20/09/2003

Tora! Tora! Festiva - Tappa Finale

Mazda Palace, Milano


di Roberto Medri
Tora! Tora! Festiva - Tappa finale

Si tratta, come i più già sapranno, del festival estivo itinerante ideato da Manuel Agnelli, voce e chitarra degli Afterhours, e organizzato dalla di loro casa discografica Mescal. La ribalta conclusiva, a Milano, di questa rassegna di musica nazionale indipendente dipende dalla festa de l’Unità di Milano, della quale costituisce l’evento chiave in apertura dell’ultima settimana. Congiuntura tra le più felici per chi scrive, poiché ci dà la possibilità di rifocillarci come Dio – si può dire Dio alla festa de l’Unità? - comanda prima dell’inizio della giornata-fiume (anche se a non essere politici sono i prezzi) e di guadagnare agevolmente le prime file del parterre pur affacciandoci all’entrata dell’ex Palavobissardi con soli dieci minuti di anticipo sull’orario di inizio programmato: la fila è già notevole da una parte, ma l’ingresso di destra è inspiegabilmente quasi sgombro di avventori. Siamo dentro in un baleno, tra gli sguardi di disapprovazione dei ragazzi in coda.
È il canto del cigno dell’estate, ma l’impianto di raffreddamento svolge alla meglio il suo compito. C’è un bel buio, e ci aspettano quindici brevi concerti per dieci ore lorde di musica. Non male.

Si parte verso le tre e mezza con Cesare Basile* e il suo gruppo, contornati di un pubblico purtroppo ancora esiguo, ma che aumenterà esponenzialmente nel corso del pomeriggio. Lo scapigliato Cesare esegue quattro pezzi che sembrano rimandare per direttissima al De André de “L’indiano” e “Le nuvole”, appena un po’ più rock; i risultati sono nel complesso piuttosto deludenti, salvo il pieno riscatto del quinto e ultimo episodio, "Venere", parola che Basile pronuncia e canta a bocca quasi serrata, facendola suonare quasi come un "Vermeer", cosa che tra l’altro contribuisce in maniera forse determinante alla riuscita della canzone.

Si sale di intensità e di volumi con i piemontesi Mambassa*, che sfoderano un rock che se non fa dell’originalità una religione, risulta indubbiamente ben riuscito e coinvolgente per intero: il prezzo da pagare è l’assenza di qualcosa che si faccia ricordare più di tutto il resto. Ma va bene così.

Va bene così specialmente alla luce della formazione susseguente, i Lotus*, editi da Mescal e capitanati dal vagamente inquietante Amerigo Verardi, che, in perfetta coerenza con i pantaloni del pigiama che ha dimenticato di sfilarsi prima di salir sul palco, tenta di addormentare l’intera platea col più scontato degli indie rock. Ci riesce quasi col sottoscritto.

Entrano in scena gli Estra* del trevigiano Giulio Casale. Ci si rende conto subito di come il gruppo e il suo leader in particolare godano di un (per me) insospettato seguito: il biondo frontman si propone alla platea a torso nudo e snocciola pallottole di un rock più scarno e arrugginito di quello dei precedenti Mambassa, ricavando in tal modo una posizione di favore per i testi, accolti con entusiasmo dai più, che li conoscono a menadito. I brevi monologhi con cui in un paio di occasioni Casale introduce i pezzi, nonché la sua condotta sul palco, culminata nello stage diving a pochi passi da chi scrive, confermano l’attitudine naturale di “Giulio! Giulioooo!!” a Patti Smith della penisola (pure lui ha vinto dei premi letterari).

Bestialità alla riscossa con i Linea 77*, forti di una fase ritmica decisamente predominante nel loro crossover da macellai del Michigan, dichiarazione di poetica confermata dalla presenza di un bue scalciante a tutto palco. È rumore perfettamente abile a scanetare i più bassi istinti di parte del pubblico, uso a scagliarsi contro il prossimo con ferina vocazione. L’acme è la finale “Ketchup Suicide”. Se anche ci fosse stato da parlare di musica, scuseranno i lettori chi era troppo impegnato a cercare di sopravvivere.

Si riprende quota grazie al buon Marco Parente. Facendo ampio ricorso ai fiati (cosa inusuale in una simile cornice), presenta una manciata di pezzi dal suo ultimo lavoro “Trasparente”. L’episodio di maggiore impatto vede la partecipazione di Cristina Donà alle terze voci e di un inedito-ma-non-troppo Agnelli al pianoforte, vestito di una camicia rossa che, in combinazione con una capigliatura da rivedere, gli conferisce un’aria quasi da gnomo. Rammarico personale per la defezione della cover di marca genovese “Ho visto Nina volare”, contenuta nel tributo a De André recentemente pubblicato da Il Mucchio Extra.

