Zen Circus

Zen Circus

Benvenuti nel Circo Zen

di Claudio Lancia

Un combat-folk sanguigno, condito da riff e tamburi arrembanti. Un immaginario da neorealismo proletario, senza ombra di retorica o melodramma, zeppo di ironia amara, iconoclastia e slanci di metafisica al dettaglio. Questo sono gli Zen Circus, band pisana che ha scalato i gradini dell'indie-rock italiano diventando una delle band più acclamate della propria generazione.

Ritornelli orecchiabili, riff che ingolosiscono, tamburi arrembanti. Gli Zen Circus hanno rielaborato in modo personale la lezione del folk-punk. Con testi che attingono a un immaginario da neorealismo proletario senza ombra di retorica o melodramma, zeppi di ironia amara, iconoclastia e slanci di metafisica al dettaglio. Un percorso, quello della band di Pisa, iniziato alla metà degli anni 90, in piena esplosione dell'indie-rock italiano. Andrea Appino ha tante storie da raccontare, i suoi testi non sono conditi da facili slogan, ma si srotolano in ragionati resoconti metropolitani dei nostri tempi, narrati in maniera densa e personale.

L'embrione iniziale della band, che allora si faceva chiamare "The Zen", era composta da Andrea Appino (voce e chitarra), Ufo (chitarra) e Teskio (batteria). Dopo un primo album autoprodotto, About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen (1998), passato piuttosto inosservato, nel 2001 pubblicano Visited By The Ghost Of Blind Willie Lemon Juice Hamington IV, primo album a nome Zen Circus, attraverso il quale iniziano ad esprimere, anche se in maniera ancora non completamente a fuoco, quelle che sarebbero divenute le caratteristiche peculiari del primo decennio di vita del gruppo. Un sound fortemente influenzato da Violent Femmes e Talking Heads (ascoltate un po' "Drivin' In My Car"), ma dal quale traspira soprattutto l'amore e la devozione per i Pixies - sia nella variante inglese ("Milk Legs", "Weak Love") che spagnola ("Mexican Requiem") - che vengono omaggiati persino nei titoli ("Where Is My Heart?" richiama chiaramente "Where Is My Mind?"). Il cantato è ancora in lingua inglese e le atmosfere decisamente lontane da quello che risulterà il loro disco più fortunato, quell'Andate tutti affanculo che nel 2009 li imporrà su tutto il territorio nazionale come una delle migliori band alternative italiane. Si iniziano a scorgere i primi germogli di un lavoro che con il tempo si dimostrerà gratificante. La band mostra grande duttilità, alternando i variegati aromi alt-rock di derivazione nineties a deliziosi siparietti country-folk (l'accoppiata "Chicken Factory" / "Jack Is American"), sofferti blues (la conclusiva "HF Modulator Blues") e riuscitissime dichiarazioni d'intenti. Il titolo della programmatica "Folk Punk Rockers" (che apre la tracklist) è la migliore sintesi possibile del genere che il trio dimostrerà col tempo di voler produrre.

Ci vorrà però il disco seguente, Doctor Seduction, pubblicato nel 2004, per iniziare a far parlare in maniera più diffusa di loro. Alla batteria Karim Qqru prese il posto di Teschio, restavano invece costanti le presenze di Appino (voce, chitarre e tastiere) e Ufo (basso e cori). In Doctor Seduction il sound del gruppo decolla, diventa un rock convincente appena venato di un'elettronica poco invadente, mantenendo per ora tutte le parti cantate in inglese. Buone canzoni, nelle quali non viene ancora espresso in maniera evidente il carico di ironia che caratterizzerà i lavori successivi. Qui si continua a restare più seriosi, assegnando una grande attenzione alla cura degli arrangiamenti. Il risultato è egregio e la critica inizia ad accorgersi di loro. Intanto il pubblico aumenta, pur restando gli Zen Circus un fenomeno fondamentalmente di nicchia. Le indiscutibili somiglianze con Violent Femmes e Pixies non lasciano trasparire la forte personalità che si delineerà di lì a poco, ma per il momento gli Zen Circus funzionano benissimo così. Fra seduzioni surf giovanilistiche ("Time Killed My Love"), rock più seriosi ("Welldone", nella quale si può ritrovare l'eco della loureediana "Vicious"), validi spunti post-punk ("It Turns Me On"), rotondità folk-pop ("Sweet Me") e la miglior imitazione dei Pixies mai eseguita in Italia ("Sailing Song"). Il disco getta quei semi che si dimostreranno in grado di germogliare pienamente negli anni successivi, consentendo al trio toscano di raccogliere il meritato successo. per il momento s'impongono come una band di culto nel circuito underground.

