23/07/2005

U2

Stadio Olimpico, Roma


di Mauro Vecchio
U2

"The Unforgettable Sun". E’ proprio indimenticabile il sole che riscalda il cuore dei 70.000 dello stadio Olimpico di Roma. Bandiere irlandesi e "mani che costruiranno l’Africa" attendono con trepidazione, in un autentico bagno di eccitazione collettiva. Il palco mastodontico e il colpo d’occhio sulla folla anticipano quello che si rivelerà uno spettacolo memorabile al di là dei propri gusti musicali o della pessima organizzazione.
Il sole comincia a calare e l’ansia a crescere, mentre sul palco a forma di bersaglio arrivano i deludenti gruppi spalla.
La sezione ritmica dei Feeder è imponente, ma il loro miscuglio di hard-rock, punk e melodia radiofonica non sembra all’altezza di un pubblico vasto come questo.
Sorprendentemente fuori fase anche gli irlandesi Ash, che riescono nell’ardua impresa di proporre, uno dopo l’altro, brani punk-pop perfettamente uguali, nonostante l’energia e il sudore del loro giovane frontman.

Tocca, ormai, solo agli U2 scuotere le gambe e la voce di tutti. D’altronde, è quello che si aspetta. A pochi minuti dalle ventuno, un boato assordante scuote l’Olimpico: Bono, Edge, Mullen e Clayton sono sotto il gigantesco schermo centrale a ricevere la prima ondata di ovazioni da parte di fan al limite dell’isteria collettiva. Siamo, ormai, in piena "U2mania".
"Phony Beatlemania has bitten the dust" cantava il compianto Joe Strummer. Qui non si può parlare né di polvere né di qualcosa di fasullo: è tutto autentico e lo si può ascoltare nel riff garage di "Vertigo", che apre lo show in un mare di luci. Solo qui, infatti, riuscireste a sentire 70.000 persone che cantano all’unisono un banalissimo "uno… due… tre… catorce".
I Ramones lo facevano tanto tempo fa, ma non con questa risposta di pubblico.

Questo "Vertigo tour" è l’ennesimo passo nostalgico degli U2 che, dopo aver recuperato quello che si erano lasciati dietro, tornano sempre più laddove erano partiti. Non siamo allo Slane Castle, ma Bono e soci stanno proprio tornando a casa.
Ecco, allora, il loro primo successo, "I Will Follow", e, soprattutto, il recupero di un gioiello nascosto come "Electric Co", che vede un Edge in forma smagliante correre verso uno dei due bracci per stringere il pubblico con la sua inconfondibile "infinite guitar".
Nonostante alcuni problemi con il microfono, Bono dà la carica, consapevole di dovere tutto nei confronti del paese che più ama il suo gruppo. "Elevation" parte in sordina per poi deflagrare in un delirio collettivo.

Dopo "New Year’s day" e una quantomai vibrante "Beautiful Day", arrivano le prime vere emozioni di questo show. Bono punta il microfono verso il pubblico e il coro durante una "I Still Haven’t Found What I’m Looking For" da pelle d’oca.
Tra una tormentata "All I Want Is You" e una rabbiosa "Sunday Bloody Sunday", spazio alle mediocri canzoni del nuovo disco. Dopo la soporifera "City of Blindin Lights", "Miracle Drug" viene dedicata a "dottori e infermiere…tutti quelli che si occupano di salvare la nostra vita".
Commovente la passeggiata intima di Bono che, tolti gli occhiali, dedica "Sometimes You Can’t Make It On Your Own" al padre scomparso.

La notte dell’Olimpico ha qualcosa di drammaticamente speciale per via degli attentati a Sharm El Sheik e Bono non è affatto il tipo di cantante che dedica un pezzo e basta. Comincia, così, la parte più tormentata del concerto, tra rabbia e dolore. Ecco allora il tribalismo pacifico di "Love And Peace Or Else" e la bandana con la scritta "Coexist", simbolo di coesistenza e tolleranza tra i popoli e le religioni. La musica si mescola alla politica. L’urlo sdegnato di "Sunday Bloody Sunday" e l’energica "Bullet The Blue Sky" accompagnano lo slogan "Stop alla povertà". E il dolore si fa ancor più struggente quando Bono scatena le sue corde vocali durante una versione strappalacrime di "Miss Sarajevo".

Poi, ritorna per il pubblico il momento di cantare a squarciagola. "Pride (In The Name Of Love)" e "Where The Streets Have No Name" scatenano l’Olimpico in un’orgia di cori da stadio.
Arrivano i bis. Con i ritmi industrial di "Zoo Station" e la chitarra serrata di "The Fly" sembra, per un attimo, di ritornare alla megalomania mediatica dello Zoo Tv.
Invece questo è un tour più sobrio e, dopo l’immancabile "With Or Without You", una sommessa versione acustica di "Yahweh" chiude lo show.
Accompagnata dalle note dell’inno "Vertigo", la scritta "The End" fa la sua comparsa sul megaschermo. Sembra quasi di aver assistito a un film: uno di quei film che ti prendono per due ore senza che tu ti accorga se sei sveglio o semplicemente in un sogno fatto di musica. Nonostante tutto, gli U2, dal vivo, sono ancora questo.

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