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RECENSIONI DI CONCERTI

 

Franco Battiato – Milano, Alcatraz (24 gennaio 2005)

 

Premesso che trattavasi del mio primo concerto di Franco Battiato, devo però dire che al mio stupore s’è aggiunto anche quello dei fan più fedeli: un’esibizione così rock non se l’aspettava nessuno.

Prima data del tour che segue “Dieci stratagemmi”, Alcatraz, tutti in piedi: certamente una location diversa da quelle che ci si aspetterebbe per un concerto di un cantautore come Battiato, che si presenta sorridente, vestito molto casual (anche troppo!) e inaugura il concerto con la lettura di una poesia di Shakespeare, “Come away death”, su musica dell’800 eseguita al pianoforte.

E’ l’unico momento di calma del concerto, perché quando parte “Tra sesso e castità”, si apre il sipario e cade il telo bianco che nascondeva i musicisti (la giovanissima band degli FSC), l’atmosfera cambia e si inaugura una serie di canzoni tiratissime (“Ermeneutica”, e “Strani giorni” in particolare). E Battiato improvvisa qualche balletto, sorride, si scatena: gli si perdonano pure alcune incertezze, che per la verità proseguiranno per tutta la serata, soprattutto da parte di Kumi C. Watanabe, che lo accompagna alla voce in alcune canzoni, ma è la prima data e forse c’è ancora un po’ di rodaggio da fare.

“Via Lattea” è la prima sorpresa della scaletta: lo stesso Battiato dice di non eseguirla da almeno vent’anni, mentre in “La porta dello spavento supremo” Manlio Sgalambro, assente a causa della febbre alta, appare in un contributo filmato, “duettando” in differita con Battiato.

Cattivissime (lo so, pensate che stia esagerando, e invece no) “Shock in my town” e soprattutto “Sarcofagia”, che diventa un pezzo quasi metal, anche se non mancano pezzi più rilassati come l’ormai classica “La cura” e “La stagione dell’amore”.

La prima parte del concerto si chiude con due successi da “La voce del padrone”, cantati a squarciagola dal pubblico, a cui Battiato in più momenti tende il microfono. Il primo bis è "Meccanica", l’altra enorme sorpresa della serata, un pezzo tratto da “Fetus”, il suo primo disco, risalente ad ormai 35 (!) anni fa, nell’esecuzione del quale non si esime dal suonare il synth, proprio come agli ormai preistorici tempi della sperimentazione, così come già aveva fatto nella prima parte eseguendo “Areknames”, storico pezzo da “Pollution”.

Il concerto si chiude con un secondo bis che, come da tradizione, comprende un medley di quasi tutti i pezzi de “La voce del padrone”: anche qui, grande entusiasmo, sia da parte del pubblico che da parte di Battiato, che dà l’impressione di divertirsi più di tutti.

Insomma, un tour che, visto il grande pubblico al quale andrà incontro, mette al bando le sperimentazioni più ardite, i brani classicheggianti e le contaminazioni etniche, per sfoderare quasi trenta brani fra i più noti e cantabili, rielaborati con un sound moderno e giovane. Battiato ha sessant’anni, e non li dimostra affatto: la cattiveria e la freschezza delle esecuzioni, nelle due ore di concerto, non hanno nulla da invidiare a un qualunque gruppo italiano della nuova ondata e hanno le carte in regola per piacere a tutti, dai fan della prima ora a quelli più giovani, e non è un caso che la maggioranza del pubblico fosse composta da ragazzi, cosa rara per un cantautore che ha alle spalle una carriera di quasi quarant’anni.

 

Scaletta:

 

1. Come away death

2. Tra sesso e castità

3. Ermeneutica

4. Strani giorni

5. I'm that

6. Auto da fè

7. Le aquile non volano a stormi

8. Il mantello e la spiga

9. Via Lattea

10. La cura

11. Il silenzio del rumore

12. La porta dello spavento supremo

13. Areknames

14. Impressioni di settembre

15. L'odore di polvere da sparo

16. Shock in my town

17. Sarcofagia

18. E' stato molto bello

19. La stagione dell'amore

20. Voglio vederti danzare

21. Cuccurucucù

22. Centro di gravità permanente

1° bis

23. Meccanica

24. E ti vengo a cercare

25. L'animale

2° bis

26. L'era del cinghiale bianco

27. Medley: Bandiera bianca – Segnali di vita – Sentimento nuevo – Gli uccelli

 

Davide Bassi

 

 

R.E.M./Joseph Arthur - Milano, Filaforum (15 gennaio 2005)

 

C’è qualcosa di strano nell’aria del Forum di Assago: nonostante il concerto sia sold-out da mesi, nel palazzetto non aleggia nessuna coltre di nebbia da nicotina… Nel bene e nel male, i primi effetti della legge anti-fumo.