Nel sucessivo Life and Opinions of Nello Scarpellini, Gentleman, sorprende la capacità di rielaborare un ampio spettro di influenze attraverso la lente dell'ironia; un'ironia dissacrante, tagliente, che non aggredisce solo la scrittura dei testi, ma anche la stessa componente musicale. Tra lo-fi, retrogusto vintage ed il calore della registrazione analogica, il quarto lavoro degli Zen Circus mette in pista un'allegria contagiosa, lontana dalle asperità intellettualoidi di certo rock italiano e più propensa a giocare con le carte della semplicità, anche se nient'affatto minata dal virus della banalità. Un surrealismo punk-pop sottoposto a variazioni sul tema, tra accenti psycho-folk e dissertazioni acustiche. Diviso in due parti ("Face 1: La Vie"; "Face 2; Les Opinions"), il disco conserva una struttura molto compatta, cui solo ripetuti ascolti possono rendere giustizia. Dinoccolati power-pop (metà Violent Femmes, metà Replacements) - "Dead In July" - si inseriscono con grazia in un tessuto compositivo davvero intrigante, cui la lingua francese sembra conferire una grazia e un candore inspiegabili ("Les Poches Sont Vides Les Gens Sont Fous") e i ritmi caraibici una vena di esotismo sbarazzino, come avviene nella danza sbilenca de "L'inganno". Da antologia l'avvolgente minimalismo country di "A Kind Of Pop Lullaby" (vetta assoluta del disco), mentre il fantasma di Rocky Roberts, accerchiato da bambini ululanti in "I Bambini Sono Pazzi", rende bene l'idea del loro revival trasversale e surreale, come conferma lo stesso punk-folk di "Hellakka". Si divertono a suonare, gli Zen Circus, lo senti in ogni loro singola nota. Non sanno prendersi sul serio, e forse proprio per questo sanno essere, al contempo, anche maledettamente coinvolgenti. Impossibile restare indifferenti dinanzi alla loro musica. Brani come "L'amico Immaginario" hanno quel sapore sixties che intriga e chiama al coro. Le scintille luccicanti della chitarra, la batteria pestona e goliardica (à-la Ringo Starr), il basso gommoso ed essenziale inscenano assurdi omaggi all'epoca beat, ma sanno anche navigare in torbide acque psichedeliche ("Colombia"), operare con un'anima bifronte (acustico-noise in "Summer Of Love"), accarezzare un'idea di musica leggera creativa e visionaria che traghetta l'Alberto Camerini dei primissimi lavori ai giorni nostri ("Aprirò un bar"), oppure regalare un esempio di power-ballad senza fronzoli ("Fino a spaccarti due o tre denti"). A mandare definitivamente in orbita il loro eclettismo ci pensa la strumentale "Visited By The Ghost Of D. Boon", che non puoi fare a meno di immaginare come un'outtake di lusso proveniente dalle registrazioni di "Double Nickels On The Dime". Folli come ormai sappiamo, gli Zen Circus si congedano con una "special bonus track" che mixa e diluisce in una coltre di free-noise tutto il disco, ma suonato col tasto fast forward bloccato.

