21/10/2003

David Bowie

Palais Omnisport - Bercy, Parigi (Francia)


di Nicola Minucci
David Bowie

Come pubblicizzato molti mesi prima, David Bowie intraprende il tour piu' grande (almeno come capienza dei luoghi deputati a ospitarlo) dai tempi del "Sound + Vision Tour" del 1990. Richiamati da questa novità, migliaia e migliaia di nuovi e vecchi appassionati del Duca si precipitano a comprare i biglietti, i piu' economici dei quali, a Parigi, costano 51,80€: una piccola fortuna che non impedisce alla data del 20 di far registrare il tutto esaurito e a quella del 21 di andarci ad un passo.

Date le ultime prove, decisamente scadenti, del signor Jones, decido che entrero' solo trovando un biglietto a 30€ dai bagarini. Il gioco riesce e sono dentro quando il gruppo di supporto, i Dandy Warhols, attacca la prima canzone. La scelta della spalla è quantomai azzeccata per il Bowie di adesso. Il nome della band lo richiama indirettamente, e il pop-rock onestamente ruffiano che confeziona non è poi cosi' distante dai suoi dischi più recenti. Il mini-show scivola via facilmente, ed è anche piacevole, seppur moderatamente. Il frontman , Courtney Taylor-Taylor, sa stare sul palco esibendo un atteggiamento quasi neo-glam, e ogni tanto infila anche qualche divertente battuta ("Questo è il nostro nuovo singolo: lo so perché l'ho sentito oggi alla radio nel nostro albergo"). Ovviamente non si risparmiano la famosissima "Bohemian Like You". Niente di incredibile, ma sarebbe stato più stupefacente se Bowie si fosse portato dietro qualcuno di meno ordinario o un innovatore.

Dopo poco, cala il telone davanti al quale suonavano i Dandy Warhols e si scopre la scenografia del concerto che tutti attendono. Megaschermo sul fondo e band molto lontana, ai lati due rampe sopraelevate alle quali si accede attraverso una piccola foresta di rami completamente bianchi.
L'entrata in scena del gruppo è suggestiva: il gruppo sfila davanti al megaschermo che trasmette cartoni animati di loro che suonano, per poi piazzarsi ai posti di combattimento. Bowie, chitarra a tracolla, jeans e giacca a righe rosse e bianche sopra una maglietta bianca e un foulard verde che non si toglierà mai, sembra visibilmente di buon umore. Le premesse di un concerto memorabile ci sono tutte. E' stato cosi'? Proprio no, purtroppo.
A penalizzarlo sono state due scelte, entrambe decisamente irritanti. La prima, la piu' grave forse, è la scaletta. Con l'esclusione di tre pezzi nuovi e di "Hang onto Yourself", sono stati eseguiti solo pezzi gia' presentati nel tour precedente. Poco importa se, fra questi, c'erano canzoni di una bellezza cristallina come "Heroes", "Ziggy Stardust" o "Ashes to Ashes". Oltre a essere sostanzialmente gli stessi (ma stasera sembra che Bowie abbia scelto comunque i meno belli fra quelli che proponeva nel 2002), i pezzi sono suonati nello stesso stile, con il medesimo arrangiamento, da una band che è sempre quella. Chi ha visto il tour promozionale di "Heathen" non ha ragione di vedere questo. La seconda scelta sbagliata è quella degli arrangiamenti. Ormai Bowie punta a creare una sorta di "muro del suono" di chitarre plastificate, riproponendo un rock un po' bolso e sostanzialmente "middle of the road", indeciso quanto innocuo e poco vivo. A che (o a chi, se non a chi sta sul palco) serve la centosesta "Fame" sempre uguale (prendete un bootleg del '76: è praticamente identica) o una "Always Crashing in the Same Car" che sembra suonata dai Tin Machine? Non solo le cover, ma anche i pezzi di Bowie sembrano trattati dai Tin Machine in versione meno hard. Se non fosse che le canzoni sono ormai storia, e che l'uomo sul palco ha sempre le doti istrioniche che lo contraddistinguono, ci sarebbe di che sbadigliare.
Il fatto che però, bene o male, si sia a un'enorme festa con un vecchio amico rende il tutto, alla fine, quasi divertente: chi non ha mai visto Bowie o lo ha visto molto tempo fa puo' tornare a casa comunque ampiamente soddisfatto.

