. 2. Questa seconda emissione risulta più “cattiva”, più aspra, con indosso un’elettricità tagliente che non riesce a placarsi, se non per brevi tratti. Meno carezze ed il fuzz quasi sempre in modalità ON, persino la voce di Alberto è costantemente effettata, alla ricerca di scenari espressivi inediti. A partire dal micidiale attacco di “Cannibale”, una canzone brillantemente (e ci piacerebbe poter dire “finalmente”, sempre che i ragazzi non ne abbiano a male) “normale”, in bilico fra riff selvaggi, coretti e ritornelli catchy, “normale” per un gruppo che ama condire i propri pezzi di “stranezze”, per renderli inusuali e imprevedibili. “Dymo” è l’altra faccia della medaglia, parte con un pianoforte, avvolge e colpisce al cuore, strutturandosi in una forma complessa che sfocia in una memorabile coda strumentale che sa del Battisti più sperimentale (!). “Colle immane”, subito dopo, torna a picchiar duro, così come “Caleido” e le due parti di “Fuoco amico”, tante asperità elettriche come non se ne sentivano dai tempi di “Requiem”. Le morbidezze arrivano sotto forma delle dolcissime “Identikit”, “Nera visione” e “Lady Hollywood”, mentre l’epilogo prende le sembianze di “Waltz del Bounty”, decisamente più rassicurante della “Funeralus” che chiudeva il primo capitolo.
In realtà, più che soffermarsi ad analizzare i singoli episodi (anche se tutti degni di approfondimento), il doppio Endkadenz andrebbe preso e metabolizzato nella sua interezza, da vera opera enciclopedica, intercettando con pazienza tutte le trame musicali nascoste sotto gli strati sonori e individuando gli strumenti utilizzati, e ce ne sono anche di inusuali. Un lavoro più agile, scegliendo magari le 15-16 tracce migliori, sarebbe stato raccomandabile, e forse avrebbe rasentato il capolavoro, ma il vero problema (o il pregio, fate voi) risiede nella consapevolezza che ora, con questa valanga di nuove canzoni, i Verdena hanno detto davvero tutto quello che avevano da dire, sia in parole che in musica. Resta pertanto difficile aspettarsi nuove mosse che siano scevre da repentini cambi stilistici, occorrerà rigenerarsi per evitare di ripetere sé stessi, fare in modo che la fine di un ciclo artistico dia lo slancio giusto per sorprendere di nuovo in futuro, proseguendo quel percorso che li vuole concentrati su un metodo di scrittura che non ha eguali. Ci riusciranno?

Nel frattempo, a inizio settembre 2016 viene pubblicato uno Split Ep di quattro tracce condiviso con Iosonouncane, nel quale ognuno esegue due brani dell'altro. I Verdena rifanno "Tanca" e "Carne", mentre Jacopo Incani si occupa di riarrangiare secondo la propria visione "Diluvio" e "Identikit". L’accoppiata si dimostra molto più azzeccata di quanto ci si potrebbe attendere: le analogie esistenti sono tante, sia dal punto di vista della scrittura (intendo proprio nella costruzione delle frasi), sia nell’accostamento delle suggestioni strumentali. Solo che, e qui sta il bello, mentre quella bergamasca è una rock band con fortissimi connotati chitarristici, il creatore del moniker Iosonouncane si muove in territori electro, quindi i risultati derivanti dallo scambio dei pezzi rischiano di essere davvero stupefacenti. Ebbene, pur restando pressoché identiche nella struttura agli originali (e da questo punto di vista ci saremmo attesi, anzi, sarebbe stato auspicabile, osare parecchio di più) le quattro tracce prescelte vengono incastonate in un inedito spettro stilistico, mostrando sfaccettature che nelle versioni originali erano rimaste seminascoste o totalmente inespresse. I Verdena scelgono (e migliorano, secondo chi scrive) due brani dall’acclamato “Die”, “Tanca” e “Carne”, assimilandoli a tal punto da farli diventare in tutto e per tutto materiale alla Verdena, con quegli assalti sonici, quegli attacchi imperiosi, tipici della prima parte della loro discografia. Del resto il trio bergamasco con le cover ci ha sempre saputo fare: andatevi un po’ a riascoltare quelle contenute in alcuni vecchi Ep, cose tipo “Harvest” (la trovate su “Luna”) o “Reverberation” (sì, quella dei 13th Floor Elevator, sta su “Spaceman”): roba da applausi a scena aperta.
Iancani pesca da “Endkadenz” le recenti “Diluvio” e “Identikit”, le spoglia e le trasmuta in declinazione electro, ora con fare ecclesiale, ora con tiro da dancefloor, restando anche lui decisamente rispettoso dal punto di vista della struttura. Il vero prodigio di questo dischetto risiede nella dimostrazione di quanto il progetto Iosonouncane possa essere considerabile come una sorta di Verdena degli anni 10, molto più delle numerose band italiane che continuano a ispirarsi apertamente ad Alberto Ferrari e compagnia: Iancani ha trovato un percorso molto personale, soprattutto dal punto di vista strumentale, ma parla alla sua generazione esattamente come i Verdena facevano alla propria quindici anni prima. Da due marchi che sono nei rispettivi ambiti notoriamente molto più bravi della media nazionale, non poteva che uscire fuori uno split stimolante e ben fatto.
Chissà che non si tratti soltanto di un primo tassello, in grado magari di preludere ad un giro di concerti condiviso o addirittura alla composizione di materiale inedito scritto assieme. Sì, perché accontentarsi di quattro cover da musicisti di questo spessore non può che starci un pochino stretto.