Dopo oltre quattrocento concerti sparsi per l’Italia ed un decennio trascorso nell’agone della musica indipendente, gli Zen Circus scelgono di darsi un allure internazionale grazie alla partnership con Brian Ritchie (ex-Violent Femmes) che sfocia nel disco Villa Inferno. Ormai quarto membro del gruppo a pieno titolo (e richiamo dal vivo) Ritchie è qui anche in veste di produttore. L’abbondanza di idiomi (italiano, inglese, francese, persino slavo) e le ospitate di lusso (oltre a Ritchie, si contano le sorelle Deal, Kim e Kelly, Giorgio Canali e Jerry Harrison dei Talking Heads nella didascalica rilettura di "Wild Wild Life") rappresentano una buona scriminatura fra le esigenze di una distribuzione internazionale (peccato che, garante di ciò, la tedesca Hausmusik sia fallita proprio mentre il disco era ancora in stampa, prontamente rilevata dalla Unhip) e l’orgogliosa persistenza del loro generoso (e sfortunato) idioletto "buttero-punk". Quest’ultimo si fa di gran lunga preferire nel beach-folk ruspante e "giancattivo" di "Figlio di puttana" (con il singer Appino che avrà pure gli occhialoni a specchio come Gordon Gano, ma canta uguale uguale a Rino Gaetano), nel sarcasmo salutare di "Vana gloria", nell’inno generazionale "Vent’anni" o, perché no, persino nel raw hide gitano di "Narodna Pjesma". Spassoso anche se un po’ manierato l’elettro-punk da balera di "Punk Lullaby", un incrocio fra Le Tigre genere trans e i Cccp di "Rendez vous" (Kim Deal è la loro Amanda Lear), meno convincenti le clashiane "Dear Penfriend" e "Beat The Drum". "Dirty Feet" sembra invece uno scarto dei Violent Femmes (il basso di Ritchie è un marchio inconfondibile e sibillino, l’eterno adolescente che se ne sbatte d’imparare come si suona), cantato con l’enfasi seriosa e fuori luogo d’uno Springsteen acerbo. Folk-punk di buon livello, che non riesce ad elevarsi oltre i propri pur notevoli sforzi, ma che merita comunque il doveroso rispetto.

Ad un certo punto gli Zen Circus capirono che continuare a cantare le proprie canzoni in inglese li avrebbe condotti in un vicolo cieco. Andrea Appino decise quindi di iniziare a scriverli in italiano. Andate tutti affanculo, inizialmente pensato come un Ep, venne pubblicato nel 2009. L'eco del sodalizio precedentemente stretto con Brian Ritchie si sente ancora, c'è un po' di Violent Femmes e c'è molta America in questi solchi, c'è il college rock degli anni Ottanta che digerisce il punk e arriva a farsi mainstream. Rem, Pixies, Replacements, pochi in Italia ne hanno imparato davvero la lezione come hanno fatto loro, a pochi è riuscito l'amalgama tra quelle sonorità sporche e la rigidità metrica di una lingua che, si dice da sempre, col rock and roll non riesce proprio a scendere a patti. L'album è composto da dieci tracce cariche di risentimento ed ironia. Già dal titolo si capisce che gli Zen Circus ce l'hanno con qualcuno, e la tesi è declinata con sapienza in quasi ogni singolo episodio. "L'egoista" è una ballata marziale in cui Appino se la prende con uno incazzato ancora più di lui, ma in fondo senza arrivare a crocifiggerlo. La corsa sfrenata di "Vecchi senza esperienza", meno di due minuti senza tirare il fiato, è puro low-fi, come se se gli Hüsker Dü fossero nati a Marina di Pisa anziché nel Minnesota. Il terzo brano parla di morte e di morti e di come accade che un bambino ne capisca il significato. "It's Paradise" si srotola come una marcetta sgangherata suonata da macabri menestrelli saltimbanchi: a molti il proprio funerale piacerebbe immaginarlo così. Dopo la nomadiana "We Just Wanna Live", con tanto di coretti da parrocchia, ecco il gioiello "Vuoti a perdere": un rockettone dal suono pieno che parla d'amore e scorciatoie morali(stiche?), con un ritornello lanciato da un intreccio di chitarre sincopate e una linea di basso che Peter Buck e Mike Mills non avrebbero saputo fare meglio. Poi, certo, a cantare, con classe, c'è Nada: ne esce una potenziale hit. Quindi la title track, una filastrocca caustica ma tutto sommato posata in cui non si manda a quel paese proprio nessuno nemmeno nel ritornello, che d'altronde non c'è. "Amico mio" e "Ragazza di provincia" tornano a guardare al di là dell'Atlantico (anche ai Byrds, stavolta), e già dai titoli si può intuire senza eccessivo sforzo d'immaginazione che non si tratta esattamente di dichiarazioni d'amore. In "Gente di merda" siamo dalle parti di un hard-rock che non fa sconti di alcun genere all'appeal da canzonetta. Non ne fa nemmeno Appino, che ci va giù duro e trova anche il modo di incastonarci quello che potrebbe essere il manifesto dell'intero disco: "E' solo mia quest'ironia/ ma io ho voglia di scherzare/ e di volare via/ a prendersi sul serio ci vuole molto poco/ la storia ce lo insegna". Per chiudere gli Zen Circus scelgono di affidarsi al loro irriverente "Canto di Natale", una ninnananna che ritrae un giovane tossico alle prese con un pranzo di Natale che non finisce mai e un pusher maghrebino che non ne vuol sapere di accettare un paio di guanti nuovi a integrazione dei venti euro in contanti che lui, il tossico, si ritrova in tasca.

