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Wilco
– Milano, Mazdapalace (6 settembre 2005)
"Quello
che erediti dai tuoi padri, riguadagnalo per possederlo", scriveva Goethe
nel "Faust". Nessuno come gli Wilco,
in questo primo scorcio del nuovo millennio, ha dimostrato di saper partire dalla
tradizione folk-rock americana più classica, riletta attraverso la sensibilità
alt.country, per raggiungere un’innovazione mai puramente cerebrale, in
cui il ricorso all’elettronica e la ricerca rumoristica diventano strumenti di
un’autentica messa a nudo dell’anima.
L’occasione di ascoltarli in
un concerto gratuito alla Festa dell’Unità di Milano è quindi di quelle da non
perdere. E il pubblico, anche se probabilmente preso in contropiede dalla puntualità
dell’inizio della serata, arriva a riempire dopo i primi brani quasi tutto il
parterre del Mazdapalace, seguendo con una calorosa partecipazione ogni nota della
band americana.
L’avvio, affidato alle atmosfere
madreperlacee del pianoforte di “Hell Is Chrome”, conduce subito in una dimensione
intima e avvolgente, in cui la voce ferita di Jeff Tweedy lacera immediatamente
ogni difesa del cuore, mentre la band costruisce un crescendo solenne e maestoso.
Il basso rotondo di “Handshake Drugs” introduce una cavalcata altrettanto travolgente,
in cui i liquidi assolo di un virtuoso della chitarra del calibro di Nels Cline
vengono travolti dal turbine di feedback del finale.
Non c’è nessun orpello scenico
a dare sostegno al concerto, con un gioco di luci ridotto all’essenziale e la
sobria gestualità dei sei sul palco. Ma non se ne sente la mancanza neppure per
un istante, di fronte a una musica così capace di assorbire l’attenzione.
Nonostante Jeff Tweedy lamenti
qualche difficoltà tecnica, la sicurezza con cui gli Wilco creano i loro stratificati
muri sonici convince senza riserve. Tra le frastagliate dissonanze di “I Am Trying
To Break Your Heart”, la batteria di Glenn Kotche si destreggia riempiendo ogni
spazio con i suoi rintocchi, mentre “At Least That’s What You Said”, accolta dal
pubblico con un’ovazione sin dalle prime note, stordisce con il suo passaggio
da rarefatta ballata a imponente distorsione.
Così, la spensieratezza pop
di “Hummingbird” è solo una pausa leggiadra prima di giungere al cuore pulsante
della serata, una “Via Chicago” in cui la repentina alternanza di esplosioni e
silenzi lascia senza fiato, creando uno straniante contrasto tra la dimessa melodia
inseguita dalla voce di Tweedy e i deflagranti climax della band, da qualche
parte tra Neil Young e i Radiohead.
I plastici arrangiamenti di
“War On War” e “Jesus, Etc.” conferiscono ai brani un’inedita vivacità e gli Wilco
si lanciano anche a improvvisare su un nuovo, rovente rock-blues, presentato da
Tweedy come un work in progress. A dominare la scaletta sono come prevedibile
gli episodi tratti dai due più acclamati lavori del gruppo, “Yankee
Hotel Foxtrot” e “A
Ghost Is Born”, anche se non mancano un paio di canzoni tratte dai due capitoli
di “Mermaid Avenue”, in cui gli Wilco hanno messo in musica insieme a Billy Bragg
alcuni testi dimenticati del folksinger per eccellenza, Woody Guthrie.
Prima dei bis c’è spazio ancora
per una torrenziale versione di “Spiders (Kidsmoke)”, in cui gli Wilco colorano
di un blues tenebroso il kraut-rock dell’originale, fino alla catarsi prolungata
del chorus chitarristico, con le luci puntate sulla platea.
