12/11/2007

Interpol

Teatro Saschall, Firenze


di Mauro Vecchio
Interpol

Un moderno e luccicante teatro toscano può trasformarsi, nel mezzo di una fredda notte di novembre, in un gigantesco punto interrogativo.
L’aria punge, tingendosi dentro di un decadente colore in bilico tra viola e nero. Visioni e suoni che preparano lo spettacolo marcio dei nuovi sotterranei di velluto.
Le gambe sbronze di Kazu Makino si muovono morbide per cullare la voce melodica e intensa dei Blonde Redhead che riscaldano il palco con raffinata energia. I fratelli Pace sono martellanti, obliqui al limite dello stridore, ma le loro atmosfere noise vengono portate in una dimensione da sogno dalla cantante giapponese, eterea quanto grintosa. Si sa, stanotte si celebra il lato oscuro della Grande Mela.

Mentre il trio affascina, tuttavia, una sentita domanda pare serpeggiare tra un pubblico ancora composto. “Our Love To Admire” è un disco amletico, diviso internamente tra la luce pop di “Antics” e le ombre disperate di quella irripetibile prima gemma sonora. Quelle “bright lights” che si erano permesse di scomodare fantasmi come quelli di Ian Curtis e Jim Morrison, sulla scia di una certa vecchia band di New York che cantava d’eroina. Sono questi gli Interpol che tutti aspettano? Sono, invece, la band del nuovo singolo “Heinrich Manuever” che tira coraggiosamente avanti con un masso di Sisifo sulle spalle?
Arriva il momento di scoprirlo, mentre due leoni feroci trascinano verso la morte una disperata gazzella.

I quattro salgono, algidi, sul palco e sembrano usciti direttamente dai corridoi di Wall Street. Tutto, infatti, sembra pianificato con precisione: il fumo bianco, le luci fredde, l’eleganza di un completo da broker. Quando parte l’ipnotica, malinconica nenia di “Pioneer To The Falls” si comprende che non ci saranno sbavature, non una nota di troppo.
La chitarra di Kessler non invade e lascia il campo allo splendido, atonale minimalismo del brano prima di deflagrare nel martellante, cupo finale. E’, sicuramente, uno dei brani migliori del nuovo album e, dato che la nevrosi di “Obstacle 1” viene vomitata con scarsa verve, sembra quasi indicare una nuova, vecchia pelle. L’elastica “Narc” e “C’mere”, tuttavia, riportano l’attenzione sul più colorato “Antics” e su un modo di suonare impeccabile e ordinario.

Lo show si arrampica sulla scala struggente di “Public Pervert” e si prepara, così, al suo indifferente ruggito con il motore di Fogarino che sale di giri mentre Carlos D inizia a dare maggiore profondità. Il ricordo degli Smiths di “Say Hello To The Angels” si fa più vivido, scoppiando in un turbinio ritmico magistrale. E non è un caso che sia uno dei volti piangenti di quella gemma. Perché “Mammoth” suona abbastanza piatta e “No I In Threesome” non va al di là dell’ormai classico stile Interpol. Banks pare pensarci su, accendendosi una sigaretta e decide di suonare la carica cercando di far saltare il pubblico. E il pubblico salta e canta quei brani specificamente creati per far saltare e cantare. Non si vive, dopotutto, di sola arte e allora ritorna il pupazzo burtoniano di “Evil” e le gemelline tristi “Slow Hands” e “Manuever”.

Tutti sorridono felici tranne il biondo, introverso cantante che arpeggia sulla trama gotica del nuovo gioiello “Rest My Chemistry”, mentre Kessler si concede un’albeggiante deriva psichedelica in “The Lighthouse”. Il pubblico è costretto al silenzio, investito da un mantra angelico distorto e disturbato. Strato su strato, gli Interpol hanno ormai costruito la loro corposa cattedrale sonora.

Eppure sembra che manchi ancora qualcosa. Quella pennellata in più che rende grande un buon concerto. Le luci non hanno voglia di accendersi perché, dopo poco più di un’ora, esigono un immediato ritorno sulle scene. Le ombre vogliono i quindici minuti di fama e Banks sa bene come accontentarle. Il lamento funebre di “NYC” scorre implacabile come un fluido mortale, tenendo per mano la tristezza di “Stella Was A Diver” fino a lanciarla nel vuoto roboante di “PDA” che si consuma nel suo perfetto finale strumentale.
Questa volta le “bright lights” aprono gli occhi per davvero e quel gigantesco punto interrogativo sembra scomparso.
Il teatro toscano rimane un teatro toscano. Il lato oscuro degli Interpol rimane il lato oscuro degli Interpol.

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