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RECENSIONI DI CONCERTI

 

Wilco – Milano, Mazdapalace (6 settembre 2005)

 

"Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnalo per possederlo", scriveva Goethe nel "Faust". Nessuno come gli Wilco, in questo primo scorcio del nuovo millennio, ha dimostrato di saper partire dalla tradizione folk-rock americana più classica, riletta attraverso la sensibilità alt.country, per raggiungere un’innovazione mai puramente cerebrale, in cui il ricorso all’elettronica e la ricerca rumoristica diventano strumenti di un’autentica messa a nudo dell’anima.

L’occasione di ascoltarli in un concerto gratuito alla Festa dell’Unità di Milano è quindi di quelle da non perdere. E il pubblico, anche se probabilmente preso in contropiede dalla puntualità dell’inizio della serata, arriva a riempire dopo i primi brani quasi tutto il parterre del Mazdapalace, seguendo con una calorosa partecipazione ogni nota della band americana.

L’avvio, affidato alle atmosfere madreperlacee del pianoforte di “Hell Is Chrome”, conduce subito in una dimensione intima e avvolgente, in cui la voce ferita di Jeff Tweedy lacera immediatamente ogni difesa del cuore, mentre la band costruisce un crescendo solenne e maestoso. Il basso rotondo di “Handshake Drugs” introduce una cavalcata altrettanto travolgente, in cui i liquidi assolo di un virtuoso della chitarra del calibro di Nels Cline vengono travolti dal turbine di feedback del finale.

Non c’è nessun orpello scenico a dare sostegno al concerto, con un gioco di luci ridotto all’essenziale e la sobria gestualità dei sei sul palco. Ma non se ne sente la mancanza neppure per un istante, di fronte a una musica così capace di assorbire l’attenzione.

Nonostante Jeff Tweedy lamenti qualche difficoltà tecnica, la sicurezza con cui gli Wilco creano i loro stratificati muri sonici convince senza riserve. Tra le frastagliate dissonanze di “I Am Trying To Break Your Heart”, la batteria di Glenn Kotche si destreggia riempiendo ogni spazio con i suoi rintocchi, mentre “At Least That’s What You Said”, accolta dal pubblico con un’ovazione sin dalle prime note, stordisce con il suo passaggio da rarefatta ballata a imponente distorsione.

Così, la spensieratezza pop di “Hummingbird” è solo una pausa leggiadra prima di giungere al cuore pulsante della serata, una “Via Chicago” in cui la repentina alternanza di esplosioni e silenzi lascia senza fiato, creando uno straniante contrasto tra la dimessa melodia inseguita dalla voce di Tweedy e i deflagranti climax della band, da qualche parte tra Neil Young e i Radiohead.

I plastici arrangiamenti di “War On War” e “Jesus, Etc.” conferiscono ai brani un’inedita vivacità e gli Wilco si lanciano anche a improvvisare su un nuovo, rovente rock-blues, presentato da Tweedy come un work in progress. A dominare la scaletta sono come prevedibile gli episodi tratti dai due più acclamati lavori del gruppo, “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born”, anche se non mancano un paio di canzoni tratte dai due capitoli di “Mermaid Avenue”, in cui gli Wilco hanno messo in musica insieme a Billy Bragg alcuni testi dimenticati del folksinger per eccellenza, Woody Guthrie.

Prima dei bis c’è spazio ancora per una torrenziale versione di “Spiders (Kidsmoke)”, in cui gli Wilco colorano di un blues tenebroso il kraut-rock dell’originale, fino alla catarsi prolungata del chorus chitarristico, con le luci puntate sulla platea.

Al ritorno sul palco della band, il clima si fa più rilassato e sorridente, anche se inevitabilmente meno intrigante, lasciando spazio al rock ruspante di brani come “The Late Greats”, “I’m A Wheel” e “Outtasite (Outta Mind)”, con il chitarrista che si concede persino qualche mulinello alla Pete Townshend... D’altra parte, “il rock ‘n’ roll è parte della cura”, come dichiara Jeff Tweedy prima di mettersi a giocare col pubblico nella vecchia “Kingpin”, invitando tutti a seguirlo in un urlo liberatorio.

Ma a ricordare che quello degli Wilco è ben più di un rock ‘n’ roll party ci pensa di nuovo “Misunderstood”, il brano che per primo ha scavato il solco tra le due fasi della carriera del gruppo, in cui la reiterazione dei versi finali, “I’d like to thank you all for nothing at all”, si trasforma in una martellante ossessione che lascia attoniti per la sua forza.