A questo punto gli Zen Circus acquisiscono una notorietà via via crescente: da quando hanno optato per il cantato in italiano ed hanno virato le proprie canzoni in tonalità pop il loro peso nella scena alternativa italiana non ha fatto altro che aumentare. Con Nati per subire (2011), la formazione pisana continua a percorrere la stessa strada, con convinzione ferma e risultati più che buoni. Nelle nuove undici canzoni Appino insegna che le parole sono non solo importanti, ma anche preziose. Che sputare rabbia o rompere gli argini del proprio flusso di coscienza e chi s'è visto s'è visto è troppo facile, come spaccare vetrine, come voler spegnere incendi scagliando estintori contro le fiamme. Intendiamoci: il ragazzo non si tira indietro di fronte a niente, parla di Dio, di morale, di conformismo e di utopia, ma non ha alcun bisogno di indossare maschere di sorta, di mettersi in testa caschi o neri cappucci, di nascondersi dietro a qualcosa. Fa politica, Appino, perché ormai se lo può permettere. Ascoltate "I Qualunquisti", che arriva più o meno a metà dell'album, ascoltate "La democrazia semplicemente non funziona". Ascoltatele tutte, queste benedette canzoni, e non ci troverete scorciatoie. La storia di "Franco", per esempio, Franco l'operaio rumeno che dorme in macchina o in magazzino, che pensa alla moglie e all'amante lontane e la sera si fa portare in giro per locali dai colleghi di lavoro, è un piccolo gioiello. E anche se Appino non ce lo dicesse ce la immagineremmo esattamente nella notte tra il 26 e il 27 gennaio, fredda e grigia e spolpata com'è: piglio narrativo di indiscutibile efficacia. E poi c'è "Ragazzo eroe", presa in giro collettiva di una generazione ammalata, da Caserta a Livorno, da chi consuma le sue giornate in sala giochi a chi ascolta De André, altro gran pezzo. Come lo è "Nel Paese che sembra una scarpa", traccia numero uno, apertura di gran carriera, che ha già la stoffa del grande classico live. Quanto al finale, un po' come in "Andate tutti affanculo" con "Canzone di Natale", gli Zen Circus la buttano sul sarcasmo: la bolla finanziaria, l'equivoco indotto per cui mezzo mondo s'è convinto di poter vivere per sempre al di sopra delle prossime possibilità, si può raccontare anche con il tocco dissacratorio di "Cattivo pagatore". Molto folta la pattuglia degli amici e colleghi chiamati a dare una mano. Qua e là potrete trovare incursioni, mai invadenti, di Ministri, Dente, Enrico Gabrielli, Giorgio Canali, Il Pan del Diavolo, Alessandro Fiori. Forse la qualità dei pezzi si dimostra lievemente inferiore rispetto ad Andate tutti affanculo, ma tutti, sia le marcette che le ballate, gli esercizi di low-fi e quelli di college-rock, ti rimangono in testa dopo due o tre ascolti. Considerando le parole che si portano appresso, è la cosa migliore che ci si potrebbe aspettare da loro.

