19/10/2005

Zu & Nobukazu Takemura

Sala Vanni, Firenze


di Nicola Minucci
Zu & Nobukazu Takemura

La Sala Vanni è uno di quei meravigliosi posticini che vanno difesi con le unghie e con i denti. E’ una saletta per concerti ricavata da una delle molte stanze adiacenti e collegate alla chiesa del Carmine. Poche esibizioni, ma di grande qualità. E stasera lo standard rimane altissimo: in programma gli Zu e Nobukazu Takemura. La band più internazionale d’Italia (come suono e come collaborazioni) incontra uno dei grandi maestri del glitch e di tutta l’elettronica a cavallo dei due millenni.

Ad aprire, il solo Takemura. La sua scelta di sedersi in modo tale da poter vedere gli Zu in qualsiasi istante si rivela vincente. In pratica la sua posizione sul palco è alla nostra destra, quasi di spalle. Il pubblico può così vedere gli schermi dei suoi due laptop, un Hewlett Packard e un altro non meglio identificato che però contribuisce al rafforzamento dell’impressione che il periodo della supremazia Macintosh sia veramente agli sgoccioli. Sugli schermi del giapponese l’interfaccia è quantomeno curiosa. Domina il bianco, poi ci sono tante piccole sezioni rettangolari e quadrate, spesso colorate, quasi nient’altro. Senza essere esperti della materia, si può ipotizzare che sia un programma personalizzato.

Nel corso degli anni il suono di Takemura si è fatto sempre più glitch , sempre più parcellizzato. Adesso, in questa intro di sola, purissima elettronica, lo si nota ancor di più. Il nostro passeggia su minuscoli frammenti di Kraftwerk e microwave lontanissime, ma chiudendo gli occhi, in certi passaggi, si potrebbe quasi dire che stia smontando il C1P8 di “Guerre Stellari”.
Dopo qualche minuto Takemura prende in braccio una chitarra ed entrano in scena i tre Zu, che danno quasi subito vita a un possente maelstrom sonoro. Basso suonato con un cacciavite, a momenti il manico e a momenti la punta, batteria forsennata con potentissimi rullanti. Luca Mai, il sassofonista, sta a guardare per un po’, poi entra nel vortice.

Il volume è altissimo, non si può scappare, ma la musica ha il fascino incontrollabile del caos dal quale non si può distogliere l’attenzione e che finisce inevitabilmente per travolgerti. Un solo brano di circa un’ora, un’apocalisse sonora ora densa ora eterea, specie sul finire, quando le atmosfere si fanno più cerebrali e rarefatte, i fraseggi brevi, e anche Takemura lavora più sulle radiazioni di fondo che sui rumori. Poco prima, però, si era riusciti a percepire persino l’odore della "No New York" di un tempo, nelle invenzioni ritmiche e nelle staffilate di sax degli Zu, alle quali Takemura aveva sempre saputo aggiungere, di volta in volta secondo la bisogna, la sua vena più rumorista e quella più melodica. Qualcuno lo chiama jazzcore , ma stasera è anche altro, è una dimensione a sé.

Il bis, un brano di quindici-venti minuti, decresce in potenza mentre cresce in inventiva. Massimo Pupillo, una vera presenza sul palco, entra in scena stimolando le corde del suo basso battendo il palmo della mano destra su due barrette metalliche infilate fra le corde e la cassa, poi è di nuovo cacciavite. Il finale vede gli Zu impegnati a glitchare con i loro strumenti, creando piccole schegge di suono che si mescolano alla perfezione con quelle delle macchine di Takemura. Le distanze si annullano, svaniscono le differenze fra gli strumenti, fra ottone e silicio, fra cassa e corda. Tutto, infine, è uno.

Chiudiamo con una postilla che ci pare quasi dovuta, stasera. Con questa esibizione, infatti, ancora una volta gli Zu confermano, oltre alla bellezza della loro proposta, una grande intelligenza e cultura musicale. Sono queste qualità che permettono loro non solo di collaborare con le più differenti realtà, ma di valorizzarle ed esserne valorizzati. Averne, di artisti così.
A breve il quartetto farà uscire un disco: siete avvisati.

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