Una decina di minuti dopo le 20, un solitario Michael Stipe si presenta sul palco tra le prevedibili ovazioni, annunciando che si tratta di una serata felice e triste allo stesso tempo: felice perché ad aprire il concerto ci sarà Joseph Arthur, triste perché sarà l’ultima sera del tour in cui il songwriter di Akron accompagnerà i R.E.M..

Forte di una presentazione così calorosa, Joseph Arthur raggiunge il palco in jeans e giubbotto scuro e abbraccia Stipe, approfittando degli applausi dei fan del gruppo di Athens.

Dal momento in cui si fa silenzio nel Forum e Arthur imbraccia la sua chitarra, ha inizio un’esibizione di intensità abbagliante.

La suadente “Echo Park”, tratta dal nuovo disco “Our Shadows Will Remain” (non ancora pubblicato in Europa), e la graffiante “History”, dal capolavoro “Come To Where I’m From”, sono affidate a un arrangiamento scarno ed essenziale, eppure si levano con una forza magnetica. Quindi Joseph, come di consueto nei suoi concerti, comincia a registrare al momento parti vocali, loop di chitarra e beat assortiti, che usa poi come basi per i propri brani: l’effetto è quello di trovarsi di fronte a una vera e propria band, mentre le canzoni si dilatano in improvvisazioni elettriche e distorte, come nella coda dell’inedita “She Paints Me Gold”.

Il vertice dell’emozione, Joseph Arthur lo raggiunge con “All Of Our Hands”, bonus track disponibile solo sul sito ufficiale dell’artista, che viene completamente riscritta sul palco, trasformandola da dolente litania in tagliente e rabbiosa invettiva dylaniana.

Per “In The Sun”, il brano più famoso del cantautore americano, eseguito in una versione rallentata e struggente, Peter Buck affianca Joseph con i fraseggi in e-bow della sua chitarra, insieme al batterista che accompagna i R.E.M., Bill Rieflin. Quest’ultimo rimane in scena anche per le successive “Can’t Exist” e “You’ve Been Loved”, che con il suo falsetto chiude il set su una nota di morbida dolcezza.

Una breve pausa ed ecco apparire i R.E.M. al completo, sulle note incalzanti di “Finest Worksong”. Michael Stipe, vestito in abito scuro, camicia azzurra, cravatta gialla una coppola destinata a volare subito tra il pubblico, porta disegnata sul viso una striscia scura intorno agli occhi che lo fa assomigliare a uno degli “88 folli” di “Kill Bill”. Ma i fan delle prime file sono pronti ad accoglierlo degnamente, ciascuno con una analoga mascherina nera sul volto: e il sito ufficiale della band riferirà che, alla vista della scena, Michael ha faticato ad arrivare alla fine del brano senza scoppiare a ridere… Alla fine del concerto, poi, una delle maschere finirà anche tra le mani di Peter Buck, che giocherà a indossarla prima di prendere letteralmente in braccio Stipe per portarlo via dal palco…

L’inizio è trascinante e proietta direttamente nei fasti degli anni Ottanta, con Michael Stipe a lanciarsi nei suoi inconfondibili balletti dinoccolati al ritmo di “Finest Worksong” e “Begin The Begin”. E si capisce subito che, per fortuna, i R.E.M. che ci troviamo di fronte non sono quelle tre figure pallide e sfocate che campeggiano sulla copertina dell’ultimo “Around The Sun”, probabilmente l’anello più debole di tutta la loro discografia, ma sono i protagonisti in carne e ossa di una delle carriere più solide e coerenti del rock americano degli ultimi vent’anni.

Persino i brani del nuovo lavoro, da “Boy In The Well” a “High Speed Train” fino a “Leaving New York”, suonano meno scialbi e più ricchi di spessore, mentre i classici della band si susseguono l’uno all’altro senza sosta, riscattando il rischio-nostalgia di un “greatest hits show” grazie all’evidente carica di sincerità del trio di Athens. E quando dalle pagine del passato ricompare il riff splendidamente byrdsiano di “7 Chinese Brothers”, è difficile non perdonare anche la prevedibilità di certe scelte nella setlist…

Un gioco di luci sobrio e suggestivo fatto di sottili tubi colorati contribuisce a rendere l’atmosfera solare e rilassata, con il pubblico - transgenerazionale come da copione – che si diverte ad accendere gli accendini in “Everybody Hurts” e a cantare in coro “Imitation Of Life”, accogliendo con partecipazione anche il prevedibile sermone politico sull’amministrazione Bush con cui Stipe introduce “I Wanted To Be Wrong” e “Final Straw”, con tanto di testo scorrevole sul maxischermo posizionato sopra il palco.