Un picco musicale viene toccato poi dagli One Dimensional Man*, trio nel quale la batteria è fisicamente, oltre che musicalmente, in primo piano. Propongono un noise-post (qualunque cosa questo voglia dire) nel quale, tanto per caratteristiche strutturali quanto per l’acustica non ottima, i testi rapidi e inglesi del bassista e cantante (che introduce le canzoni parlando in un curioso accento quasi romano!) non sono intelligibili a chi non ne abbia una precognizione. Non importa, così come non è rilevante lo smaccato ispirarsi a Don Caballero e soprattutto agli Shellac: si tratta di musica perfettamente godibile e di ottima fattura, per giunta.

Sospetto invece di Verardi come mandante dei felsinei Yuppie Flu, unici alfieri Homesleep – e sopravviveremo agevolmente alla mancanza dei Midwest in cartellone - dell’evento, poiché il gruppo, capitanato da un biondino evidentemente soprappeso, si ripropone di riuscire nella soporifera impresa mancata dai Lotus: non ci riesce solamente per la bontà indiscutibile del loro commiato, la lunga “Drained by diamonds”, laddove il resto dell’esibizione era corso via come acqua cheta. C’è speranza anche per loro, insomma.
L’ultimo pezzo degli Yuppie Flu funge da ottimo aperitivo per una delle migliori esibizioni in assoluto: quella che al crepuscolo vede protagonisti i torinesi Perturbazione. La nutrita line-up del complesso ispira apprezzamento fin dalla modestia non ricercata con cui i membri, compresa Elena la violoncellista, salgono sul palco, e dai volti di questi adulti con famiglie a carico che scelgono di stare in giro a suonare. Suonano bene, con naturale perfezione, temperando le istanze indipendenti con non imbarazzanti debiti verso la migliore tradizione italiana. Il cantante, Tomi, esprime una felicità ed una facilità tali da farmi provare un’ammirazione che sconfina quasi nell’invidia, ma buona, personale. Come ormai da tradizione, “Agosto” e “Il senso della vite” vengono accompagnate da uno sconfinamento in piena platea di Tomi, che riesce puntualmente a coinvolgere il pubblico per intero. I quadretti dei Perturbazione sono tinti dell’ironia più difficile, quella non superficiale, non volgare né cattiva, semplicemente intelligente (“Ci vogliono gli attributi per essere gentili”, direbbe Morrissey). Sono riusciti e sempre riescono a tirare fuori il meglio da qualsiasi situazione, e voi tutti dovreste comprare il loro disco “In Circolo”, davvero.

A ogni modo, non sfigura in successione l’attesa Cristina Donà, con un breve mix dei suoi tre album “Tregua”, “Nido” e l’ultimo “Dove sei tu” al posto d’onore: suggestivo e indovinato è infatti l’esordio acustico “Nel mio giardino”. La Donà non è incline, come la stragrande maggioranza delle voci femminili italiane, a smisurate indulgenze vocali, cosicché mano a mano crescono d’importanza le parti strumentali, senza che la qualità complessiva della prestazione tenda ad abbassarsi. Il pubblico apprezza. “Goccia” è una perla.

Col calare della sera, oltre a una progressiva quanto inevitabile stanchezza nel fisico degli astanti della prima ora, il Mazda Palace si riempie definitivamente di quanti vogliano assistere alle esibizioni delle “star”: e a occhio si superano abbondantemente le seimila unità, per la legittima soddisfazione di Manuel Agnelli.

Lunga quanto inutile la pausa che permette all’entourage di Morgan* di sistemare i fiori finti così essenziali all’esibizione dell’ex-Bluvertigo. Fa poi il suo ingresso il buon Castoldi, preceduto, come si conviene, dai suoi strumentisti tra cui un improbabile tastierista-effettista postmoderno, un altrettanto singolare percussionista, e un chitarrista nano che ambirebbe al ruolo di Des Esseintes della situazione, ma sembra essere stato trascinato di peso a Milano da un Cavern Club dei poveri. Morgan attacca con “Altrove”, il pubblico apprezza in larghissima parte, e chi scrive già pensa che avrà poco da dire su qualcosa che non solo non gli piace, ma lo lascia completamente indifferente. Castoldi cerca di ergersi a Sylvian, ma non gli riesce: ne risulta un pasticcio di una banalità imbarazzante. Sul finale tenta di riecheggiare il Battiato peggiore, quello dei vari “Fleurs”, e ancora fallisce miseramente (questa volta incompreso persino dalle fan bercianti). Fortunatamente, da metà esibizione in poi, avevo trovato un piacevole diversivo nella contemplazione del bel visino di Elisa nelle retrovie.

