Ritornelli orecchiabili, riff che ingolosiscono, tamburi arrembanti. gli Zen Circus hanno rielaborato in modo personale la lezione del folk-punk. Con testi che attingono a un immaginario da neorealismo proletario senza ombra di retorica o melodramma, zeppi di ironia amara, iconoclastia e slanci di metafisica al dettaglio. Un percorso, quello della band di Pisa, iniziato alla metà degli anni 90, in piena esplosione dell'indie-rock italiano.
L'embrione iniziale della band, che allora si faceva chiamare "The Zen Circus", consisteva in una line-up formata da Andrea Appino (voce e chitarra), Ufo (chitarra) e Teskio (batteria).
Dopo un primo album autoprodotto, About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen (1998), passato piuttosto inosservato, nel 2001 pubblicano Visited By The Ghost Of Blind Willie Lemon Juice Hamington IV, primo album a nome Zen Circus, attraverso il quale iniziano a esprimere, anche se in maniera ancora non completamente a fuoco, quelle che sarebbero divenute le caratteristiche peculiari del primo decennio di vita del gruppo.
Un sound fortemente influenzato da Violent Femmes e Talking Heads (ascoltate un po' "Drivin' In My Car"), ma dal quale traspira soprattutto l'amore e la devozione per i Pixies - sia nella variante inglese ("Milk Legs", "Weak Love") che spagnola ("Mexican Requiem") - che vengono omaggiati persino nei titoli ("Where Is My Heart?" richiama chiaramente "Where Is My Mind?"). Il cantato è ancora in lingua inglese e le atmosfere decisamente lontane da quello che risulterà il loro disco più fortunato, quell'Andate tutti affanculo che nel 2009 li imporrà sul territorio nazionale come una delle migliori band alternative italiane.
Si iniziano a scorgere i primi germogli di un lavoro che con il tempo si dimostrerà gratificante. La band mostra grande duttilità, alternando i variegati aromi alt-rock di derivazione nineties a deliziosi siparietti country-folk (l'accoppiata "Chicken Factory"-"Jack Is American"), sofferti blues (la conclusiva "HF Modulator Blues") e riuscitissime dichiarazioni d'intenti. Il titolo della programmatica "Folk Punk Rockers" (che apre la tracklist) è la migliore sintesi possibile del genere che il trio dimostrerà col tempo di voler produrre.
Ci vorrà però il disco seguente, Doctor Seduction, pubblicato nel 2004, per iniziare a far parlare in maniera più diffusa di loro. Gli Zen Circus venivano dal lungo tour (oltre cento date in circa due anni) che aveva definitivamente rodato la band pisana. C'era appena stato un avvicendamento nella line-up, con Karim Qqru che prese il posto di Teschio alla batteria. Restavano invece costanti le presenze di Appino (voce, chitarre e tastiere) e Ufo (basso e cori).
In Doctor Seduction il sound del gruppo decolla, diventa un rock convincente appena venato di un'elettronica poco invadente, mantenendo per ora tutte le parti cantate in inglese. Buone canzoni, nelle quali non viene ancora espresso in maniera evidente il carico di ironia che caratterizzerà i lavori successivi. Qui si continua a restare più seriosi, assegnando una grande attenzione alla cura degli arrangiamenti. Il risultato è egregio e la critica inizia ad accorgersi di loro. Intanto il pubblico aumenta, pur restando gli Zen Circus un fenomeno fondamentalmente di nicchia.
Le indiscutibili somiglianze con Violent Femmes e Pixies non lasciano trasparire la forte personalità che si delineerà di lì a poco, ma per il momento gli Zen Circus funzionano benissimo così. Fra seduzioni surf giovanilistiche ("Time Killed My Love"), rock più seriosi ("Welldone", nella quale si può ritrovare l'eco della loureediana "Vicious"), validi spunti post-punk ("It Turns Me On"), rotondità folk-pop ("Sweet Me") e la miglior imitazione dei Pixies mai eseguita in Italia ("Sailing Song").
Il disco, insomma, getta semi in grado di germogliare pienamente negli anni successivi, consentendo al trio toscano di raccogliere il meritato successo, che arriverà dopo un paio di ulteriori album interlocutori.