Gli arrangiamenti dei brani, ormai ampiamente collaudati, non riservano grandi sorprese, fatta eccezione per “Walk Unafraid”, con un’introduzione quasi a cappella che lascia spazio a una chitarra dal ritmo deciso, e “Country Feedback”, con un lungo assolo da brividi di Peter Buck, che Stipe ascolta accovacciato sul palco in posa meditativa.

Quando si devono fare i conti con il peso apparentemente schiacciante di hit planetarie come “Losing My Religion”, il segreto è probabilmente quello di non prendersi troppo sul serio: e i R.E.M., quando tornano in scena per i bis, lo fanno nel modo migliore, lasciandosi andare alla spensieratezza del rock ’n’ roll più schietto con “Permanent Vacation”, uno dei primi brani scritti dal giovane Michael Stipe, e con l’inedita “I’m Gonna DJ”, entrambe con un entusiasta Joseph Arthur alla chitarra.

Per il commiato finale, che non risparmia neppure una bandiera della pace lanciata sul palco dal pubblico, “Man On The Moon” prende il posto di “It’s The End Of The World”: visto che in Italia qualcuno potrebbe pensare a Ligabue, forse è meglio così…

 

Gabriele Benzing

 

Scaletta

 

Joseph Arthur

 

1. Echo Park

2. History

3. Leave us alone

4. All of our hands

5. She paints me gold

6. In the sun

7. Can’t exist

8. You’ve been loved

 

R.E.M.

 

1. Finest Worksong
2. Begin The Begin
3. Departure
4. Animal
5. Boy In The Well
6. 7 Chinese Brothers
7. High Speed Train
8. Everybody Hurts
9. Aftermath
10. Leaving New York
11. Daysleeper
12. Imitation Of Life
13. I Wanted To Be Wrong
14. Final Straw
15. Drive
16. The One I Love
17. Walk Unafraid
18. Losing My Religion
19. What's The Frequency, Kenneth?
10. Bad Day
21. The Great Beyond
22. Country Feedback
23. Permanent Vacation
24. I'm Gonna DJ
25. Man On The Moon

 

Rammstein – Milano, Forum di Assago (24 febbraio 2005)

 

Che i Rammstein possano incontrare o meno i gusti personali sul piano musicale è indiscutibile almeno quanto la constatazione della deflagrante spettacolarità dei loro live e dell’innegabile talento da entertainer dei musicisti del teutonico sestetto. E se è proprio nella dimensione live che questo juggernaut industriale esplode in una scena pirotecnica, fiammeggiante, esplosiva fuor di metafora, è proprio da sotto il palco, insieme alla sceneggiatura e alle gag di uno spettacolo difficile da dimenticare, che si può cogliere chiaramente anche un lato autoriflessivo e autoironico della band, opportunamente velato dietro azioni o verbi a volte apparentemente risibili se giudicati per l’estremismo della loro facciata.

A Milano i Rammstein arrivano per l’unica serata di un tour europeo. Si portano dietro come supporto l’ensemble Apocalyptica, un progetto a metà strada tra un quartetto classico di strumenti a corde e un gruppo gothic-metal. Pur ridotti, in quest’occasione, praticamente al ruolo di un cover string quartet dei Metallica, nei brani originali gli Apokaliptica si distinguono per un uso e abuso decisamente suggestivo degli strumenti e per la scena – che può piacere o no – di suonatori di viole e contrabbassi affetti da sindrome di rotazione selvaggia delle capigliature in pieno stile metal. La scelta di un simile gruppo di supporto è un altro sintomo dell’evidente shift di target in direzione metallara intrapreso dalla dirigenza Rammstein, peraltro confermato dalla composizione del pubblico nel grande (e sold-out) Forum di Assago: si contano più magliette thrash che facce ricoperte di make-up da club gotico, ma la composizione del pubblico è a ben vedere a spettro completo, e include anche coppie adulte, compagnie di fan tedeschi e austriaci e spettatori provenienti da paesi che non hanno beneficiato di alcuna tappa del tour europeo.