Contributi di Alberto Asquini ("Wow") e Claudio Lancia ("Endkadenz Vol. 1", "Endkadenz Vol. 2", "Split Ep")

Verdena

Una stupefacente metamorfosi psichedelica

di Matteo Sorio

Autore di un rock derivativo ma non troppo, il trio di Bergamo vive nel limbo degli spiriti indie sotto contratto con le major. Traditori per gli indipendenti, tutto sommato poco comprensibili ma accettabili per il mondo Mtv-related, parte del quale (quello più brand:new?) apprezza molto. In queste righe raccontiamo la loro storia, che è anche quella dell'eterna dialettica, tipicamente ..
Verdena
Discografia
 Album

 

  

 

 Verdena (Black Out/Universal, 1999)

 Solo un grande sasso (Black Out/Universal, 2001)

Il Suicidio dei Samurai (Black Out/Universal, 2004)

8,5 

 Requiem (Black Out/Universal, 2007)

 Wow (Universal, 2011) 7,5
 Endkadenz Vol. 1 (Universal, 2015) 7,5
 Endkadenz Vol. 2 (Universal, 2015)

7,5 

   
 Ep

 

  

 

 Valvonauta (Black Out/Universal, 1999)

 

 Viba (Black Out/Universal, 2000)

 

 Spaceman (Black Out/Universal, 2001)

 

 Miami Safari (Black Out/Universal, 2002)

 

 Luna (Black Out/Universal, 2004)

 

 Elefante (Black Out/Universal, 2004)

 

 Caños (Black Out/Universal, 2007) 
 Split Ep (con Iosonouncane, Universal, 2016) 6
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Verdena & Iosonouncane su OndaRock
Recensioni

VERDENA & IOSONOUNCANE

Split Ep

(2016 - Universal)
I Verdena mettono le chitarre su "Tanca" e "Carne", Iosonouncane riveste di elettronica "Diluvio" e "Identikit" ..

VERDENA

Endkadenz Vol. 1

(2015 - Universal)
La prima parte del nuovo intrigante progetto della band di Alberto Ferrari

VERDENA

Endkadenz Vol. 2

(2015 - Universal)
Ritorno a suoni più elettricamente aspri nel secondo capitolo dell'enciclopedico "Endkadenz"

VERDENA

Wow

(2011 - Universal)
La consacrazione pop della band bergamasca, in un ambizioso album di ventisette tracce

VERDENA

Requiem

(2007 - Black Out / Universal)
Più stoner e psichedelia nel quarto album del trio di Bergamo

VERDENA

Il suicidio del samurai

(2004 - Blackout)

VERDENA

Solo un grande sasso

(2001 - Black Out)
Il capolavoro psych-rock della band bergasmasca, prodotto da Manuel Agnelli

VERDENA

Verdena

(1999 - Black Out / Universal)
Il fulminante esordio del trio guidato da Alberto Ferrari. Produce Giorgio Canali

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