16/04/2005

Antony And The Johnsons

Queen Elizabeth Hall, Londra (Inghilterra)


di Davide Ariasso
Antony And The Johnsons

Riesco a entrare a questo concerto londinese di Antony And The Johnsons per una specie di miracolo, ma devo ringraziare soprattutto la mia totale devozione verso l‘artista. Pur senza uno straccio di promozione alle spalle, la data è sold out da due mesi, e appare/è evento a porte “socchiuse” per stampa, media, addetti ai lavori e loro amici. Anche per questo si respira l’aspettativa di qualcosa di “più speciale” rispetto alle tappe successive. Dopo la data/prova di Rotterdam, questa serata è anche la consacrazione ufficiale del tour europeo che riprenderà in Italia con lo show milanese del 2 maggio.

Nel foyer della Queen Elizabeth Hall la sensazione è semplicemente quella dell’attesa di una stella. Facce note dello stardom indie si mescolano ai volti soddisfatti ed eccitati di chi ha il biglietto fra le mani e agli occhi stralunati e avidi di chi spera ancora negli ultimi return. Prima della star, suona Gonzales, ignorato dalla maggior parte dei presenti. Pausa, poi entrano in scena i Johnsons per una breve ouverture atta a introdurre Antony, che compare in nero sul palcoscenico tenuemente illuminato. Fra gli applausi si siede al piano, nell’angolo sinistro del palco, mantenendo dall’inizio e per tutto il concerto un contegno sobrio prossimo al distacco. Si tratta piuttosto di concentrazione e tensione, perché nel momento in cui comincia il canto l’impressione svanisce e Antony si concede completamente.

Si inizia con “My Lady Story”, uno dei brani più deboli del repertorio, che invece qui svela la sua importanza nel disegno complessivo e traccia le coordinate dell’architettura sonora dei Johnsons in versione live, per nulla lontani dalla versione registrata su “I Am A Bird Now“: un sostegno essenziale e schivo dove piano, basso, chitarra acustica, violoncello, organo e fisarmonica si affiancano, docili ancelle, allo strumento principale. Un equilibrio e una discrezione che risultano adeguati, anche se a lungo andare si rischia un “effetto Madredeus” (tutto troppo carino, controllato, regolare).

“For Today I Am A Bouy” è eccezionale anche senza la moltiplicazione delle voci, “Cripple And The Starfish” qui suona come cantata dalla Holiday, swingata e gorgogliante all’ombra di un abatjour, perduto tutto il melodramma. Una serie di cover come d‘uso, già conosciute ma ancora splendide: “Be My Husband” di Nina Simone, “Soft Black Stars” di David Tibet e “Candy Says”. Ci sono un paio di inediti o cover che non riconosco, due episodi finalmente e nuovamente alieni: una ballata quasi country, molto narrativa e sognante, e un brano declamato e inquietante.

Antony si rivela insieme il massimo della sincerità e il massimo dell’artificio. I suoi modi e le sue forme si arrestano poco prima del limite oltre il quale sembrerebbero pose, spingendo nella direzione opposta (ma sullo stesso territorio) del suo patrono ideale, Andy Warhol, che dalla sua retorica di pose aveva dipinto l’ipotesi umana della nuova (in)civiltà dei consumi. Con Antony la scena è rivoltata come un guanto, e snida e vivifica nella sua purezza quella fioca luce di romanticismo che, nonostante le apparenze, illumina ancora qualche recesso della psiche di noi consumatori del secondo millennio.

Anche dal vivo Antony ripete quel gesto umile d’invitare alla sua corte ospiti illustri dei quali si dichiara debitore, raggiungendo qui un effetto emozionale devastante, al pari della mistica familiare inscenata con Boy George sull’album. “Ogni artista deve ciò che è a qualcuno che ha significato tutto per lui. Per me quel qualcuno è Marc Almond”. Marc entra in scena e si scusa se non canterà al suo meglio a causa della lunga convalescenza dopo il grave incidente motociclistico dello scorso anno. Invece il duetto Antony/Marc per “River Of Sorrow” è senza dubbio il climax del concerto. Marc fa straripare di romanticismo da melodramma spagnoleggiante una delle canzoni più Nina Simone del repertorio, mentre Antony s’inserisce nel ritornello e poi insieme concludono con un baccanale di controcanti e unisoni. Fra i tre/quattro momenti più emozionanti della mia biografia di spettatore.

Dopo l’esibizione di Marc Almond, una voce nel pubblico canticchia per qualche minuto un vecchio hit dei Soft Cell. Antony si ferma e aspetta finché qualcuno non zittisce la “eighties fan” che si credeva al karaoke. Un po’ d’ironia però non guasterebbe per smorzare la tensione, e Antony di solito ne sa dispensare nei concerti: ma la prima londinese è la prima londinese. “Man Is The Baby” sa ancora più di abbandono, “You Are My Sister” senza Boy George tiene lo stesso e “Hope There’s Someone” fa vorticare tutto il teatro.

Un concerto già evento prima d’iniziare. Perfetto. Troppo, appunto. C’è un’incongruenza fra l’anima fragile, sognante, lo spirito di ricerca che quella voce esprime e una certa reticenza nel modo di porgerla e nello scenario di contorno, sia musicale che extra-musicale. Come se s’avesse paura d’infrangere un sogno, per cui le azioni vengono reiterate e controllate fino a lambire il rischio nevrosi. Ma questo è solo un timore, che di fronte all’arte di quest’uomo è comunque piccola cosa.

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