22/01/2005

Suicide + Pan Sonic

Villaggio Globale, Roma


di Nicola Minucci
Suicide + Pan Sonic

Serata promettente, quella del 22 gennaio al Villaggio Globale. Per la modica cifra di 6€ (siano benedetti questi prezzi politici) gli organizzatori offrono un’accoppiata che manderebbe in sollucchero ogni critico del pianeta: prima gli eredi, poi le leggende. Pan Sonic in prima battuta e a seguire i Suicide. Il pubblico ovviamente risponde, e il tendone che ospita l’evento si riempie abbastanza rapidamente. Con altrettanta rapidità si formerà una spessa coltre di fumo alla faccia di Sirchia, ma questa è un’altra storia.

Sull’esibizione dei Pan Sonic non ci soffermeremo molto: a tre mesi di distanza dal loro ultimo concerto a Roma (quello all’Auditorium) il loro show, chiaramente, non è cambiato. Per maggiori delucidazioni vi invitiamo quindi a leggere la recensione di quel concerto. Qui aggiungiamo solo che, rispetto a tre mesi fa, il luogo differente comporta una differenza del suono. Se l’Auditorium era il contenitore ideale per la loro musica, il tendone dello Spazio Boario ci restituisce un suono meno nitido, meno chiaro, e bassi più tellurici ma un po’ privati della loro gelida bellezza. Questo non toglie che i loro tre quarti d’ora siano stati non meno che eccezionali.

Se chi non li aveva mai visti prima è rimasto shockato dalla proposta dei Pan Sonic, davanti ai Suicide lo sbigottimento è collettivo. Anche, o soprattutto, per chi aveva già assistito a una data del loro ultimo tour italiano, risalente ad appena un paio di anni fa.
Di fatto ogni brano segue praticamente il medesimo schema. Rev schiaccia un tasto e parte una base programmata (o preregistrata), poi, con la tastierina settata sempre su "drums", si mette a battere quasi a caso sui tasti utilizzando esclusivamente le nocche. Vega ci recita sopra come suo solito, sinistramente simile a un Maradona più tossico.

Il risultato è che primi brani si somigliano tutti e, più che non aggiungere niente a quanto già detto/fatto dal duo, sembrano addirittura sconfessare, togliere forza all’oscuro mito. I dubbi nei presenti si fanno sempre più forti: che è questa roba? Cosa succede ai Suicide, protagonisti di performance più che professionali in occasione dell’ultima discesa in Italia e oggi così irrimediabilmente perduti? Qualcosa dei vecchi sussulti si recupera con “Ghost Rider”, ma più per i meriti del vecchio classico che non per Vega e Rev. Anzi, in realtà il pubblico non si scuote dal suo sbigottimento: a poco serve il pogo a cui cerchiamo di dar vita senza trovare adesione alcuna.

E’ lo sfascio totale. “Cheree” ne è senza dubbio l’esempio più lampante. Uno dei grandi classici di quel leggendario debutto viene innanzitutto dedicata “a tutte le ragazze presenti”, come se fosse una qualsiasi cover di “When a Man Loves a Woman” a una sagra paesana. Ma il brano lascia ancor più basiti. Rev mette su una base da puro piano-bar e Vega canta su quella. E’ talmente brutta, insensata, squallida da rasentare il colpo di genio. Trash ridicolo, ma intimamente tragico. Decisamente più Ciprì e Maresco che non Alvaro Vitali.

L’abisso si tocca quando Vega fa passare il microfono fra il pubblico. Nessuno sa cosa dire, e si limita a qualche urlo. Ma non è finita: l’ultimo dei cantanti per cinque secondi si produce in uno dei più classici bestemmioni. E’ il punto più basso che un concerto possa mai raggiungere.
Ed è la resurrezione.
Adesso tutto appare chiaro: i Suicide portano sul palco l’essenza del rock’n’roll, l’estremo della sua filosofia. Stasera non sanno fare niente. Rev non sa suonare, Vega non canta e non sa stare sul palco. Quando inciampa su un cavo e per miracolo non cade incarna tutto il niente che si fa tutto e basta, mette sul palco la Passione di ogni uomo che si mette in scena, la croce di ogni Gesù dei nostri tempi. La condanna a portare sul palco il proprio nulla vestito solo di una maschera.

Così, inscenando la morte del rock, i Suicide ne celebrano contemporaneamente la rinascita. Consapevolmente? Inconsapevolmente? Poco importa. Il rock si fa forte della sua più intima debolezza, del fondo drammatico della sua esistenza.
C’è chi si lamenterà di questo concerto, ma è giusto così. Questi due non potevano invecchiare come qualsiasi rockstar. Non potevano continuare a ripetere sé stessi in professionali, dignitosissime esibizioni. Offendevano anche il pubblico più scafato negli anni 70, lo offendono ancora oggi. Solo che non possono farlo sempre allo stesso modo. Chi se la prenderebbe perché non ci sono le chitarre (oddio, forse qualcuno sì) o perché Vega insulta il pubblico, o addirittura solo perché si chiamano Suicide? Oggi provocare il pubblico ed essere sinceri si può fare solo per errore, come sembra essere capitato stasera.

A concludere il concerto c’è “Frankie Teardrop”, che li vede tutti e quattro sul palco, Suicide e Pan Sonic. Si assiste a un ideale passaggio di testimone fra il duo newyorchese e quelli che da sempre sono stati indicati come i loro unici eredi possibili. Dal rifiuto della società della comunicazione di massa all’accettazione di massa di un’asociale incomunicabilità. Nella loro sentita partecipazione al totem oscuro di Vega e Rev, culminata con un Väisänen che scaraventa in terra il proprio pseudo-sintetizzatore, stasera i Pan Sonic ci suggeriscono qualcosa: “Ehi, guardate che hanno sempre avuto ragione loro. Anche stasera”.

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