19/01/2003

Art Ensemble Of Chicago

Teatro Manzoni, Milano


di Mattia Paneroni
Art Ensemble Of Chicago

Durante un'uggiosa domenica mattina di un gelido gennaio milanese la mia curiosità prende il sopravvento sulla mia proverbiale pigrizia e decido di affrontare una faticosa levataccia (!?) condita con un pizzico di blocco totale del traffico: munito di biglietto per il tram (ma anche di discman - "Isn't Anything" dei My Bloody Valentine: eccellente, ragazzi! ...ne parleremo un'altra volta, però) esco di casa infreddolito in direzione del Teatro Manzoni dove, da lì a poco, avrò la fortuna di assistere al migliore concerto jazz della mia carriera di ascoltatore.
Ad aspettarmi, un coda mostruosa alla cassa; ma gli amici con cui mi sono dato appuntamento hanno già messo le mani sui preziosi biglietti: si entra quindi senza problemi.

Alle 11.20 circa, Roscoe Mitchell (saxofono) sale sul palco seguito da Malachi Favors (contrabbasso), Don Moye (batteria e percussioni) e dal grande Joseph Jarman (saxofono) che proprio ieri, dopo un intervallo durato dieci anni dedicato all'ascesi spirituale, è rientrato definitivamente nell'organico degli Art Ensemble Of Chicago, gruppo che più di ogni altro è riuscito a fondere jazz, avanguardia e musica afroamericana. Manca all'appello solamente il grande trombettista Lester Bowie che, purtroppo, "ha lasciato la città" nel 1999 ma, come viene romanticamente sottolineato durante le presentazioni iniziali, è presente nello spirito dei suoi amici musicisti... Jarman, Favors e Moye - vestiti da aborigeni africani con tanto di facce dipinte! - scandiscono, assieme a Mitchell, i primi venti minuti di musica con suoni percussivi dalle cadenze ipnotiche, tribali, che illustrano ad un pubblico in religioso silenzio come il jazz sia (sia stata?) una musica ispirata, fervida e ironica (grazie anche al massiccio utilizzo di strumenti-giocattolo).

Il campo è quello del jazz d'avanguardia e i richiami al loro capolavoro "Fanfare For The Warriors" sono parecchi. La struttura del concerto è dinamica: un climax ascendente che conferisce tensione ad ogni aggiunta strumentale. L'acme viene raggiunta quando Mitchell, abbandonate le percussioni, imbraccia il flauto traverso (ogni musicista del gruppo affetta confidenza con centinaia di strumenti, tutti presenti sul palco) e principia a dilettare gli ascoltatori con i caratteristici singulti free, seguito da Jarman al saxofono e dal celebre, eccelso pianista Kirk Lightsey, special guest della tappa milanese, entrato in scena in quel momento.
Il pubblico, inizialmente un po' scettico, è ora sintonizzato sulle frequenze del grande combo afroamericano.
Mitchell, dal fraseggio torrenziale, è la vera attrazione del gruppo... Talvolta suona contemporaneamente saxofono contralto e baritono in un tripudio di spettacolarità, senza mai perdere di vista l'ispirazione e il senso di ciò che sta facendo. Mai spazio all'autoindulgenza, per dirla con poche parole...

I cinque musicisti si divertono, scherzano e mostrano la propria esperienza maturata in trentacinque anni di carriera: siamo di fronte a veri e propri fuoriclasse.
L'esibizione dura circa un'ora e mezzo in cui accade di tutto e sembrano pochi i minuti che separano l'inizio dalla fine. Un'esibizione memorabile, ricca di spunti, di particolarità, di pathos.

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