Il Duca attacca con "New Killer Star". Il pubblico è sorprendentemente freddo, e non si scalderà mai completamente, nel corso della serata. L'esecuzione è senza sbavature, ma non molto intensa: prevedibile, d'altra parte. Segue un'innocua "Pablo Picasso" (ma perché?) e poi, finalmente, qualcosa che desta il fiume dei ricordi: "All the Young Dudes" vede un Bowie in grande forma vocale, anche se lascia il ritornello al pubblico, incitato dalla pedana laterale sinistra, sulla quale resta per far subito scendere il ritmo con "I've Been Waiting for You", cover di Neil Young. E' il primo (inutile) brano tratto da "Heathen". Alla fine saranno ben quattro i pezzi di questo album non certo memorabile.
Ecco "Fame", che non invecchia mai, ma è sempre uguale, e mentre si è felici di ballarla per l'ennesima volta non si puo' fare a meno di pensare che, per una volta sola, sarebbe stato simpatico sentire "Tvc 15" o la splendida "Stay", già rispolverata nel 2002. "Cactus" è tutto sommato buona, essendo la base di partenza eccezionale. "China Girl" fa piacere ritrovarla, ma è spiccicata alla versione del tour precedente: vabbeh... "Hallo Spaceboy" funziona sempre perfettamente: impossibile non saltare sul posto sulle bordate dei due chitarristi Earl Slick e Gerry Leonard, nonché della bassista Gail Ann Dorsey che, come spesso accade, Bowie si diverte a sfottere un po': "Che bel vestito da Cenerentola..." o "Oggi ha le sue scarpe preferite... belle, nere, con quei tacchi altissimi... Oops!". Proprio la Dorsey si prende il ruolo di Freddie Mercury in "Under Pressure", dimostrando una buona voce. Il pubblico risponde con puntuali schiocchi di dita.

"Fashion" è un po' tirata via, sembra quasi che la si suoni perché si deve, ma chi li obbliga? Non sarebbe stato ben piu' gratificante per tutti un ritorno di quella "Teenage Wildlife" che manca da tempo nelle scalette del nostro, o della ben piu' trascinante "Scary Monsters", già ripresentata con ottimi risultati nei tour di "Outside" e "Earthling"? Senza colpo ferire, passano "Afraid" e "Days", mentre "Sound and Vision", essendo una delle canzoni piu' belle di Bowie, è un vero piacere. E' anche abbastanza fedele all'originale, il che, dato il trattamento riservato ad alcuni classici, è piu' che apprezzabile. Il trend "Low" prosegue con una "Breaking Glass" che Bowie interrompe dopo un minuto per proporne una versione ben piu' veloce: uno dei momenti più divertenti della serata. "Be My Wife" conclude il trittico, ed è quasi irriconoscibile.

Bene, molto bene: la qualità in un concerto nel complesso altalenante si alza notevolmente. Con "Ashes to Ashes" si giunge al picco della serata. Bowie canta perfettamente, e dove la voce non arriva piu', ci pensano le grandi capacità interpretative. Quel che lascia a bocca aperta, pero', è la coda "spaziale" fornita da Mike Garson: sul megaschermo passano le sue dita impazzite che viaggiano febbrilmente sulle tastiere. Incommensurabile bellezza. "I'm Afraid of Americans" (accolta con giubilo, siamo in Francia!) è sempre la stessa minestra, per quanto saporita, mentre "Heroes" è sorprendentemente sciapa e interpretata senza convinzione. Che David se ne sia stufato? Non ci è dato saperlo, ma è un peccato vederla sprecare cosi'. Chiude la prima parte "Heathen (The Rays)", scelta discutibile, anche se è indubbiamente migliore e intensa della versione su disco.

Breve il bis: una "Always Crashing in the Same Car" un po' troppo rock e innocua lo apre. Decisamente meglio la trascinante "Hang onto Yourself", introdotta da Bowie con una vocina in falsetto: "Stiamo per suonare una canzone molto molto vecchia". Qualcuno urla "The Laughing Gnome", la gente ride, ma purtroppo il mini-classico dovrà aspettare ancora per il suo momento di gloria. Va detto, pero', che questa "Hang onto Yourself" rappresenta bene cosa avrebbero potuto fare Bowie e la sua band con maggiore impegno e volontà di fare qualcosa di eccezionale: le carte in mano le avevano eccome. Chiude questo concerto una "Ziggy Stardust" tutt'altro che eccezionale, ma è "Ziggy Stardust", e dà i brividi in ogni caso.

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