Sulla scia di un consenso in costante crescita, il trio viene chiamato nel 2012 a fungere da backing band per un fortunato tour di Nada, evento che allarga ancor di più il seguito del gruppo, alle prese con la rivisitazione di un repertorio nazional-popolare. 
Il 2013 viene invece speso per dare libero sfogo alle carriere soliste dei tre. Karim Qqru a gennaio sotto la ragione sociale "La notte dei lunghi coltelli" pubblica l'apprezzato album Morte a credito, miscelando hardcore-punk, rock ed elettronica. Ufo si concentra invece su apprezzati dj set.

Ma l'evento è senz'altro l'esordio solista di Appino, Il testamento. Lo accompagnano Giulio “Ragno” Favero (basso e co-produzione), l’altro Teatro degli Orrori Franz Valente (batteria), Enzo Moretto degli …A Toys Orchestra (chitarre), Rodrigo D’Erasmo (violino). Appino canta, scrive, suona la chitarra, travasa nei testi tutto il proprio mondo interiore, frullando in ben quattordici tracce una ricca varietà di stili, passando dalla ballad folk impegnata a metà strada fra Dylan e Guccini (“La festa della liberazione”) ad una sorta di light hardcore tricolore (“Solo gli stronzi muoiono”, “Schizofrenia”), dall’indie pop rotondo e cristallino di “Passaporto" e “Fuoco!” al più tradizionale dei guitar rock in “Fiume padre”, fino alle derive electro nella seconda parte della conclusiva “1983”. Appino dimostra di saper graffiare (“Che il lupo cattivo vegli su di te”, “Specchio dell’anima”) ed elargire carezze (“I giorni della merla”, “Godi adesso che puoi”), affidandosi a liriche sempre tese e intrise di crudo realismo. Emerge chiara la voglia di scrivere, di confessarsi, di esprimere le proprie idee e sensazioni, di aprirsi completamente, tanto che il disco risulta fin troppo denso di parole, a tratti quasi logorroico, lì dove in alcuni frangenti scelte più sintetiche sarebbero forse state più efficaci. Spicca l’omaggio al drammatico epilogo della vicenda di Mario Monicelli, che caratterizza la sentita title track. Il grande regista scelse una sorta di eutanasia volontaria, gettandosi da una finestra dell’ospedale dove era destinato a morire, affetto da un male incurabile: da questo gesto scaturisce un immaginario testamento sull’importanza della scelta, anche quella di morire, ma soltanto dopo aver terminato di scrivere liberamente la propria storia. Il testamento riscuoterà un grande successo di critica, tanto da aggiudicarsi la Targa Tenco come Miglior Esordio 2013, e la nomination nella cinquina delle Targhe MEI come Miglior Album dell'anno.

