19-20/5/2006

Dissonanze

Palazzo dei Congressi, Roma


di Paolo Sforza
Dissonanze

"Dissonanze" insiste e rivendica ancora una volta il primato di rassegna di musica elettronica più importante in Italia. Anche il cartellone di quest’anno prevede nomi di spicco, anche se magari manca il glamour di una Miss Kittin (edizione del 2003), ma a ben guardare, e poi a ben ascoltare, nel corso delle due serate, di specchietti per allodole più fumo che arrosto non c’è stato assolutamente bisogno, e gli artisti erano di tutto rispetto. Cominciamo col parlare della struttura che ospitava la rassegna, il Palazzo dei Congressi all’Eur: chi lo conosce sa già che si tratta di uno degli edifici di stile ventennio più belli di Roma, funzionale e razionale a tal punto da sfuggire all’eccesso di retorica comunicata da altri edifici del quartiere pensato per l’Esposizione Universale del 1942. E così questa struttura, che ancora oggi sembra non appartenere a nessuna epoca, nemmeno a un uomo di qualche epoca, si scopre adattissima al contesto e perfetta per amplificare il significato della musica suonata.

Tre spazi, tre modi diversi di espressione: nella sala grande, dalle volte altissime, come tutto l’edificio, si è sistemata la musica pensata per il ballo, poi abbiamo una sala delle proiezioni, di video, cortometraggi, con musiche adatte al tema, e poi c’era la terrazza dove si esibivano musicisti più prossimi alla sperimentazione; il bello è che la terrazza del palazzo non si trova in cima, ma a mezza altezza, e uno dei muri della grande sala fungeva da schermo per le proiezioni che spesso hanno accompagnato l’esibizione dei musicisti. Svolgendosi in contemporanea, ovviamente bisogna fare dei sacrifici, e vi dico subito che ho privilegiato la terrazza in entrambe le serate, soprattutto perché il tipo di musica mi interessava di più, e poi perché il freschetto della serata romana era un richiamo molto forte. Si sa che questi appuntamenti richiamano amici e conoscenti da tutta Italia, e così saluti e aperitivi in serie mi fanno arrivare all’apertura con colpevole ritardo, e venerdì mi perdo uno degli aristi da me più attesi, Richard Devine, oltre a Olivia Block.

Per fortuna la maggior parte degli artisti si esibiva entrambe le serate, quindi ho potuto gustarmeli la serata successiva. Venerdì sera comunque la qualità della proposta musicale in terrazza è stata altissima: Von Hauswolff, Yasunao Tone, Maryanne Amacher su tutti. La loro musica potente, stratificata e circolare, nel contesto della terrazza, coadiuvata dalle proiezioni di vari sound-designer, ora astratte, ora geometriche o caotiche, ha acquistato in solennità e fascino. Ottimo anche Christian Vogel con la sua avant-techno destrutturata, mentre Karkowski, dopo un battibecco con l’organizzazione per motivi a noi ignoti, ha completato la rassegna all’aperto con un altro assalto sonoro.

Scendendo giù vengo a sapere che il set di Lory D ha ricevuto svariati consensi ed entusiasmi e che mi sono perso un dj-set memorabile: d’altronde c’era da aspettarselo, qui il dj romano è padrone di casa e sa come atteggiarsi da novello Augusto in questa struttura pensata per un impero, e quindi ha raccolto giustamente l’alloro di imperatore della serata. Quando arrivo, comunque, c’è il set di Koze, che esegue dell’ottima techno adatta a trainare le chiappe di chi ha deciso di dedicarsi scrupolosamente alla pista. Piuttosto stanco, non ce la faccio a rimanere per Dave Clark e preferisco conservare energie per la seconda serata, per la quale ho il fermo proposito di non perdermi Richard Devine: dando un’occhiata alla scaletta, è uno degli ultimi a esibirsi in terrazza, quindi mi posso gustare finalmente un set per intero, quello da me molto atteso di Sleeparchive, un tizio che ha sicuramente prodotto uno degli album techno più interessanti dell’anno, qualità che conferma assolutamente in questa serata romana.

