28/11/2004

Broken Social Scene / Apostle Of Hustle

Supermarket, Torino


di Davide Ariasso
Broken Social Scene / Apostle Of Hustle

Concerto attesissimo dal popolo indie torinese, il live dei Broken Social Scene regala esattamente ciò che più o meno tutti s’aspettavano. Sensazioni college rock in salsa "post". Aprono gli Apostle of Hustle, side project del chitarrista-cantante Andrew Whiteman (un incrocio tra Springsteen e Willy De Ville?) già alla sei corde dei Broken Social Scene.
La formula è chiara: basi elettroniche soft introducono ballate speziate di psichedelica e mid-tempo che occasionalmente si trasformano in suite acide, una versione più rock n’roll dei Folk Implosion. La voce di Whiteman è un po’ penalizzata dal mixaggio, peccato perché si confermerà densa e lirica anche negli interventi in seno ai BSS. Escono allo scoperto suggestioni fra swing e American Music Club, oltre a pattern ritmici/percussivi intricati, il tutto molto "chilled out" e rilassato. Che è un po’ il segno più manifesto anche dello show delle “star” della serata: un folto gruppo di ragazzotti canadesi dall’apparenza incredibilmente nerd (con una vocalist dimessa che sembra passare per caso sul palco come una cameriera fra i tavoli di una birreria!) e dall’atteggiamento completamente anti-star. Un punto a loro favore, visto che il successo di “I Forgot It In People” avrebbe potuto sortire tutt’altro effetto… Ma un po’ di lavoro sulla presenza in scena forse non guasterebbe. Della serie: siamo qui mentre aspettiamo il tram alla fermata e non arriva. Oppure: ma la cameriera quand’è che ci azzecca con le ordinazioni? Un po’ la stessa sensazione della musica, suonata correttamente ma come per riempire il tempo. La passione a zero virgola cinque.

Kevin Drew lo dichiara fin dall’inizio e ci chiede se riusciamo a immaginare cosa significhi suonare sempre le stesse canzoni per sere e sere di fila. Molto “easy & friendly”, si domanda come mai il pubblico indie italiano sia composto quasi esclusivamente da maschietti barba-e-birra e dedica canzoni alle nostre mamme e sorelle, per concludere che il problema dell’Italia è che si bacia troppo poco. Gli sarà andata a buca durante tutto il tour italico? Mah!

Passiamo alla musica: lunga intro + tromba in echo, muri di chitarre-sfracello, squadrature nette d’accordi e movimenti sinuosi in sottofondo, indie-jam intorno ai brani dell’album che li ha lanciati, mentre i barba-e-birra s’entusiasmano con le classiche “Kc Accidental” e “Stars And Sons”. Tutto eseguito molto correttamente ma… Perché cinque chitarre? Almeno due inutili. E poi i Dinosaur Jr. facevano di meglio con una soltanto. Perché lo stratagemma un po’ abusato dei riff fiatistici di 7-8 note ostentati per una sequela di brani, tutti con il medesimo effetto? Sì, la tromba è molto "post", ma alla fine sa un po’ di patina di contemporaneità (o quasi…) appiccicata lì, come anche i muri di chitarre che dilatano le strutture in modo un po’ troppo facile e senza intensità. Mancanza di spessore e “visione”, una pecca che su disco viene compensata dall’ottima produzione di David Newfeld, capace di stratificare i suoni e gli effetti in un affresco/sintesi dell’indie Usa post-Sonic Youth e Sebadoh, dal respiro arioso e solare come pochi dischi rock negli ultimi tempi. Dunque, un live ruscito a metà, forse sarebbe bastato esprimere un po’ di passione in più per l’idea di concerto come evento. Ritorniamo alle “origini”: ritorniamo a quel fantastico pezzo di plastica su cui è inciso “You Forgot It In People”. C’è da goderne a sufficienza.

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.