07/04/2006

Vinicio Capossela

Paladozza, Bologna


di Eleonora Grossi
Vinicio Capossela

Ascoltando “Ovunque Proteggi” avevamo già avuto l’impressione che qualcosa di cupo si muovesse dal budello del nostro amico Vinicio. Assistendo al suo live ne troviamo conferma, un live che inizia trasportandoci giù, fin nelle viscere della terra, nelle quali tra zolfo e demoni si insinua la danza grottesca del Capossela più sfrenato, ancora di più che in “Canzoni a manovella”. Ma non ci lasciamo impressionare, benché la sua pelliccia di capra risulti a tratti inquietante. Sappiamo che i concerti di Capossela sono un viaggio. Come al Teatro Valli di Reggio Emilia due anni fa, quando presentò “Non si muore tutte le mattine” partendo dalla solitudine della metropoli e degli squallidi alberghi a ore, per arrivare a raccontarci la pietas alla Puccini, quella di Butterfly che aspetta il suo Pinkerlton.

Eravamo preparati dunque a uno spettacolo che iniziasse dalla terra rossa di sangue, per innalzarci nel blu del cielo stellato. E al Paladozza si ripropone lo stesso iter, da una “Non trattare” eseguita da Belzebù in persona: a questo si deve il suo mascherone da teschio di porco, che tanto ci ricorda il Belzebù del "Lord Of The Flies" di Golding. Onore a Vinicio, capace di mettere assieme retaggi di mitologia classica e altera, violenta e intrigante, portando in scena il Minotauro e Medusa — solo lui poteva immaginarsela a ballare il cha cha cha — assieme alla Mosca post-comunista e al valzer da festa di paese.

Il concerto prosegue lungo la strada che parte dalle profondità della notte per portarci al chiarore timido e dolce del mattino. E allora “Moskavalza” lascia il posto a “Nel blu”, e le due cubiste vestite da battone ucraine si svelano acrobate, ed eccole a volteggiare sul pubblico vestite di bianco, al suono del carillon. Anche le installazioni non mostrano più occhi rossi di demoni e gironi infernali, ma ballerine di carta che danzano alla luce delle mille stelle della mirror ball che pende dal cielo. E ancora “Lanterne rosse” che ci trasportano nella Cina più intima e segreta e la coraggiosa “S.S. dei naufragati”: quest’ultima in particolare, proprio per la sua natura teatrale, esigeva un’attenzione e una partecipazione del pubblico assolute. E così è stato. La fiducia nella sua gente ha ripagato Vinicio della sua audacia, e davvero l’omaggio al mare e a quelli che il mare si porta via è stato vissuto da tutti gli astanti nel modo più assoluto. Anche soprattutto per la bravura indiscussa di musicisti di prim’ordine, capaci di districarsi con scioltezza tra magnetofoni, contrabbassi, trombe, tamburi e fisarmoniche.

Dai labirinti di Micene, alle processioni della Sicilia, a "tutto Napoleone/ dipinto in un bottone". Non sono mancate vecchie glorie, come il “Ballo di S. Vito”, nell’euforia del pubblico che non aspettava altro, e un “Marajà” in chiave triviale. A nostro parere, il momento più dolce è stato nell’esecuzione piano e voce di “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, che si apre all’improvviso in un'atmosfera dixieland da fontane di Berlucchi e cascate di garofani. Manco a dirlo, chiusura dello show con “Ovunque proteggi”, con un abbraccio collettivo del pubblico che cercava di combattere la preventiva e inesorabile accensione dei neon del Paladozza.

Vogliamo così bene a Capossela, da aver cercato per tutto lo spettacolo di dimenticare dove ci trovassimo. Purtroppo non ci siamo riusciti, come non ce l’ha fatta lui stesso. Mai palazzetto dello sport fu così sbagliato per uno spettacolo di arti e mestieri, bellezza e malinconia. I tempi stavano stretti a tutti, ma soprattutto ai musicisti, che non hanno potuto lasciarsi andare come è successo al Teatro D’Annunzio di Pescara tanti anni fa o allo stesso Valli che citavamo poc’anzi. Peccato. L’universo di Capossela è fatto di sfumature e atmosfere contrastanti e preziose, che nulla può avere a che fare con un palazzetto per le partite di basket.

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