30/11/2005

Why?

Jail Music Club, Legnago (Mi)


di Marco Bercella
Why?

Sparute ombre nella tundra padana. Sarà che la serata dal clima rigido non suggeriva temerarie escursioni fuori dell’uscio, sarà che Legnano, visto anche l’algido presupposto, non è meta facilmente accessibile per l’indie milanese, da sempre poco aduso alla frequentazione dell’hinterland. Fatto sta che le presenze al “Jail” per il Why? rendez-vous si contavano davvero sulle dita di una mano. Peccato per chi non c’era, è il caso di dirlo, poiché l’esile e barbuto Yoni Wolf, t-shirt bianca, occhiale montatura nerd e jeans sdruciti d’ordinanza, ha confermato anche nella sua dimensione live di ben sapere il fatto suo. E lo ha fatto rafforzando, se possibile, il concetto già presente in “Elephant Eyelash”, ossia quello di musicista versatile, cui sta stretta l’etichetta di rapper bianco, pur con tutte le varianti che gli potremmo appiccicare a margine, “alternativo” inclusa.
Nulla han potuto, per guastare l’ happening , né il palco bonsai che ospitava i quattro musicisti (domandiamoci come si possa suonare la batteria con la schiena inchiodata al muro, o la tastiera come se si avessero dei libri sotto le ascelle), né l’impianto di supporto che non esitiamo a definire di fortuna: nonostante tutto, anzi proprio per questo, per lo spettatore dalle prodighe fantasie sarà stato come assistere al primo concerto dei Pavement, in un qualsiasi retrobottega californiano dotato d’elettricità, di un amplificatore e, ça va sans dire, d’energia a profusione.

Formazione intercambiabile composta da batteria, chitarra, basso e tastiere (con ammennicoli annessi), per quattro ragazzi che hanno dimostrato di saper fare tutto e bene, alternandosi fra loro agli strumenti come niente fosse. Wolf è a proprio agio tanto alla batteria, quanto alle corde (basso e chitarra, per lui), alla voce così come alle tastiere: un globetrotter (moltiplicate il tutto per quattro, signori), per un ensemble che ha sfiorato, seguendo un (in)definito percorso, istanze post (ebbene, ogni tanto ritornano), dissertazioni indie-rock (i Pavement, si diceva), pruriti lo-fi (Sparklehorse?) e, solo da ultimo, un rapping tanto delicato da trasmutare nel pop più malinconico e disincantato. Lungo quest’ultima personalissima inclinazione si snoda una scaletta che ha contemplato, oltre alle perle preziose dell’ultimo album (imperdibile il trittico “Rubber Traits”, “Yo Yo Bye Bye” e “Gemine”, proposte una di fila all’altra a metà concerto), anche escursioni nell’universo cLOUDDEAD ma soprattutto, come vero apice, un’abrasiva, cattivissima versione rap-rock di "21st Century Pop Song" targata Hymie’s Basement (altro rimarchevole progetto del nostro, datato 2003), in cui i due generi convivono senza contorsionismi, con una naturalezza mai udita prima.

In coda all’eccellente performance, osserviamo persino un Yoni fra l’imbarazzato e lo stupito, per via dei tre-autografi-tre che gli è toccato appuntare, suo malgrado, sulle copie di “Elephant Eyelash” fresche di vendita: un pennarello nero stretto in mano per lui, un circoletto rosso per il nostro taccuino, sull’infinita saga dei talenti invisibili che si perpetua.

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