Ma il 21 gennaio 2014 è già il momento per un nuovo capitolo firmato Zen Circus: Canzoni contro la natura. Il pezzo chiave è “Albero di tiglio”, l’episodio più strutturato e maturo, forte di una trascinante coda strumentale. Trattasi della riflessione suprema (e severa) indirizzata al mondo da un dio che si manifesta sotto forma di una pianta per rimproverare gli uomini, rei di aver colpevolmente travisato troppe cose (“Voi credeste io fossi fatto/ A vostra immagine e somiglianza/ Perché lo avete letto sul libro/ Che vi siete scritti da soli / Io non ho mai avuto un figlio/ Come potrei io che sono un tiglio”). Nonsense e sarcasmo, conditi da ulteriori spunti atti a sancire la non secondarietà del mondo vegetale per la sopravvivenza di qualsiasi ecosistema (“Guardate questa vecchia quercia/ distrutta dalla vostra guerra/ Voi piangeste mille figli morti/ Ma questa pianta ne vale altrettanti”). Una sorta di resa dei conti della natura nei confronti dell’uomo e del progresso, ribadita in maniera forte nella title track, dove si ipotizzano le conseguenze di una ribellione animale e vegetale contro l’essere umano. Un intervento dell’indimenticato poeta Giuseppe Ungaretti sottolinea l’anormalità dell’essere umano, ed il suo perenne contrasto con la natura. In tutto l’album, considerabile pertanto una sorta di concept,  è la natura umana ad essere analizzata: madre natura è soltanto un pretesto fatalista per meglio sviscerare il complesso animo dell’uomo. L’analisi parte diretta e convinta sin dall’iniziale “Viva”, un folk-rock barricadero sul deterioramento interiore ed esteriore delle persone comuni nei difficili tempi che stiamo vivendo. E prosegue con la successiva “Postumia”, inno sulla confusione intergenerazionale e sull’incomunicabilità: scendiamo tutti in piazza vestiti a puntino ma “ci guardiamo in faccia sempre raramente/ perché il risultato spesso è deludente”. A regnare sono la disillusione e le difficoltà dei trentenni di oggi. La band dimostra di voler proseguire il felice matrimonio fra songwriting illuminato ed attitudini rock, rifacendosi apertamente all’atteggiamento che venne tracciato per la prima volta in maniera stupefacente da Fabrizio De André nello storico tour con la Premiata Forneria Marconi. Non a caso “L’anarchico e il generale” tende volutamente ad assomigliare a “Il pescatore” che di quell’avventura divenne uno dei principali simboli. Lo stesso piglio da moderni menestrelli è presente in “Vai vai vai!” ed in “Mi son ritrovato vivo”, perennemente mediato con le istanze rock-wave ben celebrate attraverso il basso pulsante e le chitare affilate che caratterizzano “No Way”, pronta ad esplodere nel solo ritornello da stadio del disco. Rino Gaetano è senz’altro un ulteriore punto di riferimento, vuoi per il suo essere nazional- popolare, vuoi per l’irriverenza nei confronti dell’establishment precostituito. La ballata molto americana “Sestri Levante” chiude i giochi portandoci tutti intorno al fuoco a contemplare l’unico episodio rilassato dell’album. Un lavoro attraverso il quale Appino, Karim e Ufo non intendono ergersi a paladini o rappresentanti di una generazione, non intendono fornire risposte assolute al proprio pubblico, ma semplicemente constatare lo stato dell’ambiente circostante, osservato attraverso la propria prospettiva. Spesso descritto in prima persona, altre volte attraverso l’utilizzo o la creazione di personaggi in grado di riflettere la propria poetica, come nel caso di “Dalì”, non il celebre artista, bensì un dissidente destinato alla persecuzione.
Sono tempi difficili, ed all’orizzonte non si scorgono spiragli rassicuranti, ma a volte una canzone può aiutare a migliorare la vita, o almeno illuminarla per una manciata di minuti.

Nel 2015 Appino trova lo spazio per realizzare la seconda opera solista, Grande Raccordo Animale, meno riuscita della precedente e più incentrata su atmosfere pop, con una scrittura focalizzati sull'esperienza del viaggio e sul cambiamento, parlando più di sè stesso che del mondo che lo circonda. Via le chitarre furiose, via ogni accenno di elettronica, via la ferocia dell’hard metal, Appino si spoglia di tutto quello che aveva contraddistinto la sua prima pubblicazione, in favore di melodie più affabili che possano trovare un’accettazione trasversale

