21/02/2006

Clap Your Hands Say Yeah

Estragon, Bologna


di Eleonora Grossi
Clap Your Hands Say Yeah

Grande grandissimo clamore per la serata più hype della settimana, voci di sold-out e corse all’ultimo biglietto. Sembrerà strano, ma è stato proprio così. Del resto sono molte le stranezze che caratterizzano i Clap Your Hands Say Yeah. Strana è stata la sviolinata di Brian Howe su "Pitchfork", che li definisce fenomeni indie e scomoda nomi quali Modest Mouse e Wilco. Strano che siano con la Wichita Records, che comunque sfornò un disco come "Lifted" di Bright Eyes, oltre ai Bloc Party (che purtroppo dal vivo pare siano un grande delusione). Strano insomma che un disco carino e orecchiabile faccia tanto rumore per nulla. Sappiamo, però, che i nodi vengono al pettine, e li aspettiamo al varco. Siamo curiosi e non prevenuti, lo giuriamo con la mano sul cuore. Possibile che tutta questa gente che riempie l’Estragon già dalle nove e mezza si sbagli? Ebbene sì. Ma andiamo con ordine.

Alle dieci e un quarto arrivano i Dr. Dog da Philadelphia. Immaginatevi un incrocio tra Beatles e Supergrass, vestiti come Badly Drawn Boy che ballano come Flea. Ma la voce è uguale alla snervante voce dei Clap Your Hands. Si salva la batteria, tonda come un uovo, ma per il resto risultano abbastanza ibridi. Nell’esecuzione del loro mistone musicale, comunque, sembrano divertirsi, e di conseguenza gli astanti si divertono, e questa è una dote non da poco. Non si prendono sul serio e creano un clima tranquillo e rilassato, perciò anche se non ci colpiscono con la loro proposta musicale, riescono a intrattenerci (la loro simpatia spiega forse la presenza di berretti a righe, indossanti dai Dr. Dog e da metà del pubblico).

Dopo tre quarti d’ora arrivano le star. E la domanda della serata è: il cantante ci fa o ci è? Scopriamo che probabilmente ci è, perché quando parla ha la stessa stonatura di quando canta. Ma la voce, divenuta ormai un loro tratto distintivo e comunque interpretabile a seconda dei gusti, è niente in confronto al loro modo di suonare, che semplicemente non c’è. Quando si cominciano a sentire commenti tipo “vabbè ma questo posto ha un’acustica orribile” è il caso di preoccuparsi. No, non è l’Estragon ad avere un’acustica orribile, sono loro che non sanno suonare!

Un agglomerato di rumori, un disordine in cui solo il rullante, sempre uguale per tutto lo show, è riconoscibile. Anche pezzi carini come "Home On Ice" e "Lost and Found" perdono ogni freschezza, e sembrano non avere linea melodica. "Tidal Wave" la riconosciamo solo per l’improbabile intuizione di un’armonica che rende possibile l’ascolto della melodia.

Il plagio di tutta la discografia dei Talking Heads e dei Velvet Underground ("Details Of War" suonata come una cover mal riuscita di "Heroin") è evidente, ma il vero problema di questo concerto è la noia. Come si fa a far diventare un pezzo come "The Skin Of My Yellow Country Teeth" noioso? Brutto, con degli arrangiamenti abbozzati, banale, qualsiasi critica non sarebbe grave, ma noioso no, lì si sono proprio dovuti impegnare. "Clap Your Hands!" è semplicemente insopportabile, e non basta che la gente risponda battendo le mani: manca tutto il resto.

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