24/10/2007

Elvis Perkins

Music Drome, Milano


di Gabriele Benzing
Elvis Perkins

Una festa malinconica, un funerale allegro. Una banda di paese che suona all’alba del giorno del giudizio. Elvis Perkins sbarca con la sua brigata di musicanti in una Milano uggiosa e infreddolita, portando con sé una fiera di danze e confessioni, in cui il senso del fato diventa lieve come un girotondo ebbro. Folk and roll, così ama definirlo per sfuggire alle trappole dell’abusata etichetta folk-rock. Ed al fianco degli “Elvis Perkins In Dearland”, la band che ormai da mesi lo accompagna in giro per il mondo, il songwriter americano offre una nuova visceralità all’intimismo del suo disco d’esordio, “Ash Wednesday”.

A fare da prologo alla serata è il cantautorato sofferto di Alessandro Raina, già voce dei Giardini di Mirò ai tempi di “Punk… Not Diet!” ed ora titolare di un nuovo progetto a nome Amor Fou. Poi, un solitario Elvis Perkins si presenta sul palco armato di chitarra acustica ed armonica; la barba che gli incornicia il volto, il motivo vagamente floreale della camicia, il ciondolo e la collanina che si stagliano sul gilet scuro: ogni dettaglio sembra conferirgli una sottile aura di misticismo. Con i nervi vibranti e gli occhi socchiusi dietro alla montatura leggera degli occhiali, eccolo allora intonare una scarna “It’s Only Me”, con una voce che si assottiglia solo per ferire più in profondità.
La band entra in scena con discrezione, quasi con pudore, facendo fluttuare sulle note dell’harmonium il torpore incantato di “Good Friday”, tra pennellate di clarinetto e di trombone. Anche “May Day!”, all’inizio, sembra poco più di un sussurro, appena sostenuto da un’armonica dylaniana; ma ben presto batteria, contrabbasso e chitarra elettrica arrivano prepotentemente a condurre la corsa verso i cori arrembanti e sguaiati del finale. Il viaggio è iniziato, ed il batterista Nicholas Kinsey imbraccia a tracolla una grancassa per gettarsi a capofitto nell’inedita “Hey”, percuotendo le pelli con una foga irresistibile.

I brani di “Ash Wednesday”, da “Emile’s Vietnam In The Sky” a “Moon Woman II”, acquistano spessore ed energia grazie al caldo palpitare del contrabbasso ed al denso distendersi di organo e tastiere. La title track assume così un incedere di misteriosa ineluttabilità, mentre il tastierista Wyndham Boylan-Garnett si curva sul soffietto dell’harmonium per trarne un soffice velo di penombra; la voce di Elvis Perkins affronta in uno slancio fremente l’intima sofferenza dell’11 settembre, con uno sguardo disarmato che sembra quello del Jonathan Safran Foer di “Molto forte, incredibilmente vicino”: “each day is Ash Wednesday / all this life is Ash Wednesday”.
Per “While You Were Sleeping”, accolta con entusiasmo dal pubblico fin dai primi arpeggi, Perkins rimane da solo sul palco e gli altri componenti della band lo raggiungono ad uno ad uno prendendo posto agli strumenti nel corso della canzone, secondo il copione già sperimentato in occasione della brillante esibizione televisiva di qualche mese fa alla corte di David Letterman.
Ma è soprattutto la vigorosa rilettura di “All The Night Without Love” a far impallidire la versione in studio del brano: merito ancora una volta dell’impeto di grancassa e percussioni, che conferiscono un incalzante andamento balcanico alla melodia che sgorga dalla voce di Perkins, da qualche parte tra Beirut e Okkervil River.

“Non mi sono mai preoccupato davvero di ripetere qualcosa che è già stato detto o fatto, anche se come tutti lavoro con forme antiche tentando di renderle fresche; cerco solo di lasciar filtrare lo spirito o l’energia in un modo che mi appartenga”: come a voler dare corpo a queste parole, Elvis Perkins prende una folk song dell’Ottocento, “Weeping Pilgrim” (inserita anche da Natalie Merchant nel suo album “The House Carpenter’s Daughter”), e la trasforma in una cavalcata western degna dei Decemberists, con una chitarra che sfodera fraseggi scalpitanti ed il bassista Brigham Brough che lascia il contrabbasso per il basso elettrico. “I’m a poor mourning pilgrim bound for Canaan land”, proclama Perkins come chi sa bene che cosa significhi percorrere il cammino del pellegrino.

I nuovi brani presentati nel corso della serata contribuiscono ad arricchire di tinte più vivaci le sfumature di “Ash Wednesday”, dai profumi caraibici della ballata Sixties “Your Setting Sun” fino all’organo solenne della strepitosa “Shampoo”.
E per il gran finale, Perkins e i suoi compari riservano la trascinante sagra di “Doomsday”, con Kinsey e la sua grancassa al centro della scena ad incitare con occhi spiratati la platea (non folta ma partecipe) dell’ex Transilvania, mentre la fanfara di un trombone da funeral band accompagna l’ardore della voce di Elvis.
C’è da starne certi: “Ash Wednesday” ha espresso solo in parte il potenziale di Elvis Perkins. E non è un caso, visto che, all’epoca della registrazione del disco, non aveva ancora visto la luce il connubio con i Dearland. C’è una strada piena di promessa che si apre allora di fronte al songwriter americano: è tempo ormai di lasciare da parte i drammi del suo passato e di puntare lo sguardo sul futuro che lo attende.

Setlist
1. It’s Only Me
2. Good Friday
3. May Day!
4. Hey
5. Emile’s Vietnam In The Sky
6. All The Night Without Love
7. Moon Woman II
8. The Night & The Liquor
9. Ash Wednesday
10. Weeping Pilgrim (John P. Reese)
11. Your Setting Sun
12. Shampoo
13. Sleep Sandwich
14. While You Were Sleeping

encore

15. Doomsday
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