09/09/2003

Ornette Coleman

Auditorium del Lingotto, Torino


di Mattia Paneroni
Ornette Coleman

Chi di voi ricorda il finale di "Sunset Boulevard", il capolavoro di Billy Wilder, in cui Norma Desmond, ex-stella del cinema muto, scende la scalinata della sua villa hollywoodiana come se dovesse recitare una parte da protagonista in un'importante pellicola ("Eccomi, De Mille, sono pronta per il mio primo piano"), piuttosto che consegnarsi alla polizia per aver ucciso lo scrittore Joe Gillis?

Da ieri sera considero Ornette Coleman la Norma Desmond del jazz: settantatré anni suonati, una carriera alle spalle che fa letteralmente paura (oltre ad essere stato il primo musicista a utilizzare il termine "free jazz", ha composto e suonato decine di album fondamentali per l'evoluzione del jazz e -credo- anche del rock) e, soprattutto, è ancora in vita. Ma non accetta di essere invecchiato. E, pur di dimostrare di essere ancora il grande Ornette, allestisce sterili tournée durante le quali riversa sul pubblico grappoli di note ghiacciate che stridono con la musica che ci donò tempo fa. Una volta, i jazzisti avevano facce diverse da quelle da impiegati di banca che popolano le copertine degli album moderni: con tutta probabilità, l'aver vissuto la musica fino allo sfinimento ha accompagnato il Nostro tra le braccia della Terza Età completamente torrefatto. E' già tanto poterlo vedere in piedi. Ma non abbastanza.
All'Auditorium del Lingotto di Torino ho assistito a uno spettacolo impietoso, commovente, in cui quest'anziano signore, scortato da due musicisti coi fiocchi (Tony Falanga e - udite, udite! - Greg Cohen ai contrabbassi) e un infimo e raccomandatissimo batterista (meglio noto come Il-Figlio-Di-Coleman), ha dimostrato di non sapere più stare in piedi, di non sapere più suonare e di non ricordare la musica che l'ha reso unico e irripetibile.

Il Grande Ornette non c'è più e, mentre ascoltavo gl'interminabili esercizi di stile coi quali ha deliziato le orecchie delle solite vecchie babbione snob delle prime file (uscite dal teatro molto più felici del sottoscritto), nella mia testa suonavano le note di "Invisible", "Focus On Sanity", "Change Of The Century", "Ramblin'", "Joy Of A Toy", "Free Jazz" e, paradossalmente, di "Beauty Is A Rare Thing". La bellezza, infatti, è una cosa rara. Molto rara, caro Ornette. Irripetibile.

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