Dopo aver ballato il giusto, sento il bisogno di tornare in terrazza: è questo il luogo che, per musica e situazione, più mi attrae e rende particolare la serata. Francisco Loepz e Yasunao Tone si sono già esibiti: il giapponese, che tanto bene mi aveva impressionato la sera prima con una sorta di break-noise incessante, stavolta opta per una lavagnetta grafica su cui disegna ideogrammi che vengono proiettati sul muro del palazzo: l’idea è carina, ma la musica, molto asciutta di suoni e piuttosto monotona, non è all’altezza. Vengo a sapere poi che gran parte dell’attrezzatura che si è portato dietro il maturo musicista nipponico non ha funzionato a dovere, quindi si può parlare di un’esibizione di fortuna.

Olivia Block è una graziosa musicista americana che fa dell’integrazione tra strumenti naturali ed elettronica il suo scopo: un’artista sicuramente interessante, che mi appresterò a conoscere meglio su disco. Quando sale sul palchetto Daniel Menche, che confesso di non conoscere e che mi viene presentato come un “G G Allin” dell’elettronica”, c’è molta attesa e mi chiedo cosa diavolo possa riservare! Invece non raggiunge proprio i bassifondi morali del defunto musicista (per fortuna): Menche utilizza una sorta di barra-microfono-amplificatore con la quale percuote il proprio corpo in tutte le maniere, muovendosi come un tarantolato e urlando come un invasato, coadiuvato da un serie di effetti: il risultato mi è sembrato più prossimo all’avant-noise di gruppi come Wolf Eyes che non all’elettronica pura. Interessante, ma francamente queste esibizioni un po’ provocatorie non mi hanno mai meravigliato più di tanto: questione di gusti e di aspettative ovviamente, prendo atto che per molti dei presenti l’esibizione di Menche è stata una delle cose più interessanti della serata.

Ma insomma, ve l’ho detto fino allo sfinimento, io stavo lì per Richard Devine e finalmente eccolo: 40 minuti di break-core prossimo all’incandescenza del noise puro, tre progressioni furiose che l’americano di Atlanta ci dona con maestria e alla fine dell’ultima nota ci fa un regala un vero cioccolatino: quella specie di violini che sento sono il brano di un gruppo che ha fatto suonare le chitarre come se non fossero chitarre meglio di qualunque altro: i My Bloody Valentine, il pezzo è “Touched” la terza da “Loveless”: pochi secondi di poesia che stemperano 40 minuti di furia, grazie ancora Richard! Menche torna sul palco per deliziare nuovamente il pubblico con qualche scatarrata elettronica in combutta col redivivo Karkowski, ma la serata musicale in terrazza si chiude con una delusione: infatti l’atteso e presunto set di Christian Vogel si rivela un deludente e moscio guazzabuglio di musica, neanche divertente, ma piuttosto noiosa, sintomo, a mio modesto parere, di idee poco chiare su come occupare il luogo e lo spazio in quel momento.

Di fatto la marea umana (spesso di gradevole aspetto: un mio caro amico ha dovuto trascinarmi via per impedirmi di assalire una moretta fatta e acchittata in maniera testosteronicamente intollerabile) si riserva nell’enorme sala principale; l’aspetto e l’atmosfera donato dall’architettura mi ricordano un vecchio fumetto di Ranx Xerox dove veniva descritta una specie di discoteca futuristica e decadente. L’incredibile pressione umana è quasi insopportabile, e diventa molto faticoso godersi il set di un imperioso Sven Vath che fa godere tutti dalle 4 di mattina in poi. Dopo un po’ per me la serata può concludersi placidamente nella sala cinema, dove vedo proiettati filmati che accompagnano musiche di stampo Raster-Noton (Alva Noto, Sakamoto, Jelinek e altri), che completano degnamente le musiche.

Verso le 6, nonostante la techno continui a ruggire in sala, per me la due giorni ha dato quel che poteva e me ne torno a casuccia: ho vissuto nel Palazzo dei Congressi come in una specie di navicella che per due nottate mi ha fatto navigare in una sorta di non luogo, una di quelle occasioni in cui ti sembra che la musica ti possa davvero far vivere momentaneamente in un’altra dimensione, anche personale. Quando esco e la luce dell’alba già illumina tutto e fa vedere la realtà per quel che è, un po’ è un peccato. Arrivederci al 2007 allora!

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