24/01/2006

Franco Battiato

Alcatraz, Milano


di Davide Bassi
Franco Battiato

Premesso che trattavasi del mio primo concerto di Franco Battiato, devo però dire che al mio stupore s’è aggiunto anche quello dei fan più fedeli: un’esibizione così rock non se l’aspettava nessuno.

Prima data del tour che segue “Dieci stratagemmi”, Alcatraz, tutti in piedi: certamente una location diversa da quelle che ci si aspetterebbe per un concerto di un cantautore come Battiato, che si presenta sorridente, vestito molto casual (anche troppo!) e inaugura il concerto con la lettura di una poesia di Shakespeare, “Come away death”, su musica dell’800 eseguita al pianoforte.

E’ l’unico momento di calma del concerto, perché quando parte “Tra sesso e castità”, si apre il sipario e cade il telo bianco che nascondeva i musicisti (la giovanissima band degli FSC), l’atmosfera cambia e si inaugura una serie di canzoni tiratissime (“Ermeneutica”, e “Strani giorni” in particolare). E Battiato improvvisa qualche balletto, sorride, si scatena: gli si perdonano pure alcune incertezze, che per la verità proseguiranno per tutta la serata, soprattutto da parte di Kumi C. Watanabe, che lo accompagna alla voce in alcune canzoni, ma è la prima data e forse c’è ancora un po’ di rodaggio da fare.

“Via Lattea” è la prima sorpresa della scaletta: lo stesso Battiato dice di non eseguirla da almeno vent’anni, mentre in “La porta dello spavento supremo” Manlio Sgalambro, assente a causa della febbre alta, appare in un contributo filmato, “duettando” in differita con Battiato.

Cattivissime (lo so, pensate che stia esagerando, e invece no) “Shock in my town” e soprattutto “Sarcofagia”, che diventa un pezzo quasi metal, anche se non mancano pezzi più rilassati come l’ormai classica “La cura” e “La stagione dell’amore”.

La prima parte del concerto si chiude con due successi da “La voce del padrone”, cantati a squarciagola dal pubblico, a cui Battiato in più momenti tende il microfono. Il primo bis è "Meccanica", l’altra enorme sorpresa della serata, un pezzo tratto da “Fetus”, il suo primo disco, risalente ad ormai 35 (!) anni fa, nell’esecuzione del quale non si esime dal suonare il synth, proprio come agli ormai preistorici tempi della sperimentazione, così come già aveva fatto nella prima parte eseguendo “Areknames”, storico pezzo da “Pollution”.

Il concerto si chiude con un secondo bis che, come da tradizione, comprende un medley di quasi tutti i pezzi de “La voce del padrone”: anche qui, grande entusiasmo, sia da parte del pubblico che da parte di Battiato, che dà l’impressione di divertirsi più di tutti.

Insomma, un tour che, visto il grande pubblico al quale andrà incontro, mette al bando le sperimentazioni più ardite, i brani classicheggianti e le contaminazioni etniche, per sfoderare quasi trenta brani fra i più noti e cantabili, rielaborati con un sound moderno e giovane. Battiato ha sessant’anni, e non li dimostra affatto: la cattiveria e la freschezza delle esecuzioni, nelle due ore di concerto, non hanno nulla da invidiare a un qualunque gruppo italiano della nuova ondata e hanno le carte in regola per piacere a tutti, dai fan della prima ora a quelli più giovani, e non è un caso che la maggioranza del pubblico fosse composta da ragazzi, cosa rara per un cantautore che ha alle spalle una carriera di quasi quarant’anni.

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