26/11/2002

Acid Mothers Temple

Casa 139, Milano


di Mattia Paneroni
Acid Mothers Temple

Il locale (?) La Casa, proprietà dell'Arci di Milano, è apparentemente un gran bel posto; sembra quasi il Village Vanguard di New York. L'unica cosa: anziché scendere, per vedere il concerto bisogna salire le scale. L'ambiente è raccolto, c'è qualche tavolino, un bancone del bar che più piccolo non si può... insomma: molto "cool". Primo giudizio, squisitamente estetico: 8+.
Parliamo di musica. Alle 22.30 salgono sul palco i Jennifer Gentle (due chitarre, basso, batteria e il solito campionatore) che, per circa 35 minuti, intrattengono il famelico pubblico con una splendida suite che, per intenderci, riecheggia i Goodspeed You! Black Emperor, i Cul De Sac e, vagamente, i Sigur Ros (in quel poco di cantato iniziale). Abbastanza originali e dotati di discreta tecnica, i cinque ragazzi di Padova dimostrano di conoscere il rock e di possedere un ottimo gusto negli arrangiamenti. Se dovessi proprio definire il loro genere, parlerei di "rock psichedelico". Sono senz'altro da tenere d'occhio.

Benissimo. Termina la performance del gruppo di supporto, entrano in scena i "grandi".
Dopo un po' di trambusto nel montare la propria strumentazione dovuto allo spazio esiguo, i cinque giapponesi salgono sul palco e iniziano quello che sarebbe stato uno spettacolo indimenticabile.
Dopo un'introduzione di campionatore che svela la passione degli Acid Mother Temple per Daevid Allen, il gruppo di Kawabata Makoto (leader della formazione e chitarrista) irrompe dapprima con un sound aggressivo evidenziato dalle evoluzioni pirotecniche del bassista Tsuyama Atsushi (un virtuoso munito di basso Gibson "SG" con tre corde!), dopodichè si abbandona ad un noise-psichedelico corale che dilania timpani e psiche degli increduli spettatori.
I volumi sono al massimo e la potenza è tale che sembra di assistere ad un bombardamento.
I cinque eccellenti musicisti sono veri e propri mostri da palcoscenico e cominciano a dimenarsi come in preda a convulsioni, in perfetto stile "rock".
Il primo "brano" termina e si procede al secondo: no wave pura. Ci si aspetta che dalla chitarra di Makoto esca lo spirito di Arto Lindsay!
Sempre Makoto, visibilmente irritato, comincia a preconizzare che qualcosa sta andando storto... Si avventa sul microfono per contrappuntare il "canto" (guaìto?) di Atsushi ma, prima di concludere la strofa, distrugge (nel senso letterale del termine!) l'apparecchiatura per terra. Il pezzo continua al massimo: è un climax ascendente che porta la tensione alle stelle.
Sono sicuro che gli spettatori che ebbero la fortuna assistere alle performance di Hendrix, provarono sensazioni molto simili al pubblico di questa sera, che mostrava uno stato di coma apparente mentre questi cinque giapponesi riempivano via Ripamonti di quella violenza che solo il rock sa generare.

A circa metà del quarto pezzo, però, avviene il disastro: blackout .
Un blackout non casuale, dal momento che si viene a sapere che il gestore del locale, prima che il gruppo incominciasse l'esibizione, aveva avvertito l'organizzatore che, se i cinque "mostri" avessero esagerato coi volumi, avrebbe "tolto loro la spina".
Beh, vi posso garantire che per me (per tutti, ne sono certo!) si è trattata di una vera e propria eutanasia musicale.
I cinque musicisti, neri di rabbia, scagliano per terra i propri strumenti e abbandonano il palco. E' la fine. Che vergogna!

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