22/05/2007

Sparklehorse Feat. Fennesz + Dirty Three

Transilvania Live, Milano


di Gabriele Benzing
Sparklehorse feat. Fennesz + Dirty Three
Il ritmo del respiro – lento, muto, invisibile – scandisce la discesa tra le ombre. Sirene degli oceani e creature dalla testa equina, squarci e silenzi. Per raggiungere il fondo dell’animo occorre attraversare un pozzo oscuro: in una calda notte milanese può accadere di incontrare Warren Ellis e Mark Linkous ad indicare la strada del viaggio.

Prima viene il tempo della catarsi, e tocca ai Dirty Three calcare il palco del Transilvania Live. Warren Ellis domina la scena come un demone dostoevskijano, emerso dal sottosuolo con la folle audacia di chi ha visto le porte degli inferi. I capelli lunghi e radi ed il ghigno nascosto dalla folta barba gli conferiscono l’aspetto selvaggio di un fauno dallo sguardo spiritato. Dando le spalle alla platea, imbraccia il violino con le movenze di uno sciamano e si pone alla guida dello sporco trio per dare una sanguigna incarnazione alle proprie visioni strumentali.
I flutti del capolavoro “Ocean Songs” si fanno ancora più tempestosi in “Backwards Voyager” ed in “Sea Above, Sky Below”, mentre la chitarra di Mick Turner e la batteria di Jim White lacerano la pelle per lasciare il violino di Ellis a spargere sale sulle ferite. Sulle furibonde distorsioni di “Red” il violino ulula come un animale accecato dalla sofferenza: Ellis affronta posseduto i continui crescendo dei brani e sciorina nelle pause il proprio sarcasmo cinico ed allucinato. Dopo quasi un’ora, la danza pagana di “Some Summers They Drop Like Flys” chiude l’apparizione dei Dirty Three sulle note di un ipnotico struggimento.

È solo allora che giunge il momento di guardare negli occhi il proprio cuore di tenebra: le fiamme lasciano il posto alla cenere, il sangue alle cicatrici. Mark Linkous sembra volersi nascondere dietro il cappello da pescatore calato sul viso e la montatura spessa degli occhiali. Una maglietta scura e una sigaretta tra le labbra, siede davanti al microfono imbracciando la propria chitarra. “It’s A Wonderful Life” giunge come un messaggio dall’aldilà, affidato solo a vapori di tastiere e fremiti digitali, mentre sullo sfondo scorrono immagini color seppia.
Gli Sparklehorse si materializzano in una forma inattesa, che ha ben poco a che vedere con quella tradizionale della band: ad accompagnare Linkous c’è infatti il duo elettronico The Dead Texan, formato dall’artista visuale greca Christina Vantzou al laptop ed alle tastiere e da Adam Wiltzie degli Stars Of The Lid alla chitarra. La voce di Linkous, come sempre filtrata fino a divenire un sussurro metallico, fluttua con irreale lentezza in una dimensione diafana e spettrale, sospesa tra arpeggi traballanti e polveri di Kranky sound. Non c’è spazio per quelle improvvise accelerazioni elettriche che rappresentano il lato più abrasivo ed estroverso degli Sparklehorse: solo qualche occasionale accento di drum machine interviene di tanto in tanto a scandire i passi con maggiore nettezza.

Dal carillon funereo di “Sad & Beautiful World” al ralenti narcotico di “Weird Sisters”, quella degli Sparklehorse è l’implosione in un buco nero che richiede al pubblico un’assoluta empatia. Non è facile per la platea seguire il percorso invisibile dei fantasmi di Linkous, complice l’inadeguatezza della resa sonora dell’impianto e la monocromia di fondo che accomuna il rarefatto succedersi dei brani. Eppure, la melodia bruciante di “Heart Of Darkness”, le giostrine d’organo di “Painbirds” ed il piano di “Sea Of Teeth” potrebbero appartenere a degli Eels sotto sedativi o a dei Grandaddy in piena crisi depressiva. E quando su “Homecoming Queen” un coro a mezza voce si libra timido nella sala per accompagnare la voce di Linkous, anche per i più perplessi o distratti è impossibile evitare un brivido di emozione.
I video realizzati da Christina Vantzou, che vengono proiettati su un telo alle spalle del gruppo per tutta la durata del concerto, accompagnano la musica degli Sparklehorse con spezzoni di vecchi film, animazioni tratteggiate ed immagini naturalistiche da documentario. Adam Wiltzie, dal canto suo, tesse i propri minimali tappeti sonori alternandosi tra chitarra e tastiere. A dominare sono i brani risalenti all’esordio “Vivadixiesubmarinetransmissionplot”, mentre dall’ultimo “Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain” viene tratta solo una “Getting It Wrong” degna degli Air più trasognati.

L’atteso ospite d’onore Christian Fennesz rimane in realtà dietro le quinte per quasi tutto il tempo, comparendo solo al momento di “Spirit Ditch”, che l’artista austriaco contribuisce ad avvolgere con un’onirica veste di fruscii, sibili e riverberi glitch.
Ed è già il momento dei bis, con una lugubre “Saint Mary” ed il congedo di “Babies On The Sun”, in cui Linkous lascia la chitarra per creare disturbi ed interferenze con un registratore, mentre Christina Vantzou lo accompagna cantando attraverso una sorta di piccolo megafono giocattolo.
Sembra quasi impaziente di fuggire, Mr. Sparklehorse, dopo la sua breve e spiazzante esibizione. Abbozza un saluto, un mezzo sorriso. Poi svanisce nel buio del suo mondo triste e meraviglioso. Impossibile riemergerne illesi.
Setlist
1. It’s A Wonderful Life
2. Saturday
3. Heart Of Darkness
4. Painbirds
5. Sad & Beautiful World
6. Weird Sisters
7. Sea Of Teeth
8. Homecoming Queen
9.
Gasoline Horseys
10. Getting It Wrong
11. Spirit Ditch

encore

12. Saint Mary
13. Babies On The Sun
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