08/10/2005

Eels

Conservatorio Giuseppe Verdi, Milano


di Gabriele Benzing
Eels

Un treno blu avanza traballando nel pallido grigiore dell’inverno. Seduto sul suo tetto c’è uno strano essere, intento a cantare nostalgiche melodie al suono della fisarmonica. Tutti l’hanno respinto perché non c’è nessuna specie in cui possa essere catalogato, ma lui continua ad affrontare quel mondo di anime morte con l’innocenza dei suoi occhi e la compagnia di pochi amici. Il suo nome è Cheburashka ed è il protagonista di quello che in Russia è stato il più famoso film d’animazione degli anni Settanta. Ma potrebbe anche chiamarsi Mark Oliver Everett, perché le buffe fattezze di quella creatura dalle enormi orecchie sono la perfetta icona dei beautiful freaks cantati dall’uomo chiamato E.
Chi altri potrebbe avere il coraggio di riservare al proprio pubblico, assiepato nell’austero scenario di un tempio della musica “colta” come la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, la proiezione di un’intera puntata di un cartone animato russo in lingua originale, sottotitolato in inglese? Ma quando c’è di mezzo uno come E bisogna essere pronti a tutto. È lui stesso a raccontare che quando è in tour si sente come se fosse intrappolato in una scena di “Ricomincio da capo”, la commedia americana in cui Bill Murray, per un misterioso scherzo temporale, si risvegliava ogni mattina nello stesso giorno: occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo per non lasciare che abbia la meglio la scontatezza.

Così, a preparare il cuore alla musica degli Eels ci pensa la struggente malinconia sovietica delle vecchie immagini del piccolo Cheburashka e del coccodrillo Gena, in cui è facile immaginare l’eco dei ricordi d’infanzia della moglie di E, la dentista russa Natasha Kovaleva.
Quando finalmente si spengono le luci, è solo il riflesso di brace di un sigaro acceso ad annunciare l’ingresso di Mr. E sul palco. Un’ombra rossastra che svela appena il profilo barbuto del suo viso, mentre attraversa la scena appoggiandosi a un elegante bastone da passeggio. Un soffuso gioco di luci lo accoglie di fronte al microfono, accanto al quale si trova un portacenere dal sapore retrò. Il completo scuro, il borsalino calato sugli occhi e la cravatta nera che stringe il candido colletto della camicia gli conferiscono un’aura di rigore rabbinico.
Mentre un intenso aroma di sigaro si diffonde nell’aria, all’eclettico Chet basta un volgare bidone per avvolgere la sala in un ritmo caldo e pulsante, sostenuto dalle note scure del contrabbasso di Big Al. Poi, dal quartetto d’archi al femminile posto alle spalle di E sboccia soave l’aria di “Fresh Feeling”. Da quel momento in avanti, la musica degli Eels si libra come un’unica, incantata suite cameristica lungo tutta la durata del concerto, accarezzando i brani con orchestrazioni liriche e misurate, su cui la voce di E scava un solco di lacrime e sorrisi.

È facile lasciarsi travolgere dalla giocosità contagiosa di “I Like Birds”, “Losing Streak” e “Trouble With Dreams”, che dà l’occasione a Chet di esibirsi in un incalzante assolo finale. È facile farsi cullare dall’afflato sinfonico della fascinosa rilettura di “Bus Stop Boxer” o dallo zucchero filato beatlesiano di “Dirty Girl”, così come dalla briosa dolcezza della cover di “Pretty Ballerina” dei Left Banke.
Ma a lasciare davvero senza fiato è il trittico di ballate tratte da “Electro-Shock Blues”: “Ant Farm”, “Climbing To The Moon” e soprattutto “Dead Of Winter”, in cui E si accosta al dolore in un sussurro di tale pudore e intensità da strappare il cuore per non restituirlo più.
Mr. E, Chet e Big Al si alternano tra chitarre, steel, autoharp, piano e wurlitzer, mentre Ana, Heather, Julie e Paloma lasciano i loro archetti solo per suonare occasionalmente maracas e percussioni varie, tra cui fa capolino persino un vibratore (!). Del resto, la cresta da mohicano ostentata da Big Al rivela subito che l’apparente seriosità degli abiti da sera dei componenti della band non è altro che l’ennesimo gioco delle Anguille di E.
Eppure, la dimensione teatrale si rivela il contesto ideale per ricreare le atmosfere dell’ultimo “Blinking Lights And Other Revelations”, riuscendo a suggerire nuove sfumature anche alle trame di classici come “My Beloved Monster”. Così, se è comprensibile sentire la mancanza di un più istintivo coinvolgimento da rock ‘n’ roll show, non si può che rimanere rapiti di fronte alla naturalezza con cui gli Eels riescono a passare dal rock irsuto degli ultimi tour al raccoglimento di un quartetto d’archi senza mai perdere la loro inconfondibile personalità.