Al ritorno sul palco della
band, il clima si fa più rilassato e sorridente, anche se inevitabilmente meno
intrigante, lasciando spazio al rock ruspante di brani come “The Late Greats”,
“I’m A Wheel” e “Outtasite (Outta Mind)”, con il chitarrista che si concede persino
qualche mulinello alla Pete Townshend... D’altra
parte, “il rock ‘n’ roll è parte della cura”, come dichiara Jeff Tweedy prima
di mettersi a giocare col pubblico nella vecchia “Kingpin”, invitando tutti a
seguirlo in un urlo liberatorio.
Ma a ricordare che quello degli
Wilco è ben più di un rock ‘n’ roll party ci pensa di nuovo “Misunderstood”, il
brano che per primo ha scavato il solco tra le due fasi della carriera del gruppo,
in cui la reiterazione dei versi finali, “I’d like to thank you all for nothing
at all”, si trasforma in una martellante ossessione che lascia attoniti per la
sua forza.
Perché il cerchio si chiuda,
non resta a questo punto che tributare un ultimo omaggio alla “repubblica invisibile”
dylaniana, con una cover di “I
Shall Be Realesed” in cui brilla il riflesso leggendario della Band. Il coronamento
perfetto di una serata alla fine della quale le radici della musica americana
sembrano più antiche e più nuove che mai.
Gabriele Benzing
Scaletta:
1. Hell Is
Chrome
2. Handshake
Drugs
3. Company
In My Back
4. I Am Trying
To Break Your Heart
5. A Shot In
The Arm
6. At Least
That’s What You Said
7. Hummingbird
8. Via Chicago
9. War On War
10. Airline
To Heaven
11. Jesus,
Etc. 12.
New Song
13. I’m The
Man Who Loves You
14. Spiders
(Kidsmoke)
Encore:
15. Kingpin
16. The Late
Greats
17. Misunderstood
18. One By
One 19.
I’m A Wheel
20. Outtasite
(Outta Mind)
21. I Shall
Be Released (Bob Dylan) Eyeless
In Gaza - Londra, Bush House (29 luglio 2005)
Forse
non vale la pena arrovellarsi troppo sul perché alcune band innovative che hanno
creato una musica originale, esteticamente interessante e appassionante, rimangano
appannaggio di pochi intimi estimatori, ma nel caso degli Eyeless In Gaza potrebbe
essere proprio il fattore “intimità” dei loro suoni e del loro approccio ad aver
determinato il corso di questa storia. Un’intimità così lirica, romantica, estrema
e ripiegata su sé stessa da essere quasi spossante, un’esperienza che a molti
forse può suonare persino sgradevole.
In questo 2005 preso nel
sempiterno riflusso new wave,
il duo di Nuneaton rilancia il proprio mito sbarcando a Londra per il primo concerto
nella capitale da 19 anni a questa parte. Bush Hall è la venue prestigiosa dove
Martyn Bates e Peter Becker mettono in scena uno show nostalgico ma vitale,
atmosfericamente in linea con la propria musica, da sempre radicata nello stordimento
lirico del ricordare e del naufragare nelle proprie sensazioni interiori. Peccato
che l’acustica della splendida sala georgiana non sia delle più adatte a ricreare
l’ambiente immersivo di cui necessitano questi suoni, che vanno perdendosi e appiattendosi
fra gli stucchi e le eleganti false colonne delle pareti.
“Per fortuna”, però, il
pubblico è inevitabilmente formato da nostalgici, critici musicali o estimatori
devoti, oltre che da un’allegra e chiassosa schiera di amici e parenti di Martyn
e Peter, per cui l’atmosfera si colora di una nuova e inaspettata sfumatura d’intimità,
calore e umanità che la musica degli EIG hanno sempre avuto in potenza, sebbene
stretta nel solipsismo malinconico della voce del leader. Questa deviazione dal
mondo estetico della band avrebbe potuto imboccare la strada del ridicolo e della
triste e tarda fanfaronata autocelebrativa, invece il rischio è evitato dal duo
con ironia, aprendo l’esperienza a una nuova prospettiva: forse nell’“industria
musicale”, qualcuno la gloria non la cerca deliberatamente, per riuscire a conservare
una dimensione esistenziale raccolta e familiare.
