10/10/2003

David Sylvian

Teatro Olimpico, Roma


di Claudio Fabretti
David Sylvian

E' da sempre un mio pallino, ma per qualche misteriosa ragione non mi era ancora capitato di poter assistere a un concerto di mr. David Sylvian, compositore forbito e gentleman romantico, che sembra sempre piovuto per caso nell'arena infuocata del rock. Accade in una calda serata romana d'ottobre. E anche salendo i gradini di un teatro Olimpico gremitissimo per l'occasione, si ha la sensazione di ritrovarsi a una mostra d'arte contemporanea più che a un concerto rock.
Dandy intellettuale, narciso come Bowie ma senza possederne l'istinto megalomane e camaleontico, Sylvian ha sempre concesso poco o nulla alle mode e ai gusti del grande pubblico. E anche per questa serata non ha voluto smentirsi: una performance all'insegna del più rigoroso minimalismo, fatta di silenzi e di ombre, oltre che di suoni e colori.

Su un palco in penombra, essenziale anche nella strumentazione - due tastiere, due laptop, percussioni elettroniche - Sylvian si presenta in compagnia del fratello Steve Jansen (anch'egli membro storico dei Japan e dei Rain Tree Crow) e dell'artista visuale giapponese Masakatsu Takagi, che avrà il compito di proiettare le immagini sui due schermi alle spalle del gruppo.
Lo show è suddiviso in due parti: la prima dedicata alle tracce dell'ottimo "Blemish", ultimo lavoro di Sylvian nonché esordio per la nuova etichetta Samadhi Sound, la seconda ad altri brani del suo repertorio da solista.
Contrariamente a quanto poteva apparire - considerata l'indubbia osticità di "Blemish" e la sua difficile adattabilità a un contesto live - è proprio la prima parte a fornire le suggestioni più intense. Sylvian ripropone l'intera scaletta dell'album con tale magia e fluidità da potersi finanche far perdonare l'utilizzo delle basi pre-registrate della chitarra dissonante di Derek Bailey, uno dei pilastri del disco.

Vestito di nero, timido e sommesso come da copione, Sylvian attacca con la lunga suite minimale che dà il titolo a "Blemish". Si poteva immaginare un'accoglienza piuttosto tiepida da parte del pubblico, specie da parte di quanti non hanno mai ascoltato l'album (peraltro difficilmente reperibile). E invece - dopo il disorientamento iniziale - l'audience si fa via via più curiosa, scaldando con applausi convinti la freddezza glitch dei suoni.
Affascinano, in particolare, l'integrazione tra musica e immagini (piccoli acquerelli impressionisti in movimento, che ben si adattano alle note "liquidamente" ambientali) e - ancora una volta - il canto di Sylvian, talmente maestoso e musicale, da riuscire a creare melodie dal nulla e da suscitare perfino qualche fugace dubbio sulla necessità degli altri strumenti...

Brani come "The Good Son" o "The Only Daughter" sprigionano un fascino che ti sia appiccica addosso senza lasciarti più, come un talismano prezioso. Più che un concerto, quella di Sylvian è una "performance". Una performance audiovisiva, per l'esattezza, all'insegna di un impressionismo-minimalista che si nutre di suoni stranianti e di delicate immagini di vita quotidiana progressivamente alterate come attraverso una lente deformante.
L'incantevole tenerezza di "A Fire In The Forest" - commiato di "Blemish" - fa da spartiacque tra le due fasi del concerto, introducendo la seconda parte, ovvero una carrellata sulla carriera ventennale dell'ex leader dei Japan.

Senza mai scomporsi e senza mai alzare di un decibel il volume della sua voce nelle (rare) presentazioni dei brani, Sylvian imbraccia una più rassicurante chitarra acustica, mentre Jansen manipola con discrezione una drum machine . Con il ritmo, si "ridesta" anche quella parte del pubblico rimasta "ipnotizzata" (o schiantata?) dal rigore ambiental-minimalista di "Blemish".
Si riconoscono vecchi classici: una languida "The Other Side Of Life" (da "Quiet Life" dei Japan), la suggestiva "The Shining of Things" (uno degli episodi migliori del penultimo lavoro di Sylvian, "Dead Bees On A Cake"), una versione blueseggiante di "Jean The Birdman", frutto della collaborazione con Robert Fripp, e una medley azzeccata fra l'elegiaca "When Poets Dreamed Of Angels" (dal capolavoro assoluto di Sylvian, "Secrets Of The Beehive", rappresentato anche da "Maria", ma non - ahimé - dalla memorabile "Orpheus") e la crepuscolare "Cries And Whispers" (da "Rain Tree Crow"). Chiude lo spettacolo la spiazzante "Wasn't I Joe?".
L'inedito più atteso si rivela invece il brano più deludente: "World Citizens", che segna la rinnovata collaborazione di Sylvian con Ryuichi Sakamoto, è la prima canzone dagli espliciti contenuti politici di tutta la carriera del cantautore inglese. A giudicare dall'esito (una banale pop song infarcita di luoghi comuni), speriamo che sia anche l'ultimo.

Un concerto suggestivo, insomma. Anche se ai fan dei Japan come il sottoscritto resterà un po' di amaro in bocca per non aver potuto rivivere le emozioni di brani magici come "Nightporter" o "Ghosts", che in altre occasioni avevano trovato posto nelle scalette live di David Sylvian.

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