Accanto a piccoli classici del culto eelsiano c’è spazio anche per perle minori come “Taking A Bath In Rust”, tratta dalla colonna sonora del film “Levity”, e “Jeannie’s Diary”, risalente all’epoca dei primi dischi solisti di E, anche se successivamente inserita in “Daisies Of The Galaxy”. Quando E era tornato alla vecchia casa dei genitori in Virginia per assistere la madre malata, aveva cominciato per caso a suonare al pianoforte quella vecchia melodia rimasta sepolta nella sua memoria. Poi, E era andato dalla madre per chiederle se avesse bisogno di qualcosa e lei, per tutta risposta, si era limitata a mormorare: “Just more of that”. Ascoltare di nuovo le fantasticherie di E sul diario di Jeannie è allora come entrare ancora una volta nel più intimo album dei ricordi della famiglia Everett.
Mr. E non cerca la ribalta, ma preferisce rimanere nella penombra del palco, immerso nella propria musica, da cui si distoglie di tanto in tanto solo per dialogare ironicamente con il pubblico. Così, dopo aver adescato la platea con un guascone “Are you ready to rock?”, subito giunge sarcastica la beffa di un “Sorry, wrong concert…”. A quel punto, E congeda i suoi compagni d’avventura per una solitaria esecuzione di “Railroad Man”, proclamando che lui non fa pause, perché la sua chitarra lo segue persino a letto: proprio quello che diceva l’ex-moglie di Ray Charles parlando dell’ossessione del marito per la musica, in quella biografia che E racconta di avere divorato avidamente prima di decidersi a scommettere tutto sulle proprie canzoni.

Lo sguardo sempre in ombra sotto le falde del cappello, E siede al pianoforte per intonare le elegie da cuore infranto di “If You See Natalie” e “I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart”, insieme a un sognante omaggio al Dylan di “Girl From The North Country”: è allora che la suggestione di trovarsi di fronte al miracolo di un giovane Tom Waits dall’animo ferito diventa irresistibile. Poi arrivano gli ululati spettrali di “Flyswatter”, ai quali presta la voce la sega suonata dal formidabile Chet e che si dilatano in una torrenziale improvvisazione di puro rumorismo avanguardista, durante la quale E imbraccia la chitarra elettrica per lasciare fluttuare una distorta versione di “Novocaine For The Soul”.
Scivolati nel soffice abbraccio degli Eels, quasi non ci si accorge di essere già arrivati al momento dei bis, che riservano prima tre brani tratti da “Blinking Lights And Other Revelations” (tra cui spiccano una “Hey Man (Now You’re Really Living)” a rotta di collo e la confessione finale di “Things The Grandchildren Should Know”) e poi la sorpresa elettrica di una ruvida “Dog Faced Boy”, che sazia la fame del pubblico di abbandonarsi per un attimo al rock diretto dei tempi di “Souljacker”.

Gli Eels salutano, si accendono le luci, parte la musica di sottofondo: sembra davvero tutto finito e il pubblico comincia a lasciare la sala, fatta eccezione per i fedelissimi che si accalcano in piedi sotto il palco, con una segreta speranza negli occhi… E infatti, dopo una manciata di minuti, con la sala ormai semivuota, gli Eels tornano in scena a sorpresa, indossando i pigiami del video di “Trouble With Dreams” e fingendo di stropicciarsi gli occhi dal sonno: con le luci accese e il calore della platea più vicino che mai, E si lancia in una spumeggiante cover di “I Could Never Take The Place Of Your Man” di Prince, che trascina tutti nella festa con la sua allegra spigliatezza. Il pigiama-party degli Eels si conclude con una versione strumentale di “Mr. E’s Beautiful Blues”, in cui i componenti della band lasciano il palco a uno a uno mentre gli altri continuano a suonare. Per qualche fortunato della prima fila c’è anche l’onore di ricevere in dono il sigaro di E… ma per tutti rimane un sorriso che è difficile scacciare dalle labbra. E pensare che Everett sostiene di voler fare come i Beach Boys, che andavano in tour lasciando Brian Wilson a casa: “Tutto quello che mi serve è trovare un Glen Campbell per rimpiazzarmi”, scherza nelle interviste. C’è solo da essere grati che non l’abbia ancora trovato… Spaziba, Mr. E.

Setlist

1. Fresh Feeling
2. Packing Blankets
3. Bride Of Theme From Blinking Lights
4. A Magic World
5. Son Of A Bitch
6. Dirty Girl
7. Ant Farm
8. Jeannie’s Diary
9. My Beloved Monster
10. Bus Stop Boxer
11. Pretty Ballerina (The Left Banke)
12. I Like Birds
13. It’s A Motherfucker
14. Taking A Bath In Rust
15. Railroad Man
16. Trouble With Dreams
17. Girl From The North Country (Bob Dylan)
18. If You See Natalie
19. I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart
20. Dead Of Winter
21. Flyswatter / Novocaine For The Soul
22. Losing Streak
23. Climbing To The Moon

Encores:

24. Blinking Lights (For Me)
25. Hey Man (Now You’re Really Living)
26. Things The Grandchildren Should Know / Theme From Blinking Lights
27. Dog Faced Boy
28. I Could Never Take The Place Of Your Man (Prince)
29. Mr. E’s Beautiful Blues (instrumental)

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