Il concerto: dei due, Martyn
è quello che ha continuato con maggiore costanza la sua attività musicale, anche
come solista o collaborando ai progetti più disparati, e la sua prontezza e preparazione,
all’inizio, tengono in piedi un concerto che parte un po’zoppicando, come a raschiare
via la parte più grossa della ruggine. Poi s’iniziano a intravedere gli antichi
scintillii e l’armonia fra i due è ritrovata. Il repertorio è quasi interamente
basato sui dischi dei primi anni 80, su quelle ballate fra techno pop e industrial,
fra funk robotico e rapimento estatico che hanno dettato la “norma” EIG dei primi
album. Nulla viene concesso agli sperimentalismi improvvisativi post ‘90 e poco
al periodo più guitar pop di metà Eighties. Il synth è lo stesso di allora e quando
parte la linea indimenticabile di “Transcience Blues” sembra di essere catapultati
indietro di vent’anni e passa. “Keynote Inertia”, “Changing Stations”, “Pearl
and Pale” o la più recente, grandiosa “Streets I Ran”, non hanno perso niente
del loro splendore lirico e drammatico, della loro visione originalissima del
dramma pop, vissuta tutta interiormente, anche quando alle note sussurrate o lamentate
subentra il grido, sempre grido a un’immagine evocata e lontana ma scorta dentro
di sé. Pare che le note del “Best Of” di prossima uscita su Cherry Red siano scritte
niente di meno che da Alan McGee: sarà finalmente giunto il momento della riscoperta
anche per questo culto della wave più “di nicchia” ?
Davide
Ariasso
Eels
– Milano, Conservatorio Giuseppe Verdi (8 ottobre 2005)
Un
treno blu avanza traballando nel pallido grigiore dell’inverno. Seduto sul suo
tetto c’è uno strano essere, intento a cantare nostalgiche melodie al suono della
fisarmonica. Tutti l’hanno respinto perché non c’è nessuna specie in cui possa
essere catalogato, ma lui continua ad affrontare quel mondo di anime morte con
l’innocenza dei suoi occhi e la compagnia di pochi amici. Il suo nome è Cheburashka
ed è il protagonista di quello che in Russia è stato il più famoso film d’animazione
degli anni Settanta. Ma potrebbe anche chiamarsi Mark Oliver Everett, perché le
buffe fattezze di quella creatura dalle enormi orecchie sono la perfetta icona
dei beautiful freaks cantati dall’uomo chiamato E.
Chi altri potrebbe avere il
coraggio di riservare al proprio pubblico, assiepato nell’austero scenario di
un tempio della musica “colta” come la Sala Verdi del Conservatorio di Milano,
la proiezione di un’intera puntata di un cartone animato russo in lingua originale,
sottotitolato in inglese? Ma quando c’è di mezzo uno come E bisogna essere pronti
a tutto. È lui stesso a raccontare che quando è in tour si sente come se fosse
intrappolato in una scena di “Ricomincio da capo”, la commedia americana in cui
Bill Murray, per un misterioso scherzo temporale, si risvegliava ogni mattina
nello stesso giorno: occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo per non lasciare
che abbia la meglio la scontatezza.
Così, a preparare il cuore
alla musica degli Eels ci pensa
la struggente malinconia sovietica delle vecchie immagini del piccolo Cheburashka
e del coccodrillo Gena, in cui è facile immaginare l’eco dei ricordi d’infanzia
della moglie di E, la dentista russa Natasha Kovaleva.
Quando finalmente si spengono
le luci, è solo il riflesso di brace di un sigaro acceso ad annunciare l’ingresso
di Mr. E sul palco. Un’ombra rossastra che svela appena il profilo barbuto del
suo viso, mentre attraversa la scena appoggiandosi a un elegante bastone da passeggio.
