19/03/2005

Caroliner

Centro Sociale Torchiera, Milano


di Mattia Paneroni
Caroliner

Immaginate i primi Residents che, grazie alla macchina del tempo, rileggono il repertorio dei Ruins. Pensate agli Unsane che, durante un bombardamento aereo, interpretano i canti campagnoli di un Dock Boggs strafatto; tentate di rappresentarvi una cruenta strage per mano di Charles Manson musicata dai Flying Luttenbachers. Provate, ora, a elevare all'ennesima potenza tutto ciò: non otterrete un decimo di ciò che vi aspetterà una volta pagato il biglietto per assistere all'incredibile performance dei Caroliner, band di culto dell’underground californiano attiva da oltre vent’anni, che trae le proprie radici tanto dal country/blues (e dalla musica tradizionale statunitense tout-court), quanto dalle sperimentazioni del collettivo Los Angeles Free Music Society.
Un nugolo di pazzi scatenati in preda a convulsioni si dimena sopra un palco addobbato come la più pacchiana delle cartoline d'auguri e si produce in una pantomima sghemba, assordante, al limite del ridicolo: ci troviamo di fronte a una delle formazioni più originali di sempre e, da ora in poi, nulla sarà più lo stesso.

La macchina parte a pieno regime dal primo minuto e il pubblico non può che rimanere coinvolto dalla sua propulsione vulcanica. La formazione è composta da sei elementi (tre uomini, tre donne - credo), mascherati dal capo ai piedi (strumenti compresi): voce, chitarra (che, verso la fine della serata, lascerà la scena a un banjo), basso, tastiera, batteria e uno-strumento-che-parrebbe-una-chitarra-ma-ho-qualche-dubbio. I musicisti sono provvisti di una tecnica notevole e i loro strumenti, nonostante i tre centimetri di vernice e gli adesivi di ogni sorta che li ricoprono, suonano come dio comanda.

Un'ora e mezzo di esibizione in cui ciascuno strumentista sembra tenere premuto al massimo l'acceleratore. Il pubblico è in visibilio e sta al gioco, che diviene sempre più estremo. I Caroliner sono l'aggiornamento di un'ideale Magic Band di Captain Beefheart prodotta da Timothy Leary, benché abbiano mandato definitivamente in pensione il concetto tradizionale di "psichedelia".
Verso la fine del concerto, mi volto verso i miei compagni d'avventura per scorgere l'espressione dei loro volti: sembrano felici come bambini. Già, perchè non ci è mai capitato di vedere nulla di simile e credo che lo stesso possa valere anche per chiunque.

Da segnalare anche il bizzarro banchetto del "merchandising", presso il quale si possono trovare vinili e compact disc confezionati in incredibili packaging tanto grezzi (cartone da imballi strappato a mano, fogli di giornale verniciati e piegati in quattro), quanto amorevolmente artigianali (ciascun pezzo è dipinto e confezionato a mano); spille (disegnate a mano); federe per cuscino (!!!???), camicie, magliette e - mi pare - pantaloni da pigiama. Tutto questo ben di dio rigorosamente usato, lacerato al punto giusto e - ovviamente - marcato "Caroliner".

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