14/03/2003

Flaming Lips

Transilvania Live, Milano


di Mattia Paneroni
Flaming Lips

E’ il Transilvania Live di Milano ad ospitare uno dei concerti più divertenti e bizzarri dell’anno. L'ingresso dei fan dei Flaming Lips è accompagnato da "Pet Sounds" in diffusione, che viene fatto suonare per tre o quattro volte consecutive... Si spengono le luci ed ha inizio il concerto del gruppo di Brendan Benson, uno dei migliori cervelli musicali emersi in questi anni.
Dura la vita per chi suona "pop song" oggigiorno, ma Benson è un caso più unico che raro: oltre ad essere uno stimato produttore, possiede evidenti doti compositive ed il suo gruppo (cinque professionalissimi elementi: chitarra, basso, Farfisa, batteria e Benson alla voce e alla chitarra) vanta un sound compatto (vi giuro: non hanno "scannato" un colpo!) e travolgente, merito anche dell'eccellente equalizzazione ottenuta nella sala e di una metronometrica sezione ritmica in primo piano. I cinque ragazzi di Detroit sanno suonare davvero bene e conquistano il pubblico già dalla prima canzone. Dopo i classici quarantacinque minuti concessi ad ogni gruppo di supporto che si rispetti (ma anche che non si rispetti, purtroppo), salgono sul palco Wayne Coyne, Mike Ivins e Steven Drodz (che nel ’90 sostituì Richard English) a montare gli strumenti (!) per quella che sarà un'esibizione ad alto contenuto di follia e puro divertimento.

Dopo qualche minuto si spengono le luci e i tre (con aggiunta di un batterista di cui ignoro il nome) irrompono in sala vestiti, rispettivamente, Coyne in giacca bianca da ricco, ricchissimo impresario di Oklahoma City, Drozd da elefante (!!!) e Ivins, rasato e con gli occhiali scuri, da leopardo (ricordate i Banana Split?). Non si toglieranno di dosso quei costumi se non al termine del concerto...
Il caloroso applauso del pubblico viene ripagato con il lancio di decine di palloncini giganti.
Ai lati del palco, selezionati qualche minuto prima, salgono alcuni elementi del pubblico vestiti da galline, mostri, nani e animali vari.
L'esibizione ha inizio con le note di un brano tratto dall'ultimo disco, mentre Coyne lancia sui numerosi astanti coriandoli e stelle filanti. L'atmosfera è quella di un party di compleanno mentre la musica è sempre la stessa, che definirei un pop suonato in chiave psichedelica con innesti di feroce, caustico, irriverente nichilismo zappiano (lo spirito di Zappa aleggia in sala, comunque. Ne sono sicuro).
Ora più che mai mi rendo conto dell'influenza che questi tre personaggi esercitarono e continuano a esercitare su diversi gruppi, Mercury Rev su tutti (Jonathan Donahue fu infatti tecnico del suono in diversi dischi delle Labbra Infiammate).

La musica, dicevo, è caratterizzata da un fondo di psichedelia visionaria e febbrile e le note delle canzoni sono costantemente interrotte da episodi surreali e talvolta grotteschi, come quello in cui Coyne, una volta chiesto se ci fosse qualcuno che stesse festeggiando il proprio compleanno, si cosparge la faccia di sangue finto e intona "Happy Birthday" al malcapitato (!). Piacciano o meno, i Flaming Lips sono una band davvero originale e a suo modo innovativa in cui l'accentuato e pacchiano istrionismo vaudevilliano è strumento diretto a sgretolare le confortanti certezze della musica pop che si propone di interpretare.
Tempo fa mi espressi negativamente su questa moda di "impressionare-il-pubblico-a-tutti-i-costi" con artifici che distolgono un po' troppo dalla musica. Beh, nel caso dei Flaming Lips non posso affermare lo stesso: le folli improvvisate di questi tre (quattro) personaggi fungono da indispensabile corollario al loro schizofrenico "modus vivendi". Potrebbero tranquillamente essere dei giganteschi nani da giardino fuggiti dal loro praticello per fare simpaticamente a pezzetti i bambini dei vicini.

Il concerto prosegue con parecchi brani tratti da "Yoshimi Battles The Pink Robot" (la maggior parte), ma anche dai primi album "Oh My Gawd!!!" e "Telepathic Surgery".
In conclusione, mi sento di poter affermare di non essere stato colpito tanto dalla loro musica quanto dalla loro simpatia e dal coinvolgimento che hanno saputo creare in sala. Consiglio tuttavia a chiunque di cogliere l'opportunità di vederli dal vivo (mi pare che nelle prossime sere, se non 'stasera stessa, suonino da qualche altra parte, in Italia), perché è raro avere la possibilità di poter osservare simili aberrazioni "rockettare" così da vicino.
Ah, dimenticavo! Hanno suonato un'ora e mezzo perché alle 23.30, al Transilvania, si deve lasciare spazio alla musica "house"...

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