Un soffuso gioco di luci lo accoglie di fronte al microfono, accanto al quale
si trova un portacenere dal sapore retrò. Il completo scuro, il borsalino calato
sugli occhi e la cravatta nera che stringe il candido colletto della camicia gli
conferiscono un’aura di rigore rabbinico.
Mentre un intenso aroma di
sigaro si diffonde nell’aria, all’eclettico Chet basta un volgare bidone per avvolgere
la sala in un ritmo caldo e pulsante, sostenuto dalle note scure del contrabbasso
di Big Al. Poi, dal quartetto d’archi al femminile posto alle spalle di E sboccia
soave l’aria di “Fresh Feeling”. Da quel momento in avanti, la musica degli Eels
si libra come un’unica, incantata suite cameristica lungo tutta la durata
del concerto, accarezzando i brani con orchestrazioni liriche e misurate, su cui
la voce di E scava un solco di lacrime e sorrisi.
È facile lasciarsi travolgere
dalla giocosità contagiosa di “I Like Birds”, “Losing Streak” e “Trouble With
Dreams”, che dà l’occasione a Chet di esibirsi in un incalzante assolo finale.
È facile farsi cullare dall’afflato sinfonico della fascinosa rilettura di “Bus
Stop Boxer” o dallo zucchero filato beatlesiano
di “Dirty Girl”, così come dalla briosa dolcezza della cover di “Pretty Ballerina”
dei Left Banke.
Ma a lasciare davvero senza
fiato è il trittico di ballate tratte da “Electro-Shock Blues”: “Ant Farm”, “Climbing
To The Moon” e soprattutto “Dead Of Winter”, in cui E si accosta al dolore in
un sussurro di tale pudore e intensità da strappare il cuore per non restituirlo
più. Mr.
E, Chet e Big Al si alternano tra chitarre, steel, autoharp, piano e wurlitzer,
mentre Ana, Heather, Julie e Paloma lasciano i loro archetti solo per suonare
occasionalmente maracas e percussioni varie, tra cui fa capolino persino un vibratore
(!). Del resto, la cresta da mohicano ostentata da Big Al rivela subito che l’apparente
seriosità degli abiti da sera dei componenti della band non è altro che l’ennesimo
gioco delle Anguille di E.
Eppure, la dimensione teatrale
si rivela il contesto ideale per ricreare le atmosfere dell’ultimo “Blinking Lights
And Other Revelations”, riuscendo a suggerire nuove sfumature anche alle trame
di classici come “My Beloved Monster”. Così, se è comprensibile sentire la mancanza
di un più istintivo coinvolgimento da rock ‘n’ roll show, non si può che rimanere
rapiti di fronte alla naturalezza con cui gli Eels riescono a passare dal rock
irsuto degli ultimi tour al raccoglimento di un quartetto d’archi senza mai perdere
la loro inconfondibile personalità.
Accanto a piccoli classici
del culto eelsiano c’è spazio anche per perle minori come “Taking A Bath
In Rust”, tratta dalla colonna sonora del film “Levity”, e “Jeannie’s Diary”,
risalente all’epoca dei primi dischi solisti di E, anche se successivamente inserita
in “Daisies Of The Galaxy”. Quando E era tornato alla vecchia casa dei genitori
in Virginia per assistere la madre malata, aveva cominciato per caso a suonare
al pianoforte quella vecchia melodia rimasta sepolta nella sua memoria. Poi, E
era andato dalla madre per chiederle se avesse bisogno di qualcosa e lei, per
tutta risposta, si era limitata a mormorare: “Just more of that”. Ascoltare di
nuovo le fantasticherie di E sul diario di Jeannie è allora come entrare ancora
una volta nel più intimo album dei ricordi della famiglia Everett.