Al traguardo del quarto disco, gli Zen Circus possono ormai definirsi a tutti gli effetti una band di culto. Stupisce, in Life and Opinions of Nello Scarpellini, Gentleman, la capacità di rielaborare un ampio spettro di influenze attraverso la lente dell'ironia; un'ironia dissacrante, tagliente, che non aggredisce solo la scrittura dei testi, ma anche la stessa componente musicale. Tra lo-fi, retrogusto vintage e il calore della registrazione analogica, "Vita E Opinioni…" mette in pista un'allegria contagiosa, lontana da certe asperità intellettualoidi di certo rock italiano e più propensa a giocare con le carte della semplicità, anche se nient'affatto minata dal virus della banalità. Un surrealismo punk-pop, sottoposto a variazioni sul tema, tra accenti psycho-folk e dissertazioni acustiche.
Diviso in due parti ("Face 1: La Vie"; "Face 2; Les Opinions"), il disco conserva una struttura molto compatta, cui solo ripetuti ascolti possono rendere giustizia.
Dinoccolati power-pop (metà Violent Femmes, metà Replacements) - "Dead In July" - si inseriscono con grazia in un tessuto compositivo davvero intrigante, cui la lingua francese sembra conferire una grazia e un candore inspiegabili ("Les Poches Sont Vides Les Gens Sont Fous") e i ritmi caraibici una vena di esotismo sbarazzino, come avviene nella danza sbilenca de "L'inganno".
Da antologia l'avvolgente minimalismo country di "A Kind Of Pop Lullaby" (vetta assoluta del disco), mentre il fantasma di Rocky Roberts, accerchiato da bambini ululanti in "I Bambini Sono Pazzi", rende bene l'idea del loro revival trasversale e surreale, come conferma lo stesso punk-folk di "Hellakka".
Si divertono a suonare, gli Zen Circus. Lo senti in ogni loro singola nota. Non sanno prendersi sul serio e forse proprio per questo sanno essere, al contempo, anche maledettamente coinvolgenti.
Impossibile restare indifferenti dinanzi alla loro musica. Brani come "L'amico Immaginario " hanno quel sapore sixties che intriga e chiama al coro. Le scintille luccicanti della chitarra, la batteria pestona e goliardica (à-la Ringo Starr), il basso gommoso ed essenziale inscenano assurdi omaggi all'epoca beat, ma sanno anche navigare in torbide acque psichedeliche ("Colombia"), operare con un'anima bifronte (acustico-noise in "Summer Of Love"), accarezzare un'idea di musica leggera creativa e visionaria che traghetta l'Alberto Camerini dei primissimi lavori ai giorni nostri ("Aprirò un bar") oppure regalare un esempio di power-ballad senza fronzoli ("Fino a spaccarti due o tre denti").
E a mandare definitivamente in orbita il loro eclettismo ci pensa la strumentale "Visited By The Ghost Of D. Boon", che non puoi fare a meno di immaginare come un'outtake di lusso proveniente dalle registrazioni di "Double Nickels On The Dime".
Folli come ormai sappiamo, gli Zen Circus si congedano con una "special bonus track" che mixa e diluisce in una coltre di free-noise tutto il disco, ma suonato col tasto fast forward bloccato.
Dopo tre dischi, più di quattrocento concerti sparsi per l’Italia e otto anni complessivamente trascorsi nell’agone della musica indipendente, gli Zen Circus scelgono di darsi un allure internazionale grazie alla partnership con Brian Ritchie (ex-Violent Femmes) ormai quarto membro del gruppo a pieno titolo (e richiamo dal vivo) e qui anche produttore.
L’abbondanza di idiomi (italiano, inglese, francese, persino slavo) e le ospitate di lusso (oltre a Ritchie, si contano le sorelle Deal, Kim e Kelly, Giorgio Canali e Jerry Harrison dei Talking Heads nella didascalica rilettura di "Wild Wild Life") rappresentano una buona scriminatura fra le esigenze di una distribuzione internazionale (peccato che, garante di ciò, la tedesca Hausmusik sia fallita proprio mentre il disco era ancora in stampa, prontamente rilevata dalla Unhip) e l’orgogliosa persistenza del loro generoso (e sfortunato) idioletto "buttero-punk". Quest’ultimo si fa di gran lunga preferire nel beach-folk ruspante e "giancattivo" di "Figlio di puttana" (con il singer Appino che avrà pure gli occhialoni a specchio come Gordon Gano, ma canta uguale uguale a Rino Gaetano), nel sarcasmo salutare di "Vana gloria", nell’inno generazionale "Vent’anni" o, perché no, persino nel raw hide gitano di "Narodna Pjesma".