Perché il cerchio si chiuda, non resta a questo punto che tributare un ultimo omaggio alla “repubblica invisibile” dylaniana, con una cover di “I Shall Be Realesed” in cui brilla il riflesso leggendario della Band. Il coronamento perfetto di una serata alla fine della quale le radici della musica americana sembrano più antiche e più nuove che mai.

 

Gabriele Benzing

 

Scaletta:

 

1. Hell Is Chrome

2. Handshake Drugs

3. Company In My Back

4. I Am Trying To Break Your Heart

5. A Shot In The Arm

6. At Least That’s What You Said

7. Hummingbird

8. Via Chicago

9. War On War

10. Airline To Heaven

11. Jesus, Etc.

12. New Song

13. I’m The Man Who Loves You

14. Spiders (Kidsmoke)

 

Encore:

 

15. Kingpin

16. The Late Greats

17. Misunderstood

18. One By One

19. I’m A Wheel

20. Outtasite (Outta Mind)

21. I Shall Be Released (Bob Dylan)

 

 

 Eyeless In Gaza - Londra, Bush House (29 luglio 2005)

 

Forse non vale la pena arrovellarsi troppo sul perché alcune band innovative che hanno creato una musica originale, esteticamente interessante e appassionante, rimangano appannaggio di pochi intimi estimatori, ma nel caso degli Eyeless In Gaza potrebbe essere proprio il fattore “intimità” dei loro suoni e del loro approccio ad aver determinato il corso di questa storia. Un’intimità così lirica, romantica, estrema e ripiegata su sé stessa da essere quasi spossante, un’esperienza che a molti forse può suonare persino sgradevole.

In questo 2005 preso nel sempiterno riflusso new wave, il duo di Nuneaton rilancia il proprio mito sbarcando a Londra per il primo concerto nella capitale da 19 anni a questa parte. Bush Hall è la venue prestigiosa dove Martyn Bates e Peter Becker mettono in scena uno show  nostalgico ma vitale, atmosfericamente in linea con la propria musica, da sempre radicata nello stordimento lirico del ricordare e del naufragare nelle proprie sensazioni interiori. Peccato che l’acustica della splendida sala georgiana non sia delle più adatte a ricreare l’ambiente immersivo di cui necessitano questi suoni, che vanno perdendosi e appiattendosi fra gli stucchi e le eleganti false colonne delle pareti.

“Per fortuna”, però, il pubblico è inevitabilmente formato da nostalgici, critici musicali o estimatori devoti, oltre che da un’allegra e chiassosa schiera di amici e parenti di Martyn e Peter, per cui l’atmosfera si colora di una nuova e inaspettata sfumatura d’intimità, calore e umanità che la musica degli EIG hanno sempre avuto in potenza, sebbene stretta nel solipsismo malinconico della voce del leader. Questa deviazione dal mondo estetico della band avrebbe potuto imboccare la strada del ridicolo e della triste e tarda fanfaronata autocelebrativa, invece il rischio è evitato dal duo con ironia, aprendo l’esperienza a una nuova prospettiva: forse nell’“industria musicale”, qualcuno la gloria non la cerca deliberatamente, per riuscire a conservare una dimensione esistenziale raccolta e familiare.

Il concerto: dei due, Martyn è quello che ha continuato con maggiore costanza la sua attività musicale, anche come solista o collaborando ai progetti più disparati, e la sua prontezza e preparazione, all’inizio, tengono in piedi un concerto che parte un po’zoppicando, come a raschiare via la parte più grossa della ruggine. Poi s’iniziano a intravedere gli antichi scintillii e l’armonia fra i due è ritrovata. Il repertorio è quasi interamente basato sui dischi dei primi anni 80, su quelle ballate fra techno pop e industrial, fra funk robotico e rapimento estatico che hanno dettato la “norma” EIG dei primi album. Nulla viene concesso agli sperimentalismi improvvisativi post ‘90 e poco al periodo più guitar pop di metà Eighties. Il synth è lo stesso di allora e quando parte la linea indimenticabile di “Transcience Blues” sembra di essere catapultati indietro di vent’anni e passa. “Keynote Inertia”, “Changing Stations”, “Pearl and Pale” o la più recente, grandiosa “Streets I Ran”, non hanno perso niente del loro splendore lirico e drammatico, della loro visione originalissima del dramma pop, vissuta tutta interiormente, anche quando alle note sussurrate o lamentate subentra il grido, sempre grido a un’immagine evocata e lontana ma scorta dentro di sé. Pare che le note del “Best Of” di prossima uscita su Cherry Red siano scritte niente di meno che da Alan McGee: sarà finalmente giunto il momento della riscoperta anche per questo culto della wave più “di nicchia” ?