Se i Rammstein hanno in parte intrapreso una svolta dal gusto lirico, sul palco la loro identità rimane la stessa di sempre. Ignoti guardiani muniti di torce sorvegliano un palco occultato da un tendone. Cala il sipario. Diventa visibile una scenografia che richiama una plancia di comando di una meccanica cyberpunk, con elevatori, porte automatiche, monitor. Partono le esplosioni, i fumi, i riff industriali. Il Rammstein-show ha inizio. Di canzone in canzone, mentre si continua a suonare, succede di tutto. Mascherine sputafuoco sono indossate e utilizzate per riversare metri di fiammate sopra le teste del pubblico. Archi pirotecnici vengono roteati come in una scena da suicidio di un atleta superstar futuribile, scaraventando nubi di scintille sul palco e sugli spettatori delle prime file. Comete piombano sul palco da chissà dove, restando accese come lanterne di fuoco per gli esatti secondi durante i quali i campioni dei cori orchestrali di “Morgenstern” infiammano il pubblico. In occasione della mise en scene di “Mein Teil”, ispirata da un caso di rituale cannibalistico a sfondo sessuale avvenuto in Germania, il tastierista Flake viene portato sul palco dentro un pentolone che viene investito ripetutamente da vampate di lanciafiamme dal vocalist Lindemann, vestito come un cuoco assassino con tanto di coltellacci affilati davanti al microfono e recitazioni grottesche di possibili evirazioni. E se quest’ultimo indossa dei lanciafiamme applicati alle braccia per sparare fiammate concertate con la musica di “Feuer Frei” e con gli effetti di luci, Flake non si accontenta di prendere in giro il ballo tradizionale tedesco e se stesso dimenandosi mentre indossa dei petardi: a un dato momento, dopo uno showcase effettistico, fracassa la tastiera frantumandola in decine di schegge che schizzano sul palco, per poi scagliarne la carcassa in mezzo al pubblico - e, si sarebbe scoperto, versando anche un po’ di sangue di un paio di spettatori graffiati e contenti.

Non è finita. Cannoni ad aria compressa esplodono in aria chili di striscioline colorate che calano dal soffitto in occasione di “Amerika”. Globi di fuoco sparati da Lindemann si innestano su delle rotaie sopraelevate e attraverso l’intera area sovrastante il pubblico andando a ritroso dal palco. Mentre la band si appresta a chiudere o apre un pezzo, vampate di fuoco vengono espulse dal pavimento del palco fino all’altezza delle luci, coordinate con gli effetti dei fari e con le pause, le riprese e i crescendo della musica. I brani sono, a volte, fortemente rimaneggiati e riadattati al complesso scenico, delle gag e dei fuochi, questi ultimi avvertibili con il loro calore fino a metri e metri dal palco. In alcune canzoni i Rammstein prolungano di molto gli inserti ballabili delle basi, generando nel pubblico un divertente effetto “di genere”: sono in pochi a ballare sui ritmi industrial, mentre le metalheads rimangono interdette da questi inspiegati prolungamenti ritmici e in attesa di nuove sessioni di headbanging sui pesanti, esatti, volumetrici riff.

Non tutti i brani spiccano per esecuzione, in parte per lievi aggiustamenti iniziali in sede di equalizzazione (causa anche di un paio di stecche di Lindemann) e in parte per via dei notevoli riarrangiamenti subiti. Questo è evidente per alcuni dei brani dal recente “Reise, Reise”, mentre i rodati e più ispirati brani di “Mutter” beneficiano di una buona esecuzione e di un’orchestrazione eccellente con gli elementi visivi. Dopo la routinaria falsa chiusura di concerto, i Rammstein riappaiono con la ballad “Ohne Dich”, suonata col supporto dagli archi degli Apocalityca, e con una sfilza di hit finali. Nel vasto repertorio proposto, a spiccare rimangono i brani di “Sehnsucht”, eseguiti con un impatto difficilmente eguagliabile dalla maggior parte dei live act contemporanei e con tutta la benzina rimasta nei macchinari pirotecnici, ma anche una versione classica di “Du Riechst So Gut”. Si chiude con la cover dei Depeche Mode, “Stripped”, non prima che il bassista venga portato in giro dalle braccia del pubblico su un gommone.

A fine concerto, è arduo non vedere sorrisi di soddisfazione anche tra le dure maschere degli spettatori più estremi. A un certo punto, però, all’uscita scoppia una piccola rissa. Volano epiteti politici. Ti arriva all’orecchio qualche domanda tipica rivolta ad altri: “Ma è vero che sono nazisti?”. Se i Rammstein sono di destra, il Dalai Lama vende loro il kerosene. Eppure, tra le prime fila, mentre Lindemann canta “Sonne” in maniera solenne, le fiammate bruciano fortissime sul viso. E sembra che il suo sole arrivi davvero.

 

Marco Benoit Carbone

 

 (Foto di Carlo Marras)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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