14/03/2008

Alessandra Celletti + Z-star

Quattrocento, Milano


di Massimo Marchini
Alessandra Celletti + Z-Star
Per una sola e troppo breve mezz’ora Alessandra Celletti ha suonato, ospite della musicista inglese Z-Star, in un posto bellissimo che, grazie a questo concerto, ho scoperto nella periferia sud di Milano.
Z-Star introduce e presenta Alessandra che, con un sorriso, si siede a una tastiera della brava tastierista napoletana della band della musicista di colore.
Il locale è affollato dalla moltitudine che riempie i ritrovi trendy milanesi. Il tintinnio dei bicchieri fraziona senza ritmo l’assordante drone del chiacchiericcio, interrotto soltanto da una risata più forte, ogni tanto.
Vicino al piccolo palco sono distese stuoie e cuscini per gli amici di Z-Star, che nel locale, mi dicono alcuni ragazzi, si esibisce assai spesso.

Alessandra inizia con “The Golden Fly”, dal suo penultimo album, per poi lasciarsi andare a una sequenza di improvvisazioni accompagnata dal batterista di Z-Star, peraltro bravo davvero, che in alcuni istanti tocca la grazia espressiva e l’intelligenza musicale di un Paul Motian, dosando con intelligenza i suoi interventi, sottolineando le volute estatiche della musica, particolarissima, invitato da uno sguardo di Alessandra o un suo cenno con il capo.
Brani tratti dalla recente discografia della geniale pianista romana che sempre più sta imponendosi come una delle migliori performer a livello internazionale (tra l’altro imminente una sua esibizione in duo con Joachim Roedelius). Mi rendo conto guardandomi attorno che il pubblico è in trance: non si sente più una sola sillaba, un solo tintinnio di bicchiere. Tra un brano e l’altro fragorosi applausi iniziano con un crescendo, quasi timorosi di infrangere il pathos delle composizioni, a testimoniare come una musica coinvolgente seppur complessa e raffinata come quella della Celletti sappia attrarre e catturare il pubblico.

Ecco “Chi mi darà le ali”, brano mistico che emerge dalla liquida cascata di note degna del migliore Keith Tippett, quasi raccolto in preghiera. Ancora “Dear To Me” che come una dolce confessione sussurrata all’orecchio di un amico inaugura l’ultimo “Way Out”. Molte delle influenze di Alessandra sono racchiuse qui: Erik Satie, Debussy, Ravel, Gurdjeff, come gioielli in uno scrigno. Senso di equilibrio. Poi una furtiva occhiata al batterista per una nuova performance free-form basata su un arpeggio ostinato del piano. Lontana da ogni scorciatoia la musica di Alessandra è ricca di grazia interiore, di carezze diatoniche e al tempo densa di senso, permeata di intensa comunicatività.
Rifrazioni classiche, jazz, progressive. Echi dei minimalisti La Monte Young e Harold Budd, aggraziata come la lira di Wim Mertens e come Meredith Monk, la Celletti traccia plastiche coreografie, immaginate con il movimento delle mani sulla tastiera.

Tutti qui trasfigurati a rinnovata essenza. Lontana eoni di spazio e di tempo dai pigolanti pianisti new age. Veloce e lanciata in obliqua scala modale, Alessandra accenta il tempo con la mano sinistra come avevo visto poche volte fare, con un’intenzione nobile e jazz al tempo, per rendere l’idea, alla Keith Emerson quando si lanciava al piano, occhi chiusi, nel corale della Five Bridges Suite.
Mezz’ora vola via assieme alle note estatiche del pianoforte, delle ombre proiettate dalle luci sul muro, dell’atmosfera calda del locale e Alessandra lascia il palco a Z-Star mentre un gruppo di persone le si raduna immediatamente intorno: sono alcuni fan del suo frequentatissimo sito myspace che sono venuti apposta per sentirla da Milano e da città vicine.

Z-Star è un’interprete convinta quanto convincente di un soul.jazz.rock.folk di sua ricetta. Voce trascinante. Energia alle stelle. Accolta con calore da un pubblico che sembrava conoscere le sue canzoni. Molto brava, genere immediato, un’endovena di ritmo. Lei alla chitarra, poi tastiere, batteria e basso a sei corde che colora di fusioni il sound che – essendosi scaldato l’ambiente – diviene irresistibile per i piedi di chiunque trovasse lo spazio per poter battere il tempo.
Suona per oltre un’ora e mezzo, scherzando col pubblico, in un crescendo. C’è da chiedersi solo come un’artista così dotata di vulcanica comunicatività non abbia maggior successo commerciale.
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