Mr. E non cerca la ribalta,
ma preferisce rimanere nella penombra del palco, immerso nella propria musica,
da cui si distoglie di tanto in tanto solo per dialogare ironicamente con il pubblico.
Così, dopo aver adescato la platea con un guascone “Are you ready to rock?”, subito
giunge sarcastica la beffa di un “Sorry, wrong concert…”. A quel punto, E congeda
i suoi compagni d’avventura per una solitaria esecuzione di “Railroad Man”, proclamando
che lui non fa pause, perché la sua chitarra lo segue persino a letto: proprio
quello che diceva l’ex-moglie di Ray Charles parlando dell’ossessione del marito
per la musica, in quella biografia che E racconta di avere divorato avidamente
prima di decidersi a scommettere tutto sulle proprie canzoni.
Lo sguardo sempre in ombra
sotto le falde del cappello, E siede al pianoforte per intonare le elegie da cuore
infranto di “If You See Natalie” e “I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t
Break Your Heart”, insieme a un sognante omaggio al Dylan
di “Girl From The North Country”: è allora che la suggestione di trovarsi di fronte
al miracolo di un giovane Tom Waits
dall’animo ferito diventa irresistibile. Poi arrivano gli ululati spettrali di
“Flyswatter”, ai quali presta la voce la sega suonata dal formidabile Chet e che
si dilatano in una torrenziale improvvisazione di puro rumorismo avanguardista,
durante la quale E imbraccia la chitarra elettrica per lasciare fluttuare una
distorta versione di “Novocaine For The Soul”.
Scivolati nel soffice abbraccio
degli Eels, quasi non ci si accorge di essere già arrivati al momento dei bis,
che riservano prima tre brani tratti da “Blinking
Lights And Other Revelations” (tra cui spiccano una “Hey Man (Now You’re Really
Living)” a rotta di collo e la confessione finale di “Things The Grandchildren
Should Know”) e poi la sorpresa elettrica di una ruvida “Dog Faced Boy”, che sazia
la fame del pubblico di abbandonarsi per un attimo al rock diretto dei tempi di
“Souljacker”.
Gli Eels salutano, si accendono
le luci, parte la musica di sottofondo: sembra davvero tutto finito e il pubblico
comincia a lasciare la sala, fatta eccezione per i fedelissimi che si accalcano
in piedi sotto il palco, con una segreta speranza negli occhi… E infatti, dopo
una manciata di minuti, con la sala ormai semivuota, gli Eels tornano in scena
a sorpresa, indossando i pigiami del video di “Trouble With Dreams” e fingendo
di stropicciarsi gli occhi dal sonno: con le luci accese e il calore della platea
più vicino che mai, E si lancia in una spumeggiante cover di “I Could Never Take
The Place Of Your Man” di Prince, che trascina tutti nella festa con la sua allegra
spigliatezza. Il pigiama-party degli Eels si conclude con una versione strumentale
di “Mr. E’s Beautiful Blues”, in cui i componenti della band lasciano il palco
a uno a uno mentre gli altri continuano a suonare. Per qualche fortunato della
prima fila c’è anche l’onore di ricevere in dono il sigaro di E… ma per tutti
rimane un sorriso che è difficile scacciare dalle labbra. E pensare che Everett
sostiene di voler fare come i Beach Boys, che andavano in tour lasciando Brian
Wilson a casa: “Tutto quello che mi serve è trovare un Glen Campbell per rimpiazzarmi”,
scherza nelle interviste. C’è solo da essere grati che non l’abbia ancora trovato…
Spaziba, Mr. E.
Gabriele Benzing
Scaletta:
1. Fresh Feeling
2. Packing Blankets
3. Bride Of Theme From Blinking
Lights
4. A Magic
World
5. Son Of A
Bitch
6. Dirty Girl
7. Ant Farm
8. Jeannie’s
Diary
9. My Beloved
Monster
10. Bus Stop
Boxer
11. Pretty
Ballerina (The Left Banke)
12. I Like
Birds
13. It’s A
Motherfucker
14. Taking
A Bath In Rust
15. Railroad
Man 16.