Spassoso anche se un po’ manierato l’elettro-punk da balera di "Punk Lullaby", un incrocio fra Le Tigre genere trans e i Cccp di "Rendez vous" (Kim Deal è la loro Amanda Lear), meno convincenti le clashiane "Dear Penfriend" e "Beat The Drum" e decisamente scadente, invece, "Dirty Feet", che sembra uno scarto dei Violent Femmes (il basso di Ritchie è un marchio inconfondibile e sibillino, l’eterno adolescente che se ne sbatte d’imparare come si suona), cantato con l’enfasi seriosa e fuori luogo d’uno Springsteen acerbo.
Folk-punk di buon livello, che non riesce a elevarsi oltre i propri pur notevoli sforzi, ma che merita comunque rispetto.
Ormai gli Zen Circus non hanno più nessuna paura di rendersi troppo facile la vita. Perché da quando si sono messi a cantare in italiano e a virare le loro canzoni in tonalità pop il loro peso nella scena alternativa italiana non ha fatto altro che aumentare.
Con Nati per subire (2011), la formazione pisana continua a percorrere la stessa strada, con convinzione ferma e risultati più che buoni.
Nelle undici canzoni Appino insegna che le parole sono non solo importanti, ma preziose. Che sputare rabbia o rompere gli argini del proprio flusso di coscienza e chi s'è visto s'è visto è troppo facile, come spaccare vetrine, come voler spegnere incendi scagliando estintori contro le fiamme.
Intendiamoci: il ragazzo non si tira indietro di fronte a niente, parla di Dio, di morale, di conformismo e di utopia, ma non ha alcun bisogno di indossare maschere di sorta, di mettersi in testa caschi o neri cappucci, di nascondersi dietro a qualcosa. Fa politica, Appino, perché ormai se lo può permettere. Ascoltate "I Qualunquisti", che arriva più o meno a metà dell'album, ascoltate "La democrazia semplicemente non funziona". Ascoltatele tutte, queste benedette canzoni, e non ci troverete scorciatoie.
La storia di "Franco", per esempio, Franco l'operaio rumeno che dorme in macchina o in magazzino, che pensa alla moglie e all'amante lontane e la sera si fa portare in giro per locali dai colleghi di lavoro, è un piccolo gioiello. E anche se Appino non ce lo dicesse ce la immagineremmo esattamente nella notte tra il 26 e il 27 gennaio, fredda e grigia e spolpata com'è: piglio narrativo di indiscutibile efficacia. E poi c'è "Ragazzo eroe", presa in giro collettiva di una generazione ammalata, da Caserta a Livorno, da chi consuma le sue giornate in sala giochi a chi ascolta De André, altro gran pezzo. Come lo è "Nel Paese che sembra una scarpa", traccia numero uno, apertura di gran carriera, che ha già la stoffa del grande classico live.
Quanto al finale, un po' come in "Andate tutti affanculo" con "Canzone di Natale", gli Zen Circus la buttano sul sarcasmo: la bolla finanziaria, l'equivoco indotto per cui mezzo mondo s'è convinto di poter vivere per sempre al di sopra delle prossime possibilità, si può raccontare anche con il tocco dissacratorio di "Cattivo pagatore".
Molto folta, poi, è la pattuglia degli amici e colleghi chiamati a dare una mano. Qua e là potrete trovare incursioni, mai invadenti, di Ministri, Dente, Enrico Gabrielli, Giorgio Canali, Il Pan del Diavolo, Alessandro Fiori. Un piccolo valore aggiunto. Quanto al lato musicale in sé, forse la qualità dei pezzi in effetti è un po' inferiore rispetto ad Andate tutti affanculo. Ma tutti, le marcette e le ballate, gli esercizi di low-fi e quelli di college-rock, ti rimangono in testa dopo due o tre ascolti. Considerando le parole che si portano appresso, è la cosa migliore che ci si potrebbe aspettare da loro.
* AA. VV. = Claudio Lancia, Francesco Nunziata, Simone Coacci, Giovanni Dozzini



