26/10/2005

Röyksopp

Elysée Montmartre, Parigi


di Nicola Minucci
Röyksopp

Avvertenza. Questa recensione potrebbe rovinarvi qualche sorpresa. Niente che possa cambiarvi la vita, intendiamoci, ma chi scrive trova che all’attuale live dei Röyksopp abbiano molto giovato le tante piccole piacevoli trovate, idee e sorprese che lo hanno caratterizzato. Se avete intenzione di vederli nel 2005 aspettate a leggere qua sotto. Altrimenti, eccovi il resoconto di un bella serata autunnale.

L’Elysée Montmartre è una delle più note sale da concerto della capitale: sembra un piccolo teatro, con i suoi stucchi e la sua volta. E’ uno di quei tipici luoghi in cui suonano i gruppi che stanno per esplodere, o che hanno già un buon seguito fra il pubblico cosiddetto di nicchia. E’ l’anticamera delle grandi sale parigine come Olympia e Grand Rex, a loro volta ultimo gradino prima delle enormi platee dello Zénith e Bercy. Qui hanno suonato i Sigur Rós prima dell’uscita di “( )”, per esempio. Ovviamente esibirsi all’Elysée Montmartre non significa automaticamente un futuro di successi, ma certifica un certo status.

Per quel che concerne gli spettatori, o potenziali tali, Parigi è una città che offre molte possibilità. Per andare a vedere i Röyksopp, stasera, ho rinunciato a Oasis (non ne soffro, a dire il vero), Sonic Youth (omaggio a John Lennon in occasione della mostra a lui dedicata alla Cité de la Musique) e Sufjan Stevens (l'ho saputo troppo tardi...). In attesa di imparare a essere ubiquo, scelgo il gruppo che più mi ha spiazzato quest’anno.

Del tutto a sorpresa, non annunciato nemmeno dai biglietti dell’ultimo tuffo (come il mio), ad aprire c’è Sébastien Tellier. Concerto per due: un tastierista e lui, diviso fra la chitarra e una tastierona Yamaha. Terza volta che lo vedo, terza versione di sé: stasera sembra molto più interessato a fare cabaret che a farci ascoltare le sue canzoni, tutte riproposte in chiave grottesca, volutamente troppo enfatica, con interpretazioni sempre sopra le righe. Canta “Universe”, uno dei suoi pezzi migliori, fumando una sigaretta con il naso. Urla, spara pose da chansonnier francese, si scola più di mezza bottiglia di vino in mezz’ora. Divertente, ma musicalmente un po’ troppo deboluccio, stavolta.

Per vedere i Röyksopp dobbiamo aspettare un bel po’. Quasi tutto il cd solista dell’amico Erlend Øye, per la precisione, ma la presentazione è già esaltante. Sull’intro di “Computer World” cala il velo che copre la scenografia, ossia una variegata serie di luci e un’enorme musicassetta gonfiabile con su scritto “Röyksopp”. D’altra parte c’è chi ha i maiali e chi ha le musicassette. I due fanno il loro ingresso vestiti da Kraftwerk (!), con la sola differenza che i loro pantaloni sono grigi anziché neri. Per il resto non manca niente, dalle impeccabili scarpe alla camicia rossa e lo stretto cravattino nero.
La liaison con i vecchi Kraftwerk è soprattutto nell’attitudine, però. Nessun laptop sul palco, solo sintetizzatori e batteria elettronica marca Roland. Dei nuovi elettronici, i Röyksopp restano fra i pochi a non cedere alle lusinghe di una sezione ritmica “live”. Bravi: duri e puri.

Ma passiamo all’esibizione vera e propria. Con cosa si poteva iniziare, se non con “Röyksopp’s Night Out”? Sopra la cassetta una scritta di led rossi annuncia i titoli delle canzoni e comincia la festa. Svein Berge e Torbjørn Brundtland da Tromsoe, Norvegia, puntano tutto su un’affascinante commistione dei loro synth spaziali e una dimensione fisicissima creata dalle percussioni, in parte organiche (un piatto) ma soprattutto sintetiche. Si balla! In seconda battuta il remix di “Please Stay” di Mekon (cover di Bacharach, un pallino del duo) ci tuffa in una dimensione quasi techno, dalle parti degli Underworld migliori, prima che la melodia plastica diventi un tutt’uno con l’insistito “Don’t Go” bisbigliato al vocoder.