A fine settembre 2016 è la volta di La terza guerra mondiale. Nel nono lavoro in studio, gli Zen Circus dimostrano un’idea di fondo ben precisa: suonare come un classico trio chitarra, basso e batteria, e basta, senza sovrastrutture, selezionando il meglio delle circa quaranta tracce scritte negli ultimi due anni. Il risultato è l’album più immediato e diretto fin qui realizzato da Appino, Karim e Ufo: dieci canzoni pensate come dieci potenziali hit, in grado di confermare il Circo Zen fra le realtà di spicco nell’affollato circuito indipendente italiano. Dentro La terza guerra mondiale permane il combat-folk barricadero che li ha resi celebri, a volte intriso di echi wave, soprattutto nei giri di basso di “San Salvario”, altre volte saturo di epicità, come accade nell’iniziale title track, febbrile mix di disillusione e voglia di dar vita ad una nuova era. Ma questa volta, molto più che in passato, emerge una decisa (e decisiva) vena alt-rock, sprigionata attraverso l’uso spinto delle chitarre e i ritornelli facilmente canticchiabili, come accade nell’efficace “Ilenia” (il primo singolo estratto) e nella più telefonata “Terrorista".
Non mancano gli episodi candidati a diventare nuovi inni generazionali, e stavolta ce ne sono almeno due, “Non voglio ballare” e “L’anima non conta”, una coppia di mid tempo destinati a posizionarsi fra le migliori canzoni scritte da Appino e compagnia. E come al solito il Circo Zen non te le manda certo a dire, “La terza guerra mondiale” è anche un disco che farà discutere, perché Appino è bravo nel prendere posizione e scrive senza timori, gettando nella mischia il bieco campanilismo da provincia cronica messo a nudo in “Pisa merda” (il rischio di far arrabbiare chi non saprà leggerla è altissimo) e le liriche antibuoniste della scarica electro “Zingara”, perfetta per dar vita a lunghi (e presumibilmente sterili) dibattiti. Mai lavoro degli Zen Circus è risultato più completo, e anche se la seconda parte risulta meno efficace, c’è un sontuoso finale servito sulle note di “Andrà tutto bene”: oltre dieci minuti rafforzati da una coda strumentale dove negli ultimi secondi la band chiede - sussurrando - il silenzio, al cospetto delle macerie lasciate dal terzo conflitto mondiale. Cosa resterà in piedi? A guardare la copertina, resteranno tre ragazzi che, insensibili alla distruzione che li circonda, metteranno in scena l’ennesimo selfie scattato con il sorriso sulle labbra mentre consumano l’agognato aperitivo. Perché oggi l’importante è dimostrare di esserci: tutto il resto importa poco.

Contributi di Giovanni Dozzini ("Andate tutti affanculo", "Nati per subire"), Francesco Nunziata ("Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo") e Simone Coacci ("Villa Inferno")

Zen Circus

Benvenuti nel Circo Zen

di Claudio Lancia

Un combat-folk sanguigno, condito da riff e tamburi arrembanti. Un immaginario da neorealismo proletario, senza ombra di retorica o melodramma, zeppo di ironia amara, iconoclastia e slanci di metafisica al dettaglio. Questo sono gli Zen Circus, band pisana che ha scalato i gradini dell'indie-rock italiano diventando una delle band più acclamate della propria generazione. ..
Zen Circus
Discografia
 THE ZEN
 
 About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen (Autoprodotto, 1998)
 
   
 ZEN CIRCUS
 
 Visited by the Ghost of Blind Willie Lemon Juice Namington IV (Iceforeveryone, 2001)

5

 Doctor Seduction(Venus, 2004)

6,5

 Life and Opinions of Nello Scarpellini, Gentleman (I Dischi de L'Amico Immaginario, 2005)

6

 Andate Tutti Affanculo (Unhip, 2009) 6,5

Nati per subire (La Tempesta, 2011)

7

 Metal Arcade Vol. 1 (Ep, Black Candy, 2012)

 6

 Canzoni contro la natura (La Tempesta, 2014)

7

 La terza guerra mondiale (La Tempesta, 2016) 7
   
 ZEN CIRCUS & BRIAN RITCHIE 
 
 Villa Inferno (Unhip Records, 2008)
 6,5
   
 APPINO 
 Il testamento (La Tempesta, 2013) 6,5
 Grande Raccordo Animale (La Tempesta/Sony, 2015)6,5
   
 LA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI 
 Morte a credito (Black Candy, 2013) 6
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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(2011 - Black Candy)
I primi passi del trio pisano, con il cantato in inglese e la grande devozione per i Pixies

ZEN CIRCUS

Nati per subire

(2011 - La Tempesta)
La band pisana continua a battere con convinzione la strada del pop d'autore

ZEN CIRCUS

Andate tutti affanculo

(2009 - Unhip/ La Tempesta/ Infecta Suoni E Affini)
Il terzetto pisano in dieci pezzi carichi di risentimento e ironia

ZEN CIRCUS & BRIAN RITCHIE

Villa Inferno

(2008 - Unhip Records)
La band pisana insieme all'ex bassista dei Violent Femmes

ZEN CIRCUS

Vita e opinioni di Nello Scarpellini, Gentiluomo

(2005 - I dischi de l'amico immaginario)

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