Trouble With Dreams
17. Girl From
The North Country (Bob Dylan)
18. If You
See Natalie
19. I’m Going
To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart
20. Dead Of
Winter
21. Flyswatter
/ Novocaine For The Soul
22. Losing
Streak
23. Climbing
To The Moon
Encores:
24. Blinking
Lights (For Me)
25. Hey Man
(Now You’re Really Living)
26. Things
The Grandchildren Should Know / Theme From Blinking Lights
27. Dog Faced
Boy
28. I Could
Never Take The Place Of Your Man (Prince)
29. Mr. E’s
Beautiful Blues (instrumental)
Sigur Rós - Roma, Cavea dell'Auditorium (25 luglio 2005)
Non
poteva essere scelta una location migliore per la prima data italiana del tour
estivo della band islandese, la cavea dell’Auditorium di Roma, l'impianto
open-air progettato da Renzo Piano. Struttura e acustica perfetta a parte,
questa di stasera non sarà solo una questione di acustica. Ci sono loro, i Sigur
Rós, uno dei più talentuosi fenomeni musicali tra i recenti nomi nuovi della
scena rock. Anche se sono ormai passati otto anni dall’inizio della loro imprevedibile
ascesa. Forti di un seguito ormai nutritissimo, rischiano come solo i maestri
Radiohead osano, proponendo
un set quasi per metà composto da brani nuovi e sconosciuti. Tenendo però bene
in considerazione che tre dei sette estratti dal nuovo album, “Takk…”
sono comunque già noti ai fedelissimi perché eseguiti dal vivo nell’ultimo tour
e in brevi apparizioni live. Cionondimeno, è un rischio che può essere corso solo
da una band di un certo livello. E loro, nonostante la peculiare timidezza e umiltà,
superano l’ostacolo con sicurezza da veterani.
La cavea è quasi gremita.
Il propedeutico prologo spetta alle Amina, quartetto d’archi, ma non solo, formato
da quattro carinissime ragazze, anche loro islandesi, preziosissime collaboratrici
della band, che presentano il loro Ep “AminaAmina”. Preludio e assaggio delle
atmosfere che caratterizzeranno la serata. Suite strumentali con accenni di loop
e sperimentazioni ambient. Tra gli occasionali strumenti spiccano una sega
e dei bicchieri. Da segnalare il candore di ”Fjarskanistan e l’ipnosi di “Blaskjar“.
Una voce, adeguata, le renderebbe davvero interessanti.
Con altrettanta modestia,
dietro a un particolare sipario a tre tende salgono sul palco i veri protagonisti
della serata. Dopo un angosciante sottofondo introduttivo, si parte con ”Glósóli”,
il primo inedito della serata. Una strana percussione gracchiante guida le stridenti
evanescenze tastieristiche. Si materializza la voce, celestiale e trasognata,
per una solennità rotta solo nel vertiginoso crescendo finale con gli improvvisi
tuoni di basso e batteria che iniziano a scolpire il ghiaccio in un vortice che
all’improvviso sfuma in un lontano tripudio di campanellini.
Jonsi impugna il fedele
archetto del violino in quella postura che lo rende unico e inconfondibile, anche
nella sagoma dell’ombra proiettata nello schermo retrostante. La lunga introduzione
è accolta da un boato. E’ il vecchio gioiello “Ný batterí”, uno dei momenti più
pop della serata. Pop a modo loro, inteso come immediatezza melodica, perché la
malinconia resta sempre la regina incontrastabile nell’altalena emotiva scandita
dall’organo che sostituisce i fiati. Sempre da "Agætis Byrjun" l’altro
brano che li ha resi famosi, l’incantevole inno dei ghiacci, "Svefn-g-englar".
Un turbine emozionale di dieci minuti con il commovente cantato di Jonsi, avvolgente
e ammaliante. Sollievo e disperazione.