Sapendo in anticipo dei venturi Modena City Ramblers, chi scrive pensa bene di svicolare in cerca di una birra, un sediolino, e dei tappi per le orecchie che non riesce a reperire; è così costretto per completezza a riferire le poche impressioni del momento: una ragazza, che probabilmente era lì per ascoltare Giovanni Lindo Ferretti e Marco Parente piuttosto che per cadere sotto le cariche di un paio di bufali, una vena musicale che trova la sua massima espressione nell’osannata “Bella Ciao” e nel coro “Chi non salta è Berlusconi chi non salta è Bossi-Fini (un Minotauro dei nostri tempi?!, ndA)”. Dall’alto riesco poi ad avere una panoramica di qualche migliaio di ggiovani (sic) a tal punto indipendenti da risultare più tristemente simili l’un l’altro, tra pelurie facciali e magliette varie, di coloro dai quali vorrebbero distinguersi – ma il paradosso è solo apparente. Torno nel vivo in tempo per scorgere l’ultimo lembo lipidico del frontman scomparire sulla destra del palco.

Riguadagnare le prime file per il concerto dei Per Grazia Ricevuta è impresa non facile e nondimeno portata a termine per tempo: la formazione di Giovanni Lindo Ferretti mi ripaga con un’esibizione tanto breve quanto suggestiva, che riporta più alle atmosfere de “La terra, la guerra, una questione privata” che a quelle dell’ultimo “Montesole”. Ginevra Di Marco è localmente presente, in parallelo con lo “sciamano” di Reggio nell’Emilia, in tutti i brani: si parte con l’episodio forse più felice dell’intera carriera ferrettiana, “Cupe Vampe”, ed è subito silenzio di ascolto tra il pubblico. La strumentazione è minimale ed efficace, Pippo rimane nei ranghi con abilità e il Maestro Magnelli la fa da padrone con le due voci. Ancora da brividi “Unità di produzione”, fatalmente di minor impatto ma di egualmente superba esecuzione “Sorgente d’Asia” e “Come bambino” dall’unico album a nome PGR. Chiusura in grandissimo stile con “Linea Gotica”, in occasione della quale Ginevra dà il massimo. Come si consueto all’insegna della sobrietà il commiato di un compostamente applauditissimo Ferretti dal pubblico.

Sarebbe dovuto durare di più lo spazio riservato ai Per Grazia Ricevuta soprattutto alla luce della seguente, acclamatissima, performance dei Marlene Kuntz. La formazione delle Langhe si presenta sul palco dopo un’attesa tanto snervante quanto consona al titolo di “star” che si è guadagnata in virtù dei suoi ultimi due poco più che risibili dischi. Tesio sembra da subito impaziente di finire e sbaraccare, mentre Godano, che cambierà tre chitarre per sei pezzi, sfodera un’espressione che mi riesce di classificare solo come “da schiaffi”, accompagnato da una camicia bianca, maniche tirate su. Come se non bastasse, forse anche a causa delle grida di ragazzette e degli scossoni da cui difendersi, l’acustica è pessima: così, dopo aver percepito l’episodio a mio parere peggiore dell’ottimo “Catartica”, e cioè “Sonica”, chi scrive decide di svicolare alla bell’e meglio, non potendo cerebralmente sopportare l’autoidentificazione adolescenziale dell’auditorio nelle liriche del tipo:"Ci sono giorni che vivere è una merda". Ancora una volta, dopo un’"Ape Regina" eseguita con la grossolanità d’un mangime dato in pasto alle galline, riesco a conquistare una buona posizione, sia per urlare “Bravo! Bravooo!!” a Godano che fortunatamente lascia spazio, sia per ascoltare il concerto di chiusura.

E a chiudere la serata (siamo alle soglie di mezzanotte) e l’intero tour sono immancabilmente gli Afterhours di un Manuel Agnelli che rimpiazza la camicia rossa di cui sopra con un tremendo esemplare nero corto (che lascia trasparire una certa pancetta), obbrobrio d’abbigliamento che gli si perdona solo in virtù della superba esibizione che regalerà di qui a poco. L’intensissima attività live della formazione milanese, che dura da anni, ha insegnato esattamente cosa, quanto e come offrire al pubblico in occasioni del genere: pochi fronzoli, molte canzoni e le migliori, mestolate abbondanti di rock senza condimento.