Il primo brano da “The Understanding” è “What Else Is There”, affidato ad Anneli Drecker, vocalist dei Bel Canto e concittadina di Svein e Torbjørn, incinta di 5 mesi. La panciona non le impedisce però i movimenti sensuali che ruotano attorno ai suoi occhi magnetici, di un azzurro trasparente, quasi bianco. Non far rimpiangere la Karin Dreijer che canta sull’originale è una missione difficile, ma sicuramente alla sua altezza. Anneli resta anche per i backing vocals di “Circuit Breaker”. Canta Svein (il moro), come per la stragrande maggioranza dei brani che seguiranno. E’ lui a occuparsi anche della fase percussiva (e lo fa con grande trasporto e profusione di energie e liquidi, credetemi), mentre Torbjørn (il biondo) si concentra soprattutto sulle melodie synthetiche .

A un’estatica “A Higher Place” fa seguito una dedica a noi presenti. Partono le prime dichiarazioni d’amore dalla platea. A un “we love you” Svein ride e torna al microfono per rispondere: “We love you to”. Lo si era già capito con i primi cinque brani, ma adesso ne abbiamo la conferma: la storia della freddezza nordica è solo un cliché. Arriva una deliziosa, irresistibile “Eple”, con il suo infinito gioco di scatole cinesi. Durante la parte più rilassata del pezzo i led ci informano: “Eple… Signifie pomme en norvégien”. “Eple” significa mela in norvegese.
Soffice è la seguente “Beautiful Day Without You”, quasi sussurrata. Poi, a contrasto, una sostenutissima “Remind Me”, suonata con l’aiuto di un chitarrista e Torbjørn a una sentita interpretazione al vocoder. Sotto il palco fa caldissimo, ma è impossibile stare fermi. Subito dopo tocca ancora a un’altra strumentale, quella “Alpha Male” (il chitarrista resta sul palco) che ci guida in una galassia persa fra il Moroder epoca “From Here To Eternity” e i Daft Punk di “Discovery”.

E’ dunque il turno di “Follow My Ruin”, che vede tornare Anneli Drecker sul palco. Prima entra in punta di piedi, quasi impercettibile, poi è regina assoluta in una “Sparks” molto più pumping che su “Melody A.M.”. La ragazza, ad onta del pancione, balla, salta e tira calcioni in aria, prendendosi anche i leading vocals, in origine di Chelonis R. Jones, di “49%” (così scrivono i led, con il simbolo al posto della parola), che nel passaggio di genere perde un po’ della sua vena soul per guadagnare in sensualità. Si balla a occhi chiusi, lasciandosi trasportare solo dal crescendo.

Siamo in chiusura, ed è arrivato il momento dei singoloni. Magistrale “Only This Moment”, che vede il ritorno del chitarrista mentre Anneli canta in mezzo a Svein e Torbjørn. Fenomenale “Poor Leno”, che parte bene ma finisce anche meglio, forte di un gran lavoro di Svein alle percussioni: suda, si sbatte, incita.
Potrebbe finire così, ma c’è il bis. I led chiedono “Voulez-vous une autre chanson?”. Nel frastuono tornano i Röyksopp e mentre i led ringraziano (“Merci beaucoup”) si prodigano in strette di mano con le prime file. Le strumentali “Nok E Nok” e “Istanbul Forever” vedono i Röyksopp puntare dritti al dancefloor: non si fanno prigionieri. Secca, breve, fisicissima la prima, lunga ed estatica la seconda. In “Istanbul Forever” c’è un po’ della Ibiza più raffinata in tinte synth, poi lo stesso synth dipinge nell’aria il tema di “Poor Leno”, mentre Svein dà l’anima sulle percussioni. Un colpo di coda di una classe infinita. I ragazzi scompaiono di nuovo. “Une autre?” domandano i led. Certo che sì. Ormai non si può terminare che in un solo modo. Torbjørn introduce: “We have to go back to the beginning”. “So Easy”, Bacharach, le pulsazioni, la danza, l’inizio e la fine del viaggio.

Cosa altro aggiungere, dunque? Che sono grandi, i Röyksopp, ben al disopra delle più rosee aspettative. Con soli due album all’attivo sono già in grado di far suonare il loro concerto come un "greatest hits" live, in un susseguirsi di perle che tanti possono vantare solamente dopo molti e molti anni di carriera. E la scaletta è concepita come un congegno perfetto, infallibile. Abbiamo visto fin troppi gruppi che dopo appena due dischi lasciano a casa i loro brani più amati e celebri. I Röyksopp, invece, non si risparmiano, consegnandosi interamente al pubblico (che li ripaga con un calore insospettabile), dando tutto quello che ci si aspetta e qualcosina in più. Li attendiamo per il grande salto.

Setlist
  1. Röyksopp’s Night Out
  2. Mekon Remix
  3. What Else Is There
  4. Circuit Breaker
  5. A Higher Place
  6. Eple
  7. Beautiful Day Without You
  8. Remind Me
  9. Alpha Male
  10. Follow My Ruin
  11. Sparks
  12. 49%
  13. Only This Moment
  14. Poor Leno
  15. Nok E Nok
  16. Istanbul Forever
  17. So Easy
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