Dopo la nostalgia tornano
sul palco le Amina e con loro tornano le novità. In hopelandic (letteralmente:
speranzese, il linguaggio personale modellato da Jonsi, fatto di vocalizzi, gemiti
e gorgheggi). "Sæglópur" con il piano che tanto ricorda “Because The
Night” di Patti Smith e un incedere quasi wave, da immaginare restando sempre
e comunque in ottica Sigur Rós. Le spirali ritmiche sono squarciate da gelidi
violini che strozzano il brano in un fioco torpore da cui rinasce abbagliante
"Sé lest" (già nota come “Celesta”) nel suo intreccio di glockenspiel,
piano e, appunto, celesta. Fiabesca da far sciogliere anche i cuori più freddi.
E poi gli altri due nuovi brani non proprio inediti: sulla stessa linea la romantica
”Miláno”, che si distingue però per una sferzata orchestrale che fa da spartiacque
tra i due momenti soft del brano; e l'assai più cupa ”Gong” (la migliore tra le
nuove) con la sua ritmica dark e la rabbia finale, che come al solito implode
timorosa nella quiete della chiusura.
Poliedrici più che mai -
Orri, il batterista, si alterna allo xilofono con Jonsi, mentre Kjartan si divide
tra tastiera e chitarra - i Sigur Rós presentano l'ultima novità della serata,
l’indiretto tributo ai Radiohead nel velato decadentismo di ”Andvari”.
L’archetto del violino ondeggia
sempre leggiadro. Sembra quasi dirigere le caleidoscopiche immagini che scorrono
sullo schermo mischiandosi ai bagliori del decisivo accostamento di luci e colori.
Uno scroscio di applausi accoglie "Vaka", il brano d’apertura del terzo
album, l'untitled “(
)”: piano notturno e stridenti sviolinate su chitarra per uno dei momenti
più toccanti e meglio interpretati. Sette minuti di suggestioni lunari e brividi
lungo la schiena. Non possono mancare in una cornice audio-visiva di tale suggestione
due tra i brani più cinematografici del repertorio. Il primo è "Viðrar vel
til loftárása”, lo straziante dialogo tra piano e archi che sembrano parlare.
La voce di Jonsi sembra nascondersi intimidita fino all'intermezzo silenzioso
di cinque lunghi secondi. Cinque secondi di apnea in un parossismo che innesca
un geyser sinfonico frastornante. Il secondo è la marcia artica di ”Njósnavélin”
(quella di "Vanilla Sky" che ha fatto innamorare mezza Hollywood), che
alleggerisce l'atmosfera.
Anche perché prima c'è ”Haffsol”,
l'unico estratto dall'acerbo esordio "Von", introdotta dalle bacchettate
sul basso del diligente Georg. Epica e solenne, con la scintillante accelerazione
finale guidata dall'incontenibile batteria di Orri. La voce si supera. Come nella
festosa esplosione della natura nel post-rock paradisiaco di "Olsen Olsen",
tra rallentamenti quasi walzer e fughe orchestrali di flauto e pianoforte. E infine
la lunga cavalcata onirica di "Popplagið", il brano di chiusura di "()".
Il climax fatto canzone
(pur essendo i Sigur Rós lontani
anni luce dalla forma-canzone intesa in senso tradizionale). Il sipario scende
lentamente. Dai sussurri che si arrampicano sul vellutato arpeggio al crescendo
che prelude all'impetuoso finale. L’ultima spietata tempesta che frantuma il ghiaccio
dopo due ore di luci, ombre, fragori e silenzi. Cala definitivamente il sipario.
Tutt’altro che loquaci, i nostri abbandonano il palco silenziosi e schivi. A capo
chino, come quattro folletti estasiati. Ma ritornano, un po' a sorpresa, per l’inchino
finale senza aggiungere una sola parola. Loro ringraziano così.
Piero
Merola |