Dopo le celebrazioni di rito per l’imponente presenza di pubblico (e non se n’è andato nessuno), si parte con una “Milano circonvallazione esterna” che più appropriata davvero non si può. La partecipazione accorata degli spettatori (molti dei quali non potrebbero interpretare meglio, per esperienza personale, le liriche di Agnelli) lo conferma. Segue la cover riuscita male di uno dei pezzi, a giudizio di chi scrive, meno indovinati di Fabrizio De André, “La canzone di Marinella”. Momento di stasi dunque, e per giunta non apprezzato eccessivamente, com’è facile immaginare, dalla platea. Tanto è vero che un vicino si lascia scappare un nervoso: “Dài, fai Male di Miele e basta!”. Sarà esaudito non prima di un’ottima versione di “Non sono immaginario”, meno elaborata e probabilmente superiore all’equivalente da studio, che il pubblico approva vigorosamente. Segue appunto la composizione forse di maggior successo degli Afterhours, quella “Male di Miele” che non entra nel lotto delle mie favoritissime personali, e a cui – al contrario del pezzo che la precedeva - una maggior precisione d’esecuzione non avrebbe fatto male: ma quanto offerto, Agnelli esagitato grattugiante sei corde in testa, basta e avanza a scaldare i presenti, perdutamente infatuati del gruppo (me compreso). E su ottimi livelli si mantiene anche la mutua collaborazione della band con Tiromancino, da che Agnelli interpreta una strofa di “Per me è importante”, e Zampaglione ricambia attaccando “Quello che non c’è”: l’operazione si mantiene sul filo che la salva dal pacchiano e affettato disastro che contraddistingue molte sue simili (si pensi a Pavarotti and Friends…). Il motivo è banale: i due autori sanno il fatto loro, e trattasi in ultima analisi di due canzoni estremamente ben riuscite.

“Le verità che ricordavo” precede l’intermezzo con protagonista Elisa, alla quale va dato atto di una certa dose di coraggio, nel momento in cui propone a una platea quantomeno rockettara un paio di pezzi esclusivamente voce (a volte fin troppo penetrante!) e pianoforte da lei stessa solleticato: si tratta della recentissima “Lullaby” e, in seconda battuta, de “A little over zero”; tutto si può dire meno che si sia trattato di due episodi poco riusciti nel loro genere, tanto è vero che, al di là delle scontate perplessità di una minoranza del pubblico, Elisa ottiene notevole plauso al termine dell’esibizione. È avvertibile nell’atmosfera a questo punto il desiderio che gli Afterhours calino i loro assi: cosa che avviene, alfine, nella maniera migliore possibile, quando, dopo una “Bye bye Bombay” che viene opportunamente accorciata e privata di fronzoli di produzione, Agnelli decide di proporre prima la stavolta ottima cover “Mio fratello è figlio unico”, anche superiore all’originale di Rino Gaetano e magistralmente eseguita, e poi un binomio dal disco più famoso e più riuscito del gruppo: vale a dire “Voglio una pelle splendida” e “1.9.9.6.”. A quel punto l’intero auditorio è in proverbiale delirio, e a poco varrebbe un tentativo di descrizione della temperie tanto generale quanto personale: basti dire che prima della sfilata generale dei musicisti, ringraziamenti e arrivederci, c’è ancora spazio per il pezzo conclusivo dell’estate intera, e non può essere che una “Dentro Marilyn” fedele all’originale che tutti i presenti conoscono nota per nota, con il consueto contributo alla voce di Cristina Donà. E legato a quest’ultimo episodio è l’immaginario che ci accompagna, all’una suonata, tutti fuori dal palazzetto e verso il parcheggio, nella certezza e nell’attesa, che riporremo senza dimenticare in un cassetto, fino all’anno prossimo, della quarta edizione. Ce n’è davvero bisogno.

* Questo simbolo sottende che l’autore del pezzo che state leggendo conosceva poco o nulla del musicista in questione. Gia che c’è, il sottoscritto chiede ammenda per le numerose imprecisioni che costelleranno il testo: prendere note era fisicamente impossibile, così come ricordare ogni sfumatura di dieci ore di musica. Perdonino quindi gli appassionati dei detti artisti lui, che tra l’altro è intimamente convinto che gli aspetti chiave di un qualsiasi concerto siano tutt’altri.

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