 

Davide Ariasso

 

 

Eels – Milano, Conservatorio Giuseppe Verdi (8 ottobre 2005)

 

Un treno blu avanza traballando nel pallido grigiore dell’inverno. Seduto sul suo tetto c’è uno strano essere, intento a cantare nostalgiche melodie al suono della fisarmonica. Tutti l’hanno respinto perché non c’è nessuna specie in cui possa essere catalogato, ma lui continua ad affrontare quel mondo di anime morte con l’innocenza dei suoi occhi e la compagnia di pochi amici. Il suo nome è Cheburashka ed è il protagonista di quello che in Russia è stato il più famoso film d’animazione degli anni Settanta. Ma potrebbe anche chiamarsi Mark Oliver Everett, perché le buffe fattezze di quella creatura dalle enormi orecchie sono la perfetta icona dei beautiful freaks cantati dall’uomo chiamato E.

Chi altri potrebbe avere il coraggio di riservare al proprio pubblico, assiepato nell’austero scenario di un tempio della musica “colta” come la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, la proiezione di un’intera puntata di un cartone animato russo in lingua originale, sottotitolato in inglese? Ma quando c’è di mezzo uno come E bisogna essere pronti a tutto. È lui stesso a raccontare che quando è in tour si sente come se fosse intrappolato in una scena di “Ricomincio da capo”, la commedia americana in cui Bill Murray, per un misterioso scherzo temporale, si risvegliava ogni mattina nello stesso giorno: occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo per non lasciare che abbia la meglio la scontatezza.

Così, a preparare il cuore alla musica degli Eels ci pensa la struggente malinconia sovietica delle vecchie immagini del piccolo Cheburashka e del coccodrillo Gena, in cui è facile immaginare l’eco dei ricordi d’infanzia della moglie di E, la dentista russa Natasha Kovaleva.

Quando finalmente si spengono le luci, è solo il riflesso di brace di un sigaro acceso ad annunciare l’ingresso di Mr. E sul palco. Un’ombra rossastra che svela appena il profilo barbuto del suo viso, mentre attraversa la scena appoggiandosi a un elegante bastone da passeggio. Un soffuso gioco di luci lo accoglie di fronte al microfono, accanto al quale si trova un portacenere dal sapore retrò. Il completo scuro, il borsalino calato sugli occhi e la cravatta nera che stringe il candido colletto della camicia gli conferiscono un’aura di rigore rabbinico.

Mentre un intenso aroma di sigaro si diffonde nell’aria, all’eclettico Chet basta un volgare bidone per avvolgere la sala in un ritmo caldo e pulsante, sostenuto dalle note scure del contrabbasso di Big Al. Poi, dal quartetto d’archi al femminile posto alle spalle di E sboccia soave l’aria di “Fresh Feeling”. Da quel momento in avanti, la musica degli Eels si libra come un’unica, incantata suite cameristica lungo tutta la durata del concerto, accarezzando i brani con orchestrazioni liriche e misurate, su cui la voce di E scava un solco di lacrime e sorrisi.

È facile lasciarsi travolgere dalla giocosità contagiosa di “I Like Birds”, “Losing Streak” e “Trouble With Dreams”, che dà l’occasione a Chet di esibirsi in un incalzante assolo finale. È facile farsi cullare dall’afflato sinfonico della fascinosa rilettura di “Bus Stop Boxer” o dallo zucchero filato beatlesiano di “Dirty Girl”, così come dalla briosa dolcezza della cover di “Pretty Ballerina” dei Left Banke.

Ma a lasciare davvero senza fiato è il trittico di ballate tratte da “Electro-Shock Blues”: “Ant Farm”, “Climbing To The Moon” e soprattutto “Dead Of Winter”, in cui E si accosta al dolore in un sussurro di tale pudore e intensità da strappare il cuore per non restituirlo più.

