29/07/2005

Eyeless In Gaza

Bush House, Londra (Inghilterra)


di Davide Ariasso
Eyeless In Gaza

Forse non vale la pena arrovellarsi troppo sul perché alcune band innovative che hanno creato una musica originale, esteticamente interessante e appassionante, rimangano appannaggio di pochi intimi estimatori, ma nel caso degli Eyeless In Gaza potrebbe essere proprio il fattore “intimità” dei loro suoni e del loro approccio ad aver determinato il corso di questa storia. Un’intimità così lirica, romantica, estrema e ripiegata su sé stessa da essere quasi spossante, un’esperienza che a molti forse può suonare persino sgradevole.
In questo 2005 preso nel sempiterno riflusso new wave, il duo di Nuneaton rilancia il proprio mito sbarcando a Londra per il primo concerto nella capitale da 19 anni a questa parte. Bush Hall è la venue prestigiosa dove Martyn Bates e Peter Becker mettono in scena uno show nostalgico ma vitale, atmosfericamente in linea con la propria musica, da sempre radicata nello stordimento lirico del ricordare e del naufragare nelle proprie sensazioni interiori. Peccato che l’acustica della splendida sala georgiana non sia delle più adatte a ricreare l’ambiente immersivo di cui necessitano questi suoni, che vanno perdendosi e appiattendosi fra gli stucchi e le eleganti false colonne delle pareti.

“Per fortuna”, però, il pubblico è inevitabilmente formato da nostalgici, critici musicali o estimatori devoti, oltre che da un’allegra e chiassosa schiera di amici e parenti di Martyn e Peter, per cui l’atmosfera si colora di una nuova e inaspettata sfumatura d’intimità, calore e umanità che la musica degli EIG hanno sempre avuto in potenza, sebbene stretta nel solipsismo malinconico della voce del leader. Questa deviazione dal mondo estetico della band avrebbe potuto imboccare la strada del ridicolo e della triste e tarda fanfaronata autocelebrativa, invece il rischio è evitato dal duo con ironia, aprendo l’esperienza a una nuova prospettiva: forse nell’“industria musicale”, qualcuno la gloria non la cerca deliberatamente, per riuscire a conservare una dimensione esistenziale raccolta e familiare.

Il concerto: dei due, Martyn è quello che ha continuato con maggiore costanza la sua attività musicale, anche come solista o collaborando ai progetti più disparati, e la sua prontezza e preparazione, all’inizio, tengono in piedi un concerto che parte un po’zoppicando, come a raschiare via la parte più grossa della ruggine. Poi s’iniziano a intravedere gli antichi scintillii e l’armonia fra i due è ritrovata. Il repertorio è quasi interamente basato sui dischi dei primi anni 80, su quelle ballate fra techno pop e industrial, fra funk robotico e rapimento estatico che hanno dettato la “norma” EIG dei primi album. Nulla viene concesso agli sperimentalismi improvvisativi post ‘90 e poco al periodo più guitar pop di metà Eighties. Il synth è lo stesso di allora e quando parte la linea indimenticabile di “Transcience Blues” sembra di essere catapultati indietro di vent’anni e passa. “Keynote Inertia”, “Changing Stations”, “Pearl and Pale” o la più recente, grandiosa “Streets I Ran”, non hanno perso niente del loro splendore lirico e drammatico, della loro visione originalissima del dramma pop, vissuta tutta interiormente, anche quando alle note sussurrate o lamentate subentra il grido, sempre grido a un’immagine evocata e lontana ma scorta dentro di sé. Pare che le note del “Best Of” di prossima uscita su Cherry Red siano scritte niente di meno che da Alan McGee: sarà finalmente giunto il momento della riscoperta anche per questo culto della wave più “di nicchia”?

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