Mr. E, Chet e Big Al si alternano tra chitarre, steel, autoharp, piano e wurlitzer, mentre Ana, Heather, Julie e Paloma lasciano i loro archetti solo per suonare occasionalmente maracas e percussioni varie, tra cui fa capolino persino un vibratore (!). Del resto, la cresta da mohicano ostentata da Big Al rivela subito che l’apparente seriosità degli abiti da sera dei componenti della band non è altro che l’ennesimo gioco delle Anguille di E.

Eppure, la dimensione teatrale si rivela il contesto ideale per ricreare le atmosfere dell’ultimo “Blinking Lights And Other Revelations”, riuscendo a suggerire nuove sfumature anche alle trame di classici come “My Beloved Monster”. Così, se è comprensibile sentire la mancanza di un più istintivo coinvolgimento da rock ‘n’ roll show, non si può che rimanere rapiti di fronte alla naturalezza con cui gli Eels riescono a passare dal rock irsuto degli ultimi tour al raccoglimento di un quartetto d’archi senza mai perdere la loro inconfondibile personalità.

Accanto a piccoli classici del culto eelsiano c’è spazio anche per perle minori come “Taking A Bath In Rust”, tratta dalla colonna sonora del film “Levity”, e “Jeannie’s Diary”, risalente all’epoca dei primi dischi solisti di E, anche se successivamente inserita in “Daisies Of The Galaxy”. Quando E era tornato alla vecchia casa dei genitori in Virginia per assistere la madre malata, aveva cominciato per caso a suonare al pianoforte quella vecchia melodia rimasta sepolta nella sua memoria. Poi, E era andato dalla madre per chiederle se avesse bisogno di qualcosa e lei, per tutta risposta, si era limitata a mormorare: “Just more of that”. Ascoltare di nuovo le fantasticherie di E sul diario di Jeannie è allora come entrare ancora una volta nel più intimo album dei ricordi della famiglia Everett.

Mr. E non cerca la ribalta, ma preferisce rimanere nella penombra del palco, immerso nella propria musica, da cui si distoglie di tanto in tanto solo per dialogare ironicamente con il pubblico. Così, dopo aver adescato la platea con un guascone “Are you ready to rock?”, subito giunge sarcastica la beffa di un “Sorry, wrong concert…”. A quel punto, E congeda i suoi compagni d’avventura per una solitaria esecuzione di “Railroad Man”, proclamando che lui non fa pause, perché la sua chitarra lo segue persino a letto: proprio quello che diceva l’ex-moglie di Ray Charles parlando dell’ossessione del marito per la musica, in quella biografia che E racconta di avere divorato avidamente prima di decidersi a scommettere tutto sulle proprie canzoni.

Lo sguardo sempre in ombra sotto le falde del cappello, E siede al pianoforte per intonare le elegie da cuore infranto di “If You See Natalie” e “I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart”, insieme a un sognante omaggio al Dylan di “Girl From The North Country”: è allora che la suggestione di trovarsi di fronte al miracolo di un giovane Tom Waits dall’animo ferito diventa irresistibile. Poi arrivano gli ululati spettrali di “Flyswatter”, ai quali presta la voce la sega suonata dal formidabile Chet e che si dilatano in una torrenziale improvvisazione di puro rumorismo avanguardista, durante la quale E imbraccia la chitarra elettrica per lasciare fluttuare una distorta versione di “Novocaine For The Soul”.

Scivolati nel soffice abbraccio degli Eels, quasi non ci si accorge di essere già arrivati al momento dei bis, che riservano prima tre brani tratti da “Blinking Lights And Other Revelations” (tra cui spiccano una “Hey Man (Now You’re Really Living)” a rotta di collo e la confessione finale di “Things The Grandchildren Should Know”) e poi la sorpresa elettrica di una ruvida “Dog Faced Boy”, che sazia la fame del pubblico di abbandonarsi per un attimo al rock diretto dei tempi di “Souljacker”.

Gli Eels salutano, si accendono le luci, parte la musica di sottofondo: sembra davvero tutto finito e il pubblico comincia a lasciare la sala, fatta eccezione per i fedelissimi che si accalcano in piedi sotto il palco, con una segreta speranza negli occhi… E infatti, dopo una manciata di minuti, con la sala ormai semivuota, gli Eels tornano in scena a sorpresa, indossando i pigiami del video di “Trouble With Dreams” e fingendo di stropicciarsi gli occhi dal sonno: con le luci accese e il calore della platea più vicino che mai, E si lancia in una spumeggiante cover di “I Could Never Take The Place Of Your Man” di Prince, che trascina tutti nella festa con la sua allegra spigliatezza. Il pigiama-party degli Eels si conclude con una versione strumentale di “Mr. E’s Beautiful Blues”, in cui i componenti della band lasciano il palco a uno a uno mentre gli altri continuano a suonare. Per qualche fortunato della prima fila c’è anche l’onore di ricevere in dono il sigaro di E… ma per tutti rimane un sorriso che è difficile scacciare dalle labbra. E pensare che Everett sostiene di voler fare come i Beach Boys, che andavano in tour lasciando Brian Wilson a casa: “Tutto quello che mi serve è trovare un Glen Campbell per rimpiazzarmi”, scherza nelle interviste. C’è solo da essere grati che non l’abbia ancora trovato… Spaziba, Mr. E.

 

Gabriele Benzing

 

Scaletta:

 

1. Fresh Feeling

2. Packing Blankets

3. Bride Of Theme From Blinking Lights

4. A Magic World

5. Son Of A Bitch

6. Dirty Girl

7. Ant Farm

8. Jeannie’s Diary

9. My Beloved Monster

10. Bus Stop Boxer

11. Pretty Ballerina (The Left Banke)

12. I Like Birds

13. It’s A Motherfucker

14. Taking A Bath In Rust

15. Railroad Man

16. Trouble With Dreams

17. Girl From The North Country (Bob Dylan)

18. If You See Natalie

19. I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart

20. Dead Of Winter

21. Flyswatter / Novocaine For The Soul

22. Losing Streak

23. Climbing To The Moon

 

Encores:

 

24. Blinking Lights (For Me)

25. Hey Man (Now You’re Really Living)

26. Things The Grandchildren Should Know / Theme From Blinking Lights

 

27. Dog Faced Boy

 

28. I Could Never Take The Place Of Your Man (Prince)

29. Mr. E’s Beautiful Blues (instrumental)

 

 

Sigur Rós - Roma, Cavea dell'Auditorium (25 luglio 2005)

 

Non poteva essere scelta una location migliore per la prima data italiana del tour estivo della band islandese, la cavea dell’Auditorium di Roma, l'impianto open-air progettato da Renzo Piano. Struttura e acustica perfetta a parte, questa di stasera non sarà solo una questione di acustica. Ci sono loro, i Sigur Rós, uno dei più talentuosi fenomeni musicali tra i recenti nomi nuovi della scena rock. Anche se sono ormai passati otto anni dall’inizio della loro imprevedibile ascesa. Forti di un seguito ormai nutritissimo, rischiano come solo i maestri Radiohead osano, proponendo un set quasi per metà composto da brani nuovi e sconosciuti. Tenendo però bene in considerazione che tre dei sette estratti dal nuovo album, “Takk…” sono comunque già noti ai fedelissimi perché eseguiti dal vivo nell’ultimo tour e in brevi apparizioni live. Cionondimeno, è un rischio che può essere corso solo da una band di un certo livello. E loro, nonostante la peculiare timidezza e umiltà, superano l’ostacolo con sicurezza da veterani.

La cavea è quasi gremita. Il propedeutico prologo spetta alle Amina, quartetto d’archi, ma non solo, formato da quattro carinissime ragazze, anche loro islandesi, preziosissime collaboratrici della band, che presentano il loro Ep “AminaAmina”. Preludio e assaggio delle atmosfere che caratterizzeranno la serata. Suite strumentali con accenni di loop e sperimentazioni ambient. Tra gli occasionali strumenti spiccano una sega e dei bicchieri. Da segnalare il candore di ”Fjarskanistan e l’ipnosi di “Blaskjar“. Una voce, adeguata, le renderebbe davvero interessanti.

Con altrettanta modestia, dietro a un particolare sipario a tre tende salgono sul palco i veri protagonisti della serata. Dopo un angosciante sottofondo introduttivo, si parte con ”Glósóli”, il primo inedito della serata. Una strana percussione gracchiante guida le stridenti evanescenze tastieristiche. Si materializza la voce, celestiale e trasognata, per una solennità rotta solo nel vertiginoso crescendo finale con gli improvvisi tuoni di basso e batteria che iniziano a scolpire il ghiaccio in un vortice che all’improvviso sfuma in un lontano tripudio di campanellini.

Jonsi impugna il fedele archetto del violino in quella postura che lo rende unico e inconfondibile, anche nella sagoma dell’ombra proiettata nello schermo retrostante. La lunga introduzione è accolta da un boato. E’ il vecchio gioiello “Ný batterí”, uno dei momenti più pop della serata. Pop a modo loro, inteso come immediatezza melodica, perché la malinconia resta sempre la regina incontrastabile nell’altalena emotiva scandita dall’organo che sostituisce i fiati. Sempre da "Agætis Byrjun" l’altro brano che li ha resi famosi, l’incantevole inno dei ghiacci, "Svefn-g-englar". Un turbine emozionale di dieci minuti con il commovente cantato di Jonsi, avvolgente e ammaliante. Sollievo e disperazione.

Dopo la nostalgia tornano sul palco le Amina e con loro tornano le novità. In hopelandic (letteralmente: speranzese, il linguaggio personale modellato da Jonsi, fatto di vocalizzi, gemiti e gorgheggi). "Sæglópur" con il piano che tanto ricorda “Because The Night” di Patti Smith e un incedere quasi wave, da immaginare restando sempre e comunque in ottica Sigur Rós. Le spirali ritmiche sono squarciate da gelidi violini che strozzano il brano in un fioco torpore da cui rinasce abbagliante "Sé lest" (già nota come “Celesta”) nel suo intreccio di glockenspiel, piano e, appunto, celesta. Fiabesca da far sciogliere anche i cuori più freddi. E poi gli altri due nuovi brani non proprio inediti: sulla stessa linea la romantica ”Miláno”, che si distingue però per una sferzata orchestrale che fa da spartiacque tra i due momenti soft del brano; e l'assai più cupa ”Gong” (la migliore tra le nuove) con la sua ritmica dark e la rabbia finale, che come al solito implode timorosa nella quiete della chiusura.

Poliedrici più che mai - Orri, il batterista, si alterna allo xilofono con Jonsi, mentre Kjartan si divide tra tastiera e chitarra - i Sigur Rós presentano l'ultima novità della serata, l’indiretto tributo ai Radiohead nel velato decadentismo di ”Andvari”.

L’archetto del violino ondeggia sempre leggiadro. Sembra quasi dirigere le caleidoscopiche immagini che scorrono sullo schermo mischiandosi ai bagliori del decisivo accostamento di luci e colori. Uno scroscio di applausi accoglie "Vaka", il brano d’apertura del terzo album, l'untitled( )”: piano notturno e stridenti sviolinate su chitarra per uno dei momenti più toccanti e meglio interpretati. Sette minuti di suggestioni lunari e brividi lungo la schiena. Non possono mancare in una cornice audio-visiva di tale suggestione due tra i brani più cinematografici del repertorio. Il primo è "Viðrar vel til loftárása”, lo straziante dialogo tra piano e archi che sembrano parlare. La voce di Jonsi sembra nascondersi intimidita fino all'intermezzo silenzioso di cinque lunghi secondi. Cinque secondi di apnea in un parossismo che innesca un geyser sinfonico frastornante. Il secondo è la marcia artica di ”Njósnavélin” (quella di "Vanilla Sky" che ha fatto innamorare mezza Hollywood), che alleggerisce l'atmosfera.

Anche perché prima c'è ”Haffsol”, l'unico estratto dall'acerbo esordio "Von", introdotta dalle bacchettate sul basso del diligente Georg. Epica e solenne, con la scintillante accelerazione finale guidata dall'incontenibile batteria di Orri. La voce si supera. Come nella festosa esplosione della natura nel post-rock paradisiaco di "Olsen Olsen", tra rallentamenti quasi walzer e fughe orchestrali di flauto e pianoforte. E infine la lunga cavalcata onirica di "Popplagið", il brano di chiusura di "()".

Il climax fatto canzone (pur essendo i Sigur Rós lontani anni luce dalla forma-canzone intesa in senso tradizionale). Il sipario scende lentamente. Dai sussurri che si arrampicano sul vellutato arpeggio al crescendo che prelude all'impetuoso finale. L’ultima spietata tempesta che frantuma il ghiaccio dopo due ore di luci, ombre, fragori e silenzi. Cala definitivamente il sipario. Tutt’altro che loquaci, i nostri abbandonano il palco silenziosi e schivi. A capo chino, come quattro folletti estasiati. Ma ritornano, un po' a sorpresa, per l’inchino finale senza aggiungere una sola parola. Loro ringraziano così.

 

Piero Merola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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